L'uccisione pietosa/2

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2. Il principio della Eutanasia

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Comunque si risolva in Fisiologia e Psicologia il problema subiettivo della "buona morte", cioè se il morire sia penoso o piacevole (qualcuno ha osato dirlo indifferente), gli Uomini di tutte le razze e nazioni, di tutti i tempi, di tutti i gradi di civiltà, - salvo nelle crudelissime sanzioni di certi loro Codici o Usi penali, che per ironia chiamarono Giustizia! - hanno cercato di rendere l’agonia il meno penosa che fosse possibile; e di fronte alle malattie arrecanti sofferenza fino all’ultimo o più a lungo e senza rimedio, hanno meditato e discusso il quesito se non convenga rendere più sollecita quella fine; talvolta l’hanno affrettata, non tanto materialmente parlando, quanto con la propaganda in pubblico, col desiderio in privato. Si tratta insomma di sapere se sia lecito, cioè morale e giuridico, uccidere i moribondi e i malati inguaribili condannati a patire senza speranza. È questo il lato obiettivo più noto della Eutanasia.

L’Eutanasia ha intanto un primo aspetto: essa è la morte volontariamente scelta da chi è stanco di vivere, ed è la facilitazione del suicidio, che ha avuto presso qualche popolo dell’Antichità la sua legale procedura, o almeno era usanza ammessa ed ammirata. Sopratutto ai vecchi, che si sentivano addosso il peso degli anni, questa forma di eutanasia era permessa. Se ne ricordano varî esempî fra popoli ancora semibarbari come i Celti, e fra altri ben più inciviliti come gli Egèi (Mediterranei, Elleni).

Fra i barbari eutanatisti Plinio ci dà contezza degli Iperborei, che "per la salubrità del loro clima vivono a lungo, e più vivrebbero, se noiati della vecchiezza e della vita, non usassero, dopo buoni e allegri conviti, precipitarsi in mare dall’alto di certe rupi destinate a questo orribile ufficio" (BUONAFEDE).

Sul disprezzo dei Celti per la vecchiaja e sulla loro facilità di troncarne il decorso col suicidio, abbiamo la testimonianza di Silio Italico, tanto più importante che il Poeta stesso vien citato come esempio di spontanea eutanasia:

"Prodiga gens animae et properare facillima mortem;
Namque ubi transcendit florentes viribus annos,
Impatiens aevi spernit novisse senectam;
Et fati modus in dextra est...".

Nell’isola di Céos, fra le Cicladi, detta ora Zea, narrano Menandro, Strabone, Eliano e Valerio Massimo, che usassero gli abitanti, giunti oltre ai sessanta anni, avvelenarsi, sia per lasciar più mezzi da vivere agli altri, sia per scansare le debolezze e gli acciacchi dell’età, sia perchè riconoscessero di essere ormai divenuti inutili alla patria. È dubbio se il suicidio dei vecchi di Céos fosse imposto da Leggi o non fosse piuttosto una usanza locale, secondo che ritenne il Bayle nel suo famoso "Dizionario". Sappiamo però che a Marsiglia, città di civiltà mista, fra la Greca e la Romana su di un fondo Celtico, il suicidio era autorizzato purchè giustamente motivato. Scrive Valerio Massimo: "Si custodiva pubblicamente in quella città il veleno, il quale si concedeva a coloro che mostrassero di avere buone ragioni di uccidersi ai 600 (DC); chè questo era il numero e il nome del Senato... Era vietato uscir di vita temerariamente, e si prestava un celere passaggio a chi desiderava morire sapientemente" (Lib. II, cap. 6).

Recentemente si è scritto che tali racconti non sono forse veridici, almeno a riguardo di una legislazione apposita (BOUQUET); però il loro numero troppo grande, le analogie con quello che usavan fare altri popoli dei loro vecchi, come vedremo, la stessa morte di Socrate avvenuta per suicidio comandato e riproducente un costume penale di antica origine, lascian credere che quegli autori ripetessero nozioni non soltanto leggendarie, ma tradizionali e storiche.



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L’Eutanasia, propriamente detta, e che io chiamerei "uccisione misericordiosa" o "pietosa", è quella che altri procura ad una persona sofferente di infermità ormai incurabile o molto penosa; ed è quella che fu proposta per troncare le agonie troppo prolungate o dolorose. A queste sue finalità fondamentali giustificabili col sentimento, alcuni aggiungono l’accorciamento della vita a chi, o per incoscienza assoluta dipendente da malattia cerebrale ingenita o acquisita, oppure per decrepitezza colma di acciacchi e di patimenti, non abbia mai avuto o più non abbia la capacità di godere dei benefizi della vita e di rendersi utile al consorzio civile, e perciò risulti come un carico o come un oggetto di ripugnanza per la collettività. Finalità, come si vede, di carattere razionale ed utilitario. Avremo pertanto da esaminare diversi aspetti della questione, ma lo faremo con la maggior possibile brevità.

Pare impossibile che un accenno di questa compassione per i morenti, e dell’impulso ad abbreviarne le pene, ci venga dalla storia e dalla evoluzione della guerra. Presso tutti i popoli primitivi, forse tra i preistorici Heidelbergensi e Neanderthaliani, certamente presso i selvaggi dell’Australia, dell’Africa, dell’America precolombiana e perfino della post-colombiana, e anche presso molti popoli che fanno parte della Storia classica universale, Egiziani, Caldei, Assiri, Ebrei, Greci, Trojani, Persiani, Romani, Galli, Germani, Goti, Unni, per lunghi secoli i feriti, specialmente fra i vinti, non trovavano mercè; ai loro urli e gemiti di dolore, alle loro suppliche di risparmiarli, alle loro imprecazioni, il vincitore rispondeva massacrandoli spietatamente; che anzi, presso i popoli cannibali non si aveva e non si ha riguardo di adoperare i feriti quale "carne da macello", portandoli senz’altro davanti al fuoco ed esponendoli con feroce indifferenza a lenta cottura!

Lasciamo incerto il significato psicologico del celebre gesto del "pollice verso", col quale nei Circhi Romani il gladiatore caduto sull’arena era condannato ad immediata morte; nei più degli spettatori e delle spettatrici, avvezzi a quelle carneficine, epperciò poco compassionevoli, avrà prevalso il feroce piacere di vedere come si moriva, ma non è escluso che in certi casi la pietà verso gli agonizzanti spingesse ad esigerne una più sollecita fine. Ma in guerra i Romani facevano pochi prigionieri (o schiavi).

Parrebbe che un certo elementare sentimento di pietà dei vincitori o dei combattenti in genere verso i caduti non ancora spirati, siasi propagato nel Medio-Evo, non tanto per il Cristianesimo, quanto per i principî di generosità di cui faceva pompa la cavalleria feudale; almeno io non ho trovato notizia di uccisioni liberatrici prima dei tempi medievali, ed anche allora ben raramente, lasciando nascere il dubbio che l’affrettare la fine dei vinti, mezzo dissanguati e gementi sul terreno della lotta, sia stato dettato il più delle volte dalla cupidigia del bottino sulla loro persona resa così incapace di qualsiasi resistenza.

Nel Medio-Evo si chiamavano "misericordie" certi pugnali a lama corta ed in forma di foglia di lauro, oppure sottili ed affilatissimi, coi quali nei combattimenti collettivi o nei duelli dei "giudizii di Dio" si minacciava l’avversario abbattuto affinchè si arrendesse o chiedesse "mercè"; ma il più spesso li si usava per finirlo, introducendoli per gli interstizi dell’armatura, sotto la gorgiera, quando il vinto era mortalmente ferito e la morte tardava a liberarlo dai suoi patimenti. In fondo, dato l’esito allora quasi sicuramente letale di ferite sia pur non gravi, a motivo delle facili infezioni e delle emorragie, perchè sui campi di battaglia o negli agoni non esisteva alcun servizio medico valevole a strappare i soccombenti al loro destino, il nome di quelle armi di uso estremo era ben trovato. Tutti coloro che hanno avuto occasione di attraversare un terreno ove sia avvenuto un combattimento, odono con ribrezzo molti dei morenti chiedere che "per misericordia" li si liberi dalle torture dell’agonia; e presso molti popoli questa è una funzione assunta dai compagni medesimi.

Nelle piccole e grosse bande delle Compagnie di ventura, ai tempi del Trecento e Quattrocento, quali furono descritte dallo storico Cibrario, questa funzione, ma non per pietà, bensì per fini di immediata rapina sui morti, era affidata a malviventi assoldati dai cavalieri stessi sotto il nome pittoresco di "scorticatori". Non ostante i decantati progressi della nostra "Civiltà", durante le guerre moderne, qualche volta i soldati inferociti dal contrasto, ebbri di sangue fino alla carneficina, hanno finito sul luogo a colpi di baionetta o di calcio di fucile i nemici soccombenti; lo si è veduto perfino nell’ultima guerra! Ben rare volte l’uccisione dei feriti è compiuta per vera compassione; durante la Guerra Balcanica del 1912 si seppe che alcuni ufficiali Serbi avevano fornito i mezzi per suicidarsi ad un loro compagno orribilmente mutilato dai Bulgari. Ma per lo più i moribondi sui campi di battaglia, gemebondi ed imbarazzanti, sono accoppati dai saccheggiatori.

Ma venendo alle dottrine con cui si giustifica o si vuole giustificare la Eutanasia nella vita civile e non nella militare, è curioso il notare che essa si è affacciata alla coscienza umana nei maggiori momenti della Civiltà; ne accennarono la teoria parecchi grandi pensatori dell’Antichità, fra cui basta Platone, alcuni non men celebri filosofi del Rinascimento, fra cui Bacone e Moro, ed in questi ultimi tempi molti scrittori di vaglia in Letteratura e in Scienza.

Da ricordare, in primo luogo, che nell’India antica, già molto avanti nell’Incivilimento e così impregnata di vitalismo religioso, i malati riconosciuti incurabili venivano condotti sulle rive del Gange, quivi soffocati a mezzo mediante l’introduzione di fango nelle narici, indi gettati nel fiume sacro.

Platone, nel terzo libro della Repubblica, fu il precursore più illustre degli eutanatisti; egli lodava Esculapio di avere proposta la cura delle malattie guaribili, ma gli attribuiva anche la intenzione di abbandonare al loro destino i soggetti radicalmente malsani. Lo Stato, egli diceva, ha bisogno di uomini e di donne robuste, di soldati validi, di madri feconde: è inutile sperperarne le risorse a favore dei deboli, degli infermi, degli inutili e dei dannosi alla propagazione dei migliori. Si è perciò detto che Platone patrocinò il libero suicidio, e anche l’omicidio dei vecchi, deboli e infermi, giacchè alla propaganda per l’autochiria lo portavano i suoi stretti rapporti con le Scuole dei Pitagorici: ma non è esatto. Nel suo IX libro delle Leggi, scriveva "colui essere da condannarsi che si uccide quando nol faccia per decreto della Città, o stretto da qualche intollerabile e inevitabile caso, o vinto dall’ignominia di povera e misera vita". Qui solo può contenersi anche la motivazione dei mali fisici, come pur quella del decadimento per decrepitezza: ma l’accenno più esplicito è quello del suicidio penale.

Epicuro, a sua volta, insegnava che "si dee aver cura che la vita non ci dispiaccia, nè si deve volere abbandonarla, se pure la Natura o qualche insoffribil caso non ci chiami. E allora si dee meditare se sia più comodo che la morte venga a noi, o che noi andiamo alla morte, imperocchè certo è male vivere nella necessità, ma non vi è necessità alcuna di vivere in essa; vedendosi palesemente che se la Natura, siccome ha dato un adito solo alla vita, così ce ne ha date molte uscite". Epicuro però, colto da dolori atrocissimi, lasciò far la Natura e non si uccise, quantunque in conformità della sua dottrina giudicasse che bisognava uccidersi ogni qualvolta la somma dei dolori superasse quella dei piaceri.

Un altro dei più antichi eutanatisti fu in sostanza quel filosofo greco di nome Egesia, ma soprannominato Peisithanatos, cioè il "Persuasor della Morte", che in Cirene verso il 300 pr. di Cristo, dopo avere insegnato essere il piacere il solo bene e il dolore il solo male, riconosceva irraggiungibile la felicità in questo mondo, e perciò predicava che la sola vera saggezza era di rinunciare alla vita. Plutarco narra che spinti dalla sua eloquenza pessimistica, molti suoi ascoltatori si suicidavano, e che Tolomeo fece chiudere quella Scuola così perniciosa allo Stato. Quando si sostituisca la inaccessibilità del piacere perfetto con la intollerabilità del dolore, Egesia Pisitanato viene pur esso a collocarsi fra i vaticinatori dell’odierna Eutanasia.

L’Epoca Romana fu, come ognun sa, contrassegnata da un grande numero di suicidii politici e comandati; e nei classici Latini si trovano chiari accenni alla necessità di procurarsi la morte ogni qualvolta la vita non valesse più la pena di essere vissuta, o per disinganno a riguardo delle sorti della patria, dolore acerbissimo per quegli antichi, o per stanchezza vera e propria del vivere: su di che torneremo.

Ma il diritto di uccidere i sofferenti non fu considerato durante l’Antichità in tutta la sua dipendenza dalle leggi naturali ed in connessione con le leggi sociali; bisogna attraversare tutto il Medio Evo, bisogna giungere al poderoso risveglio degli spiriti nei secoli del Rinascimento Occidentale per vedere riapparire il concetto platoniano ed egesiano della morte eliminatrice o liberatrice. Tommaso Moro e Francesco Bacone si fecero allora gli apostoli della eutanasia: nel loro pensiero, l’agonia sarebbe tale spaventevole tormento da giustificarne l’affrettamento, non soltanto libero, ma altresì obbligatorio.

Tommaso Moro ha patrocinato nell’Utopia (Lib. II, 5) il costume dell’eutanasia. In quel suo paese ideale i magistrati e i sacerdoti saranno incaricati di presentare colle migliori maniere agli incurabili e sofferenti il loro obbligo di andarsene da questo mondo, in quanto essi son divenuti di carico o di insoffribile spettacolo ai sani e robusti: e gli infelici si lascieranno persuadere a morire di fame o ad essere eliminati durante il sonno.

E Francesco Bacone nel 1621 scriveva: "Io reputo che ufficio del medico sia di rendere la salute e di alleviare le sofferenze e i dolori, non solo quando questo sollievo può condurre alla guarigione, ma anche quando può servire a procurare una morte dolce e calma..... Al contrario i medici si fanno una specie di scrupolo e di religione di tormentare ancora il malato allorquando la malattia è senza speranza; a mio avviso invece, essi dovrebbero possedere tanta abilità da addolcire colle loro mani le sofferenze e l’agonia della morte".

La tesi della libertà dell’eutanasia, almeno in astratto, è stata ripresa nel corso del secolo XIX in Europa da parecchi, fra cui il medico francese Billon fin dal 1820, più presso a noi da Lionello Tollemache nel 1873, dal dott. Gregory poco dopo, e più arditamente, appena qualche anno fa, nel 1919, dal professore Binet-Sanglè dell’Istituto Psicologico di Parigi. In Germania, il Munck nel 1887, e l’alienista Paolo Naecke di Lipsia nel 1903, le si sono dichiarati favorevoli. Anche in Inghilterra s’è udita qualche voce di medico non respingere in modo assoluto l’eutanasia; sul più autorevole periodico britannico di Medicina, la "Lancet", un insigne chirurgo, Direttore di un grande Ospedale di Londra, si chiedeva esitante se le nostre troppo assidue cure verso alcune categorie di infermi in preda a dolori indicibili e fatalmente votati a morte, non siano dovute ad un senso errato di carità ed umanità. Fra i medici italiani, il prof. Ughetti di Catania, brillante scrittore su argomenti varî di Deontologia medica, sembra avere adottate le medesime idee rinnovatrici, o, almeno, esservi propenso.

Ma sono specialmente i poeti, i romanzieri, i pubblicisti, che con più o meno aperta parola ne hanno patrocinata la causa. Il Wells e il Benso in Inghilterra, coi loro romanzi avveniristici Anticipazioni e Il padrone della Terra; Guy de Maupassant nella sua novella L’addormentatrice, e il Binet-Valmer nel romanzo La Creatura in Francia; Edoardo Rod nel racconto La Sacrificata in Svizzera; Maurizio Maeterlink nel suo libro famoso La Morte in Belgio, hanno rivestita di bella forma l’idea dell’omicidio per compassione.

Un valente diplomatico francese, che ha avuto in questi ultimissimi tempi post-bellici incarichi delicatissimi in Oriente e che è anche uno scrittore fornito di non comuni doti letterarie, Maurizio Paléologue, ha introdotto in un suo bel romanzo il personaggio di un medico eutanatista, il "Dottor Mordac" al quale mette in bocca queste parole: "Quale inganno non è la nostra Terapeutica! Quante teorie e sistemi non dovremo esaurire prima di comprendere che noi non possiamo guarire?... Perchè non ci basterebbe l’alleviare le sofferenze dell’uomo, l’abbreviare la sua agonia, l’anestesizzargli le ultime ore, l’agevolargli il passaggio al Niente, a quel Niente che egli tanto paventa, mentre invece lo dovrebbe tanto desiderare?". E ricordando quell’Egesia cirenaico che persuadeva i suoi uditori a troncare la vita, lo scrittore continua: "Eccola, la vera nostra missione!... Dire al vecchio, all’infermo, al degenerato, il tuo male è incurabile; l’età, la diatesi, l’eredità ti angustiano; tu non puoi ormai che trascinare una esistenza dolorosa, dolorosa per te, repugnante per gli altri: scompari adunque, eccotene i mezzi; ti assicuro la insensibilità perfetta". - "Pisithanatos": qual bel titolo!".



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Tutti questi eutanatisti comprendono benissimo gli ostacoli che tuttora si opporrebbero all’adozione pratica della loro tesi, ma sostengono che è soltanto questione di una riforma nelle idee e nei sentimenti nostri rispetto alla malattia, al dolore e alla morte. Il Binet-Sanglè è il più esplicito: bisogna, egli scrive, riconoscere che è giunta l’ora di far mutare la pubblica opinione in fatto di filantropia male intesa e di umanitarismo eccessivo. Oggidì - così si dice da tutti questi riformatori futuristi - la pietà e la carità si sono trasformate in un sentimentalismo sbagliato; se un allevatore di cavalli strapazzasse i suoi migliori stalloni e le sue più belle giumente per lasciar riposare le rozze, noi lo diremmo pazzo; ebbene, esclama Giulio Régnault, non è quello che facciamo noi uomini lottando contro la inesorabile legge di selezione? Non sarebbe meglio che sopprimessimo tutti i soggetti deboli, fisiologicamente miserabili, i così detti "aborti"? Perchè imporre ai sani e robusti un còmpito di lavoro, reso ancor più arduo per il mantenimento di tanti individui destinati a lasciare imbastardire la razza?

Nella filosofia di Nietzsche questa selezione alla spartana è assunta a regola di condotta in una Società sempre più eletta; il "Superuomo" nascerà tanto più facilmente quando gli avremo tolto dalla ascendenza ogni elemento degenerogeno o minorativo. Anche il grande romanziere Wells descrive la sua Società ultracivile dell’avvenire preparata ad applicare senza batter ciglio la legge crudele della soppressione dei malformati, dei gracili, degli incompleti. L’usanza spartana del Taigeto tornerebbe in onore, e si rimetterebbe a nuovo il costume antichissimo di eliminare gli inetti, gli inutili, e tutti gli involontari parassiti del corpo sociale. Progresso o ritorno atavico?

Bisogna però rilevare che in Europa, da prima la Giurisprudenza, poi la stessa Medicina ufficiale si sono mostrate, in maggioranza, poco favorevoli all’adozione del principio eutanatistico. In un suo ottimo volume sull’Omicidio-Suicidio, dove viene incidentalmente toccato il nostro tema, Enrico Ferri, fino dal 1884, rammentava parecchi casi di uccisione pietosa caduti sotto il giudizio di Tribunali e Corti francesi durante la prima metà del secolo scorso, e quasi sempre giudicati severamente. Un solo esempio di indulgenza giudiziaria riguarda quel colonnello Combes che sul campo di battaglia (non è detto quale), diede una pistolettata ad un suo commilitone ferito mortalmente e quivi abbandonato, che lo pregava di por termine alle sue sofferenze; il caso viene citato dal giurista Dalloz nel suo celebre "Répertoire", in quanto il Tribunale assolse l’impietosito soldato; ma ciò non implica, per le circostanze particolari del fatto, del momento, delle persone, nonchè per la competenza giurisdizionale, la accettazione giuridica dell’atto omicida. Sta invece che il Ferri ci dà notizia di altri casi, questa volta di borghesi, ben diversamente giudicati, ma nei quali però alla mente dei magistrati non pare si sia presentato in tutta la sua valorizzazione etico-giuridica il principio attualmente discusso dell’eutanasia. Un caso, del 1815, concerne certa Caterina Lemillier, che aveva procurato il veleno al marito, ridotto a disperazione da malattia incurabile; l’altro, del 1816, relativo a certo Lefloch, che aveva ucciso un amico dietro l’espressa sua richiesta e per sola compassione. La Lemillier aveva, dunque, semplicemente aiutato il suicidio di un infermo, ma venne egualmente punita; il Lefloch fu per giunta ritenuto colpevole di omicidio e condannato a morte.

Non conosco esempi più recenti, nei quali almeno siano intervenuti la Magistratura o il Giurì; forse quella per ragioni puramente giuridiche condannerebbe anche adesso, sebbene in forma più mite; e forse i giurati assolverebbero o concederebbero tutte le attenuanti, o anche opinerebbero in Italia per una "infermità di mente" (secondo l’uso invalso, dopo la promulgazione del nuovo Codice di procedura penale, di ammetterla, pur senza intervento dei periti e per sola suggestione della Difesa!), giacchè i così detti giudici popolari si lasciano dominare preferibilmente da motivi sentimentali. Quando l’assoluzione dell’uccisore pietoso diventasse generale, segno sarebbe che la Legislazione al riguardo dovrebbe essere modificata: e si avrebbe il trionfo pratico del principio finora astratto della eutanasia. Ma su questo possibile avvenire del problema tornerò più avanti.

Non meno contraria è generalmente, fino ad ora, la Medicina ufficiale, sebbene anche fra i medici la tesi abbia trovato qualche raro propugnatore. Fra i medici francesi, al solito i più chiari e precisi, permangono in vigore le grandi idee umanitarie conservatrici. In questi ultimi anni, dopo che il quesito dell’eutanasia, almeno propinata dal sanitario, si è presentato alla coscienza medica, le si sono dichiarati sfavorevoli, sia in astratto, sia in concreto, il Sicard, il Bouquet, il Guermonprez; anzi, questi, che ha credenze cattoliche, ha dato al suo libro un titolo espressivo di formale condanna: L’Assassinat médical! Incerto alquanto nel domandarsi se in fin dei conti l’eutanasia non sarebbe la "carità suprema", è stato Giulio Régnault qualche anno fa; però ripeteva il titolo feroce. Ora, "assassinio medico" è un pessimo battesimo; poichè anche nella terminologia giuridica francese la figura dell’"assassinat" implica gli elementi aggravanti della premeditazione e dell’agguato o per cupidigia, o per vendetta, o per altri fini egoistici consimili: si sarebbe dovuto dire "meurtre", che significa, in ogni caso, omicidio semplice, in quanto si sottintendono allora motivi anche legittimi, come la difesa personale, l’atto passionale di chi difende il proprio onore (per es., nell’adulterio). Nel caso nostro, motivo, se non legittimo, certo scusabile fino ad un dato punto, sarebbe la commiserazione.

Forse, nel battesimo del Guermonprez viene alluso alla uccisione, questa volta premeditata, o (direbbe Appiano Buonafede) "ragionata", dei vecchi impotenti, degli infermi riconosciuti incurabili, degli idioti e dementi, dei mostruosi, ammesso che il principio dell’eutanasia, dalla sfera dei sentimenti pietosi, quasi tutta racchiusa nei limiti dell’azione di famigliari o amici o camerati, dovesse passare nella sfera degli interessi collettivi di tutela spartana della specie, di rigenerazione della razza, come domanderebbe un’Eugenetica spinta agli estremi delle sue finalità. Ma anche allora, esulando dall’azione omicida od eliminatrice ogni interesse privato di carattere egoistico, anzi essendovi la motivazione ideale di un miglioramento fisico e psichico della collettività, che ne verrebbe liberata dai suoi inutili o perniciosi sub-valori sociali, non si potrebbe mai usare la qualifica denigratoria di "assassinio"; sarebbe il momento di parlare di "selezione sociale" ottenuta coi metodi più rapidi e decisivi.

È vero che fra gli argomenti storico-medici a favore dell’eutanasia si cita l’episodio di Mirabeau, che vicino a morire e con lucida coscienza della sua prossima fine, avrebbe impetrato dal celebre medico e filosofo Cabanis e dal Petit, di affrettargliela; e i due amici gli avrebbero somministrato oppio ad esuberanza. Questa appare indubbiamente una leggenda rivoluzionaria; certi invece sono altri episodi dove rifulgono le gloriose tradizioni umanitarie della Medicina francese, la quale, per un principio di dignità scientifica, si è rifiutata sempre di tradurre in pratica la tesi dell’uccisione misericordiosa dei feriti. Fin dal secolo XVI il grande chirurgo Ambrogio Parè protestava contro l’uso dei soldati francesi di finire sul campo di battaglia i loro compagni feriti, sia perchè penassero meno, sia per impedire che cadessero sotto il pugnale rapinatore delle masnade tedesche di Carlo Quinto. E un altro più moderno chirurgo militare, il Desgenettes, che aveva seguìta la spedizione d’Egitto col Gen. Bonaparte, e vi era diventato popolarissimo pel coraggio addimostrato nell’injettarsi a scopo scientifico il secreto d’un bubbone di appestato, seppe resistere alle ingiunzioni del celebre condottiero, che a Giaffa pretendeva dai medici che somministrassero dell’oppio ai soldati agonizzanti per peste, onde farli morire senza sofferenze: "Il mio dovere, rispose Desgenettes, non è quello di uccidere, ma quello di conservare in vita!". Anche un medico inglese, Enrico Holland, dava la medesima risposta a Mehemet-Alì, il famoso massacratore dei Mammalucchi d’Egitto.

Non credo che oggidì diverso sarebbe il contegno dei medici e chirurghi militari, che pur veggono le più atroci mutilazioni e assistono agli strazii più orrendi della creatura umana dopo che la nuova, formidabile tecnica delle armi da fuoco, la barbara introduzione dei gaz asfissianti e la esasperante guerra di trincea hanno moltiplicato le occasioni per augurare ai poveri feriti, più che cure spesso inefficaci, la liberazione definitiva dai loro patimenti. Ma, se per praticare o lasciar praticare l’eutanasia fra i civili occorre un mutamento dell’opinione pubblica circa i doveri collettivi di commiserazione e di carità, come vuole lo stesso Binet-Sanglè, più necessaria sarebbe una riforma della Deontologia medica e della Legislazione concernente gli obblighi e diritti della classe sanitaria: ma qui, massime in Europa, siamo lontani ancora dalla méta.



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Le più calorose adesioni al principio eutanatistico ci vengono dal Nord-America, non tanto perchè essa sia il luogo naturale di nascita di tutte le direttive più avanzate e talora sbrigliate del pensiero etico-giuridico, quanto perchè l’eutanasia significherebbe un altro massimo di libertà accordato all’individuo secondo l’idea che della libertà hanno gli Americani.

Nell’ottobre 1903 la "New-York State Medical Association" mise all’ordine del giorno di un suo Congresso il quesito: "Qual’è il dovere del medico di fronte ad un ammalato incurabile?", e discusse sul diritto di accelerarne la morte, specialmente quando si trattasse di un canceroso operato recidivato e cachettico, o di un tubercoloso all’ultimo stadio, di un fratturato nella spina con quadriplegia completa. E al banchetto sociale dei congressisti un giurista, il Wrigth, parlò in favore della soppressione degli incurabili "coi mezzi più blandi". Contro gli abusi cui avrebbe potuto dar luogo una Legge che la autorizzasse, egli proponeva la nomina, da parte del Governatore dello Stato, di una Commissione composta di quattro medici, del sindaco, del presidente del Comitato locale d’Igiene e di due cittadini irreprensibili (nessun magistrato?).

Nel Congresso medico di Long-Branch del 1905 si ritornò sulla proposta fatta fino dal 1895 dal dott. Bach, di "accordare ai medici il diritto di procurare la buona morte ai loro malati, quando la giudicassero opportuna", e in tale occasione si ridiscussero le ultime sensazioni dei morenti. I dissensi furono però cotanto vivaci che i congressisti non giunsero a conclusioni concrete.

Nel 1906 furono presentati agli Stati dell’Ohio e dell’Iowa due progetti di Legge. Il primo, inspirato da una Miss Anna S. Hall di Cincinnati, che domandava l’autorizzazione di accorciare col cloroformio la vita di sua madre resa incurabile, venne adottato in prima lettura dal Parlamento, ma non passò alla seconda: vi si stabiliva che ogni persona affetta da male fisico doloroso ed incurabile potesse domandare la nomina di una Commissione d’almeno quattro persone, cui spettasse il diritto di autorizzar la uccisione. Il secondo progetto ebbe per sollecitatore un dott. Gregory, che proponeva la soppressione mediante anestesici di ogni infermo in condizioni disperate, dei bambini mal conformati e degli idioti; ma il progetto non arrivò alla lettura. Che anzi, subito al Parlamento di Nuova-York venne presentato un controprogetto, pel quale si sarebbe dovuto dichiarare colpevole di "fellonia" chiunque, anche colla stampa, con lettere, con conferenze ecc., avesse proclamato il dovere di mettere a morte gli ammalati affetti da malattia fisica o mentale ritenuta incurabile. Questa opposizione si fece poi sentire sempre più forte col crescere dei casi di eutanasia isolata.

Nel 1912, il Parlamento degli Stati Uniti ha discusso un progetto per l’"omicidio caritatevole", ma si è rifiutato di approvarlo trovandone troppo delicate ed incerte le applicazioni. Ciò non impedì che in quello stesso anno una Miss Sara Harris domandasse ai magistrati di Nuova-York il permesso pel suo medico di por fine con la maggior dolcezza possibile alle sue "indicibili" sofferenze; veggo in questo appello teatrale la probabilità che la signorina Sara fosse una isterica ipocondriaca desiderosa di notorietà romantica.

Non è improbabile che atti consimili si siano compiuti nel mistero delle pareti domestiche senza che al di fuori ne sia trapelata notizia. Alcuni fatti resi pubblici lo lasciano supporre. Nel 1910 il capo di una Colonia di Quaccheri nella Florida fu condannato per omicidio, per avere "dolcemente e definitivamente addormentato", sulla sua richiesta, col cloroformio un tale che ne lo aveva pregato. Nonostante quella condanna, una quacchera pure della Florida, stanca di patire, chiese al suo medico ed ottenne di morire sotto l’azione pur essa del cloroformio. Un’altra donna a New-York, affetta da atroci dolori, è stata uccisa con suo consenso dal marito. Nel 1912 una madre di Chicago, disperata di sapere un suo figliuoletto condannato a trascinare una vita di patimenti, ha domandato al medico di casa di propinargli un veleno, ed il medico, impietosito, avrebbe accondisceso!

Per ora i casi più noti in Europa non hanno il medico "pietoso" a protagonista, ma o il marito o il fidanzato compassionevole. Tipico l’esempio di quel signor Beguerrier, antico Procuratore della Repubblica, che nel 1912 ammazzò con tre palle di rivoltella nella testa la moglie affetta da emiplegia accompagnata da "violenti dolori", che non le lasciavano tregua. Arrestato, si scusò perchè, obbligato a passare le sue notti su di una poltrona accanto al letto della paziente, non poteva più sopportare quei lagni e quel penosissimo spettacolo; l’istruttoria finì con un non luogo a procedere [?!], e il vecchio magistrato, mercè la indulgenza incomprensibile dei suoi incerti colleghi, se la passò liscia; eppure, l’autopsia dell’uccisa aveva mostrato che non era in corso nessuna affezione organica dei centri nervosi; verosimilmente si trattava di una isterica inveterata, affetta da un’emiplegia autosuggestiva e da dolori psicogeni! Il caso è perciò tanto più significativo per giustificare il dubbio sulla "intollerabilità" di certe malattie di carattere neurosico, e curabili con la Psicoterapia anzichè con le pallottole di rivoltella!

A Domodossola, la signorina Giacomina Giacomini, di anni 20, era fidanzata a certo Luigi Brignoli; ma affetta da tubercolosi ormai giunta all’ultimo stadio se ne giaceva moribonda. Il fidanzato, che ne era amantissimo, non tollerando più di vederla tanto soffrire, e sentito dal medico che era perduta ogni speranza, pensò di finirla; e armatosi di rivoltella la sera del 31 dicembre 1919 si fece accanto al suo letto, e mentre essa era assopita, quasi comatosa, le tirò un colpo alla testa; ma il colpo, forse per l’agitazione del giovane, lì per lì non riescì mortale e solo valse a sfregiarle una guancia, ad asportarle un dente e a fissarle la pallottola nella mascella. Il giovane però tentò anch’egli di uccidersi subito colla stessa arma, ma pur esso rimase leggermente ferito e si diede alla fuga. Il 6 gennaio 1920 la Giacomini moriva in modo naturale della sua etisia; ma prima di spirare disse che perdonava l’atto folle al fidanzato. Alle Assisie di Vercelli, nel maggio 1920, il Brignoli trovava benevolo il Giurì che, dopo la eloquente difesa dell’on. avvocato Caron, votò per la tesi assolutiva della involontarietà [?] dell’atto delittuoso dovuto a passionalità. Non fu pertanto prospettata la scusante dell’omicidio per compassione.

I casi di America e di Francia hanno sollevato in quegli anni molto scalpore ravvivando la questione dell’eutanasia. Il ceto medico di Chicago protestò contro il troppo compiacente collega che aveva finito quel bimbo sfortunato; ma tuttavia quegli trovò difensori calorosi fra medici, sociologi e giuristi, così da iniziarsi un movimento per ottenere una riforma delle Leggi a tale riguardo. Anche in Francia i giornali hanno discusso il problema, e la discussione si allargò anche da noi sulla stampa periodica per merito di Lino Ferriani e dell’Ughetti. Si è ricordato, tra gli altri argomenti a favore, che certi popoli civili d’Oriente, e precisamente i Giapponesi, ammettono l’eutanasia nei casi di mali insopportabili, quali il cancro e la stessa tubercolosi, e che negli Stati Uniti, un’autorità in Giurisprudenza medica, il dott. O. Sullivan, l’ha dichiarata giuridicamente legittima, tanto quanto il suicidio. Inoltre, si son fatti varii tentativi per far risolvere il quesito da Legislatori e da Tribunali.

Ho già accennato ai progetti di legge presentati ai Parlamenti nord-americani: aggiungo ora che anche in Europa si è diggià iniziato un movimento per la autorizzazione, in dati casi, della morte pietosa. La questione è comparsa ufficialmente in Germania: nel 1903 con una proposta di legge al Parlamento di Sassonia, che lo respinse; nel 1912 con altro progetto al Parlamento imperiale tedesco. Secondo i proponenti di queste Leggi veramente futuristiche, l’eutanasia dovrebbe applicarsi solo su domanda dell’infermo: una volta che un Tribunale apposito avesse emesso sentenza favorevole, l’infermo medesimo potrebbe designare la persona che dovrebbe eseguirla, e chi l’avesse ucciso senza dolore non sarebbe sottoposto ad inchiesta giudiziaria. L’Elster e il Kassler hanno dipoi svolta la tesi sotto l’aspetto del Diritto e della procedura (1915).

Un illustre giurista tedesco, il prof. Carlo Binding, che insegnava Diritto penale all’Università di Lipsia, poco prima di morire due anni fa (1920) ha dato alla luce un opuscolo, nel quale, dopo avere con grande autorevolezza esaminata la questione, "se sia lecito dar la morte ai malati incurabili quando essi chiedano perentoriamente la fine delle loro sofferenze", sotto l’aspetto umanitario e sopratutto sotto quello giuridico, ha concluso col ritenere che tale atto sia giuridicamente lecito quando l’autorizzazione ad uccidere quegli sventurati sia conferita ufficialmente da un’Autorità competente nominata all’uopo, oppure quando vi sia il consenso del soggetto; tale consenso varrebbe, secondo lui, come una ufficiale autorizzazione.

L’opinione di un uomo come il Binding non poteva lasciare indifferenti gli studiosi di Diritto penale; stando alle informazioni dateci da R. von Hippel, se ne è subito occupata la Associazione psicologico-forense di Göttinga, e vi si è fatta ampia e vivace discussione da parte di giuristi, rappresentati dallo stesso von Hippel, e da parte di medici competenti, rappresentati dal Goeppert. La discussione ha condotto intanto al rigetto della tesi di concedere la pubblica od ufficiale autorizzazione di uccidere i malati incurabili e gli alienati che più non offrono speranza di miglioramento; tuttavia si riconobbe la necessità di ammettere per tale azione delittuosa o illegale una attenuante e di concedere il perdono in casi particolari, cioè allorquando si tratti di uccisione motivata dalle richieste del paziente incurabile, o giustificata da un sentimento profondo di vera pietà per le sue sofferenze, oppure quando si tratti di persona affetta da idiozia irrimediabile. Qui sono prospettate le tre precipue applicazioni dell’eutanasia autorizzata: per i molto sofferenti, per gli incurabili, per gli inutili!

Una consacrazione ufficiale recentissima della liberazione mediante la morte si è avuta nel giugno 1922 in Russia, straziata da una infinità di mali, e in molte vaste provincie dalla fame. Si è letto sui giornali politici del 7 giugno 1922 la notizia riportata dalla "Krasnaia Gazeta", che le Autorità Sovietistiche hanno fatto fucilare in un ospedale 117 bambini colpiti da una malattia "incurabile" in conseguenza dell’aver mangiato carne di cavallo infetta (botulismo?). La decisione, spiega il giornale bolscevico russo, "è stata ispirata da un sentimento di umanità riguardo a quei bambini condannati a morire tra atroci sofferenze". C’è da chiedersi se, dopo tutto, Russia docet.

Mentre scrivo queste pagine, la questione della morte "pietosa" per gli incurabili è stata risollevata nel settembre del 1922 a Bath, che è una frequentatissima stazione idro-minerale nella Contea di Somerset (Inghilterra), già nota fin dal tempo dei Romani. Un consigliere socialista, certo Cook, vi ha presentata al Comitato Municipale di Igiene una mozione tendente a che "venga invitato il Ministro dell’Igiene a presentare al Parlamento un progetto di Legge, che dia ad un Tribunale medico il potere di somministrare la fine più rapida e pacifica possibile a coloro che soffrono di cancro". Ed egli ha giustificata la sua proposta particolarissima col dire che i medici ignorano finora la causa del cancro: son quindi al buio riguardo alla sua cura; ed è crudele "lasciar le persone morire così a poco a poco e agonizzare per dei mesi". Ma la proposta non ha trovato grande favore; ha sollevato anzi fervide discussioni nella stampa, accalorandovisi soprattutto filosofi, sociologi, ecclesiastici.

Prescindendo dagli argomenti, naturalmente contrarii di questi ultimi, che si basano sulla volontà e sul potere di Dio, cui solo spetta dare o togliere il dolore, i più si sono dichiarati contro la uccisione dei cancerosi. Essi hanno allegato le imperfezioni della Medicina, arbitra in tal modo di vita e di morte, mentre potrebbe avere sbagliata la diagnosi e la prognosi; e hanno espresso, giustamente, il dubbio che all’atto pratico si possano trovar medici che consentano ad uccidere il loro cliente, pur sapendo della propria impotenza a guarirlo. Quanto al motivo che il canceroso dovrebbe trovare questa morte liberatrice perchè i "medici ignorano la causa del cancro", esso sarebbe purtroppo valido per un numero assai grande di malattie; nè la "causa" presunta oggi di molte infermità è sicura, nè, anche quando lo fosse (come lo è in alcuni casi), ciò non implica nella Scienza medica la capacità di guarirla: qui, come tanti altri, il consigliere Cook ha confusa la "curabilità" che si può sempre effettuare anche nel cancro (per lo meno morfinizzando l’infelice canceroso) con la "guaribilità"!

Nella discussione è venuta da parte della gente di Chiesa un’altra obiezione: che cioè in Dio potrebbe sempre sorgere la volizione e con essa naturalmente il potere di guarire anche questa terribile malattia. A tale uopo, ha scritto il dott. Samuele Benson, ministro Presbiteriano americano, basta un "atto di fede"; egli, il reverendo, può affermare che trovandosi malato spacciato di pleuro-polmonite (stravagante avvicinamento di una malattia curabile e guaribile con una "incurabile" ed "inguaribile"!) si mise nelle mani del "Grande Medico", e... si trovò guarito. E da allora predica, come la famigeratissima americana mistress Eddy, la "Medicina spirituale" insieme ad altri venticinque pastori della sua "fede": essi vedono guarire, come ai tempi di Gesù in Galilea, i muti, gli epilettici, i paralitici, i cieco-nati... Ma dei cancerosi non parla, il bravo Pastore presbiteriano; e il problema della loro uccisione rimane insoluto.