La Veste d'Amianto/Parte prima/I

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I

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Parte prima Parte prima - II

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I.

I due uomini, discorrendo si erano inoltrati sotto il boschetto d’acacie che Susanna Pearly prediligeva, dove ella soleva trascorrere gran parte delle sue giornate in quella fine d’estate già piena precocemente di sottil fascino autunnale e dove si trovava anche in quell’istante assorta nella lettura di un romanzo francese che nella sua abituale asprezza di giudizio ella aveva già definito assurdo e pazzesco.

All’apparire dei due uomini ella si alzò di scatto con un moto impaziente di tutta la sua personcina nervosa e mosse per andarsene, ma la voce di Max Kindler la fermò.

Calda e devota, la voce di Max Kindler pregava:

— Perdonate, signorina Susanna: sono mortificato d'avervi disturbata; non sapevo di trovarvi qui.

— Non importa.

— Ce no andiamo subito noialtri, restate.

— Grazie, — fece ancora, breve, la fanciulla rimettendosi a sedere.

Max Kindler continuò:

— Volete permettermi di presentarvi Ettore Noris, l’aviatore che acconsente ad applicare il mio motore e a servirsene esclusivamente? [p. 22 modifica]

Senza degnare d’un’occhiata il giovane che s’inchinava, Susanna abbassò lievemente il capo in un freddo saluto silenzioso.

Una nube passò sulla fronte di Mar Kindler. Senza insistere oltre egli disse:

— Buongiorno, — e mosse con Noris per un viale opposto.

Per qualche istante i due uomini camminarono vicini e silenziosi, poi, credendo di dover fare le scuse di Susanna, il direttore delle officine elettrotecniche Pearly disse a Noris:

— L’accoglienza della signorina Pearly dev’esservi sembrata un po’ strana: perdonate; è una creatura molto bizzarra.

— Non ho badato come m’abbia accolto, — fece Noris tranquillo.

E siccome l’ingegnere Kindler lo guardava stupito, egli soggiunse per temperare 1 asprezza dell’insolenza non voluta:

— Non bado mai all’accoglienza delle donne.

— Ah! ho capito, — osservò il buon tedesco sorridendo, — siete un misogino.

— Come volete.

— Una cosa singolare alla vostra età, e difficile, piuttosto.

— Ho la mia macchina, — disse Noris.

— E l’amate sopra ogni cosa al mondo?

— Sopra ogni cosa.

— Vi capisco perfettamente.

Come riuscisse a capire la passione esclusiva dell’aviatore non spiegò il sentimentale tedesco che da tre anni, da quando cioè aveva assunto hi direzione delle officine Pearly, adorava Susanna e aveva subordinato alla conquista, di lei ogni suo sforzo di lavoro, e si riteneva adesso il più felice degli uomini perchè il padre Pearly gli aveva finalmente concesso la mano della figliuola come premio per aver creato il nuovo motore d’aereopiano Kindler-Pearly.

Il nuovo motore era stato appunto provato da Ettore Noris con un risultato che aveva deciso l’aviatore ad accettare le proposte della casa Pearly di adoperarlo ormai esclusivamente. Il [p. 23 modifica]contratto era vantaggioso per ambo le parti: per Noris che — a parte il beneficio finanziario assicuratogli dal contratto — poteva trarre maggior profitto per il suo giuoco d’audacia da un motore leggerissimo e potentissimo e per la casa che non avrebbe potuto trovare maggior richiamo e più efficace della collaborazione effettiva d’un aviatore della fama e dell’abilità di Ettore Noris.

Il contratto doveva venir firmato fra due giorni, dopo un’ultima prova definitiva da parte di Noris, prova che doveva sopratutto servir di pretesto per una giornata d’aviazione dalla quale la Casa Pearly contava di trarre un vantaggio notevolissimo per il suo motore dal punto di vista della pubblicità. Per la stessa data era fissato il fidanzamento ufficiale di Max Kindler con Susanna.

Certo sarebbe stato, quello, il più bel giorno di sua vita per l’ingegnere Kindler, quello che coronava tutti i suoi sogni d’ambizione e di cuore. Insieme egli conquistava di colpo la fama, la fortuna, una situazione magnifica assicurata ormai per sempre e una compagna di vita adorata e adorabile.

Perchè era bella e buona Susanna Pearly.

Della sua origine inglese ella conservava la freschezza meravigliosa della carnagione, l’oro cupo e lucente dei capelli copiosissimi, l’alta persona slanciata rivelante la solidità e la saldezza anche sotto la delicatezza dei contorni e la purezza della linea. Ma il sole d’Italia — dove suo padre era venuto a trapiantarsi trentanni prima e dove ella era nata — aveva brunito il tono della sua carnagione di velluto e tinto di porpora le suo labbra e adombrato i suoi grandi e strani occhi verdi come una malachite stemperata nell’assenzio, di ciglia e sopracciglia nerissime. Ne derivava alla sua bellezza un suggello di stranezza singolare cui aggiungevano i modi bizzarri della fanciulla: una sua alterezza sdegnosa trasparente dalla fisionomia, dal contegno, dal tono della voce, dal modo di portare [p. 24 modifica]il capo, di parlare, di tacere; una franchezza eccessiva, rude ed eccessivamente pronta nel giudicare, nel condannare, nel respingere; un pessimismo inesplicabile colla sua vita facile e privilegiata e traducentesi in diffidenza contro tutti e contro tutto; una freddezza che forse era soltanto ritrosia eccessiva; una suscettibilità che poteva essere il riflesso di una eccessiva delicatezza. Difetti tutti che potevano pregiudicarla nella impressione di chi l’avvicinava per la prima volta, ma che non impedivano in lei una vera e reale bontà, una profondità sincera, di sentimento, una generosità senza confini e anche una reale docilità.

Per questa sua docilità aveva accettato dal padre il fidanzato propostole quantunque il suo cuore e la sua anima non le avessero mai parlato di Max Kindler. Veramente, di nessuno le avevano mai partito il suo cuore e la sua anima. À vent’anni, Susanna Pearly era sentimentalmente ignara come una bambina. Certo ella pure s’era foggiata un ideale fantastico come ogni fanciulla sogna e si crea fin che il cuore tace e l’anima dorme. E questo signore del sogno di Susanna Pearly era bruno e pallido e aveva un’anima d’artista.

Ma era rimasto confinato nel regno della fantasia e abbandonato senza rimpianto non appena suo padre le aveva parlato di Max Kindler che era biondo e rubicondo e allineava cifre e formule invece di scrivere versi o di cercar colori ma che rappresentava — a detta di suo padre — un partito convenientissimo e ai 9uoi occhi un grande vantaggio, quello di vivere nella stessa casa di suo padre dove ella pure avrebbe continuato a vivere anche dopo il matrimonio nella cornice delle care cose abituali.

Poi, Max Kindler l’adorava. Anche questa era una verità incontestabile.

Con lui, ella non avrebbe mai avuto bisogno di modificare il suo carattere, di costringersi, di sacrificarsi, di soffrire.

Egli l’amava così com’era, l’avrebbe sempre [p. 25 modifica]amata così. La sua tenerezza avrebbe sempre trovato una scusa per i suoi difetti, un’attenuante per i suoi capricci, un motivo di adorazione per qualunque suo gesto. Era così.

Anche adesso, mentre riattraversava il giardino per ritornare in cerca di lei dopo di avere accompagnato Ettore Noris nel gabinetto del suo futuro suocero per le ultime definizioni del contratto, Max Kindler non era più tenuto che da una sola preoccupazione: quella di conoscere in che cosa egli fosse dispiaciuto a Susanna per giustificare il malumore che ella gli aveva dimostrato poco prima.

Non gli occorse indagare molto per sapere.

Appena ella lo vide si alzò e con un gran gesto di sollievo esclamò:

— Meno male! la via è libera, a quanto pare?

— Che volete dire, cara?

— Posso o non posso uscire in giardino?

— E lo chiedete, Susanna? non siete voi la padrona qui?

— Pare di no poichè non si può stare in pace nemmeno in quest’angolo.

— Avete ragione, Susanna, e vi ho già chiesto scusa. Se avessi saputo che voi eravate qui mi sarei fatto uno scrupolo di disturbarvi.

— Potevate almeno risparmiarmi quella presentazione.

Max Kindler guardò la fanciulla sbalordito.

— Se credete — ella continuò corrucciata — ch’io vi sia grata d’avermi presentato quell’individuo!

— Avete qualche speciale motivo di antipatia verso Noris? — domandò l’ingegnere ingenuamente.

— Antipatia? vi pare ch’io possa onorare di un sentimento qualsiasi cotesti individui? Deploro che mi abbiate presentato un aviatore. Qualche giorno voi arriverete a impormi ufficialmente il vostro chauffeur o il vetturino di piazza.

— Oh, che confronti, Susanna! — esclamò Max Kindler. [p. 26 modifica]

— I più logici. Non vengono forse tutti da codeste classi i vostri novelli eroi? Un giovanotto furbo che dieci anni fa avrebbe fatto il vetturino faceva il conduttore d’automobili due anni fa e quest’anno fa il pilota d’aereoplani, ma l’individuo resta lo stesso. Voi mi avete dunque presentato un vetturino.

— Susanna! — esclamò con tono supplice l’ingegnere.

— Ebbene? smentitemi se potete!

— Ma sicuro. Voi avete gran torto di generalizzare così. Ettore Noris non è mai stato nè un vetturale nè uno chauffeur.

— Cos’era? un duca? — fece ironica la voce della fanciulla.

— Non era un duca, ma era un giovinotto di buonissima famiglia che studiava ingegneria quando lo prese la passione dell’aviazione. Se avesse finito i suoi studi, oggi potrebbe forse essere al mio posto. Se lo aveste sentito discutere con me intorno al mio motore, sareste rimasta meravigliata. A voi, cara, io posso confessare che debbo al suo consiglio alcune modificazioni apportate al mio motore che ritengo importantissime.

— Capisco che gli siate grato, — fece la fanciulla, — ma io non c’entro nei vostri doveri di riconoscenza.

— Voi volete farmi soffrire, Susanna. Ho dunque commesso un così gran delitto presentanovi Ettore Noris, il più grande fra gli aviatori italiani, presentemente, e forse uno dei primi del mondo? Vi sareste offesa se vi avessero presentato Beaumont?

— È un’altra cosa, — ella disse. — Prima di essere aviatore, Beaumont era un ufficiale della marina francese. Rimane sempre un ufficiale. Egli non ha fatto della sua audacia un mezzo per far quattrini, non ha avvilito la sua passione facendone un mestiere! E la sua è l’audacia dell’uomo cosciente che sa quanto può chiedere alla sua freddezza e quanto rischio rappresenti ogni suo tentativo. E i suoi tentativi hanno tutti uno [p. 27 modifica]scopo nobilissimo: quello di affermare il valore dell’aereoplano specialmente come mezzo di difesa per la patria.

— Il che non gli ha impedito di partecipare a gare che gli hanno reso centinaia e centinaia di migliaia di lire. Ma anche qui voi siete ingiusta con Noris, mia cara amica. Se aveste assistito alla discussione delle condizioni del nostro contratto vi sareste convinta che nessun uomo è meno venale di lui. La questione del denaro è meno che secondaria in lui: la cosa, d’altronde, è notoria, tanto che malgrado i suoi innumerevoli successi, egli non conta un nemico fra i suoi colleghi, il che costituisce un fatto quasi inverosimile in quel mondo.

A corto d’argomenti per sostenere il suo rancore, Susanna esclamò:

— Insomma, per voi è un dio questo signor Noris!

Sentendo che stava per aver battaglia vinta, Max Kindler sorrise e avvicinandosi un po’ più alla sua fidanzata, osservò:

— Non volete perdonarmi di averlo davvero simpatico? Pensate, cara Susanna, ch’io debbo a lui in gran parte la possibilità d’introdurre il mio motore. E se ricordate che vostro padre aveva subordinato al mio successo il consenso alle vostre nozze, dovete capire la mia gratitudine per Noris.

— Siete sempre eccessivo. Se non era lui che introduceva il vostro motore, sarebbe stato un altro.

— Non lo dite. Anzitutto un altro non avrebbe forse accettato il rischio della prova; poi, la prova stessa, affidata a un individuo che non avesse avuto la sicurezza di Noris poteva mutarsi in un disastro irreparabile anche per il successo del motore, e, infine, nessuno avrebbe potuto fornirci il magnifico richiamo che il nome di Noris ci darà.

— Ma se l’ho detto io! è un dio.

— No, semplicemente un uomo ma una simpatica persona, convenitene. [p. 28 modifica]

— Non l’ho guardato.

— Lo so. Ma voialtre signore avete un privilegio di saper vedere senza guardare.

— Non so se sia vero. In ogni caso vi assicuro che non ho approfittato ai questo privilegio in favore del vostro Noris.

— Come lo odiate! — fece Kindler sorridendo.

— Macche odiare! non l’ho guardato, ecco. Non esiste per me.

— Com’è strano! — mormorò l’ingegnere.

— Che cosa ci trovate di strano?

— In quello che voi dite, nulla, cara.

— E allora?

— Pensavo a una coincidenza curiosa.

— E cioè?

Senza rispondere direttamente alla domanda, l’ingegnere osservò ancora:

— Forse è vera la teoria delle forze psichiche latenti che si attraggono o si respingono.

— A proposito di che cosa, se è lecito, improvvisate codesto commento?

— A proposito di questo, che fra voi e Noris deve esserci davvero una corrente repulsiva.

— Ah!

— Già. Voi non avete badato a lui: lui non s’è accorto di voi.

Un moto improvviso di sdegno colorò le gote pallide di Susanna.

— Spero bene — osservò — che egli non avrà osato parlarvi di me.

Ancora una volta l’ingegnere sorrise.

— Sentite, Susanna, — disse poi, — questo che sto per dirvi, susciterà forse il vostro sdegno ma io non sono capace di nascondervi cosa alcuna.

— Lo spero.

— È così. In merito di questa prova di devozione assoluta e di assoluta fiducia, io vi prego, dunque, di raccogliere tutta la vostra bontà e di ascoltarmi con indulgenza.

— Con indulgenza?

— Sì. [p. 29 modifica]

— Siete dunque colpevole?

— Voi giudicherete. Quando Noris e io vi abbiamo lasciato poco fa dopo quella vostra feroce accoglienza....

— Feroce? — interruppe Susanna sbalordita dall’audacia del suo fidanzato.

— Sì, cara, feroce; ma non conta. Dicevo dunque che quando ce ne andammo, Noris era silenzioso e oscuro in viso.

— Che cosa s’era aspettato? Ch’io mi commovessi?

— Ecco, vedete, anche voi come me, avreste attribuito quel suo contegno alla impressione della vostra accoglienza. Così, io mi credetti in dovere di chiedergli se mai fosse stato malcontento dell’esito della mia presentazione.

— Faceste male. Max: ma ormai non c’è più rimedio. Il signor Noris si sarà permesso degli apprezzamenti.

— No.

— Ah!

— Mi disse che non s’era accorto del come lo avevate ricevuto.

Stavolta Susanna scattò:

— Ma questa è una villania! È la villania rivelatrice dell’individuo! e voi l’avete tollerata?

— Sarebbe stata infatti una villania se Noris non si fosse affrettato a soggiungere che egli non si accorge mai dell’accoglienza delle signore.

— Vi garantisco che se io avessi occasione di rivederlo, lo sforzerei ad accorgersi di quello che io penso di lui.

— È inutile, — fece Kindler dopo un istante, — non ho fortuna, oggi, con voi, mia cara Susanna.

— La colpa non è mia.

— Sono disposto ad ammetterlo purchè voi consentiate a far la pace.

— Non ho nulla contro di voi, Max, lo sapete.

— Grazie, cara. Mi volete dare la mano, adesso?

Ella depose la sua piccola mano rosea tenuta [p. 30 modifica]con una cura estrema in quella larga e villosa del buon tedesco con perfetta cordialità ma senza commozione alcuna.

— Cara piccola mano che fra qualche giorno sarai tutta mia.... — fece Kindler chinandosi a baciarla.

Soggiunse dopo un istante di silenzio:

— Voi siete una buona bambina, piccola Susanna, ma bisogna conoscervi come io vi conosco per apprezzarvi come meritate. Io spero che saremo felici insieme.

— Lo spero anch’io, Max.

Il loro amore non ebbe altra espansione.

Quasi subito l’ingegnere si staccò dalla fidanzata per recarsi all’officina e Susanna riprese sola la via verso casa.

Il giardino era deserto, adesso, e la fanciulla malinconica. La bella testolina strana si ergeva ancora disdegnosa e altera in atteggiamento di sfida ma c’era una nube dentro gli occhi di malachite frangiati di nero, sulla purissima fronte bianca sotto il diadema d’oro brunito.

Susanna era malcontenta: se di sè oppure di Max Kindler, non avrebbe saputo dire. Forse di sè e di lui insieme: forse avrebbe voluto che il colloquio singolare non fosse avvenuto, forse lo avrebbe voluto più favorevole a lei. Siccome però tutti i suoi impeti e tutte le sue stranezze non le impedivano di possedere limpido e profondo il senso della giustizia insieme all’abitudine di un’autocritica severa, ella concluse così la ricerca della genesi del suo malcontento:

— Sono seccata di aver avuto torto di fronte a Max.

Chi portò le conseguenze di quella conclusione, nel suo pensiero, fu ancora Noris.

— Tutto per colpa sua, — ella disse. — Se non era lui, la mia mattinata non era guastata così.

Ma era scritto che per quel giorno Noris dovesse costituire il suo incubo. [p. 31 modifica]

Susanna aveva appena salito la breve gradinata che dal giardino metteva nel vestibolo della villa, che Noris le apparve un’altra volta in un atteggiamento singolarissimo, intento ad aiutare Nadina, la minor sorella di Susanna, a raccogliere un fascio di fiori sparsi sul pavimento del vestibolo.

Essi non la videro subito: erano chinati e le volgevano le spalle e Susanna potè udire la voce di Noris, una calda voce autorevole e dolce insieme, dire alla bimba:

— Bisognerà farne due mazzi, signorina, se no, ella arrischia di perderli un’altra volta.

Nadina rispondeva:

— Ha ragione. Ma ne porto sempre tanti e non mi sono caduti mai: non so come sia stato questa volta.

— È stato che i fiori erano troppi per le sue piccole braccia.

Ella pregava, confusa:

— Ma adesso lasci, la prego. Lei m’ha aiutata anche troppo.

— Ma le pare? mi diverto.

Susanna rivelò la sua presenza con una domanda alla sorella:

— Cosa succede?

Di scatto Noris fu in piedi, salutò, riprese la sua maschera d’impassibilità, rispose per la piccola che senza rialzarsi e senza parlare fissava i suoi grandi occhi limpidi in quelli della sorella:

— Nulla di male; la signorina entrava mentre io uscivo e ha perduto i suoi fiori. Adesso li abbiamo raccolti.

Nadina sorrise.

Susanna cercava impaziente nel suo sdegno e nel suo rancore, la frase che dicesse a Noris il suo disprezzo, ma la cercava invano. Le mancava il pretesto per un’offesa e suo malgrado sentiva che la fisionomia di Ettore non era di quelle che consentano una irriverenza.

Si limitò a dire alla sorella:

— Ringrazia il signore. [p. 32 modifica]

Un’altra volta Nadina sorrise guardando Noris e arrossì.

Fu quello il suo ringraziamento.

Noris prese la mano che la piccola gli porgeva, s’inchinò senza una parola a Susanna e uscì.

— Un’altra volta, — fece Susanna rivolta alla sorellina, — quando ti accadesse di lasciar cadere i fiori, mi farai il piacere di chiamare un domestico ad aiutarti.

— È stato lui che ha voluto, sai!

— Ma tu. non dovevi volere. Non si accettano favori da una persona che non si sa nemmeno chi sia.

— Sì che lo so chi è, — fece Nadina trionfante.

— E se lo sai, tanto meglio, cioè, tanto peggio.

Nella ingenuità dei suoi tredici anni la bambina osservò:

— Perchè tanto peggio?

— Perchè è una sconvenienza.

Stavolta, Nadina non replicò più. La parola pronunziata dalla sorella aveva un significato oscuro, ma il tono con cui era stata detta sapeva di burrasca.

In perfetta buona fede la fanciulletta credette che la sconvenienza consistesse tutta nel fatto d’aver accettato che un così illustre aviatore si disturbasse per lei.

— Hai visto com’è gentile? — disse, — e come è bello!

— Bello? — fece Susanna scandolezzata, — Ma come parli tu, oggi, baby?

— O Dio, sta a vedere che non potrò nemmeno più vedere se un uomo è bello o brutto.

— Un aviatore non è un uomo, — fece breve Susanna.

I grandi occhi limpidi la fissarono attoniti.

— Tu dici? e che cos’è allora?

— È un aviatore.

— Allora dirò che Noris è una simpaticissima persona. Si può dire questo? [p. 33 modifica]

— Se lo si pensa, sì.

— Io lo penso, Susanna.

— Le bambine della tua età non dovrebbero avere opinioni in proposito.

— Ma io ho gli occhi, Susanna. E vedo. E Noris mi piace.

— Mi farai il piacere di non esporre a nessuno queste tue sconvenientissime idee.

— Ti ubbidirò, Susanna, ma a te posso dirlo, nevvero? Vedi, se dovessi prendere marito, io vorrei un uomo come Ettore Noris.

— Tu sei una scema, — sentenziò la sorella.

Ed entrò in casa lasciando la piccola sola.