L'aes grave del Museo Kircheriano/Tavola VIII.

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Tavola IV. V. VI. VII. Tavola IX.

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TAVOLA VIII.


Le monete coniate poste sotto i numeri 14. e 15. della tavola XII. quantunque ripetano due delle impronte di questa tavola VIII., pure non valgono a scoprircene la patria con si buon argomento, com’è quello che le fuse ci recano innanzi. La Venere frigia del dupondio e dell’asse eguale in tutto a quella de’ due primi assi latini; la ordinaria provenienza delle monete di tutta la serie eguale anch’essa alla provenienza delle latine; il ripostiglio di monte Mario, che con gli assi romani e co’ tre primi latini racchiudeva almeno due esemplari di quest’asse; questi tre diversi indizj ne obbligavano a non andar lungi ne da Roma né dal Lazio per raggiungere l’intento. La ruota ne scoperse l’ultima differenza. Perchè mai, dicevamo a noi stessi, questo invariabile simbolo in moneta d’un popolo che fioriva un tempo ne’ confini di Roma e del Lazio? E la memoria ci rispondeva che il nome de’ rutuli, che possedean le terre prossime a’ romani e a’ latini, era più che bastevole a chiarire quivi ogni oscurità. I pratici del linguaggio simbolico delle monete antiche non hanno mestieri d’altro avviso per giudicare della nostra congettura: perciò lasciamo in disparte le più sottili speculazioni e la ricca varietà degli esempj e della erudizione, con che non ci sarebbe difficile l’impinguare il nostro discorso, senza forse accrescergli in niuna guisa la virtù dimostrativa.

Il peso di queste monete, se pure può rilevarsi dal dupondio e da’ tre assi di questo medagliere, arriva alle undici oncie e non discende sotto le nove e mezzo; ossia sale dove non salgono gli assi romani della prima epoca, e non s’abbassa alle nove oncie di quelli. Da questo confronto non può dedursi altra conseguenza, se non che la moneta de’ rutuli non può per la ragione del peso tenersi posteriore alla moneta romana.

Tra i popoli ch’ebbero stanza tra il Tevere e il Liri non ve n’ha alcuno che meglio de’ rutuli, e d’Ardea loro metropoli, abbia saputo farci [p. 57 modifica]pervenire più copiose le sue notizie. Virgilio vuole Ardea fondata dall’argiva Danae, la quale sentenza vien confermata da Plinio e da Solino. In quattro diverse provincie italiche troveremo in seguito colonie ardeatine indicateci) dalle nostre monete: ma Livio e Silio Italico ne assicurano, che perfino a Sagunto nell’ultima Esperia inviò Ardea suoi cittadini a stabilire domicilio. Virgilio inoltre racconta, che Danae ebbe qui a marito un Pilumno o Picumno; che da questi genitori nacque un secondo Picumno, e quinci un Danno, che diede il nome alla discendenza, non meno che alla gente su cui regnava: Daunius heros fu detto Turno ch’era figliuolo a Dauno, e gens Daunia furon detti i rutuli. Ma Pilumno, Picumno e Pico non sono che nomi varj d’un medesimo eroe, come Dauno e Fauno. Solenne altresì è il culto e famoso l’oracolo che ebbero quivi Pico e Fauno. Questi cenni storici andavano collocati in questo luogo, quantunque non possano qui prestarci che un piccolo ajuto.

La Venere frigia tiene il primo luogo tra le impronte della moneta dei rutuli. Enea approdò con la flotta alle loro terre, e quivi daprima sperimentò quanto gli sarebbe stata favorevole la fortuna. I rutuli poi non sembra che mai dividessero la propria causa da quella de’ latini: perciò una medesima forse fu la ragione, che condusse rutuli e latini ad inalzare a Venere questo monumento di gratitudine e di venerazione.

I tre quadrupedi sono posti in una medesima azione, ed è quella del tripudio e d’una corsa molto affrettata. Questo accordo nel movimento di tre animali diversi non può a meno che non tenda ad un oggetto medesimo: ed è nostro debito il farne qualche ricerca. La moneta umbra ed adriatica verrà quantoprima a confermare il racconto degli antichi scrittori intorno alle colonie inviate da’ rutuli qua e colà per l’Italia e fuori. Egli è meritevolissimo d’essere conosciuto il costume ed il rito comune di quelle primitive spedizioni, da cui ebbero origine la maggior parte delle antiche popolazioni italiche. Prendean principio da un voto, che a Marte più spesso che ad altra divinità facevasi di tutto ciò che nato sarebbe nella prossima primavera, voto vere sacro. I frutti della terra, i parti degli animali, i pargoli degli uomini venuti in luce, tutte queste cose offerivansi al dio. Giunti que’ fanciulli a età matura, si bendavano, e con tutto ciò che comprendevasi nel voto si mettean fuori de’ confini della terra natia: alla ventura si procacciassero altrove ricovero e stanza: ad incolendas sedes, quas fortuna dedisset (Dionys. Halic. II. 16.). Gli animali domestici erano la più ricca dote, che i fuorusciti si recavano seco: e osservisi che dove Festo alla voce Irpini ne dice che l’irpo facevasi condottiere a que’ raminghi, irpum ducem sequuti agrum occupavere; Strabone aggiunge, parlando de’ Sabini, che anche il toro prendevasi a guida; e che quel luogo, ove quest’animale gittavasi a giacere, quello appunto tenevasi per il destinato dalla sorte e dall’iddio allo stabilimento della colonia, quando i coloni riusciti fossero a discacciarne i precedenti [p. 58 modifica]abitatori, se pure il luogo ne avesse avuti: «Sabinos vovisse diis, se fructus ejus anni consecraturos, potitosque victoria immolasse partim, partim consecrasse ejus anni proventus, eoque anno editos filios Marti nuncupasse, quumque ii virilem attigissent aetatem, duce tauro ad coloniam alicubi condendam emisisse: taurum in Opicorum regione procubuisse; missos, his expulsis, ea loca insedisse». Non sappiamo, se presso qualc’altro scrittore antico si rinvenga, che il cavallo altresì prestato abbia mai a quelle genti un somigliante servigio. Ma anche dell’ irpo il sappiamo per la incidenza della parola Irpini tra quelle annoverate da Festo: come del bue il conosciamo per ii fatto particolare narratoci da Strabone. Noi lo crediamo tanto più volentieri, quanto più oscura ci rimarrebbe altrimenti la interpretazione di questo animale non pure qui, ma e in parecchie altre monete italiche, nelle quali gli autori delle impronte di null’altra cosa si mostrano più solleciti, che di significarci le prime loro origini. Stimiamo adunque, che ne’ rovesci del semisse, del triente e del quadrante abbian voluto gli ardeatini indicarci le diverse colonie uscite dalle loro terre, quali dietro la guida del toro, quali del cavallo o dell’irpo. Osiamo anzi avvisare que’ numismatici, che di proposito si occupano della illustrazione delle monete urbiche dell’Italia nostra, che non sempre forse quel toro, detto cornupeta da loro, giuoca col corno, non sappiam contro chi; ma che singolarmente col movimento delle gambe pare ne additi il taurum procubuisse di Strabone. Guardisi al costume tanto posteriore delle romane colonie: queste vi scolpivano il rito proprio, un aratro, aggiogativi sotto un bue ed una vacca.

La testuggine del sestante pare della specie medesima di quelle che anche al presente tanto abbondano nel paese de’rutuli. Ma qui la crediamo scolpita con fine diverso da quello di significare cotale abbondanza, quantunque questo fine ci sia ignoto.

Nelle due monete coniate da’ rutuli nel risorger che fecero dalla servitù alla cittadinanza di Roma, osservino gli studiosi con quanta diligenza si volle ricopiata la Venere frigia dell’asse e del dupondio primitivo. Il carattere che qui questa dea presenta non potrà mai confondersi con quello della Venere frigia de’ due primi assi latini. La piccolissima moneta in bronzo porta nel rovescio il cane del sestante fuso; ed anche qui la copia non potrebb’essere più somigliante all’originale. Nella moneta d’argento la vittoria s’accompagna alla Venere; della qual compagnia non è da prendersi alcuna maraviglia quantunque la vittoria non siasi veduta mai né in moneta primitiva de’ rutuli, né in quella de’ latini o degli altri, a cui spettano le altre serie di questa prima classe. La vittoria era già in questo tempo stampata sopra i vittoriati di Roma ed era pure insegna romana la lupa che allatta i gemelli. I romani del nuovo Lazio levarono anch’essi questa doppia insegna, l’una forse in Ardea, e l’altra in un’altra città celebre non meno che Ardea, di cui in appresso parleremo. [p. 59 modifica]Ma se v’era impronta che i rutuli desiderassero di rinnovare, questa per fermo dovea essere la ruota. Gioconde e generose erano le ricordanze di quell’insegna. Ma Roma non avrebbe sofferto mai di veder ricomparire su le sue porte questo publico argomento di una nazionalità ch’essa aveva abolita. Per altra parte i rutuli, divenuti com’erano latini, co’ diritti della romana cittadinanza, non potevano più con verità appropriarsi il nome a cui avevano rinunziato. La lor moneta coniata in argento porta l’epigrafe ROMANO, quella in bronzo ROMA. Dalla quale varietà nella medesima zecca ben si argomenta, che coloro non mettevano gran differenza tra iscrizione ed iscrizione; e che l’una palesava la città a cui appartenevano, l’altra forse il diritto con che segnavano questa moneta.

Non ci rimangono che poche parole sopra la singolarità del dupondio, che i rutuli hanno, e dell’oncia che non hanno. Per quanto si stende la qualunque nostra esperienza in questi monumenti, potremmo quasi accertare, che delle quattro serie latine non si troverà mai un dupondio della forma rotonda di questo de’ rutuli. Ne pare egualmente difficile, che abbia mai esistito l’oncia di questa serie. Trovandoci noi da si lungo tempo in traccia di queste monete in seno proprio al paese che le creò e le adoperò, non ci si sarebbe sottratto né quel dupondio, né questa oncia, come non sarebbon sempre rimasti ignoti a quanti prima di noi hanno messi in publico questi bronzi. Per altra parte tra gli stessi latini v’è questa diseguaglianza medesima rispetto alla semoncia. Due di quelle serie ce la mettono su gli occhi; l’altre due non ce l’hanno data a veder mai. Accade altretanto presso le moderne nazioni, dove la zecca della metropoli conia tutte le monete in tutti tre i metalli; delle zecche provinciali alcune coniano solo il rame, alcune anche le parti minori dell’argento, alcune tutte anche le varietà dell’argento, ma l’oro o non mai, o solo l’infimo degli aurei.

Abbiam veduto in qual modo i rutuli si manifestino latini nella loro moneta fusa, e di qual sorta sia il vincolo federativo, con che gli uni agli altri si congiungono. Dopo ciò non ne pare al tutto irragionevole il sospetto di un patto scambievole a cui quelle cinque officine si erano tra loro obligate. I latini rutuli segnavano il dupondio senza segnare l’oncia e la semoncia: i latini che non erano rutuli segnavano in tutte quattro le officine l’oncia, senza segnare il dupondio; e da due officine sole mandavasi fuori la semoncia. Questo concerto medesimo a noi sembra di vedere anche nelle monete coniate della tavola XII., dove l’oro non è che della zecca principale; l’argento, come vedremo, non è di tutte; il bronzo è di tutte, tranne la zecca prima, che è quella del bifronte; ma in modo che gli ardeatini non segnano in questo metallo se non una monetina, che è appunto la metà della moneta di bronzo degli aricini e de’ lanuvini.

Ogni buona ragion voleva che questa publicazione delle primitive monete italiche abbracciasse eziandio la moneta quadrangolare. Avremmo quivi [p. 60 modifica]potuto mettere in veduta degli studiosi i quinipondj, che appartengono alle serie di questa prima classe. Il tempo non ci è finora bastato a raccogliere, studiare ed ordinare a’ luoghi loro questi ornamenti nobilissimi della primitiva numismatica de’ nostri italiani. Il desiderio de’ dotti, che per questo solo avviso crediamo che voglia raddoppiarsi, speriamo che non rimarrà a lungo defraudato. I particolari raccoglitori quanto più presto si compiaceranno di farci conoscere ciò che in questa parte posseggono, tanto più sollecita sarà la publicazione d’una nostra appendice intorno ad essi.