L'uccisione pietosa/15

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15. “Principiis obsta”

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L’Eugenica, messi per ora in disparte tutti quei procedimenti repressivi che urtano, qualunque cosa si dica, contro l’attuale nostro modo di pensare e di sentire umanamente, può dedicarsi con maggiore profitto (e già lo fa su scala sufficiente) alla richiesta ed all’applicazione dei metodi più blandi, e certamente alla lunga più efficaci, di selezione e di sgravio per la Società civile: e sono quelli preventivi. Bisogna mettere d’accordo la necessità di perfezionarci fisicamente con le esigenze che ci siamo noi stessi create ed imposte sotto l’aspetto etico durante la lunga tormentata nostra evoluzione corporea e psichica; non bisogna che trascuriamo il vincolo fondamentale che ora lega tutti gli uomini fra di loro, che ingenera una loro intricatissima interdipendenza di sentimenti e di interessi, e che fa di ciascuno di noi un elemento individuale bensì, ma sempre in rapporto con le generazioni da cui discendiamo e con quella in mezzo alla quale viviamo.

La Società incivilita non vive più di sola concorrenza fra i suoi costituenti, siano nazioni o popoli, siano gruppi professionali, siano famiglie o individui, come parve ai primi sociologi e filosofi che interpretarono con stretto rigore le dottrine darwiniane; agisce nello sviluppo della specie umana, come in tutto il mondo dei viventi, un altro fattore non meno proficuo alla Evoluzione, ed è la associazione, la mutualità fra gli esseri, col compenso reciproco delle loro virtù e delle loro manchevolezze. Questo fattore essenzialmente morale, definito e propugnato dal celebre sociologo e filosofo russo Kropotkine, si oppone nell’Uomo, più ancora che nelle altre specie, alla cruda brutalità della lotta (Darwin stesso l’aveva intuito nella meno nota e citata, sebben più ampia, delle sue famose opere, in quella sulle Variazioni delle Piante e degli Animali domestici). Se la lotta porta alla regola estrema dell’"Uccidetevi", o a quella meno atroce del "Combattetevi", la associazione si riassume nell’altra "Aiutatevi!". L’eliminarci a vicenda non è aiutarci a viver meglio.

L’alienista Hoche si è fatta la domanda se in un tempo in cui, per un rispetto assoluto alla libertà individuale, si è lasciato in Inghilterra morire lentamente di inedia volontaria un uomo tutto pervaso da un alto ideale senza arrecargli il soccorso dell’alimentazione artificiale (alludeva al sindaco di Cork), non sia doveroso prendere in esame l’idea altrettanto alta che per la salute della collettività si dovrebbe accorciare la vita agli esseri inutili o dannosi. "I diritti della specie e della razza, scrive egli, non son forse superiori a quelli dell’individuo?". Senza dubbio, la risposta risulta affermativa in linea teorica; ma non sarebbe più giusto ed umano se in luogo del problema dell’uccisione di tanti sciagurati, immeritevoli e irresponsabili della loro sciagura, si ponesse il problema della colpa della stessa collettività nel non impedirne la nascita o nel lasciare permanenti le cause di quei guasti irreparabili? Voglio dire: se invece della eliminazione di quelle vittime predestinate alla mostruosità, all’idiotismo, al cretinismo ed alla demenza dalla incapacità dei popoli a vincere sul loro territorio le forze avverse di Natura, o a migliorare sè stessi, si presentasse invece al nostro pensiero la pregiudiziale della necessità di una lotta molto più energica contro le così dette "malattie sociali", contro la sifilide, l’alcoolismo, la tubercolosi, ..... la malaria?

Ecco qui un programma di Medicina sociale, che vale per la Eugenica molto più della eutanasia autorizzata, inquantochè prende di fronte le cause del doloroso fenomeno e non si contenta di combatterne gli effetti; ecco qui soddisfatto il principio altamente morale del rispetto alla vita, senza del quale non esiste progresso civile. Stia pure quale mira suprema dell’Eugenica il bene della collettività, ma prima bisogna che questa collettività si purghi di tutto ciò che in essa determina e mantiene le incolpevoli deficienze, mostruosità e annichilazioni della personalità fisiopsichica negli individui.

Un parallelo addirittura assurdo è stato fatto da qualcuno sui diritti della collettività. Se questa (si è detto da Hoche) ha sempre interessi superiori a quelli dell’individuo nei riguardi economici, così che si può d’un tratto far piombare classi intere della popolazione dalla agiatezza alla miseria, dalle comodità di esistenza alle più dure privazioni, dalla buona nutrizione alla fame e quindi anche alla morte, come è accaduto nei grandi rivolgimenti politico-sociali a contenuto economico (c’è forse qui un’allusione alle vicende bolsceviche, tanto poco elogiabili, della Russia?), perchè non potrebbe essere lecito alla collettività stessa di imporre senz’intermezzo ad altre categorie di persone un più rapido e perciò men penoso sagrificio della vita?

Questo ravvicinamento è capzioso: nel primo caso la collettività non mira affatto e in modo diretto, diciamo pur consapevole, alla scomparsa di quelle classi o categorie di persone: il fenomeno eliminatorio avverrà così lentamente e lasciando tante possibilità di scampo, da non costituire nulla più di un effetto della perenne e naturale lotta per l’esistenza. D’altra parte, la miseria affamatrice può essere lenita in vari modi che ne attenuino il potere distruttore: o mediante un adattamento individuale alle privazioni, o mediante ulteriori provvedimenti atti a scongiurare l’esito fatale. Resta sempre il rimedio della emigrazione dalle regioni impoverite, e c’è sempre la risorsa di una rivolta dei miserabili contro la collettività rapace. La Storia è piena di lotte consimili, giacchè l’alternarsi delle razze e delle classi privilegiate sulla sua scena costituisce il dramma perpetuo di aspetto sociale.

Ma la Eugenica, intesa in senso scientifico ed umano, non può avere il programma di impedire la degenerazione della razza troncando le vite individuali una volta incominciate, bensì quello di eliminarne le cause mediante provvedimenti profilattici. Ora, basta vedere quello che si è fatto nel Nord-America secondo questa direzione profilattica. Quando si ebbero le prove statistiche innegabili dell’aumento dei casi di pazzia, di alcoolismo, di criminalità, e il Paese si trovò alle prese colla Guerra mondiale, un grosso numero di sociologi, uomini politici, biologi, medici, moralisti e pedagogisti diventarono ferventissimi eugenisti; e si iniziò quella memorabile campagna che va sotto il nome di "proibizionismo". La proibizione assoluta di tutte le bevande alcooliche ne è stata un effetto, e ha già dato in poco tempo risultati sorprendenti, sia in rapporto alla salute pubblica (diminuzione della morbilità e mortalità generale), sia rispetto alle condizioni morali del Paese (diminuzione della criminalità, rendimento maggiore in lavoro delle classi operaie, cessazione degli scioperi, ecc.). Dal che si può esser certi che fra non molti anni l’opulentissima America sarà alla testa delle nazioni civili anche pel vigore fisico e mentale della sua razza cotanto commista ("Yankee"). Mentre vi si dileguano i guasti arrecati per tanti anni dall’alcoolismo, le leggi restrittive del matrimonio diggià promulgate in molti Stati, e la sanzionata sterilizzazione dei soggetti antisociali contribuiranno sempre più a quella mirabile opera di Prevenzione sociale; del resto, sono allo studio o in vista provvedimenti radicali anche per combattere la diffusione della sifilide e delle sostanze stupefacenti, e persin l’uso del tabacco! Avremo presto molto altro da imparare, noi della vecchia e decadente Europa, dal di là dell’Atlantico.

In Europa si ha tuttora un concetto della "libertà" che con termine napoleonico tornato di moda noi diremmo "ideologico"; il libero esercizio delle facoltà e capacità individuali deve invece finire dove cominciano gli interessi collettivi. È vero che di leggi e usanze restrittive del matrimonio si ha qualche notizia anche sul Vecchio Continente, ad esempio in Svezia, dove furono promulgate fino dal 1757; - in Bulgaria, dove l’art. 186 dello Statuto dell’Esarcato vuole che siano annotate nel registro dei matrimoni la sifilide, l’epilessia, la pazzia; - in Russia, dove era vietato agli alienati di concluder matrimonio; - in Armenia, dove il Santo Sinodo, nel 1904, espresse il voto che in vista della salute pubblica si regolasse il matrimonio delle persone affette da malattie genitali, e in seguito emise un "ukase" con cui esso veniva vietato ai tisici. In questi ultimi tempi, molti sociologi ed igienisti hanno proclamata anche in Germania, in Francia, in Inghilterra ed infine in Italia la necessità di una Legislazione sul Diritto privato, e sopratutto sul matrimonio, rinnovellata e resa più conforme alle odierne esigenze giuridico-sociali, sanitarie e morali: ma dove l’idea teorica si tradusse senza tanti indugi o cavilli in fatto, è pur sempre nel Nord-America.

Leggi restrittive pel matrimonio sono già state promulgate in molti degli Stati dell’Unione Nord-Americana, e diggià nel 1914 erano 12 su 48. Essi si disponevano nel modo seguente: il Connecticut, l’Indiana, il Kansas, il Michigan, il Minnesota, la New-Jersey, l’Ohio, l’Utah e il Washington hanno vietato il matrimonio agli epilettici; il Michigan, l’Utah e il Washington, a tutte le persone affette da malattie genitali (sifilide, blenorragia); l’Ohio e il Washington, agli alcoolisti abituali; l’Indiana, ad ogni persona affetta da malattia trasmissibile; il Washington, ai criminali-nati ed ai tubercolosi in istadio avanzato; il Delaware, il Vermont, il Maine e l’Indiana, a tutte le persone che vivono parassitariamente a carico della Pubblica beneficenza. - Due Stati, il Nord-Dakota e l’Oregon, impongono la presentazione di un certificato sanitario comprovante la attitudine fisica e morale di tutti i candidati al matrimonio.

Di fronte, a queste correnti di vera profilassi sociale, la dottrina selezionistica applicata con mezzi estremi (eutanasia) o con metodi mutilatorî (sterilizzazione), se pur rimane naturalmente la più sicura e la più ligia al principio della difesa della razza, deve cedere il passo, non solo per ragioni morali e giuridiche, ma altresì per la sua presente pratica inattuabilità, a procedimenti più lenti, più blandi e fors’anco più profondamente efficaci, in quanto penetrano nelle viscere stesse del corpo sociale, e ne investono l’organismo nelle funzioni riproduttive, nelle condizioni di esistenza, nei rapporti con le forze naturali.

L’Eugenica ha così un programma umano: prevenire, non reprimere; tale almeno è il mio parere, e debbo ricordare che io sono stato dei primi, forse il primo in Italia, nell’applaudire alla nascita di questa parte fondamentale della Medicina sociale, così che fino dal Primo Congresso della Società Inglese di Eugenica le portai il modesto contributo della mia opera di antropo-psicologo. Al miglioramento della specie, alla rigenerazione delle razze colpite dai mali che pajono inseparabili dai progressi della Civiltà fin qui basata sul principio della libertà individuale, si deve tendere gradualmente, evolutivamente col diminuire per l’appunto questa libertà, sopratutto in relazione alle unioni sessuali di riproduzione, e in seconda linea col vietare all’individuo il falso diritto di sperperare il proprio patrimonio di energie fisiche e mentali, ad esempio avvelenandosi con alcool, senza dire della lotta da intraprendere sempre più energica contro i grandi fattori della degenerazione indipendenti dalla volontà dei singoli, ma di natura esogena, quali sifilide, tubercolosi, malaria, pellagra, febbri infettive, morbi epidemici e malattie regionali, massime tropicali. Cominci la collettività a fare la bonifica di sè stessa tanto sotto il punto di vista fisico, quanto sotto quello morale; e si raggiungerà lo scopo della Eugenica senza sacrifici o lesioni parziali di vite ormai formate, e comunque nate, anche se con tare svalutative.