L'impresario delle Smirne/Atto III

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Atto III

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Atto II Atto IV

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera nell’albergo d’Alì, con un gran sofà nel mezzo e varie sedie.

Alì con lunga pipa fumando, poi un Servitore della locanda.

Alì. (Si pone a sedere sul sofà, e fuma.)

Servitore. Signore, una persona brama di riverirla.

Alì. Star signor? o star canaglia?

Servitore. All’aspetto pare una persona civile.

Alì. Far venir.

Servitore. (Parte.)

SCENA II.

Alì, poi Carluccio.

Alì. (Segue a fumare, ed entrando Carluccio, s’alza dal canapè.)

Carluccio. Servitor suo. Mi hanno parlato di lei, e per il piacer di conoscerla, son venuto a riverirla. [p. 234 modifica] Alì. Star omo, o star donna? (a Carluccio)

Carluccio. Star uomo, padrone mio. (con un poco di caldo)

Alì. (Si rimette a sedere sul canapè con qualclio sprezzatura.)

Carluccio. (S’egli siede, voglio sedere ancor io). (vuol mettersi a sedere sullo stesso canapè)

Alì. Chi aver detto che tu seder? (gl’impedisce di sedersi)

Carluccio. Ho dunque da stare in piedi? (Manco mal che non c’è nessuno). Vedo, signore, che voi non mi conoscete. Io sono un virtuoso di musica, e posso vantarmi di essere uno de’ più famosi, e forse il più famoso de’ nostri giorni. E vengo ad esibirmi per la vostra impresa, non per necessità o per interesse, ma per curiosità di vedere le Smirne.

Alì. Smirne non aver bisogno di tua persona. Se voler andar Turchia, io ti mandar Costantinopoli, serraglio de Gran Signore.

Carluccio. A che far nel serraglio?

Alì. Custodir donne de Gran Sultan.

Carluccio. Chi credete ch’io sia?

Alì. Non star eunuco?

Carluccio. Mi maraviglio di voi; non sono di questa razza villana. Sono un virtuoso di musica.

Alì. Star musico? (con meraviglia)

Carluccio. Star musico. (con caricatura)

Alì. Chi poder pensar, che Italia voler omo come tu, per cantar per donna? Turchia voler donna per donna.

Carluccio. Io sono un soprano. La mia voce è argentina, ma recito e canto nelle parti da uomo.

Alì. Non star voce de omo. Io non star così bestia, a voler musico che cantar come gatto.

Carluccio. I musici miei pari si stimano, si onorano dappertutto, e sono rari al mondo. Domandatelo a Nibio. Egli ch’è il mezzano della vostra impresa, vi dirà s’io sono un virtuoso celebre ed eccellente. Ho fatto i primi teatri. Per tutto dove ho cantato, gl’impresari hanno fatto de’ guadagni immensi. Uno de’ miei passaggi, un mio trillo, una mia cadenza, una semplice mia volatina basta a fermare l’udienza. Non si è ancora sentito [p. 235 modifica] una voce come la mia, chiara, forte, sonora, unita, e senza difetti. Ho ventisette corde, e tutte uguali. So tutti gli artificii musicali, posseggo la comica, e recito da demonio, vesto di un ottimo gusto, correggo ed ammaestro quei che non sanno, e faccio, se occorre, da poeta e da maestro di musica.

Alì. De tutte tue bravure non m’importar.

SCENA 1II.

Servitore e detti.

Servitore. Ho veduto una signora ascender le scale. (ad Alì)

Alì. Star musica? (al servitore)

Servitore. Così credo.

Alì. Come star? (toccandosi il viso sorridendo, volendo accennar s’è bella)

Servitore. Non vi è male.

Alì. Star sola?

Servitore. Parmi aver veduto, che ci sia con lei un certo Nibio.

Alì. Sì, sì, Nibio star bravo. (sorridendo)

Servitore. Eccola che viene. (parte)

Carluccio. Signore, se voi volete....

Alì. Star giovine. Star bellina. (si alza, osservando fra le scene)

Carluccio. Volete ascoltarmi, signore?...

Alì. Andar diavolo. (a Carluccio)

SCENA IV.

Nibio, Annina ed i suddetti.

Annina. Serva sua divotissima. (ad Alì, con una riverenza)

Nibio. Ecco, signor Alì, una brava virtuosa di musica.

Alì. Musica. (ad Annina, vezzosamente)

Annina. Sì, signor, per servirla.

Alì. Seder presso di me. (siede primo sul canapè)

Annina. Con sua buona licenza. (siede vicino ad Alì)

Carluccio. (Ella seduta, ed io in piedi? Non soffrirò quest’impertinenza), (il prende una sedia, e si mette a seder con orgoglio) [p. 236 modifica]

Alì. Dir tuo nome. (ad Annina)

Annina. Annina ai suoi comandi.

Alì. Tuo paese?

Annina. Bologna.

Alì. Piacer tanto tua grazia bolognese.

Annina. È tutta sua bontà.

Alì. Star brava, come star bella? (ad Annina)

Annina. Non istà a me a dirlo. Ma il signor Nibio mi conosce, e sa s’io ho dell’abilità.

Nibio. È una brava giovane, ve l’assicuro.

Alì. Se star brava e star bella, far tutti innamorar.

Carluccio. Sì, la signora Annina ha del merito, e quando lo dico io....

Alì. Cosa in trar ti parlar? (sdegnato, a Carluccio)

Carluccio. (Or ora mi vien voglia di prenderlo per i mostacci),

Alì. Quanto mi piacer tua maniera.

Annina. Effetto della sua gentilezza.

Alì. Quanto voler per tua paga?

Annina. (Se gli piaccio davvero, voglio farmi pagar bene). Io sono una giovane discreta, ma se si tratta d’andar in un paese lontano, e quel che è peggio, per mare, non ci verrò per meno di cinquecento zecchini.

Carluccio. Oh, oh, cinquecento zecchini? Credete aver domandato molto? Io non ci vado per mille.

Alì. A tua persona io non dar trenta soldi. (a Carluccio) Bella Bolognese, tutto quel che voler. (ad Annina)

Carluccio. (Nibio, mi raccomando a voi. Questo Turco ignorante non conosce il merito. Ditegli voi chi sono; fate ch’egli mi prenda, fatemi dare una buona paga, e vi prometto di darvi il dodici per cento). (piano a Nibio)

Nibio. Signore, (ad Alì) se voi volete formare una compagnia ad uso d’Italia, che piaccia agli europei che sono alle Smirne, è necessario che prendiate un musico soprano, e vi parlo sinceramente, un soprano migliore di questo è difficile a ritrovare. [p. 237 modifica]

Alì. Se musico bisognar, tu trovar musico, trovar soprano, che non cantar come donna.

Nibio. Scusatemi, quei musici che cantano con voce virile, si chiamano tenori, e sono quelli che fanno le parti da padri, da re, da tiranni; ma per la prima parte vi vuole un soprano, che faccia il primo amoroso, e che canti bene, principalmente le arie patetiche.

Alì. Io non voler patetico.

Nibio. Ma questo è necessario.

Alì. Voler musica allegra.

Nibio. Il soprano è indispensabile.

Alì. Maledetto soprano, maledetto tu ancora.

Nibio. Che lo fermi, o che non lo fermi?

Alì. Sì, fermar tuo diavolo, tuo malanno. (a Nibio, con sdegno) Bella cantarina, perdonar. (ad Annina) Tenor, sopran, più non mi romper testa. (a Nibio)

Annina. La prego, la non vada in collera, la non si riscaldi; mi preme la di lei salute. (ad Alì)

Alì. Star buona, star buona, bolognesina, star buona.

Nibio. Dunque possiamo trattare. (a Carluccio)

Carluccio. Quanto vorrebbe dare ad un musico della mia sorte? (ad Alì)

Alì. Andar via. (a Carluccio)

Nibio. Non voglio che spendiate mille zecchini, ma ottocento almeno. (ad Alì)

Alì. Andar via. (a Nibio)

Carluccio. Ottocento zecchini non servono. (a Nibio) Voglio mille zecchini ed il quartiere. (ad Alì)

Alì. Andar via. (con impazienza)

Nibio. Orsù, accomoderò io la differenza. Cento più, cento meno...

Alì. Andar via, maledetto. (a Nibio, con sdegno)

Nibio. Tornerò con più comodo. (parte)

Carluccio. E voglio un appartamento comodo, e la carrozza, e il piccolo vestiario, e voglio quel libro che più mi piace, e voglio.... [p. 238 modifica]

Alì. Se più voler, se più seccar, romper pipa. (lo minaccia di dargli la pipa a traverso della faccia.)

Carluccio. Signor impresario, la riverisco umilmente. (parte)

SCENA V.

Alì ed Annina.

Alì. Aver fatto in vita mia tanti negozi, non intender, non poder capir negozio per teatro. Se musici star tutti come musico che andar via, io non aver testa per poder star saldo. (siede) Ma se omo star insolente, femmina star bona. Mi aver tanto piacer de mia cara Annina.

Annina. Mi fa troppa finezza. Dica, signore, la mi perdoni, se ho l’onor di venir con lei, farò io la prima donna?

Alì. Prima donna? Sì, in mio cuor star prima, se ti voler.

Annina. Ma farò io la prima parte?

Alì. Cosa star prima parte?

Annina. Se nell’opera vi sono due donne, vi ha da essere la prima e la seconda, ed io le domando se farò la prima.

Alì. Prima star miglior de seconda?

Annina. Sicuramente.

Alì. Far tutto quello che ti voler.

Annina. Obbligatissima alle sue grazie. (Ho fatto bene a venir la prima, l’ho preso in impegno, e son sicura del primo posto).

Alì. Mia carina, mia bellina, che star tanto bonina, dar a me tua bianca manina.

Annina. Oh, in questo poi, mi perdoni.... (ritira la mano)

Alì. Perchè non voler dar tua manina? Tutto mondo avermi ditto, che virtuose star buone.

Annina. Le dirò, signore, vi sono di quelle, che prima che l’opera vada in scena, fanno le graziose, e sono facili coll’impresario per obbligarlo o a dar loro miglior paga, o a far loro un bell’abito, e poi, quando cominciano a recitare, danno un calcio all’impresario, e si attaccano al musico o al ballarino. Io sono [p. 239 modifica] sempre stata modesta, ho sempre preferito l’impresario modestamente, e sarò sempre sua buona amica, salva l’onestà e la modestia.

Alì. Star turco, e non intender troppo ste to parole.

Annina. Voglio dire....

Alì. Dar manina, e dir tutto quel che voler.

SCENA VI.

Il Servitore e detti.

Servitore. Signor....

Alì. Cosa tu voler? (con sdegno)

Servitore. Un musico tenore....

Alì. Mandar via.

Servitore. Vi è una donna con lui.

Alì. Donna.... donna.... vegnir.

Servitore. (Oh, quando è in collera, la donna lo cangia subito). (parte)

Annina. (Ci giuoco ch’è la Tognina).

Alì. Tua man non voler dar? (ad Annina)

Annina. Basta, non voglio nemmeno ch’ella abbia a disgustarsi di me. (allunga la mano, ed Alì, vedendo venir Tognina, non le bada)

SCENA VII.

Tognina, Pasqualino e detti.

Alì. (Star pezzo da sessanta). (osservando Tognina)

Tognina. (Eccola qui; l’ho detto; è venuta prima di noi). (piano) a Pasqualino) Padrone mio riverito. (ad Alì)

Alì. Tu chi star?

Tognina. Tognina, virtuosa di musica, per obbedirla.

Pasqualino. Ed io, signore....

Alì. De ti non domandar. (a Pasqualino) Tognina virtuosa, sentar qui presso di me. (fa luogo a Tognina sul canapè, ed ella siede alla dritta, ed Alì resta in mezzo fra le due donne.)

Tognina. Grazie alla sua gentilezza. (siede) [p. 240 modifica]

Annina. (Mi dispiace che a Tognina abbia toccato la mano dritta, ma se reciteremo msieme, mi vendicherò).

Tognina. Signor Pasqualino, con licenza di questo signore, prendete una sedia, e sedetevi ancora voi.

Alì. Cosa voler tu qui? (a Pasqualino)

Pasqualino. Sono venuto con lei

Alì. Cosa intrar con tua persona? (a Tognina)

Tognina. Per non venir qui sola, mi ho fatto accompagnare da lui. Egli è un tenore bravissimo, che canta a perfezione, e che fa onor alla musica.

Alì. Sua figura non star cattiva. Se saper ben cantar, perchè tenor non poter far per soprano?

Tognina. E chi ha detto che non lo può fare?

Alì. Star Nibio, che per forza voler io prender maledetto sopran.

Tognina. Nibio non sa quel che si dica. Le giuro e le protesto, che un tenore di questa sorte è meglio di tutti i soprani del mondo.

Alì. (Nibio star furbo, star farabutto, voler me per suo interesse ingannar).

Annina. (L’amica vuol produrre il suo favorito).

Alì. Dir, tu quanto voler? (a Pasqualino)

Pasqualino. Signore, io non sono diffìcile. Verrò, se vi contentate, per quattrocento zecchini.

Alì. (Musico voler mille, tenor quattrocento, al diavolo mandar soprano). E tu quanto mi domandar? (a Tognina)

Tognina. Tutto quel ch’ella vuole. So che vossignoria è un galantuomo. Mi piace la sua bella fisonomia, e per lei canterei, come si suol dir, per niente.

Alì. Tognina star generosa; tuo discorso tanto obbligar, che de Alì tu non aver lamentar. (a Tognina)

Annina. Se io ho domandato, signore, l’ho fatto per obbedirla, ma di me pure ella può far tutto quello che vuole. (ad Alì)

Alì. Star furba Bolognesa. Cognoscer adesso, che Tognina aver fatto meglio non domandar. [p. 241 modifica]

Tognina. Per me ho parlato di cuore. E la prima volta che ho l’onor di vederlo, ma proprio ci ho della simpatia. (lo prende per la mano)

Annina. Anch’io propriamente, subito che l’ho veduto, mi è piaciuto. (lo prende per L'altra mano)

Alì. Star furba Bolognesa. Star tutte due belline, tutte due graziosine. Prometter tutte due voler per mie virtuose.

Tognina. Io non sarò malcontenta di avere la signora Annina in mia compagnia, ma intendiamoci bene: io da prima, ed ella da seconda.

Annina. Signora mia, siete venuta un po’ tardi. La parte di prima, il signor Alì l’ha promessa a me.

Tognina. L’ha promessa a lei? (ad ALÌ)

Alì. Non saver cosa aver promesso.

Annina. Non si ricorda più, o finge non ricordarselo, che mi ha promesso ch’io farò la parte di prima donna?

Alì. Star prima, o star seconda, non star l’istesso? (a Tognina, alzandosi)

Tognina. Signor no. O la prima parte, o niente.

Pasqualino. (Maledetto puntiglio! si vuol precipitare, e vuol precipitare anche me)

Alì. Se paga star l’istessa, cosa star vostra pretension?

Annina. Non m’importa della paga, m’importa dell’onore. (alzandosi)

Alì. Dell’onor? Dir tu: seconda parte star parte da briccona? (a Pasqualino)

Pasqualino. No, signore, anzi qualche volta la seconda parte è miglior della pnma.

Alì. Dunque star prima, o star seconda, star indifferente. (alle donne)

Annina. O la prima, o niente.

Tognina. O prima, o la ringrazio.

Alì. Via, se ben mi voler (a Tognina)

Tognina. La mia riputazione.

Alì. Se aver stima per me... (ad Annina)

Annina. Sono quella ch’io sono.

Tognina. Nemmeno per mille doppie. [p. 242 modifica]

Annina. Nè anche se mi facessero regina.

Tognina. Non lo farò mai certamente.

Alì. No? no? Ed io al diavolo tutte due mandar.

SCENA VIII.

Servitore e suddetti.

Servitore. Un’altra visita.

Alì. Star stufo.

Servitore. Un’altra donna.

Alì. Non voler più donne.

Servitore. Dirò dunque, che se ne vada.

Alì. Fermar.... sentir.... chi star?

Servitore. Credo sia un’altra virtuosa di musica.

Alì. Star sazio di musica. Donne più non soffrir.... ascoltar.... star bella?

Servitore. È graziosissima.

Alì. Ah!... far.... far venir.

Servitore. (Parte.)

Pasqualino. (Pensateci bene. Se un’altra si presenta, non vi tornerà il conto). (piano a Tognina)

Tognina. (Lasciatemi fare. So il mio merito, e non ho paura.) (piano a Pasqualino)

SCENA IX.

Lucrezia e detti.

Lucrezia. Serva umilissima del signor Alì. Perdoni l’ardire. 11 signor conte Lasca mi ha detto, che ella è un signore così garbato, che ho preso animo di venirla a riverire. Il signor Nibio mi ha anch’egli detto, che hanno parlato di me, e che ella volea venirmi a favorire in mia casa. Non avrei mai permesso, ch’ella si prendesse quest’incomodo, e sono venuta io stessa a riverirla, e conoscerla, e ringraziarla insieme dell’onore [p. 243 modifica] ch’ella vuol fare alla nostra musica, volendola portare di là dal mare. Amo la mia professione, e venero e stimo quelle persone che possono e che cercano d’illustrarla.

Tognina. (Parla come un libro stampato), (ironicamente a Pasqualino)

Annina. (Che signora compita!) (da sè, ironicamente)

Pasqualino. (Osservate come il Turco la guarda attentamente). (piano a Tognina)

Alì. (Bella fisonomia! bel discorso!) Favorir di seder, (a Lucrezia,) accennando il canapè.

Lucrezia. Se comanda così.... (siede nel mezzo)

Tognina. Anch’io vuò seder. (siede presso Lucrezia, alla dritta, dove volea seder Alì.)

Alì. (Passa dall’altra parte, e vuol sedere, ma Annina gli prende il posto.)

Annina. Io non vo’ star in piedi. (siede)

Alì. Donne! Donne! Aver rispetto per donne.

Pasqualino. Sedete qui, signore. (gli offre la sua sedia)

Alì. No, no, star avvezzo Turchia sentar sofà, o cuscini. Star in piedi, e sopportar volentieri graziosa inciviltà di bellezza.

Lucrezia. Non è dovere, se il padrone sta in piedi, che facciasi con lui la conversazione sedendo. Queste signore, ch’io non ho l’onor di conoscere, saranno dame o cittadine di rango, onde per fare il mio dovere, m’alzerò io la prima. (Credo che siano dame come son io, ma conosco i Turchi, e voglio vincerlo di cortesia).

Tognina. (Fa da vomitare con queste sue affettazioni).

Annina. (Dica pur quel che vuole, io sto ben dove sono).

Alì. Vostro nome? (a Lucrezia)

Lucrezia. Lucrezia per obbedirla.

Alì. Star musica?

Lucrezia. Sì, signor, per servirla.

Alì. Star profession medesima tutte queste persone.

Lucrezia. Umilissima serva di queste signore. (a Tognina e ad Annina) Riverente m’inchino. (a Pasqualino) Come! par che ognuno mi sdegni? Han ragione, signore; senza merito alcuno, [p. 244 modifica] sconosciuta, e povera di virtù come sono, non merito da persone di rango un trattamento migliore.

Alì. (Questa par non aver catarro de voler far prima donna).

Lucrezia. Credo, signore, che a quest’ora il di lei ingegno felice avrà scelto i virtuosi più degni per la sua impresa. Io che sono, in materia di musica, del popolo inferiore, non potea meritarmi di essere preferita. È vero che ho sortita dalla natura una voce di cui non vi è la compagna, che sul teatro la mia statura e la mia presenza mi danno dell’avvantaggio; è vero che più maestri e più dilettanti hanno deciso in favore della maniera mia di cantare, che intendo il contrappunto, che canto all’improvviso, e per tutto dove ho recitato, dirò modestamente, mi han compatito; ma non posso mettermi in competenza con persone di sì alto merito, e sarebbe una fortuna per me, se per imparare il canto, fossi degna di recitare con esse loro.

Tognina. (Sentite, ci corbella). (piano ad Annina)

Annina. (Che cosa importa? Non le diamo il gusto di accorgerci della sua ironia). (piano a Tognina)

Pasqualino. (Veramente le Fiorentine per accortezza non la cedono a verun’altra nazione).

Alì. (Molto me piacer sua modestia). Smirne voler venir? (a Lucrezia)

Lucrezia. Perchè no? Se io ne fossi degna, ci verrei volentieri.

Alì. Quanto voler per paga?

Lucrezia. Di questo parleremo poi. Favorisca dirmi prima in qual grado dovrei venire.

Alì. Per musica venir.

Lucrezia. Per musica, capisco. Ma, vi domando perdono, se avete fermata qualch’altra virtuosa prima di me, bramo sapere qual parte mi sarà destinata.

Alì. Tu meritar la prima; ma donne non trovar, che voler far seconda. Tu che parlar con mi tanto modesta, spero che seconda parte vorrà far tua persona.

Lucrezia. Caro signore Alì, ella mi onora in ogni maniera; e son contenta ch’ella abbia concepito di me una sì buona opinione. Per me non ho pretensioni, e non sono soggetta all’orgoglio; [p. 245 modifica] tutte le parti per me sono buone, e le stimo tutte egualmente. Spiacemi solo per il mio maestro. Ci va della sua stima, se si sa che io non recito da prima donna. Che direbbe la mia patria? Che direbbero i miei parenti, i miei amici ed i miei protettori? Tutti sarebbero sconcertati, offesi, incolleriti per questa mia compiacenza. La professione istessa, che pretende essere sostenuta, si dolerebbe di me. Queste signore medesime, che mi stanno ascoltando, e sorridono fra di loro, cosa direbbero di me, s’io condiscendessi ad una tale viltà? Gradisco la vostra offerta, ma vi parlo schietto: se avrò l’onore di servirvi, o prima donna, o niente (fa una gran riverenza, e parte)

Tognina. Avete inteso il sermone? Avete ammirato la sua gran modestia? Eh, signore impresario, siamo tutte compagne. Ella ha inteso i miei sentimenti, all’onore di riverirla. (parte)

Pasqualino. Riverisco il signor Alì. Se ha bisogno di me....

Alì. Andar, lasciar, maledetto, non mi seccar.

Pasqualino. (Parte.)

Annina. (È restato incantato, stupito, come una statua; non ardisco parlargli). Là.... là.... (verso Alì)

Alì. Uh! (con esclamazione di collera)

Annina. (Mi fa paura. Vado via senza dirgli niente). (parte)

SCENA X.

Alì, poi Nibio e Maccario.

Alì. (Passeggia arrabbiato, senza parlare.)

Nibio. Signore, son qui venuto...

Alì. Andar diavolo, tu ancor maledetto.

Nibio. Che cosa avete con me?

Alì. Tu aver messo mia testa far opera Smirne. Aver scritto, aver ordinato per teatro; amici aspettar opera Smirne; Alì galantuomo, star impegno, voler far, voler spender, voler tutto far ben, e non trovar donna che voler far seconda. (con sdegno)

Nibio. Non è altro che questo? Non ci pensate; non vi mettete in pena. Non c’è altra abbondanza al mondo, che di donne [p. 246 modifica] di teatro; ne troveremo da seconda, da terza, e da ultima parte.

Maccario. Favorisca, signore, senta il consiglio di un uomo come son io; se trova delle difficoltà per le donne, faccia fare un libretto con una donna sola.

Alì. Chi star tu? (a Maccario)

Maccario. Star poeta, signor.

Alì. Poeta che voler? (a Nibio)

Nibio. Si lasci servire. Ho provveduto un poeta, perchè in un’impresa è necessario. Farà de’ libri nuovi sul gusto del paese, se ce ne sarà di bisogno, ed accomoderà i libri vecchi. Se il maestro di cappella vuol mettere in un’opera nuova un’aria vecchia, il signor Maccario ha il talento di mettere le parole sotto la musica, in modo che persona non se n’accorga.

Maccario. Ditegli ancora, ch’io insegno le azioni ai musici, ch’io dirigo la scena, ch’io corro per i palchetti ad avvisar le donne, che assisto alle comparse, e che avviso col fischio quando si devon mutar le scene.

Alì. Che imbroglio star questo? Niente capir.

SCENA XI.

Fabrizio e detti, poi tutte quelle persone che da Nibio vengono nominate.

Fabrizio. Mio signore. (ad Alì)

Alì. E quest’altro, chi star?

Nibio. Quest’è un bravo pittore da teatro, il quale farà le scene, e condurrà con lui tutti i suoi scolari e tutti i suoi operai. Venite innanzi, signori. (verso la scena)

Alì. Quanta gente venir?

Nibio. Ecco i pittori ed i lavoranti. Questi è il capo dell’illuminazione. Ecco qui il capo delle comparse con trentadue compagni, bella gente e pratica del teatro. Questi sono i tre portinari. Questi sono i due paggi da sostener la coda alle donne. Ecco un bravo suggeritore, capace di suggerire le [p. 247 modifica] parole e la musica. Ecco due uomini per dispensare i biglietti. Ecco quei che devono assistere ai palchetti, per dare e ricuperare le chiavi. Questi sa far da orso. Quest’altro sa far da leone. E quest’altro, forte e robusto come vedete, è destinato per batter le mani.

Alì. Condur Smirne tutta questa canaglia?

Nibio. Tutte persone necessarie.

Alì. Mangiar impresa e impresario. Sensal maledetto. Tu voler Alì precipitar. Ma se mal riuscir, omo d’onor, tu far impalar. (parte)

Nibio. Questa ci mancherebbe.

Maccario. Non temete di nulla. Vi farò un libro, che incanterà la gente. E se mai succedesse quel caso orribile, che il signor Alì vi ha predetto, voi morirete glorioso, ed io vi farò l’epitaffio in versi. (parte)

Nibio. Non bado alle sue sciocchezze; penso al pericolo a cui mi espongo. Ma non voglio per questo tralasciar di tentare la mia fortuna. Questo è il mio mestiere; lo faccio come so e come posso. Faccio come fan gli altri, e in caso di disgrazia, farò quello che fanno tanti altri, procurerò di stare alla cassetta, e al primo buon vento, m’imbarcherò per Italia.

Fine dell’Atto Terzo.


Note