L'Utopia (1863)/Libro secondo/Delle religioni degli Utopiensi

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Delle religioni degli Utopiensi

../Della guerra IncludiIntestazione 28 febbraio 2016 100% Da definire

Tommaso Moro - L'Utopia (1516)
Traduzione dal latino di Anonimo (1863)
Delle religioni degli Utopiensi
Libro secondo - Della guerra
[p. 76 modifica]

Delle religioni degli Utopiensi.


Sono varie le religioni, non solo per l’isola, ma per le città ancora. Altri onorano il sole, altri la luna, altri alcuna delle stelle erranti. Alcuni venerano per sommo Dio qualche uomo, che sia stato egregio per virtù. Ma la maggior parte, i più prudenti dico, non adora alcuna di queste cose, ma pensa che vi sia una occulta, eterna, immensa ed inesplicabile divinità sopra ogni capacità umana, la quale con la virtù non con la grandezza si stenda per questo mondo, e tal Dio chiamano Padre. Da lui riconoscono l’origine, l’aumento, i mutamenti ed il fine di tutte le cose, ed a lui solo danno i divini onori. Gli altri tutti, benchè adorino cose diverse, in questo' parere concorrono, che vi sia un sommo Dio, il quale abbia creato il tutto, e con sua prudenza lo conservi, e chiamanlo in loro linguaggio Mythra 1. Ma discordano in ciò, che uno [p. 77 modifica]afferma che questo sommo Dio sia una cosa, ed alcuno un’altra. Affermano però che quel sommo, il quale tengono per Dio, ha il governo del tutto. Ma tutti a poco a poco si scostano dalla varietà delle superstizioni, e concorrono in quella religione, che con più ragioni ed evidenze si prova. E già sarebbero tutti di una religione; se non che ogni disgrazia che loro accade nel mutare, si pensano che ad essi sia mandata dal cielo per castigo, e che quel Dio, il quale vogliono abbandonare, si vendichi di questa loro empia intenzione. Ma poich’io predicai loro il nome di Cristo, la dottrina di quello, i miracoli e la costanza di tanti santi martiri, che spontaneamente vollero spargere il sangue: e come tante nazioni si sono a lui convertite, mirabilmente vi s’inchinarono, ovvero per divina inspirazione, ovvero che parve loro tal via molto simile alla loro religione. E valse questo assai, perchè avevano compreso che la foggia del loro vivere piaceva a Cristo, e che i veri cristiani avevano monasteri, molto simili ai loro istituti. Sia però avvenuto per qual caso si voglia, molti si convertirono alla fede cristiana, e vollero essere battezzati. Ma poichè di noi quattro, che ivi eravamo, gli altri due essendo morti, niuno era sacerdote, quei popoli ancora desiderano avere sagramenti, cui s’appartien di ministrare solamente ai sacerdoti, e disputano sovente se sia lecito, senza commissione del pontefice, eleggere sacerdote uno di loro: e già stavano per eleggerlo, ma non ancora l’avevano fatto, quando io mi partii. Quelli che ancora non hanno appreso la fede cristiana, non biasimano chi la crede. Se non che uno di nuovo battezzalo, cominciò ardentemente, quantunque io l'ammoniva che tacesse, a commendare il culto di Cristo, e dannare ogni altra setta, chiamando empi coloro, che adoravano altro che la [p. 78 modifica]SS. Trinità, e degni del fuoco eterno. Costui fu preso, non già come violatore della religione, ma come colui, che aveva levato nel popolo tumulto: allegando gli antichissimi loro istituti, che ognuno possa tenere qual religione più gli piace. Gli Utopiensi avendo inteso i primi abitatori dell'isola essere stati circa la religione di pareri diversi, e considerando che lo varie sette, combattendo tra loro, aveano dato ad essi occasione di vincerli tutti, fecero un editto che ognuno potesse tenere qual religione più gli aggradiva all'animo; e se alcuno bramava di tirare l'altro nella sua, con modestia e ragioni studiare a persuaderlo, ma non usare in questo alcuna violenza o ingiuria: e chi contendeva di ciò importunamente, era punito con esilio o con servitù. Fecero gli Utopiensi tale statuto, non solamente per conservare la pace, la quale con la contenzione, e con l'odio si estingue, ma eziandio pensando che piacesse a Dio il culto vario e diverso, e che perciò ispirasse vari riti a questo ed a quello. Giudicarono quindi che non fosse convenevole voler con forza e minacce costringere alcuno a credere quello, che tu credi per vero. E quantunque una fra le differenti lor religioni fosse vera, tuttavia vollero che i cittadini venissero a quella persuasi con modestia, sperando che la verità, quando che sia, debba rimaner vittoriosa. Laddove, contendendosi con arme, gli uomini ostinati potrebbono con le loro vane superstizioni opprimere la vera religione, come avviene che i frutti vengono affogati dalle spine. Mossi da tali ragioni lasciarono libero ad ognuno di credere quello, che più gli piaceva. Solamente vietarono che niuno affermasse le anime morire coi corpi, e che il mondo fosse governato a caso, senza previdenza divina, tenendo anzi per fermo che, dopo questa vita, fossero puniti i vizj, e premiate le virtù. Chi nega, quindi, tali cose, è tenuto peggio che bestia, volendo rassomigliare l’anima umana alle pecore; nè lo reputano loro cittadino, come colui, il quale, non essendo da timore raffrenato, [p. 79 modifica]sprezzerà ogni buon costume ed istituto. Ed è da credere ch'egli contraffaccia di nascosto alle leggi, o studi di annullarle, per servire al suo appetito, non avendole in riverenza, nè sperando o temendo cosa alcuna dopo questa vita. A chi tiene tale opinione non danno onore alcuno, nè magistratura; cosi è lasciato da parte, come uomo inetto e da poco. Non però vieno punito, giudicandosi che non sia in potere di alcuno credere quello, che gli piace: e neppure è forzato con minacce a tener segreto il suo parere, fingendo dì credere come gli altri. Gli vietano però il disputare di quella sua opinione, specialmente appo il volgo. Ma confortano gli uomini di gravità, ed i sacerdoti che ne ragionino, sperando che tale pazzia debba essere vinta dalla ragione. Altri in gran numero tengono che le anime ancora delle bestie siano immortali, ma delle nostre men degne e non nate ad eguale felicità. Tanto sono persuasi dell’immensa felicità delle anime nostre, che piangono gl’infermi e non i morti, se non quelli, che veggono mal volentieri lasciare questa vita. E questo hanno per cattivo augurio, come se l’anima senza speranza di bene alcuno, spaventata dalla propria coscienza, temesse il supplicio. E pensano che non piaccia a Dio l'andare di colui, il quale non corre volentieri quando è chiamato, ma sta ritroso. Se veggono alcuno morire in questa guisa, se ne smarriscono, e lo portano a seppellire tacitamente, e pregano Dio che perdoni alla sua dappocaggine. Niuno piange quelli, che muoiono lietamente, e con buona speranza; anzi seguendone le esequie cantando, raccomandano affettuosamente le loro anime a Dio, e ne ardono i corpi con riverenza piuttosto che con rammarico. Rizzano una colonna, ove sono scolpite le lodi del defunto, e tornati a casa, ricontano i costumi e la vita di quello, e specialmente commendano la sua morte. Tengono che tale commemorazione di bontà sia ai vivi uno stimolo alla virtù, e gratissimo culto ai defunti, dandosi a credere che questi invisibilmente si trovino presenti a simili parlari. Perchè [p. 80 modifica]non sarebbero felici, quando non potessero andare ove piace loro, e sarebbero ingrati, se non bramassero di rivedere i loro amici, a cui erano uniti con rispondente carità, la quale, essendo uomini dabbene, piuttosto debbe essere accresciuta, che scemata. Credono adunque che i morti pratichino tra’ vivi, mirando quanto si fa e dice. Perciò si mettono arditamente alle imprese, fidandosi di tali aiuti; e portando onore alla presenza dei loro maggiori, si guardano dal commettere cosa disonesta anche segretamente. Sprezzano gli augurj e le altre superstizioni d'indovinare, le quali sono appo le altre nazioni tanto riputate. Onorano quei miracoli, che vengono senza aiuto alcuno di natura, come testimoni della divina presenza; e nelle grandi cose con pubbliche supplicazioni studiano a placare Dio. Pensano che contemplare le cose di natura sia un culto a Dio gratissimo. Molti ancora mossi da religione sprezzano le lettere, non si danno a contemplare cosa alcuna, ma solamente pensano di acquistare la felicità perpetua con buone operazioni. Cosi altri servono agl'infermi, altri riconciano le vie, altri purgano le fosse, altri rifanno i ponti, cavano sabbia e pietre, conducono nelle città legne e frutta, altri tagliano alberi e il segano: e, come fossero servi, si pongono volentieri ad ogni impresa difficile, strana o sozza, la quale dagli altri per la fatica o pel fastidio è lasciata. Travagliano continuamente, perchè gli altri riposino, non biasimando però alcuno che viva altrimenti. Questi quanto più si portano da servi, tanto vengono dagli altri più onorati. Ma sono di due sorta. Alcuni vivono casti, non mangiano carni di animale alcuno, e lasciano da parte ogni diletto con speranza della vita futura, e non pertanto sono sani e prosperosi. Altri dati parimente alle fatiche, si maritano per eseguir l'opera della natura, e generar figliuoli alla repubblica. Non fuggono quei sollazzi che non li ritirano dalle necessarie occupazioni. Mangiano carni d’animali di quattro piedi, dandosi a credere, che con quel cibo si mantengano più robusti al lavoro. Gli [p. 81 modifica]Utopiani tengono questi per più prudenti, e quelli per più santi. Ma quando più apprezzano il celibato che il matrimonio, e la vita austera che la deliziosa, li beffano: nondimeno, dicendo che sono mossi a questo da religione, gli onorano; perchè si guardano sommamente di non dannare la religione di alcuno. Essi chiamano questi tali Butreschi, che appo noi significa religiosi. Hanno sacerdoti di vita santissima, ma solamente tredici per ogni città, secondo il numero dei templi. Quando vanno alla guerra ne conducono seco sette, e ne creano altri sette in luogo loro, finché si torna; e allora gli ultimi accompagnano il pontefice, sinché per morte dei primi succedono al sacerdozio. Sono eletti dal popolo, come i magistrati, segretamente, acciocché non nascano odj tra loro; e dal loro collegio vengono sagrati. Questi sono preposti ai divini misteri. Hanno cura delle religioni, sono giudici dei costumi, ed è biasimalo colui, che sia da essi ripreso. Siccome è loro ufficio ammonire i malfattori, così ai magistrati conviensi di castigarli. Solamente scomunicano gli ostinati, il che é appo loro sommamente biasimevole, e tenuto per grave supplicio. Perchè temono l'infamia e la religione: oltre che non sono sicuri del corpo, perchè se tardano a pentirsi, e soddisfare ai sacerdoti, sono puniti dai magistrati. Questi sacerdoti ammaestrano i fanciulli, avendo egual cura a formarli nelle lettere, che nei buoni costumi. E pongono ogni studio che imparino buone opinioni, e piglino desiderio di esser utili alla repubblica, acciocché gli animi giovanili in questo formali, nell’età virile siano disposti a mantenere lo stato comune, il quale solamente vien meno pei vizj che nascono da sinistre opinioni. Danno ai sacerdoti elettissime mogli del popolo loro: fanno sacerdotesse ancora le femmine, ma di rado, se non sono vedove, o di età matura. Sono più onorati i sacerdoti appo gli Utopiensi, che qualunque magistrato, e se commettono qualche rea opera, non vengono puniti da alcuno, ma lasciati al divino giudizio ed alla propria coscienza. Perchè non [p. 82 modifica]par loro giusta cosa di toccare con mano mortale colui che è a Dio sagro. Questo costume possono osservare agevolmente, perchè eleggono sacerdoti quelli, che sono di ottima vita. I quali di rado cadono nei vizj, vedendosi con tanto favore eletti, perchè osservino la virtù. E se pure avviene che pecchino, come accade nell’umana natura, tuttavia perchè sono pochi, e senza potestà alcuna, non si teme che possano a modo alcuno infestare la repubblica. E ne fanno pochi, acciocché sia tale dignità più ragguardevole: e perchè tengono che sia difficil cosa trovare gran numero di buoni, che possano esserne degni. Questi e dai loro popoli e dagli stranieri sono molto onorati, il che per mio avviso è cagionato da ciò, che facendosi alcun fatto d’arme, essi separati dagli altri stanno in ginocchione vestiti coi sagri abiti, e con le mani al cielo levate; pregano prima per la pace, e poi per la vittoria al loro popolo, senza spargimento di sangue d’amendue le parti. Vincendo la propria, corrono nelle squadre, vietando l'uccisione degli sconfitti, e ciò basta a salvarli; anzi tanta è la riverenza verso di essi, che il solo tocco delle ondeggianti lor vesti difende le persone e le cose da ogni bellica ingiuria. Perciò sono in tanta venerazione appo le estere nazioni, che molte fiate hanno salvalo non meno i nemici dalle mani dei propri cittadini, che questi dalle mani de’ nemici. Alle volte è avvenuto ch’essendo sconfitto il campo loro, e mettendosi i nemici a saccheggiare, sopravvenendo i sacerdoti, è stata raffrenata l’uccisione, e fatta la pace con onesti partiti. Non mai si trovò gente alcuna tanto feroce e cruda, la quale non abbia onorato il corpo di quelli, come sacrosanto ed inviolabile. Celebrano gli Utopj solennemente il primo e l'ultimo del mese, e parimente dell’anno, il quale dividono secondo il corso della luna. I primi giorni chiamano Cinemerni, e gli ultimi Trapemerni, cioè prime feste, ultime feste. Hanno egregi tempj non molto lavorati, ma, com’era necessario nel loro picciol numero, capaci di uno assai maggiore. Sono questi [p. 83 modifica]alquanto scuri, per consiglio dei sacerdoti, perchè la molta luce distrae i pensieri nostri, e la mediocre li raccoglie, e fa l’uomo alla religione più dedito. Benché siano di varie forme, nondimeno tutti sono alla religione accomodati quasi ad una comune foggia. I sagrificj particolari di ciascuna setta sono celebrati nelle case particolari. I pubblici poi si fanno con tal ordine, che nulla derogano ai privati. Cosi non tengono nei tempj alcuna immagine degli Dei, acciocché possa ognuno liberamente immaginarsi Dio in qual forma più gli piace. Chiamano Dio solamente per questo nome Mythra: e tutti per questa voce intendono la natura della divina maestà. Non si fanno orazioni, le quali non si possano pronunciare senza offendere le altre sette. Concorrono al tempio nelle ultime feste al vespro e digiuni, per rendere grazie a Dio di aver passato quel mese prosperamente. Il giorno appresso, che è la prima festa, concorronvi la mattina a supplicare felice successo per il mese che segue. Nelle ultime feste, prima che si vada al tempio, le mogli innanzi ai mariti, i figliuoli ai padri si mettono in ginocchione, chiedendo perdono di ogni mancamento: così ogni odio nascosto o dispiacere nato tra loro si estingue, e si trovano ai sagrificj con animo candido e puro. Perche temono d’intervenirvi, non avendo l’animo da ogni odio ed ira purgato. I maschi vanno alla destra parte del tempio, e le femmine alla sinistra, ed ogni padre e madre di famiglia si mette innanzi a tutti i suoi, per vedere i gesti di coloro che hanno in governo, e poterli correggere da ogni errore che commettessero. Attendono che i giovani stiano vicini ai vecchi, acciocché non si diano a cose puerili se stanno tra fanciulli o garzoni; parendo loro che in quel tempo debbano, col levare la mente a Dio, essere incitati alla virtù. Non sagrificano animali, dandosi a credere, che la divina clemenza non si plachi con sangue od uccisione, avendo quella dato la vita agli esseri perchè vivano. Ardono incenso ed altre cose olorifere, e portano [p. 84 modifica]assai torchj. Non già che non sappiano come tali cose niente vagliono a placare la divina natura: neanco le orazioni degli uomini: ma piace loro questo culto senza nocumento alcuno; e con tali odori e lumi si sentono muovere a divozione verso Dio, e diventare più pronti ad onorarlo. Il popolo nel tempio si veste di bianco, ed i sacerdoti di vari colori, ma non di preziosa materia; perchè sono le lor vesti quasi ricamate non di pietre preziose, ma di varie penne di uccelli, in tal modo disposte, che l’opera oltre ogni stima più assai vale, che la materia. Dicono ancora che in quel variare di penne sono compresi alcuni segreti misteri, l’interpretazione dei quali imparata dai sacerdoti che diligentemente l’insegnano, fa loro comprendere i divini beneficj, che ricevono, e quale pietà debbano usare verso Dio ed il prossimo. Quando il sacerdote ornato esce del santuario, tutti si piegano con la faccia in terra, con tanto silenzio, che muove agli animi timore, come se Dio fosse presente. Poiché sono stati alquanto in terra, ad un segno del sacerdote medesimo si levano, e cantano a Dio laude con musicali strumenti, di forma assai differenti da quelli, che si veggono appo noi, ma nel suono alcuni più, alcuni meno, soavi che i nostri. Ci vincono però di gran lunga in questo, che ogni lor musica, o con organi, o con voce umana, imita ed esprime gli affetti naturali, e si accomoda alla materia, sia orazione supplicatola, lieta, placabile, turbata, lugubre o sdegnata, e rappresenta in tal guisa il sentimento, che gli animi di tutti sono a quello disposti ed accesi. In fine dei sagrifizj tutti ad una voce dicono certe parole col sacerdote, le quali benché siano pronunziate in comune, ognuno può applicare a sè medesimo. In queste riconoscono Iddio autore della creazione e del governo, e di tutti gli altri beni, e di tanti beneficj gli rendono grazie, ma particolarmente che siano nati in repubblica felicissima, ed abbiano religione, a loro parere, d’ogni altra più vera. E se pigliano errore in questo, pregan Dio che inspiri loro [p. 85 modifica]la miglior via, offerendosi pronti a seguirla, ma se la repubblica loro è ottima, e la religione verissima, dia ai medesimi costanza a perseverare in quella, e conduca tutti gli uomini alla medesima foggia di ben vivere, e nello stesso parere circa la religione, se però non si diletta più di tanta varietà per la sua inscrutabile sapienza. Supplicano poi che li riceva a sè dopo la morte, e che questa non sia crudele, nè strana. Fatta quest’orazione, di nuovo si piegano in terra, e poco appresso levati vanno a mangiare: il rimanente del giorno consumano in giuochi ed esercizj militari. Vi descrissi, quanto più veracemente mi è stato possibile, la forma di quella repubblica, la quale non solamente giudico ottima, ma eziandio sola, che possa con ragione esser chiamata repubblica. Perchè altrove si ragioni veramente del pubblico comodo, ma si attende al particolare. In questa da dovero si mira al ben pubblico, lasciando al tutto da parie ogni proprio utile. Chi è nelle altre repubbliche, ancorché siano fiorile e prospere, il quale non teme di morirsi per fame, se non procura piuttosto i suoi privati comodi, che il pubblico bene? Ed anco la necessità nelle altre repubbliche strigne l'uomo a far questo. Nella Utopiense, ove ogni cosa è comune, niuno teme di patire, purché sieno pieni i granaj pubblici. Perchè ivi non si distribuisce con malvagità, nè vi è alcuno povero, e quantunque niuno posseda in particolare, tutti sono nel pubblico ricchi. Perchè veramente, non avendo pensieri circa l'acquistare particolarmente, menano lieta vita con tranquillo animo. Non istanno in pena del loro vivere, non sono con domande continue dalle mogli travagliati, non temono che i figliuoli impoveriscano, nè di dotare la figliuola stanno in pensiero. Anzi sono sicuri del vivere felice dei figliuoli, nipoti e d'ogni lor discendente, ed anco di sè stessi, perchè primieramente si provvede a chi non può lavorare, come a quelli che lavorano. Ardirà alcuno di comparare l’equità di altre genti, le quali a mio parere non ne tengono ombra alcuna, con l’equità [p. 86 modifica]di questa repubblica? Che equità è quella che un nobile ovvero orefice od usuraio, oppure qualunque altro che non opera cosa alcuna, ovvero ogni cui fatto è poco necessario alla repubblica, si acquisti il vivere delicato e splendido: quando che un servo, un lavoratore de’campi, un fabbro, un carrettiere, con tanta fatica diurna e notturna che non la patirebbero i buoi, si guadagna parcamente il vivere, quasi peggiore che quello degli animali? Perocché questi non lavorano tanto assiduamente, nè stanno in timore delle cose avvenire; ma gli altri sono afflitti dalla poco fruttuosa fatica, e pensando alla povertà, che aspettano in vecchiezza, restano vinti dal dolore. Poiché vedendo di non poter tanto guadagnare, che basti loro di giorno in giorno, perdono ogni speranza di riporre cosa alcuna pel futuro. Non è ingiusta quella repubblica ed ingrata, la quale dà liberamente tanti doni ai nobili, agli oziosi, agli artefici de’ vani diletti, agli adulatori, e non provvede ai lavoratori di terreno, ai carbonaj, ai servi, ai carrettieri ed ai fabbri, senza i quali non può stare alcuna civil società? anzi essendosi delle loro fatiche servita, mentre che erano giovani, poiché invecchiano, li lascia di disagio morire in estrema povertà. Che dirò come i ricchi pigliano ancora del salario diurno dei poveri, non solamente con violenza o frode, ma con pubbliche leggi? Considerando adunque tutte le repubbliche, che ora fioriscono, così mi ami Dio, che non veggo altro, che una congiura di ricchi, la quale tratta dei propri comodi. Sotto nome di repubblica ricercano essi ogni modo od arte, con la quale possano fare grandi acquisti, e tenerseli senza timore; di poi come con piccioli salari aver le fatiche dei poveri, e servirsene a loro voglia. Quelli trovamenti dei ricchi sotto colore di repubblica diventano leggi. Tuttavia que’ pessimi uomini, poiché hanno con insaziabile appetito diviso tra loro ciò, che a tutti dovea bastare, sono degli Utopiensi inferiori, quanto alla felicità della repubblica loro; dalla quale essendo levata via [p. 87 modifica]la cupidigia del danaro, ogni molestia e scelleraggine è insiem rimossa. Chi non sa quante frodi, rapine, risse, tumulti, contestazioni, sedizioni, uccisioni, tradimenti, incantesimi, puniti piuttosto che raffrenati coi supplicj, collo sprezzare i danari se ne vanno, e con ciò la sollecitudine, i pensieri, le fatiche, le vigilie, ed anco la povertà, la qual sola pare che di danari sia bisognosa? E per meglio chiarirti, pensa di qualche anno sterile, nel quale siano morti per fame gli uomini a migliaia, e troverai che nel fine di quella carestia era tanto frumento nei granaj dei ricchi, che avrebbe nodrito quelli, che morirono di fame, né alcuno avrebbe sentito la sterilità di quel tempo. Così facilmente si acquisterebbe il vivere se il desio di accumulare danari, non impoverisse gli altri. I ricchi stessi, non ne dubito, ciò comprendono e sentono che sarebbe miglior partito non mancare di cose necessarie, che abbondare di tante soverchie. Ed io tengo certo, che ovvero il rispetto del comodo, ovvero l'autorità del salvator Cristo, il quale per sua sapienza e bontà seppe e potè consigliare quello che era meglio, avrebbe già ridotto il mondo tutto sotto migliori leggi, se non si contrapponesse la superbia, la quale si tiene felice, non pei propri comodi, ma per gl’incomodi altrui, dilettandosi col suo pompeggiare di affliggere i poveri. Questa serpe infernale ritarda gli uomini dalla vera via. Ed essendo essa oggimai radicata negli umani petti, mi rallegro che tengano gli Utopiensi, almeno, quell'ottima forma di repubblica felicissima, e, quanto può l'umana cognizione prevedere, ancora perpetua. Perchè essendo tra loro estirpati i vizi dell’ambizione, e le radici delle sette, non vi è pericolo di discordia, la qual sola basta a rovinare le ben fortificate città. Ma vivendo in concordia con salutiferi istituti, non potrà l'invidia de’ vicini principi, già più volte ribattuti, crollarne l'imperio.

Poiché Raffaello ebbe cosi detto, quantunque mi parevano esservi molte sconvenevolezze nei costumi e leggi loro, non solo circa il guerreggiare, ma ancora nella [p. 88 modifica]religione, e specialmente quel vivere in comune senza danari, il qual pare che estingua la nobiltà, la magnificenza e lo splendore, che sono per comune opinione i veri ornamenti dello Stato, tuttavia vedendolo già stanco e temendo di non offenderlo nel riprendere una repubblica tanto affettuosamente da lui commendata, lodai il suo parlare; e presolo per mano, lo menai a cena, dicendo che ad altro tempo potremmo delle stesse cose pensare e ragionare, il che piaccia a Dio che avvenga.



fine dell'utopia.

Note

  1. Secondo Erodoto altro non era fra i Persi antichissimi che l’amore, principio delle generazioni e della fecondità, che perpetua e ringiovanisce il mondo. Da' Greci e da’ Romani fu confuso col sole, risguardato come «il ministro maggior della natura.»