L'uccisione pietosa/14

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III. – LA SINTESI
14. Eutanasia ed Eugenica

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Non si può a meno dal giudicare, dopo tutto quanto ho detto nelle pagine precedenti, che il concetto teorico dell’"uccisione pietosa", tanto se nello stretto senso eutanatistico accolto per accorciare le sofferenze umane, quanto se invece inteso in senso assai più largo, come un mezzo di migliorare la specie mediante la eliminazione dei meno adatti, deriva da due sorgenti: da un aumento della nostra sensibilità di fronte al dolore; e dalle originarie o tardive estensioni della dottrina darwiniana sulla selezione naturale anche al genere umano.

Questa seconda finalità, essendo assai più ampia della prima, ed involgendo l’avvenire fisico e morale dell’Umanità, esige un esame spregiudicato; e tanto più lo meriterà quella che sta alla base delle proposte radicali avanzate dall’Eugenica. Io ne ho già ricordato in un capitolo precedente le origini ed il programma; vedemmo con quale larghezza di vedute gli eugenisti più coerenti al principio della loro disciplina considerino la massa dei soggetti "asociali", "antisociali" e "disgenici". Ne consegue che i mezzi da porre in opera, per la difesa della specie e per la rigenerazione della razza sono molti, e dovrebbero, naturalmente, variare in conformità del gruppo da colpire senza misericordia per il bene comune, o da ridurre almeno nella impotenza di propagare il male che essi portano con sè. Ecco una lista di metodi e processi eugenistici, che io ho messo insieme valendomi di tutto ciò che finora è stato proposto in argomento.

A. Mezzi diretti:

  • 1° Eutanasia (soppressione, mediante una "dolce" morte, di tutti i soggetti inadatti alla riproduzione o nocivi al corpo sociale).
  • 2° Esilio o deportazione in contrade straniere, massimamente degli individui antisociali, come praticarono Inglesi ed Olandesi nei primi tempi delle loro colonizzazioni e come pratica tuttora la Francia alla Nuova Caledonia.
  • 3° Isolamento vitale degli asociali, ossia segregazione durante tutto il loro periodo riproduttivo in Asili speciali, o in quelli già esistenti all’uopo riformati.
  • 4° Sterilizzazione artificiale: A) Nei maschi: mediante la castrazione, almeno germinale (ablazione dei testicoli); o la vasectomia (sezione o legatura dei vasi deferenti, che conducono lo sperma alle vescicole seminali); o la provocazione artificiale di processi distrofici negli elementi germinali (azione dei raggi X e del iodio sui testicoli). B) Nelle donne: mediante la castrazione completa (asportazione totale dell’utero ed annessi); o la salpingectomia (sezione o legatura delle trombe falloppiane che portano l’ovolo dalle ovaie alla cavità uterina); o la isteroctomia (ablazione dell’utero); o la atrofia provocata nelle ovaie (coi raggi X o coll’uso del iodio).
  • 5° Provocazione dell’aborto in tutte le donne delle categorie dannose più volte nominate, e in quelle che si fossero congiunte con maschi delle categorie medesime, conforme a quanto si pretendeva di legalizzare rispetto alle donne violentate dalle truppe degli Imperi Centrali durante la grande guerra nel Belgio, in Francia, in Italia, in Polonia, ecc.
  • 6° Poligamia legale concessa ad una "casta riproduttrice", "ossia privilegio delle unioni sessuali feconde ai soli riproduttori, maschi e femmine, accertatamente sani e vigorosi, immuni da qualsiasi tara gentilizia; ciò che equivale al metodo usato dagli zootecnici e dai fitocultori per la propagazione delle varietà e razze da essi ritenute "buone".
  • 7° Neo-maltusianismo, praticato a puro scopo eugenistico da tutti gli avariati aventi consapevolezza della loro responsabilità bio-patologica e morale verso la prole e verso la collettività.


II. Mezzi indiretti:

  • 8° Leggi ed usanze restrittive del matrimonio, con rigida proibizione delle unioni sessuali feconde per tutti i soggetti giudicati inadatti o "disgenici" in riguardo alla loro razza, alla genealogia della famiglia, all’età, allo stato di salute somatica e psichica individuale.
  • 9° Obbligo, a tutti coloro che vogliono sposarsi, di presentare un certificato sanitario attestante la loro idoneità al matrimonio, o di subire l’esame di una Commissione tecnica apposita.
  • 10° Facilitazioni economiche e giuridiche ai matrimoni contratti per sentimento di amore (comprese le "libere unioni") e soppressione dei motivi di interesse e di convenienza.
  • 11° Miglioramento dell’ambiente civile mediante la lotta contro tutte le così dette malattie sociali: lotta antialcoolica, antitubercolare, antisifilitica, ecc.
  • 12° Miglioramento dell’ambiente fisico, con rimozione di tutte le cause morbose di natura esogena, od alimentare: lotta contro la malaria, l’endemia gozzo-cretinogena, le infezioni endemiche, e contro le malattie da carenza o avitaminosi, fra cui la pellagra, la rachitide, lo scorbuto, il beriberi, ecc.
  • 13° Educazione sessuale prepubere, sia per generalizzare la virtù della continenza, sia per la propaganda contro le malattie veneree, spesso diffuse dall’ignoranza o dalla amoralità delle persone portatrici dei germi patologici.
  • 14° Propaganda eugenetica negli opifici, nelle scuole, nelle chiese, nei sodalizi sportivi, ecc., per collegare in un solo fascio tutte le forze intelligenti e volonterose comprese dell’importanza suprema della rigenerazione della razza.
  • 15° Fondazione di cattedre di Eugenica in tutte le Università; istituzione di società eugenistiche, massime fra le donne; istituzione di un Ministero della Salute pubblica, che sarebbe assai più utile di tante altre creazioni dell’assorbente eppur torpida burocrazia, ecc., ecc.


Questa lista mostra che all’eutanasia che si volesse destinare all’epurazione e difesa della razza, non mancano i procedimenti paralleli e i sostituti, sebbene per una selezione umana intesa in modo perentorio essi appajano e siano al suo paragone di ben minore portata. Qualcuno dei mezzi indicati non è certamente neppure adesso di facile applicazione; occorrerà del tempo prima che la coscienza pubblica vi si adatti. I "liberisti" ad oltranza osteggiano specialmente i programmi di restrizione delle unioni sessuali; gli "umanitari pietosi" avranno ripugnanza per la sterilizzazione; gli "individualisti" si rifiuteranno ad ammettere un così rigoroso e minuzioso intervento dei Poteri statali nei costumi privati... Ma non si potrà mai sostenere che l’Umanità, a tutela del proprio avvenire, non abbia il diritto di imporre dei sacrifici a coloro che essa ritiene di danno, quando non toglie loro il diritto supremo e intangibile di vivere.

Debbo dire che fra i mezzi di selezione umana esaminati sotto tutti gli aspetti, consigliati e propugnati dagli eugenisti, la soppressione violenta, alla spartana, degli individui dannosi o inutili mediante un qualsiasi metodo di eutanasia, figura soltanto come una possibilità molto remota, come un provvedimento estremo da porre in vista qualora i mezzi, o meno violenti come la sterilizzazione artificiale dei degenerati, o del tutto incruenti, come la inibizione delle loro unioni sessuali, non raggiungessero lo scopo di arrestare l’innegabile, attuale progresso delle cause morbigene e degenerogene suscettibili d’essere messe sotto il "controllo sociale", e dalle quali si trovano gravemente minacciate la salute e la sorte futura dei popoli civili.

La misura spartana, di cui Plutarco ci dà ragguaglio, risale all’epoca quasi protostorica quando ancora vigeva la regola assoluta che l’individuo era nulla rispetto al clan, alla tribù, alla città. Licurgo, che visse e legiferò 400 anni prima di Platone e forse gli fornì qualche spunto per la sua Repubblica ideale, divinò genialmente il principio dell’Igiene della razza, ma non risulta accertato che i suoi concittadini abbiano adottato quel costume se non nei primordi del loro sviluppo in Civiltà. Perciò, anche il Lenz, cotanto autorevole in Igiene della razza, non ha molta simpatia per l’eutanasia a scopo eugenistico, tanto più che egli la vede applicabile soltanto agli idioti ed ai soggetti deformi più gravi: "Per la igiene della razza, egli scrive, l’eutanasia non ha grande importanza, poichè essa non può prendere in considerazione se non individui improprii alla riproduzione; si tratta, tutt’al più, di farne una questione umanitaria, liberando degli infelici dalla loro sventuratissima esistenza". Ma il problema eugenistico è immensamente più vasto!



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Si tratta invero, come sostiene con caldo entusiasmo il Richet, di preparare e favorire la formazione di una Umanità superiore, più vigorosa, più sana, più bella dell’attuale nel suo somatismo, ma anche più sviluppata e perfetta nelle facoltà mentali. Dai tipi umani oggi viventi alla superficie del globo e di così dissimile sviluppo fisico, intellettuale e morale, bisogna con provvedimenti selettivi adatti far uscire un tipo sempre più eletto, sempre più capace di vincere le opposte forze di Natura; un tipo, cioè, in cui si assommino salute, vigoria e bellezza del corpo, intelligenza, carattere ed energie morali.

Per raggiungere questo scopo occorre effettuare una cèrnita fra tutte le razze o varietà umane contrastantisi il dominio delle terre e dei mari; e poichè senza alcun dubbio le più evolute nei riguardi del fisico, le più avanzate nei riguardi della mentalità, sono le così dette razze Bianche o "Leucodermiche", bisogna assicurarne il predominio, risanarne l’organismo, perfezionarne l’intelligenza; e ciò non si può ottenere se non a spese delle razze di colore, delle Gialle e specialmente delle Negre. Questo punto di partenza, della inferiorità assoluta delle razze colorate, è molto discusso; gli antropologi sono però convinti che una gerarchia naturale delle specie, razze e varietà umane realmente esista, e che i Negri, ad esempio, occupino nella scala il gradino più basso. Richet lo sostiene, è vero, di sfuggita, non essendo il suo libro rivolto a tale discussione, ma se ne possono vedere le prove in tutte le opere di Etnologia comparata ed anche nei miei scritti, nella Antropologia generale (Torino, 1911, Parte III e passim) e nella prefazione che anni fa feci al libro del Mondaini su La questione dei Negri nel Nord-America (Firenze, 1897).

Sono soltanto dei dilettanti e degli umanitari teorici, come Jean Finot, che propugnano la eguaglianza delle razze umane sotto ogni aspetto, fisico e mentale, ritenendole tutte analogamente perfettibili. Questo ottimismo etnologico si può facilmente concedere al Colaianni, quando sostiene la parità dei popoli inciviliti nella cerchia delle razze Leucodermiche, e specialmente fra Latini ed Anglo-Sassoni, di cui un falso ed avventato orgoglio teutonico, prima della grande guerra, pretendeva i primi subordinati ai secondi, e il Romanesimo inferiore al Germanesimo; ma tutti i veri competenti in Scienze antropologiche si accordano nel riconoscere che vi sono sulla terra, anche sotto il solo riguardo dello sviluppo fisico, delle razze o varietà umane protomorfe e delle arcimorfe: che dire allora delle disuguaglianze nel mentale? Si costruisce agevolmente coi dati fisio- e psico-etnici una gerarchia, con molte gradazioni, che comprender deve, non la sola Umanità vivente, ma altresì quella estinta.

Infatti taluni paleoetnologi reputano che dai tempi geologici (terziarii) in qua siano esistite e si siano diversamente sviluppate due Umanità: una stazionaria, quasi non perfettibile intellettualmente, dal tipo pleistocenico di Mauer e dal glaciale di Neanderthal agli attuali Pigmei, Vedda, Boscimani, Australiani, Negriti, Negri, ecc.; ed una eminentemente mobile e progressiva, dal tipo pleistocenico di Piltdown a quelli preistorici di Grenelle ed agli attuali Caucasici. Prescindendo da questa discussione, sta il fatto che se una selezione si vuole effettuare o iniziare, dovrà essere diretta a mantenere e a invigorire in tutta la sua purezza il solo Homo Europaeus (Mediterraneus e Nordicus), al più lasciandogli a fianco l’Homo Asiaticus (Sinensis, Alpinus?), suscettibile di un più moderato perfezionamento e di una civile concorrenza pel dominio dei Continenti e degli Oceani.

Una selezione etnarchica in tal senso si potrebbe raggiungere con due processi: 1° la distruzione delle razze inferiori; 2° l’isolamento sessuale dei Bianchi, ossia la assoluta proibizione di unioni riproduttive con dette razze di basso valore intellettuale e sociale. Il primo metodo importa conquista definitiva dei territorî abitati dalle razze di colore (toltine i Gialli), quindi guerre e massacri, come si è fatto in ogni tempo di violenta presa di possesso di contrade "colonizzabili", a cominciare dalle invasioni protostoriche e barbariche, e dalla conquista del Centro-America per opera sanguinaria degli Spagnuoli di Pizarro e Cortes, sino alla caccia con cani mastini organizzata dagli Inglesi (sempre "idealisti" e "umanitari!") per "incivilire" i Maori della Nuova Zelanda, ed alla iniqua loro guerra del Transvaal per domare i liberi Boeri. Un mezzo più "civile" è stato meditatamente e lentamente usato per altre popolazioni: ad es., nella Polinesia, su razze bellissime e altrimenti utilizzabili, l’intossicazione coi nostri alcoolici e la decimazione mediante i contagii della tubercolosi e della sifilide. E così si viene di sicuro operando una "selezione di razza"!; ma nessuno, che abbia senso di umanità, vorrà ammettere che questi metodi facciano onore alla Civiltà europea e ne elevino il livello morale.

Rimane pertanto, nei limiti dell’onesto ed anche del possibile, la selezione sessuale; Carlo Richet ne ha lungamente esposte le ragioni superiori e la procedura. Si dovrebbero impedire gli incrociamenti degli individui di razza bianca con quelli di qualsiasi razza inferiore, non esclusi gli stessi Gialli; sopratutto si dovrebbe avere di mira la conservazione e l’incremento di quelle qualità mentali che caratterizzano le razze superiori, ossia le nostre: l’intelligenza, lo spirito di inventiva e ad un tempo di assimilazione, la solidarietà sociale, il senso del dovere individuale, la coscienza della altezza morale e sociale del lavoro, la formazione di una aristocrazia unicamente intellettuale dedita allo sviluppo della scienza, dell’arte, della religione. Tutto ciò manca o è rudimentale nelle razze Negre dei territorî colonizzati. Inoltre, bisogna conservare il tipo antropologico raggiunto dagli Europei nella loro evoluzione millennaria, costituito dallo sviluppo armonico delle forme, e da quell’insieme di proporzioni, di colore, di caratteri sessuali secondari, di espressioni, che corrispondono al nostro concetto di bellezza.

Questo programma di isolamento e di monomixia fra le razze ci incammina verso una conforme applicazione dei metodi selezionistici entro l’àmbito della nostra razza, delle nostre stirpi e nazioni. Contentiamoci, per ora, di uscire dalle troppo larghe generalizzazioni della dottrina Evoluzionistica, e mettiamoci sul terreno assai più accessibile e pratico della Eugenetica: difendiamo gli attuali organismi nazionali dalle cause di degenerazione che ne minano sordamente il tipo, ne invalidano il vigore fisico, ne abbassano le capacità intellettuali e morali; combattiamo tutte le cause individuali e sociali morbigene, l’eredità patologica, la sifilide, l’alcoolismo, la tubercolosi, l’artritismo, la malaria, le infezioni tropicali; e con tal mezzo verremo predisponendo la formazione di un tipo umano sempre più forte, più sano, più bello, più intelligente, più morale.



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Noi siamo di fronte, come fu già detto, ad un principio essenzialmente naturalistico che si connette al problema dell’origine e del progressivo sviluppo di specie sempre più adatte alle condizioni di vita, come Carlo Darwin aveva divinato e sistemato. Per quanto modificata nella sua primitiva concezione, per quanto ridotta ad essere un fattore secondario dell’Evoluzione organica a fianco in coincidenza e in concorrenza con molti altri fattori, esterni od interni, di mano in mano scoperti e determinati, la selezione naturale altro non è che la amplificazione teorica, ma logica del processo artificiale usato dall’Uomo lungo i secoli per trasformare, fino a certi limiti, quelle specie animali e vegetali che gli potevano essere di utilità o di gradimento. Orbene, se siamo riusciti e se tuttora riusciamo a creare delle varietà e razze domestiche sino al grado di sottospecie, e, secondo alcuni naturalisti zootecnici e coltivatori, sino al grado di vere specie; se ci preoccupiamo della conservazione e del miglioramento continuo di codesti tipi foggiati in conformità delle nostre finalità utilitarie e talvolta dei nostri capricci, entro la cerchia, ad es., della specie Cavallo, della specie Cane, della specie Coniglio, della specie Melo o Cavolo o Tulipano, ecc., ecc., è permesso concluderne che lo stesso processo, mutatis mutandis, ci servirebbe, se non per trasformare, almeno per modificare e perfezionare noi stessi. In fondo, quando il coltivatore elimina o esclude dalla riproduzione gli individui di una data razza o varietà domestica che non gli sembrano idonei a conservare o a riprodurre il tipo che gli conviene, mette in opera in molti casi, sopratutto verso gli individui malconformati o gracili, un procedimento "eutanatistico" giacchè li uccide, li distrugge, li estirpa, e li getta via.

In Natura, così si dice, la lotta per l’esistenza elimina inesorabilmente tutti gli esseri deboli e gli inadatti; e se li toglie, per loro fortuna, ai dolori di una lunga infelicità, permette ai superstiti più forti e più idonei di perpetuare le forme e gli organismi sempre più evoluti e di perfezionare la specie. Ma applicando questa teoria alla Società umana, quale si è venuta organizzando attraverso le epoche storiche sino al grado attuale di Civiltà, si è portati invece a sostituire una selezione cosciente, di ragionata eliminazione e preferenza sui riproduttori, a quella puramente istintiva o meccanica che in Natura implica una crudele e spesso violenta esclusione delle sue vittime dal banchetto della vita. Se non che, i mezzi che l’Eugenica ha adesso a sua disposizione per diminuire, in seno alla Società civile, i soggetti asociali e per impedirne la propagazione, sono ridotti al loro ricovero in Istituti di Beneficenza, in Ospedali e Manicomî, o alla loro segregazione negli Istituti penali, Carceri, Riformatorî. Ma quasi tutte queste forme di prevenzione e di trattamento non raggiungono lo scopo, se non in riguardo dei vecchi, degli impotenti per vizî organici, e dei castigati con imprigionamento a vita: a tutti gli altri, lasciati liberi nelle loro famiglie, o resi a libertà dopo un più o men lungo periodo di segregazione, è concesso di procreare e così di dare alla luce, per le leggi dell’eredità patologica, altri esseri altrettanto difettosi o nocivi.

Gli eugenisti non hanno alcuna fiducia nelle influenze mesologiche; sono degli anti-lamarckiani decisi, in quanto ritengono che nè l’ambiente sociale nè l’educazione valgano a modificare la costituzione originaria degli individui; negano, insomma, la ereditarietà dei caratteri acquisiti. Perciò essi applicano agli elementi antisociali il rigido concetto neo-mendeliano, secondo il quale un carattere, fissatosi nel plasma germinativo nel momento del concepimento, non va più perduto. È un principio un po’ desolante, questo, della invariabilità del germe e quindi della fatalità della trasmissione ereditaria, ma corrisponde alle più accreditate nozioni biologiche attuali.

Si citano invero delle famiglie tristamente celebri, nelle quali tutti o quasi tutti i membri hanno mostrato per parecchie generazioni di seguito una profonda deviazione dal tipo normale, fisico e psichico; e sono famosi gli esempî delle famiglie Jukes, Zero, Ham, Kallikak, recentemente illustrati da Dugdale, da Goddard, ecc. - I Jukes, discesi da un’Ada Jukes vissuta nel 1740, hanno rappresentato per centottanta anni, con circa 700 individui, la peggiore schiuma della Società: disequilibrati, vagabondi, criminali, che si sono sempre sposati fra di loro ed hanno finito per formare un vero "clan", una subvarietà nociva propagantesi per eredità patologica (Estabrook). - Gli Zero sono in Isvizzera il degno parallelo dei Jukes Americani; la famiglia conta 310 membri, di cui 76 grandi criminali (assassini) e 181 prostitute. - Un Kallikak, tipo anomalo, ha avuto 480 discendenti, di cui 83 morti precocemente, 143 manifestamente oligofrenici, dei quali 33 tra amorali e prostitute, 24 ubbriaconi emeriti, 3 epilettici, 3 criminali. Orbene, questi 480 individui, unendosi con altri pessimi elementi affini, hanno ingenerato 1146 individui, dei quali però 582 non ben conosciuti; fra quelli potuti rintracciare, 187 soli erano normali, gli altri 262 erano difettosi per un verso o per l’altro (cfr. GODDARD, The Kallikak family, a Study in the Heredity, ecc., New-York, Macmillan, 1913). - Pei fini dell’Eugenica non v’è che un provvedimento da prendere rispetto a famiglie del genere: togliere tutti questi elementi dalla circolazione bio-sociale, impedendo che le loro macchie originarie si propaghino e si stabiliscano. Teoricamente almeno, qui la sterilizzazione è a posto.


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Di tutte le misure eugenetiche quassù ricordate, la sterilizzazione è quella che, esclusa la possibilità di applicare per ora la eutanasia, gode il favore di molti sociologi, giuristi e igienisti dell’avanzatissimo Nord-America. Sono già parecchi gli Stati dell’Unione che hanno legiferato in proposito, e val la pena di darne qualche notizia.

Cominciò lo Stato d’Indiana (1907), e fu radicalissimo nelle sue deliberazioni: la sterilizzazione doveva applicarsi a tutti quei ricoverati negli Istituti statali che una Commissione di tre medici giudicasse inemendabili mentalmente e fisicamente, quindi non adatti alla procreazione: si doveva applicar loro, a scopo eugenetico, uno qualunque dei mezzi capaci di renderli per sempre sterili a scelta della Commissione.

Lo Stato di Washington (1909) ebbe invece scopi punitivi; decretò che venissero resi inidonei alla procreazione tutti i delinquenti abituali e coloro che fossero stati condannati per delitti carnali o per ratto compiuti su persone di sesso femminile sotto 10 anni.

Nell’anno stesso in California si allargò la Legge a tutti i frenastenici ricoverati negli Ospedali e Asili, e a tutti i carcerati condannati a vita, tre volte recidivi nel delitto e a quelli dimostranti una insanabile perversione nella sfera sessuale; dovevano essere "asessualizzati", per il loro stesso vantaggio fisico, mentale e morale, da una Commissione di quattro medici dell’Ufficio statale di Igiene. E sempre nel 1909 anche il Connecticut emise una Legge affinchè a "scopo eugenistico e terapeutico" i carcerati e gli infermi, ritenuti inguaribili da una Commissione medica dopo un accurato esame della loro storia di famiglia e delle loro condizioni fisiche e mentali, venissero sottoposti a vasectomia o ad ooforectomia "in maniera sicura e umana".

Tornò invece lo Stato di Nevada (1911) alla finalità punitiva, dando diritto alla Corte giudicante di ordinare una "operazione atta a prevenire la procreazione, esclusa però la castrazione", per i medesimi delinquenti già presi di mira dalla legislazione di Washington. Contemporaneamente il Jowa, che ha fama di essere lo Stato più puritano dell’America, ampliò assai la cerchia delle persone cui, a scopo eugenico, si dovrebbe praticare la vasectomia o la salpingectomia: nientemeno che a tutti gli ospiti delle pubbliche Istituzioni per criminali, idioti, frenastenici, imbecilli, ubriaconi abituali, intossicati da droghe, ossia morfinisti e cocainisti, epilettici e perfin sifilitici! Ogni anno i dirigenti di ciascun Istituto li esaminerebbero, e sceglierebbero gli operandi specialmente fra quelli fisicamente dannosi alla riproduzione della specie e quelli pervertiti nella sessualità o nel senso morale.

La stessa finalità eugenistica si trova nella consimile legislazione degli Stati di New-Jersey (1911) e di New-York (1912); nel primo un Comitato speciale di dirigenti delle Istituzioni di Beneficenza e di Pena, coll’aggiunta di un chirurgo e di un neurologo, ne esaminerebbe tutti gli inquilini, massimamente i criminali recidivi e i condannati per ratto a scopo carnale, ne sceglierebbe quelli che a voto unanime fossero ritenuti più nocivi per eredità patologica o per difettose condizioni di corpo o di mente, e li sottoporrebbe ad operazione sterilizzante, da determinarsi dalla Commissione medesima. Nell’altro una Commissione composta di un medico, di un neurologo e di un chirurgo, nominati dal Governatore per sei anni, e agli ordini della Magistratura giudicante, dovrebbe decidere, sui criterî or ora indicati, quali fra i ricoverati nei Manicomî statali, nei Riformatorî, nelle Prigioni e negli Istituti di Carità, specialmente se delinquenti abituali e sessuali, meritassero l’operazione sterilizzatrice.

Non mi è giunta notizia di altri Stati che nell’ultimo decennio si siano aggregati alla crociata eugenistica; ma in America non si fanno mai le cose a mezzo, e già ad altri Governi locali sono stati presentati progetti analoghi per i frenastenici, i pazzi cronici, gli epilettici, gli alcoolisti, i delinquenti; perfino dal Governo federale fu sollecitata una legge che uniformasse sotto tale riguardo le diverse e disformi legislazioni locali; anzi, si è spinta la richiesta fino ad includervi gli emigranti difettosi e tarati da eredità morbosa. Su questi ultimi però le leggi restrittive dell’immigrazione hanno mandata a monte la curiosa proposta. La novità dei progetti più recenti consiste nella istituzione di uno speciale Ufficio, "Eugenics Board", al quale spetterebbe di mantener viva la questione raccomandando la sterilizzazione degli individui delle classi dannose.

In Europa si vuole che l’idea di sterilizzare gli epilettici, i pazzi e i gottosi [?] fosse venuta per prima agli Scozzesi "dei tempi antichi"; così scrisse Paolo Naecke, l’alienista di Lipsia che a sua volta nel 1889 formulò la proposta di castrare gli individui antisociali. Il Naecke era un ardente e coerente seguace della Scuola di Cesare Lombroso: la sua proposta era in perfetta armonia colla dottrina del "delinquente-nato", ossia incorreggibile, oggi in sostanza mantenuta più viva che mai nelle quassù ricordate Legislazioni Nord-Americane e in tutti i nuovi Codici penali o già sanzionati o in progetto. Ma il Naecke non fu ascoltato, e fra gli stessi criminalisti l’idea di sterilizzare i criminali parve un paradosso: neanche l’esempio degli Stati-Uniti è valso a farla entrare nella pratica del Vecchio Continente. Tuttavia si ha notizia che in Svizzera, nei Manicomî di Burgölzli presso Zurigo ed in quello di San-Gallo, i dottori Gruber e Rüdin hanno sottoposto alla operazione parecchi imbecilli, pazzi morali, epilettici, catatonici, pervertiti sessuali, pederasti, e le loro osservazioni cliniche depongono favorevolmente. Ad es., un imbecille con forte difetto morale, irrequietissimo e violento, divenne dopo la castrazione abbastanza tranquillo ed ordinato, così da potere essere rinviato dall’Asilo; una bevitrice, molto erotica, divenne più temperante; un catatonico, presentò un’ottima remissione... E pare che risultati non dissimili si siano verificati in Prussia, dove dal 1910 al 1912 erano stati sterilizzati 877 soggetti, tra assassini, omicidi, rapinatori sanguinari, stupratori. Il Gerngross vi scorgeva un buon mezzo sussidiario nella lotta contro il delitto.

Ma debbo rammentare anche le obiezioni che sono state fatte a questa forma di Terapia a scopo sociale. Anzi tutto, essa è applicabile a ben pochi casi quando le si associ la necessità del consenso dell’operando; soltanto sugli incoscienti la Società, e per essa il medico specialista in Antropologia criminale, il penalista, il Magistrato e il chirurgo potranno ricorrere liberamente all’operazione. D’altra parte, questa categoria di soggetti è già, di per sè, poco dannosa nei riguardi delle nascite, sia perchè spesso son congenitamente sterili per agenesia dell’apparato sessuale, sia perchè di buon’ora allontanati dal corpo sociale e rinchiusi negli Asili. In terzo luogo, la sterilizzazione non elimina dalla riproduzione che un membro solo di una data famiglia o stirpe degenerata; diminuiranno dunque di ben poco le nascite non desiderabili. Vi sono inoltre obiezioni d’ordine ideologico e sentimentale che non possono essere trascurate in un problema che affatica anche i moralisti; la sterilizzazione e la castrazione non togliendo l’appetito e il piacere sessuale, indurranno i soggetti a più libero vizio e aumenteranno così la corruzione e l’immoralità pubblica. Si oppongono infine ragioni di Diritto; ciascun individuo non deve essere assoggettato a nocumento fisico, tanto meno ad una mutilazione: il meglio, per questi idealisti, giuristi e filantropi, sarebbe di aiutare il miglioramento della coltura e l’elevazione del senso etico generale.

Ciò non di meno, sul dato che l’operazione della vasectomia non è pericolosa, e che si può assicurare all’operato (così si dice da Waldschmidt, ma la cosa non è ancora stata abbastanza studiata) la conservazione degli appetiti genesici e della voluttà, si potettero eseguire fino al 1914 circa 1000 sterilizzazioni (Laquer): cifra non certo sufficiente per gli scopi eugenistici in un paese di quasi 90 milioni di abitanti, come negli Stati-Uniti, ma pur sempre ragguardevole in ragione della riluttanza che la maggior parte dei competenti in materia cui spetterebbe applicarla e degli operandi dai quali si aspettasse il consenso, proverà per una mutilazione inflitta agli organi più caratteristici della personalità fisio-psichica maschile. Quanto alle donne, la salpingectomia, come atto operativo, e già molto usata dai ginecologi, non implica un eguale danno; tanto è vero che in Oriente essa è da lunghi secoli praticata sulle danzatrici e prostitute sacre con una tecnica abbastanza primitiva. Ad ogni modo è probabile che alla sterilizzazione cruenta sarà d’ora innanzi preferita quella incruenta coi raggi X o col iodio (Loeb e Zöppritz), se i risultati ne saranno meglio studiati e definitivamente confermati.

Certo, l’estinzione della discendenza dei degenerati mediante la sterilizzazione è una pena infinitamente meno ripulsiva della morte o della segregazione perpetua, poichè (come notava Federico Houssay al Congresso Eugenistico del 1912), in luogo di essere una soppressione della vita naturale o sociale, è soltanto una riduzione morfologica e fisiologica che si può effettuare e sostenere senza dolore. Pertanto appare legittimo estenderla anche a casi non così gravi, come son quelli che implicano la condanna capitale o l’ergastolo, a casi cioè meno minacciosi per la compagine sociale. Ma come farla accettare da coloro cui toccherebbe di subirla? O con la persuasione o con la forza: ora se il primo metodo potrà trovare consenzienti solo alcuni rarissimi individui più desiderosi della libertà loro accordata in compenso, o magari attaccati all’interesse di famiglia che sarebbe salvato togliendo la possibilità di altra prole, il secondo costituirebbe una pena mutilatrice da eseguirsi con un apparato di violenza poco accordabile coi nostri sentimenti morali. Fors’anco, avvertiva l’Houssay, vi sfuggirebbero sempre gli asociali più ricchi, al modo stesso col quale sono fin d’ora capaci di sottrarsi con semplici ammende pecuniarie agli altri castighi.

Ma oltre ai delinquenti abituali, non suscettibili di emenda, abbiamo veduto che gli eugenisti considerano legittima la applicazione dei processi selettivi estremi anche agli individui, sia mostruosi, sia mancanti dalla nascita delle facoltà psichiche, nonchè di coloro che una malattia cerebrale abbia condotto all’annientamento dell’intelligenza. Per l’Eugenica, son tutti esseri perniciosi all’avvenire della razza e dell’Umanità, non tanto per la loro inadattabilità alla convivenza, quanto per il pericolo che essi offrono, di trasmettere ai discendenti le loro tare somatiche e mentali. A prescindere dai mostruosi, il problema della selezione umana in riguardo all’equilibrio ed al vigore delle facoltà intellettuali tocca nel vivo la Psichiatria. Se si dovesse eliminare coll’eutanasia tutta la massa di idioti, frenastenici, cretini, pazzi divenuti incurabili per schizofrenia (demenza precoce nelle sue varietà), paranoici, dementi cerebropatici, epilettici ed alcoolisti, cronici indementiti, paralitici, senili, ecc., che si sono accumulati finora nei Manicomî, e che ogni anno vi crescono di numero, non si vede perchè dovrebbero all’ecatombe scampare poi i moltissimi asociali e disgenici che seguitano a godere della libertà, e che ben più di quelli segregati sono dannosi per la conservazione della razza o per il ricupero del suo tipo normale. Non è possibile pensare senza orrore ad un sagrifizio così grave di esistenze umane, ma per fortuna esso è assolutamente inattuabile. Resterebbe la pratica sterilizzante, ma anche per questa le difficoltà da superare son tali e tante, massime per gli individui disgenici viventi in famiglia, che soltanto una lunghissima evoluzione dei costumi e dei sentimenti dei popoli civili potrà renderne meno ostica e ripulsiva l’idea e farne riconoscere la relativa opportunità pratica nella estensione necessaria per un completo programma eugenetico.