La capanna dello zio Tom/Capo XXXI

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XXXI. Il passaggio

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XXXI. Il passaggio
Capo XXX Capo XXXII

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CAPO XXXI.


Il passaggio.


Nella parte inferiore di un picciol piroscafo, che naviga sul fiume Rosso, siede Tom, colle catene alle mani, colle catene ai piedi e con un peso ancor più grave delle catene sul cuore. Per lui, stelle e luna dileguaron dal cielo; tutto gli sfuggì innanzi, come li alberi, come le rive sfuggono addietro, mentre egli passa, per non tornare mai più. La sua casuccia nel Kentucky, colla moglie, coi figliuoli e i suoi indulgenti padroni; Saint-Clare e il suo palazzo, con tutto lo sfoggio, lo splendore de’ suoi arredi; la bionda testolina e li occhi angelici di Eva; l’altero, festevole, avvenente, e, tuttochè in apparenza spensierato, sempre caro Saint-Clare, ore serene di riposo, di agiatezza — tutto perduto! e invece di questo, che gli rimane?

Una delle peggiori eventualità della schiavitù si è, che il negro, socievole, simpatico di natura, dopo aver acquistato, in famiglia ben educata, quel gusto, quel sentire che formano l’atmosfera del luogo, non è men soggetto a cader nelle mani del padrone più duro, più brutale, — appunto come una sedia, come una tavola, che dopo aver servito ad arredare una splendida sala, vengono confinate, guaste e logore, presso il banco d’una schifosa taverna o peggio. Ma vi corre una gran differenza; la tavola, la sedia non sentono, e l’uomo sente; lo stesso atto legale che lo condanna ad esser preso, aggiudicato, venduto come un mobile, non può cancellare il carattere dell’anima sua, col suo picciol mondo di memorie, di speranze, di amori e di timori e di desiderii.

Simone Legrée, padrone di Tom, ha comperato a questo o a quell’incanto, in Nuova-Orleans, otto schiavi, e, incatenati due a due, li ha fatti scendere nella stiva del buon piroscafo, il Pirata, che sta per salpare e risalire il fiume Rosso.

Imbarcatili e partito il battello, egli si avanza, con quell’aria affaccendata che gli è tutta propria, a passare loro una rivista. Formatosi dinanzi a Tom, che avea indossato il suo miglior abito per l’occasione della vendita, e calzati i suoi stivali più rilucenti, gli disse recisamente:

— «Sta su.»

Tom si levò in piedi.

— «Togliti quella cravatta.»

[p. 334 modifica]E siccome Tom, impicciato dalle catene, non potea agevolmente slacciarla, gliela strappò egli stesso ruvidamente di collo, e se la ripose in saccoccia.

Legrée si mosse quindi verso la cassa di Tom, che già avea saccheggiata, e trattine fuori un paio di vecchi pantaloni e un logoro giubbone che Tom solea indossare ne’ suoi più rozzi lavori, gli disse, togliendogli le manette e indicandogli un luogo appartato tra le balle di mercanzie:

— «Va là, e indossa questi panni.»

Tom ubbidì, e tornò poco dopo.

— «Cávati li stivali» soggiunse Legrée.

Tom se li cavò subito.

Legrée, gittandogli quindi due rozzi scarponi di quelli che gli schiavi soglion portare:

— «Or su, mettiti questi.»

Tom, nello scambiarsi le vestimenta, non avea dimenticato di riporsi in tasca la sua Bibbia prediletta. E ben a proposito; perché il signor Legrée, dopo avergli rimesse le manette, procedette tranquillamente a frugargli nelle scarselle. Ne trasse fuori un fazzoletto di seta e se lo mise nella propria tasca, guardò con un umh di sprezzo alcuni ninnoli che Tom tenea in serbo non altrimenti che un tesoretto, perché aveano serviti di trastullo ad Eva, e li slanciò, dietro le spalle, nell’acque del fiume.

Gli venne quindi alle mani il libricciuolo di inni sacri che Tom, nella fretta, avea dimenticato, e lo svolse su e giù.

— «Umf! È un bigotto sicuramente. Appartieni tu ad una Chiesa?»

— «Sì, padrone» rispose Tom con voce ferma.

— «Ebbene, ti caverò di capo queste melensaggini. Non voglio in casa mia negri che cantino, che preghino; ricordatene ben bene. E ricórdati pure — soggiunse egli, gittando a Tom una truce occhiata e battendo forte col piede il cassero — che da qui innanzi sono io la tua Chiesa! Devi credere e fare ciò che voglio io; intendi bene.»

Il negro non rispose, ma una voce interna rispondea No! e quasi una voce arcana le ripetesse, udì parole d’un volume antico che Eva spesso gli leggeva — «Non temere; perché io ti ho redento; ti chiamai per nome, e tu sei mio

Ma Simone Legrée non udì, ne udrà mai questa voce. Guardò solo per un momento il volto abbassato di Tom, e passò oltre. Prese quindi la cassa del povero negro, che conteneva una ricca provigione di bellissima biancheria, la spinse sulla parte anteriore del piroscafo; e quindi tra risa sgangherate, a spese dei negri che vogliono scimiottare i gentlemen, vendette ben presto ai passeggieri, uno ad uno, li articoli che vi eran dentro, alla fin fine anche la cassa rimasta vuota. Era un bel giuoco, dicean essi, [p. 335 modifica]vedere Tom come seguia cogli occhi ciascuno oggetto, a mano a mano che passava a questi o a quelli. La cassa poi compie l’opera, e diede argomento a mille celie crudeli.

Terminato questo piccolo affare, Simone tornò verso la sua proprietà.

— «Ora, Tom, come vedi, ti tolsi l’impaccio d’ogni bagaglio. Abbi somma cura di queste vestimenta; passerà molto tempo prima che tu ne abbia delle altre. È questo il mio sistema per far economi i mori.»

Simone si avviò quindi verso Emmelina, che siedeva incatenata con un’altra donna.

— «Ebbene, mia cara — le disse egli, accarezzandole il mento — fatti animo.»

Il tremito involontario di orrore, la paura, l’avversione con cui la giovinetta gli diè furtivo uno sguardo, non isfuggirono ai suo occhio penetrante; Simone, irritato, aggrottò le ciglia.

— «Non far moine, ragazza mia; devi far buona ciera, quando ti parlo, intendi? E tu, vecchiaccia, color di luna! — soggiunse egli, urtando ruvidamente la mulatta con cui Emmelina era incatenata — non farmi quel viso arcigno! sta allegra, ti ripeto.»

— «Ora, guardatemi tutti in volto — ricominciò egli, traendosi alcuni passi indietro — fissatemi bene negli occhi» e battè co’ piedi.

Gli occhi di tutti si fissarono, quasi per fascino, negli occhi grigi, scintillanti di Simone.

— «Ora — riprese egli, brandendo il pugno chiuso, grave, enorme come il martello d’un fabbro ferraio — vedete voi questo pugno? pesalo — soggiungeva, lasciandolo cadere sulla mano di Tom. — Guardate ben bene quest’ossa! posso assicurarvi che questo pugno si è indurito come ferro in abbatter negri. Non v’ha negro che io non possa rovesciar d’un colpo — soggiunse egli, agitando il pugno così vicino alla faccia di Tom, che questi credette bene indietreggiare. — Io non tengo custodi; faccio io da custode e nulla sfugge al mio sguardo. Ciascun di voi faccia il proprio dovere; ubbidisca a’ miei cenni, — pronto, diritto, come una freccia. È questo il miglior modo di star con me. Non isperate misericordia; badate bene a’ fatti vostri!»

Le donne non fiatavano per paura, e tutti, con volti abbassati, costernati, ascoltavano queste minaccie. Simone si volse quindi sulle calcagna, e si avviò al camerino del piroscafo per rinfrescarsi la gola.

— «Io preludio a questo modo co’ miei negri — disse egli ad un signore che gli era stato accanto ad ascoltar quel discorso. — È mio sistema esordire rigorosamente per far loro comprendere ciò che li aspetta.»

— «Davvero!» disse il forestiero, guardandolo colla curiosità di un naturalista che esamina un fenomeno straordinario.

[p. 336 modifica]— «Sì, certo; io non sono di que’ zerbinotti, dai guanti gialli, possessori di piantagioni, che si lasciano abbindolare da qualche vecchio furbacchione di agente! Palpate questi muscoli; guardate ben questo pugno. Vi assicuro, signor mio, che questa carne si è indurita come sasso in percuoter negri; toccate.»

Il forestiero toccò col dito lo strumento di cui si trattava, e disse semplicemente:

— «È duro, davvero; e credo — soggiunse egli — che l’esercizio non abbia meno indurito il cuor vostro.»

— «Posso dire di sì — riprese Simone con una grossa risata. — Quanto vi era in me di tenero se ne è andato; quindi, posso assicurarvane, nessuno può condurmi per il naso. I negri non riusciranno a gabbarmi colle loro smorfie, colle loro querimonie.»

— «Avete una bella coppia.»

— «È vero — disse Simone. — Quel Tom, mi assicurarono, è un articolo non comune. L’ho pagato un po’ caro, volendo farne un cocchiere od un agente. L’unico suo difetto è quello di voler esser trattato come non si possono trattare i negri; ma saprò trargli di capo questa falsa idea del suo stato. Quanto a quella donna giallognola, ho fatto un cattivo affare; mi sembra infermiccia; ma la tratterò per ciò che vale; può vivere un anno o due. Non mi curo gran fatto della salute dei negri. Strappazzarli e poi venderli, ecco il mio sistema; meno disturbo, e, alla fin fine, vi è il tornaconto.»

E Simone votò il bicchiere.

— «E quanto durano, in generale?» domandò lo straniero.

— «Ciò dipende dalla tempra della loro costituzione. I più robusti durano dai sei ai sette anni; i deboli periscono in due o tre. Da principio, mi dava gran pensiero per conservarli; infermi, li facea medicinare, provvedere di buone copertine, di lenzuoli puliti; fatica sprecata; gittava via il denaro e non avea che disturbo. Ora, malati o sani, li faccio lavorare egualmente. Se un negro muore, ne compro un altro; e, infin de’ conti, vi trovo la mia convenienza.»

Lo straniero, scostatosi da Legrée, andò a siedersi presso un signore, il quale avea seguito questo discorso, rattenendo a fatica la sua indignazione.

— «Non crediate che quel galantuomo sia il tipo dei piantatori del Sud» diss’egli.

— «Spero che no» disse con enfasi il giovine signore.

— «È un uomo vile, crudele, brutale» soggiunse l’altro.

— «Eppure le vostre leggi consentono che egli tenga buon numero di creature umane soggette a’ dispotici suoi voleri, e ciò senza la menoma [p. 337 modifica]protezione; e per quanto sia miserabile, dovete pur confessare che vi sono molti della sua tempra.»

— «Bene — disse l’altro; — ma dovete anche ammettere che tra i piantatori vi sono molti uomini onorati e benevoli.» Tom si addormentò, e vide Eva in sogno. Capo XXVIII.

— «Concedo — riprese il giovane; — ma, a parer mio, sono appunto questi uomini onorati e benevoli che si fanno solidarj di tutte le brutalità, di tutte le malvagità di que’ miserabili; perchè, se non fosse la sanzione e l’influenza loro, il loro sistema intero non potrebbe reggere un [p. 338 modifica]giorno solo. Se tutti i piantatori fossero come quell’uno — ricominciava additando Legrée che gli dava le spalle; — quest’iniquo sistema precipiterebbe come una macina. Sì, è la vostra onoratezza, l’umanità vostra che autorizzano, proteggono la sua infame ribalderia.»

— «Avete, certo, un gran concetto della mia dabbenaggine — disse il piantatore sorridendo; — ma vi consiglierei a non parlar così forte, perchè possono trovarsi a bordo del piroscafo altre persone che non siano tolleranti quanto io. Sarebbe miglior partito tacere, finchè siate giunto nella mia fattoria; e là potrete divertirci tutti senza pericolo.»

Il giovane signore arrossì, sorrise; e ben presto posero amendue la loro attenzione ad un giuoco di scacchi. In questo mentre, un’altra conversazione avea luogo sulla parte inferiore del piroscafo, tra Emmelina e la mulatta con cui era incatenata. Come è ben naturale, si comunicavano a vicenda alcuni particolari della loro storia.

— «A chi appartenevate?» chiese Emmelina.

— «A certo signor Ellis, dimorante in Levee-street. Forse ne conoscerete la famiglia.»

— «Era buono con voi?» domandò Emmelina.

— «Buono finchè cadde ammalato. Stette infermiccio più di sei mesi, e divenne increscioso oltre ogni dire. Non mi lasciava riposare nè dì nè notte; e siccome, vinta dalla fatica, mi addormentai, montò sulle furie, minacciò di vendermi al peggior padrone che potesse trovare; e quando mi promise la libertà, morì.»

— «Avete qualche amico?» disse Emmelina.

— «Sì, mio marito, che è fabbro-ferraio. Il padrone gli dava a lavorare. Mi fecero partire in tanta fretta, che non ebbi nemmeno il tempo di rivederlo; e ho lasciato quattro figliuoli. Oh, me infelice!» esclamò la donna coprendosi la faccia colle mani.

Quando ascoltiamo qualche infelice a parlar de’ suoi mali, è istinto di natura cercar parole per consolarlo. Emmelina volea dir qualche cosa, ma non seppe trovar conforti. E che dire? Amendue, quasi per segreto consentimento, per ribrezzo indefinibile, rifuggivano dal far cenno dell’orribil uomo nelle cui mani eran cadute.

La religione ha consolazionì ineffabili anche per l’ore più crudeli. La mulatta apparteneva ad una chiesa di metodisti, non avea molta educazione intellettuale, ma uno spirito sincero di pietà. Emmellina avea ricevuto maggior istruzione; sapea leggere e scrivere; era stata ammaestrata nella Bibbia, per cura della pia ed affettuosa sua padrona. E tuttavia è duro cimento alla fede de’ cristiani anche più zelanti, il vedersi abbandonati, almeno in apparenza, alla malvagità più sfrenata! Ma questo prova quanto è più dura alla fede di pusilli così poveri di spirito, così teneri di età!

[p. 339 modifica]Il piroscafo procedeva — carico di tanti dolori — a ritroso di quelle onde torbide, pantanose, giallognole, tra i subiti rivolgimenti del fiume Rosso, e gli occhi di quegli infelici seguìano tristamente, nel loro passaggio, le sinuosità delle rive, argillose, rossiccie, nella loro lugubre monotonia. Alla fin fine il piroscafo si fermò alla sponda d’un piccolo villaggio, e Legrée scese a terra colla sua mandra di schiavi.