L'uccisione pietosa/1

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I. – LA TESI
1. Il Dolore nella Vita e nella Morte

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L'uccisione pietosa 2


Un pensatore originale, uno dei pochissimi che abbia avuto l’Italia negli ultimi cinquanta anni, e perciò naturalmente sconosciuto ai più, Ettore Regàlia, ha scoperta e illustrata questa legge fondamentale della Vita e della Coscienza: "il Dolore è l’unica, esclusiva causa dell’Azione".

Per comprendere tutta la portata filosofica e pratica di tale concetto, - che è ben altra cosa del pessimismo subiettivo di Leopardi e di quello romantico dello Schopenhauer, poichè non esclude che lo sfuggire al dolore non sia un Bene, anzi il massimo e forse l’unico dei Beni, - basta guardare la condotta di tutti i viventi: basta pensare agli scopi così apparentemente varî, eppur così uniformi, della attività umana. Anche il semplice desiderio, anche l’elementare "appetito" che faccia tendere l’energia di una creatura verso una qualche sodisfazione, implica il bisogno di liberarsi da una pena, ciò che vale raggiungere uno stato di piacere. Ma il dolore si trova al principio ed alla fine di ogni esistenza; il vagito del nascente si continua, traverso tutte le peripezie della vita, fino all’ultimo anelito del morente: e a ragione, quel nostro esimio epigrafista che fu il Muzzi, dettò il celebre epitafio per un bimbo morto sul nascere: Nacque Pianse Morì - Oh compendio della più lunga vita!

La Morte è sempre stata riguardata dall’Uomo come un destino crudele dei viventi; la sua inesorabilità ha fatto dubitare della esistenza di un Dio Creatore e Provvidente; inquantochè, come scriveva F. D. Guerrazzi, "o la Vita è un male, e perchè ci fu data?, o la Vita è un bene, e perchè ci vien tolta?". Essa sola, la morte, è stata in realtà considerata, nel suo significato filosofico, come l’appannaggio della specie nostra: gli uomini, non gli animali, notò argutamente il Faguet, si dicono "mortali", ed "Immortali" dicono esclusivamente i loro Dei. Nè vale che nel suo ottimismo un Poeta settecentista abbia cantato: "Non è ver che sia la morte - Il peggior di tutti i mali": il fatto sta che davanti allo spettacolo del trapasso, ognuno prova un istintivo sgomento all’idea che una identica sorte gli toccherà indeprecabilmente.

Ma in se stessa è la morte davvero dolorosa come tanti temono, e come, anzi direi, tutta la Umanità crede o ha sempre creduto, circondando l’ultimo passo di una particolare aureola di terrore tragico, e facendone il pernio di quasi tutte le sue credenze religiose? Certo, queste non si risolvono tutte nell’animismo secondo la vecchia opinione del Tylor: però una buona parte ne sorse dal timore e dal culto dei morti; e in codesti sentimenti universali e nei riti che ne derivano vi è, non tanto il senso dell’Occulto, del tenebrosissimo Al di Là; quanto un sentimento di pena nello imaginarsi il fatto stesso del morire. Soltanto gli uomini privi di coscienza superiore, gli idioti e i dementi, come non hanno più il senso della Vita e del Pensiero, così mancano o hanno perduto il timore della Morte: indizio del dissesto più profondo della umana coscienza, sul quale non so, o non ricordo, che gli alienisti abbiano mai portata la loro attenzione di psicopatologi.

Certi filosofi, psicologi e fisiologi ci hanno voluto porgere un conforto, assicurandoci che il morire non arreca pena; ed anni fa, essendo di moda disputare su questo tema, a proposito della teleologia dell’Evoluzione il grande naturalista inglese Alfredo Russell Wallace, da convinto spiritista qual’era, assicurava che il passaggio da vita a morte è quasi indifferente! Egli parlava, è vero, specialmente degli animali, affermando che "la morte la più violenta e la più subitanea è per essi anche la migliore", sia che cadano sotto i denti di un carnivoro, sia che, ancora peggio, siano sacrificati dall’Uomo, cioè dalla più crudele fra le creature. Ma la tesi era un po’ ardita sotto l’aspetto psicologico, giacchè, se già ci è difficile capire quello che avviene in un’altra coscienza umana e perfin nella nostra, siamo poi del tutto incapaci di penetrare nella coscienza animale, se non per induzione analogica.

Sarà vero che gli animali non hanno la preoccupazione della morte lontana, cioè mancano della "idea" astratta della morte: tutti quelli superiori, i Mammiferi e gli Uccelli, manifestano però del terrore quando si veggono in imminente pericolo di perdere la vita. E apparirà strano che un naturalista del valore del Wallace, per sostenere che la darwiniana struggle for life o lotta per l’esistenza non è immorale, abbia scritto che "quando un animale è afferrato da un carnivoro è subito [?] divorato; cosicchè il primo shock si trova seguìto da una morte quasi senza sofferenza Gli animali che muoiono di freddo o di fame, non soffrono: il freddo tende a produrre sonno, indi un annientamento scevro di dolore; la fame a sua volta si dimentica [?] durante l’eccitazione causata dalla ricerca del nutrimento... Ad ogni modo, gli animali [invecchiando] muoiono per esaurimento graduale, privo di sofferenze" (Op. cit. in fine, pag. 50 e seg.).

Facile è il rilievo che tutto questo ottimismo è spostato. L’essere divorati non è mai così subitaneo; ci si convince della cosa guardando in un serraglio il modo con cui i denti del leone o dell’orso bianco strappano i brani di carne che vengono loro gettati, e la lentezza feroce della loro masticazione; e poi, chi non ha veduto le torture spaventose del povero topo afferrato dal gatto, il quale vi si trastulla con crudeltà raffinata? D’altronde, la tesi del dolore umano nella morte non è risolta dalle osservazioni sulla fine degli animali. A prescindere dall’istinto di conservazione che rende paurosi e tremanti tutti i viventi davanti al pericolo di dover rinunziare alla vita, c’è in più nell’Uomo un enorme cumulo di impressioni, di idee, di ricordi, di emozioni che il fatto "morte" ha immesso nella sua coscienza. Perciò chi muore - ecco il problema, - potrebbe pur sempre provare dolore in due maniere: nella fisica o, meglio, fisiologica, che consisterà nel passaggio dell’organismo da uno stato di vitalità ad uno di perpetua inerzia, con annullamento di tutti i suoi poteri; e nella psichica, che sarà formata per l’appunto dalla "coscienza di morire".

Anni fa anche questo argomento, sotto il titolo dell’"io dei moribondi" fu lungamente discusso in Francia tra filosofi e medici. Si ricavarono conclusioni a parer mio abbastanza dubbie, dalle dichiarazioni di individui scampati all’annegamento, all’impiccagione, allo strangolamento, o precipitati in gite alpinistiche, ecc.; ma si calcò sopratutto sui fatti puramente psicologici autoosservati in quei frangenti, ad es., la rapidità estrema del pensiero (del tutto illusoria, essendovi, come si sa, un tempo ben determinato dalla Psicometria per tutte le operazioni mentali) e la riapparizione in sintesi di tutta la vita passata (altra illusione, tratta dalla evocazione sommaria di pochi, magari non più di due o tre avvenimenti culminanti, come nel sogno).

Si disse intanto che il morire non doveva essere doloroso, anzi piacevole [?], perchè nel morente la sensibilità tattile e quella dolorifica si perdono presto, mentre rimarrebbero più a lungo conservati i sensi specifici della vista e dell’udito: paradosso imperdonabile in chi per poco conosca le leggi di sviluppo della funzione sensoria. E si richiamarono fatti leggendarii o storici, e brani di poesia o di letteratura, dove si legge idealizzata la "dolcezza" del morire: fioritura romantica, nient’altro. In Roma repubblicana e cesarea il suicidio per svenamento in un bagno appariva una moda, non solo stoica, ma gradevole di morire. La moglie di Arrio Peta, dopo essersi pugnalata, per stimolare il marito ad imitarla gli avrebbe pórta l’arma suicida, dicendogli "Non duole". Così, nel romanzo Les Amants, di Paolo Margueritte, che stavo or ora leggendo, una vecchia positivista, "della scuola del Littré", entra in agonia con questa incoraggiante e stoica frase: "On ne souffre presque pas!". Ma quel "presque" come il "quasi" del Wallace, indica diggià un prudente riserbo nello scrittore!

Documenti di tal genere sono, dunque, sospetti. Chi sopravvive ad un infortunio, ma non andò fino all’estremo passaggio, non può dircene nulla, come chi si ferma sotto il portale di un tempio tenuto al buio, e che buio!, non sa descrivercene l’interno. E poi, la morte, questo sonno eterno, riman fuori di ogni potere della nostra introspezione, dato che questa è perfino incapace di assicurarci la esattezza del più recente e semplice ricordo della veglia. Obiettò giustamente il Sollier che l’imminenza del pericolo pone i soggetti soltanto davanti alla idea, non al fatto della morte. Bisogna invece esaminare il morire, non di chi in piena salute si trova esposto a rischio improvviso, e neanco del suicida che volontariamente gli va incontro; bisogna studiare i casi più comuni: la morte per vecchiaja o per esaurimento; quella per malattie croniche e lente, e quella per malattia acuta rapidissima o per inaspettato disturbo fisiologico. Ora, chi è proprio passato nell’Al di Là non torna a narrarcene il come, neanche al tavolo degli spiritisti, che pur hanno interrogato in proposito tanti "disincarnati", non ottenendone che vaghe e ben prevedibili volgari fantasticherie.

Una descrizione assai ben fatta delle ultime sensazioni dei moribondi si legge nello strano romanzo di Paolo Hervieu, L’Inconnu (al Cap. VIII): il protagonista semplicemente svenuto, ma creduto morto, assiste senza potervisi opporre nella sua immobilità pseudocadaverica, ma protestando nel suo intimo, alle pratiche che si usa fare sui cadaveri degli appena spirati, chiudendo loro successivamente le varie sorgenti di sensazione: vista, olfatto, udito... L’illustre scrittore, oltre a prodigare in quelle pagine tutte le malìe del più puro stile letterario, vi dà esempio di una rara finezza psicologica. Io ho descritto anni fa una varietà terribilmente penosa di ossessione fobica: l’idea fissa, angosciosa, di potere essere seppellito vivo, cioè la "tafefobia"; in verità non si legge quella bellissima pagina dell’Hervieu senza rabbrividire di angoscia tafefobica!

Ma il romanziere psicologo ha indovinato un fatto di pura biologia: non si muore mai "tutti" ad un tratto; il così detto "momento", della morte dura di certo "parecchi momenti". Marinesco ha veduto che i reflessi cutanei sono i primi a sparire nell’agonia, indi i tendinei; ciò vuol dire che i centri nervosi non muoiono simultaneamente. Dispare la eccitabilità reflessa del cervello, persiste invece la eccitabilità reflessa del bulbo e della midolla spinale; i nervi e i muscoli continuano a presentare la eccitabilità meccanica (ed elettrica?), anzi i nervi presentano qualche tempo dopo la morte un certo grado di reattività; la stessa contrazione idio-muscolare non scompare che colla rigidità cadaverica. Però queste condizioni agoniche e post-mortali mutano a seconda dello stato normale o patologico dei centri nervosi: ad ogni modo, si può forse sostenere che questo lento sparire della vita sia..... euforico?

Il Feré supponeva di trovare una spiegazione fisiologica al presunto senso di euforia che proverebbe il morente. Le cellule cerebrali, intossicate dai veleni dei tessuti in dissoluzione, analoghi a quelli che oggi diconsi i fermenti diastasici di Abderhalden, entrerebbero, secondo lui, in un breve stato di ipereccitabilità che darebbe ragione anche del ben noto fenomeno degli ultimi sprazzi di intelligenza, delle improvvise rimembranze, dei ritorni linguistici infantili, che precedono tante volte la morte, ad es., anche nei dementi, nei paralitici. Egli parla pure di una ipereccitabilità psicomotrice, che corrisponderebbe ad una esaltazione psichica con senso cenestetico di benessere. Ma pare che lo spettacolo dei moti istintivi che fa il morente, massime se robusto e giovine, o sorpreso da morte rapida e imprevista, non deponga in favore della ipotetica dolcezza del momento fatale. Potrebbero dirlo per obbiettiva esperienza i medici che hanno assistito i feriti di guerra. La descrizione orrenda di un campo di battaglia durante la mischia o subito dopo, coi gridi strazianti o coi lamenti sempre più fievoli dei moribondi, non sembrano favorevoli alla tesi ottimistica! Il Binet aveva, del resto, rilevato che anche nella ipotesi dell’anestesia-analgesia agonica, questa potrebbe dare al più uno stato negativo, non un sentimento positivo di benessere.

Il fatto reale si è che le morti "serene" e "calme" sono una eccezione, salvo nei casi di profonda duratura incoscienza, e che la maggioranza dei moribondi, anche se erano infermi di mente, mostrano nel loro comportarsi automatico in agonia un’ansietà istintiva subconscia, che si manifesta perfino nel raccapricciante aggricchiarsi delle mani sulle coltri: ciò si vede perfino nelle morti per esaurimento. I moti reflessi violentissimi dell’asfittico che sta per annegare o ha serrata la strozza, o muore per angina pectoris (il più spaventoso spettacolo di morte che nella mia professione di medico io abbia mai veduto), son dovuti al portarsi iniziale dell’attenzione conscia, non già sulla causa provocatrice di quelle sofferenze, tanto meno sulla introspezione, dirò così, cenestesica del morente, bensì proprio sulla progrediente sensazione dell’allontanarsi della vita. Intendiamo parlare del "morire", che non è un fatto biologico istantaneo, ma progressivo.

Senza dubbio, se ci limitiamo all’attimo fuggente", in cui si estingue il soffio della vita, è dato supporre, anzi sperare, che nella immensa maggioranza dei casi, massime in chi muore per paralisi, o in coma, o in demenza, ossia con oscurità della coscienza, esso non sia accompagnato da vero, acuto dolore. Pensando che il Dolore significa la difesa della Vita in ogni nostro stato o atteggiamento, come divinò il mio carissimo Regàlia, vengono i brividi all’idea che la sensazione cenestesica della perdita suprema, irrimediabile, di tanto tesoro possa essere proporzionata al suo valore pel vivente. Per fortuna la coscienza della grandissima maggioranza dei morenti è semispenta; e tutto quel corteo di gesti, affannosità, atti disperati che fanno dell’agonia e della morte uno spettacolo così orrendo, deve ritenersi l’effetto di un automatismo sub- o anche inconscio di difesa. Ma che cosa dire o pensare se fosse da accogliere, come sembra, la dottrina che quella coscienza vigile che la Psicologia classica investiga e definisce, non altro è se non una frazione minima della coscienza reale che si allargherebbe nel subconscio, anzi nell’ultramarginale in modo ancora indefinito?

Accanto alle morti da esaurimento, o da lunga auto-intossicazione dell’organismo, dove forse il penare è ottuso, altre ve ne sono nelle quali la coscienza sembra persistere fino all’estremo. È difficile imaginare che gli spasmi di un tetanico, o di uno stricnizzato, le convulsioni di un idrofobo, le torture di uno schiacciato nelle membra o nella spina dorsale, i sussulti e il brancicar di un anginoso, tutte queste atroci sofferenze non continuino purtroppo sino allo spegnersi della vitalità cosciente. Leggendo gli orrori delle lente agonie inflitte dai selvaggi ai loro nemici, ad es., fra i Pelli-rosse d’America, o la terribilità delle pene sanzionate dalle Leggi di taluni popoli barbari ed anche civili (viene in mente la crocifissione dei Romani, santificata dal giovane sublime di Nazareth), si ha l’idea rabbrividente che il morire a quel modo sia spaventosamente doloroso; forse si giuoca sull’equivoco quando si parla di dolcezza nel momento del trapasso perchè il moribondo è impotente ad esprimersi. Quel momento supremo sarà, è, vero, sempre una frazione millesima di secondo, computato nel tempo; ma, che cosa sarà, computato nella essenza della Vita?