La Cicceide legittima/II/XXXVII

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Sonetti

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II - XXXVI II - XXXVIII
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La Serenata.
Accidente notturno.

xxxvii.

ERa di sera
     Su le tre ore,
     Quando a D. Ciccio
     4Arso d’amore
     Venne in capriccio
     Di far palese
     A chi l’accese
     8L’antico suo libidinoso ardore.
Quindi avanzatosi
     Sotto il balcone
     Di quella rigida
     12Che l’arrostì,
     Con un armonico
     Falsobordone
     Sul Chitarrone
     16Cantò così.
Sì, feritemi,
     Saettate,
     Ch’io per me, luci spietate,
     20Mai d’amarvi non lascerò;
     Ma costante incoccerò,
     Come il Rospo a le sassate.
     Sì sì, feritemi spietate
24Luci barbare, quanto belle,
     fate pur ciò, che volete,
     Siate fulmini, o comete,
     Siate vipere, o ceraste.
     28Ch’io vi voglio adorar, se ci crepaste.
Mentr’in tal guisa
     D. Ciccio esagera

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     La sua passion,
     32Voce improvisa
     Da lunge sentesi,
     Che basso mormora C.... C....
Ei però, che null’altro
     36Sentia furor, che la doglia, ond’era oppresso,
     Sol pensando a se stesso
     Proseguì, benche per poco,
     L’incominciate
     40Prime proteste,
     Figlie modeste
     Di nobil foco;
     Ma poi parendoli,
     44Che le bravate
     Fosser per essere
     Più adequate
     A farla muovere
     48Tutto rannuvolato in questa guisa
     Diè materia col canto a nuove risa,
     Pò fare Iddio!
     Chi mai sentì,
     52Ch’una vil femina
     Di bassa nascita
     Sprezzi così
     Un uomo carico
     56Di tanto merito,
     Qual mi son’io!
     Pò far Iddio!
Ma senti, empia, ma senti, e pensa poi
     60Col tuo poco giudizio a’ casi tuoi.
     O tu, lasciato
     Lo stile usato
     Del tuo rigor
     64fammi felice;
     O ch’io portato

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     Dal mio furor
     Con mano ultrice
     68Vi veggo a svellere
     Dal petto il cor:
Perocché ben lice
     Vim vi ripellere
     72Per quel, che dice
     Ogni Dottor.
Mentre in tal forma
     Ei nuovamente
     76Sfoga dolente
     La sua passion,
     Quella medesima
     Voce risentesi,
     80Ch’alzato il tuon,
     Con maggior enfasi
     Gridando replica C.... C....
Or egli all’ora,
     84Che si sentì
     Alto così
     Chiamar a nome,
     Io non so come,
     88Restando muto
     S’istupidì;
Poi conosciuto,
     Che quelle voci
     92fin ora incerte
     Eran proferte
     Dalla ragion,
     Concordemente
     96A guisa d’Eco
     Replicò seco
     L’udito suon
     Gridando anch’esso
     100Nel tuono stesso C.... C ....