L'ideale politico di Vittorio Alfieri

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Mario Rapisardi

XIX secolo L saggi letteratura L'ideale politico di Vittorio Alfieri Intestazione 7 maggio 2008 75% saggi

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Quanto all'ideale politico dell'Alfieri, i santificetur della monarchia è inutile che si facciano illusione:

O Dea, tu figlia di valor che aggiungi
Due gran contrari, Indipendenza e Leggi,
Tu che da' miei primi anni il cuor mi pungi
E mia vita e miei studi arbitra reggi!... (Misogallo, sonetto III)

E quando dicea Libertà intendeva dire Repubblica.

«Se io rispondere volessi al quesito — egli scrive — qual tempra di governo si potrebbe stabilire per le rovine della tirannide, mi troverei costretto di scrivere un'opera e d'intitolarla Della Repubblica... Ma quanto è necessario l'impeto... altrettanto è necessaria una fugace e spassionata prudenza per riedificare su quelle rovine...».

Come ad ammonimento dei plateali confessori di una repubblica commestibile, si possono ripetere i versi solenni del Misogallo:

E' Repubblica il suolo, ove divine
Leggi son base a umane leggi e scudo;
Ove null'uomo impunemente crudo
All'uom può farsi, e ognuno ha il suo confine.
Ove non è chi mi sgomenti o inchine,
Ov'io il cuore e la mente appien dischiudo,
Ov'io di ricco non son fatto ignudo,
Ove a ciascuno il ben di tutti è fine.
E' Repubblica il suolo, ove illibati
Costumi han forza e il giusto sol primeggia....
Nè i tristi van del pianto altrui beati...

Ahi, quanto ancora sei diversa, o Italia, da quella ch'egli ti preconizzava, non solamente libera ed una, ma virtuosa e magnanima!

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Così, ben disposto dalla natura, aiutato dalla fortuna, avvalorato da maschi propositi e da magnanimi sdegni, appassionato di amore di gloria di libertà, rotti animosamente i lacci che lo legavano alla società corrotta del suo tempo, disfattosi con generoso pensiero di più che metà del suo patrimonio che donò alla'sorella, egli si fece cittadino ideale delle gloriose repubbliche di Sparta e di Roma, e mosse di là a' tiranni quella memorabile guerra, che non meno della grande rivoluzione francese doveva farli impallidire e vacillare sul trono.

Aborritore implacabile di qualunque tirannide, fosse di principi, di sacerdoti o di plebe, egli giurò odio eterno ai carnefici di Luigi XVI e avvolse nell'odio suo tempestoso tutti i francesi, non accorgendosi che quanto vi era di grande, di glorioso, di umano in quel memorabile rivolgimento di popolo, tutto si agitava divinamente nell'animo suo e parlava nella sua voce fatidica e prorompeva come fiamma purificatrice dalle sue opere generose e sublimi.

Io vi esorto, o giovani, di volgervi a lui, ogni qualvolta il vostro animo gentile si sente offeso ed umiliato dalla presente viltà; ogni volta che sente il desiderio di sollevarsi dalla morta gora, in cui stagna l'intelletto e si corrompe l'animo e si stempra il carattere di questa Italia che egli idoleggiò, padrona di sè stessa onninamente e temperata a magnanimi sensi e forte di quella libertà per cui Catone diede la vita, e cui sola andava cercando a traverso i mistici regni l'anima tetragona dell'Alighieri.

Ma verrà giorno, io ne ho fede, e voi, o giovani, affrettatelo, che gli Italiani possano finalmente esclamare:

O vate nostro, in pravi
Secoli nato, eppur create hai queste
Sublimi età che profetando andavi!