La capanna dello zio Tom/Capo XXXII

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XXXII. Luoghi buj

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XXXII. Luoghi buj
Capo XXXI Capo XXXIII
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CAPO XXXII.


Luoghi buj.


Tom e i suoi compagni si misero per un’aspra stradicciuola, camminando stentatamente dietro una rozza carretta.

Simone Legrée siedea sopra essa; e sul di dietro stavano coi loro bagagli le due donne ancora incatenate. L’infelice comitiva cercava collo sguardo la piantagione di Legrée che giaceva a buona distanza dalla strada.

Era una via deserta, selvaggia che ora serpeggiava tra aride solitudini, sparse qua e là di pini, tra cui il vento sospirava melanconicamente; ora traversava su palafitte pantani interminabili; e da quel terreno spugnoso vedevi qua e là sollevarsi lunghi cipressi, cui stavano sospese intorno al tronco ghirlande di nerastre e funebri porracine, mentre tra rami spezzati che imputridian nel pantano ed ingombravan la via, strisciavano schifosi rettili.

Era una di quelle vie per cui si porrebbe di mal animo anche il viaggiatore a cavallo, colla borsa ben fornita, impaziente di dar sesto a qualche urgente affare; ma quanto più selvaggia, quanto più spaventevole si presentava allo sguardo d’un uomo che si allontanava ad ogni passo dagli oggetti del suo amore e delle sue preghiere!

Chiunque avesse osservata l’espressione di que’ neri volti, la cupa, straziante rassegnazione di quelli occhi che seguivan, l’un dopo l’altro, i tristi oggetti in cui, passando si imbatteano, avrebbe compreso il significato delle nostre parole.

Simone parea soddisfatto, tanto più che, di quando in quando, per confortarsi dava di mano ad un fiaschetto pieno di acquavite che tenea in saccoccia.

— «Or su — gridò egli, gittando uno sguardo sui volti costernati di coloro che lo seguìano; — intuonatemi una canzone; or su, figliuoli!» [p. 340 modifica]

Gli uomini si guardaron l’un l’altro, e il su dunque fu ripetuto collo schioppettìo della frusta che il padrone tenea in mano. Tom cominciò un inno metodistico:

Gerusalemme, dolce patria, o santo
   Nome che l’alma mia scordar non può;
Quando avrà fine dell’esiglio il pianto,
   Nella gioia immortale io ti vedrò.

— «Zitto, corvo maledetto — urlò Legrée — credi forse che io abbia bisogno del tuo vecchio infernale metodismo? Cantatemi qualche cosa di allegro, or su.»

Uno degli altri negri intuonò una di quelle canzoni, prive di ogni significato, che son comuni tra li schiavi:

Il padron mi vide ier sera
   Due scoiattoli acchiappar. —
O che luna! or tutti a schiera
   Fate un canto risuonar.

Parea che il cantore declamasse all’improvviso questi versetti, sciolti da ogni ritmo e come meglio gli talentava; i compagni lo seguirono in coro, cantando alternativamente:

Su, ragazzi, or su cantiamo,
   Oh! oh! oh! oh! oh! oh!

Così cantavano a tutta gola questi infelici, sforzandosi di parer allegri; ma nè il sospiro della disperazione, nè l’accento più affettuoso della preghiera potrebbero esprimer mai un sentimento di dolore tanto profondo quanto le selvaggie note di quel coro. Avresti detto che que’ cuori lacerati, sanguinolenti, oppressi dall’angustie nella prigionia si rifugiassero nel santuario inarticolato della musica, e trovassero ivi un linguaggio per sollevar, di nascosto, una preghiera a Dio. Ma Simone non avea orecchio per distinguere questa preghiera; non udiva che il frastuono di quelle voci, e se ne rallegrava, perchè si lusingava di potere con questo espediente rialzar l’animo de’ suoi schiavi.

— «Ebbene, ragazza mia — diss’egli, volgendosi ad Emmelina, e ponendole una mano sopra la spalla — adesso siamo a casa.»

Quando Legrée strepitava, tempestava, Emmelina tremava dalla paura; ma quando sentì porsi quella manaccia sulla spalla, avrebbe desiderato che [p. 341 modifica]l’avesse invece percossa. L’espressione di quelli occhi le trafiggea l’anima; le infondea un brivido di vena in vena. Si strinse involontariamente alla donna meticcia che avea da canto, quasi questa fosse sua madre.

— «Non hai mai portati orecchini? — le chiese egli prendendo colle sue rozze mani una delle piccole orecchie della fanciulla.

— «No, padrone» rispose Emmelina, tremando e abbassando gli occhi.

— «Bene, te ne darò un paio, appena saremo giunti a casa, purchè ti regoli meco da brava ragazza. Non devi essere così spaventata; non ho intenzione di farti alcun male. Avrai buon tempo e potrai vivere da signora — purche sii compiacente verso di me.»

Legrée avea bevuto abbastanza per sentirsi in vena di buon umore; si trovava in punto della strada donde già si scoprivano i limiti della piantagione. Quel podere avea appartenuto anticamente ad un signore, uomo ricco e di buon gusto, che avea posta ogni sua cura nel migliorarlo, nell’abbellirlo. Essendo egli morto insolvibile, era passato nelle mani di Legrée, il quale non pensò che a trarne il miglior partito possibile, come solea fare in tutte le sue faccende. La casa avea adesso quell’aspetto di squallore, di abbandono, che dinota come alle cure d’un solerte proprietario sia succeduta la negligenza, la dimenticanza. Quello spazio di terra che si stende dinanzi all’abitazione, coperto anticamente di un’erbetta molle, quasi tappeto, qua e là ombreggiata da arbusti, diviso con vaghi scompartimenti, era ingombro di paglia, di frammenti di stoviglie, di rottami di ogni genere, di erbaccie donde spiccavano alcuni pali ivi confitti per legarvi i cavalli; pochi ramoscelli di gelsomino, un coprifoglio avvolgeano una colonna infranta e rovesciata; l’area, che in origine era stata destinata a giardino, si vedea ingombra di erbaccie selvatiche, maligne, donde alcune pianticelle parassite innalzavano il loro capo solitario. Si vedeano i rimasugli di un’antica serra, ma senza vetri alle finestre; sui gradini di legno, logori, imputriditi, stavano ancora diversi vasi, ma aridi, dimenticati, e dentro essi steli e foglie che ben dinotavano come appare tenessero a piante forestiere.

La carretta correva adesso lungo un viale che anticamente era coperto di ghiaia, sotto una maestosa volta di alberi della Cina, le cui graziose forme e le frondi sempre verdi pareano le sole cose che avessero potuto sopravvivere al deperimento generale; come alcuni spiriti generosi che l’avversità non abbatte, ma rinvigorisce.

La casa era stata un ampio e grazioso fabbricato, eseguito collo stile che si usa nel mezzogiorno; le scorreva tutt’allo intorno una larga verenda di due piani, in cui mettean li usci di tutte le camere: e la parte inferiore poggiava su grossi pilastri di mattone.

Ma l’aspetto dell’edifizio era squallido, melanconico; alcune finestre eran [p. 342 modifica]chiuse da travicelli, e le imposte, scassinate, penzolavano da un solo arpione; tutto esprimea mestizia, abbandono.

Frantumi di legnami, strami, vecchi travi e casse logore ingombravano da ogni parte il terreno; tre o quattro cagnacci, dalla sinistra guardatura, rizzatisi al romorio delle ruote, si cacciarono impetuosamente verso la vettura per avventarsi contro Tom e suoi compagni, nè furono rattenuti che a fatica da alcuni negri pezzenti che corsero per guinzagliarli.

— «Vedete che belle bestie! — disse Legrée accarezzando i cani con una selvaggia compiacenza; e volgendosi a Tom e ai suoi compagni: — Vedete con chi avrete a fare se vi prendesse il ticchio di fuggir via. Questi cani sono stati ammaestrati a cacciare i negri, e sarebbero capaci di ingoiarseli in un boccone, non meno agevolmente della loro zuppa. Badate dunque a’ fatti vostri! Sambo!» soggiunse egli, volgendosi ad un negraccio, che, lacero nelle vestimenta, con un cappello senza falda su d’un’orecchia, gli si facea intorno tutto ufficioso.

— «Come sono andate le cose?»

— «Benissimo, padrone.»

— «Quimbo» disse Legrée ad un altro schiavo, che andava facendo ogni sforzo per attrarsi l’attenzione del padrone.

— «Ti sei ricordato di quanto ti ho detto?»

— «Sicuramente, padrone.»

Questi due uomini di colore erano i due principali attori nella piantagione. Legrèe avea saputo educarii sistematicamente, come si educherebbero due grossi bull-dog, ad una vita di brutalità e di ferocia abituali; e col lungo uso di incrudelire, li avea fatti eguali agli stessi mastini. Si è generalmente osservato — e ciò deporrebbe contro l’indole di questa razza — che un ispettore negro è sempre più tirannico, più crudele del bianco; la ragione è semplice; la natura del negro fu avvilita, pervertita più che quella del bianco. Ciò avviene in tutte le razze conculcate; lo schiavo è sempre tiranno, perché non può esser nulla di meglio.

Legrée, come alcuni potentati di cui parla la storia, governava la sua piantagione con una opposizione congegnata di forze. Sambo e Quimbo si odiavano cordialmente l’un l’altro; li altri negri della piantagione non li odiavan meno cordialmente; e Legrée, col servirsi degli uni contro li altri, era certo che verrebbe informato di quanto succedeva nella fattoria.

Siccome nessuno può vivere senza un qualche sociale consorzio, Legrée avea avvezzati i suoi due negri satelliti ad una grossolana famigliarità con lui — famigliarità che potea far nascere ad ogni momento tra loro due una rissa; perché, al menomo cenno del padrone, ciascun di essi era pronto ad avventarsi contro il compagno.

Mentre stavan presso Legrée, ben si vedeva a prova come gli uomini [p. 343 modifica]abbrutiti sian molto al disotto degli stessi animali. I loro lineamenti duri, grossolani; i loro grandi occhi che sogguardavansi sinistramente; l’accento della lor voce barbara, gutturale, quasi ferina; le loro lacere vestimenta ondeggianti al vento — tutto armonizzava perfettamente colla squallida e vile impronta degli oggetti che li circondavano.

— «Or su, Sambo — disse Legrée — conduci questi negri al loro quartiere; e questa donna è per te — soggiunse egli, separando la meticcia da Emmelina, e spingendola verso di lui; — ho promesso, come sai, di portartene una.»

La donna tremò tutta, e traendosi alquanto addietro, disse prontamente:

— «Oh padrone, ho lasciato mio marito a Nuova-Orleans.»

— «Che importa? Non ne hai forse bisogno di uno anche qui? Non mi far piagnistei» soggiunse Legrée, levando in aria la frusta.

— «Venite, signora — disse quindi ad Emmelina; — voi starete con me.»

Una faccia negra, con impronta di fiera, apparve, per un momento, da una finestra della casa; e mentre egli apriva la porta, si udì una voce di donna che dicea qualche cosa con accento aspro, imperioso. Tom, che collo sguardo accorato tenea dietro ad Emmelina, che si allontanava, intese Legrée a rispondere seccamente:

— «Tieni in freno la lingua; faccio ciò che piace a me.»

Nè Tom potè intendere oltre, perchè dovette seguir Sambo al quartiere.

Questo quartiere, situato a qualche distanza dalle case, era una specie di viuzza costeggiata da rozze capannuccie, in un angolo della piantagione. Tom sentì stringersi il cuore a quell’aspetto di squallore e di abbandono. Avea sempre vagheggiato nel suo pensiero una capanna, rozza sì, ma decente, tranquilla, ove, dopo le ore di lavoro, potesse raccogliersi a leggere la sua Bibbia. Nel passare gittò lo sguardo nell’interno di alcune capanne, e non vide che nude tavole, nessuno arredo, tranne un mucchio di paglia, trita, calpestata, gittata a monte sul pavimento.

— «Quale di queste sarà la mia?» chiese sommessamente a Sambo.

— «Nol saprei; suppongo — rispose Sambo — che vi sia ancora un cantuccio in questa qui; vi è stipato di negri, e non so come potrò allogarvene ancor uno.»

Era notte chiusa quando vennero a casa li altri abitanti del quartiere — uomini e donne — rotti dalla fatica, dal digiuno, laceri le vestimenta, disposti niente affatto a far buon viso ai nuovi venuti. Le voci che partiano da quel picciol villaggio non invitavan punto; voci aspre, gutturali che contondeano presso mulini a braccia, con cui li schiavi strituravano il grano per prepararsi una grama focaccia che formava la lor cena. Dal primo, primissimo spuntar dell’alba si trovavano nella campagna, eccitati continuamente al lavoro dalla frusta degli ispettori; perchè si stavan [p. 344 modifica]punto allora nella stagione più torrida e nel più forte del ricolto, nè tralasciavasi mezzo alcuno, per usufruttuare tutte le loro forze. «Ma — dirà forse qualche infingardo — cogliere il cotone non è alla fin fine la gran fatica!» — Certo; e non è più doloroso sentirsi cader sul capo una goccia di acqua; eppure, uno de’ più atroci supplizii dell’Inquisizione era quello di lasciar cadere, a intervalli misurati, una goccia d’acqua sul capo del paziente, sempre al punto stesso; così un lavoro, non grave per se stesso, diventa insopportabile, quando vi siete incalzati, d’ora in ora, senza tregua, senza differenza, senza speranza di scamparne.

Tom cercava invano, tra i volti sparuti che vedeva passarsi innanzi, una fisonomia che gli ispirasse fiducia. Non vedea che uomini taciturui, stizzosi, quasi bruti; donne infiacchite, scoraggiate — donne che non eran più donne — il più forte che urtava il debole, l’egoismo brutale di creature umane che non avean più a sperare; e che, trattate ad ogni momento come bestie, si erano degradate quanto un essere umano può degradarsi. Il romore dei mulini si protrasse a notte innoltrata: perchè in proporzione degli abitanti, eran essi troppo scarsi, perchè li schiavi più deboli, respinti dai più robusti, non riuscirono ad avere che per ultimi, il loro turno.

— «Olà! — disse Sambo, avvicinandosi alla mulatta e gittandole innanzi un sacco di frumento — che nome maledetto hai tu?»

— «Lucia,» rispose la donna.

— «Bene, Lucia; ora sarai mia moglie. Macinami questo grano a preparami la cena; hai inteso?»

— «Non sono vostra moglie, nè voglio esserlo! — rispose la donna, col coraggio repentino della disperazione; — scostatevi.»

— «Vuoi dunque che ti frusti?» soggiunse Sambo, levando un piede minaccioso contro di lei.

— «Potete uccidermi, se vi piace; sarà meglio per me! Vorrei esser morta!»

— «Olà, Sambo! — gridò Quimbo, mentre stava lavorando ad un mulino donde avea cacciato due o tre donne, le quali stavano aspettando per macinare il loro frumento — dirò al padrone che tu maltratti le nere.»

— «Ed io gli dirò — disse Sambo — che tu impedisci alle donne di accostarsi ai mulini; vecchio negro; bada a’ fatti tuoi.»

Tom, stanco dal camminar tutto il giorno, si sentìa quasi venir meno per fame.

— «A te — disse Quimbo, gettandogli un ruvido sacco, che conteneva un mezzo moggio di grano; — prendi qua, negro; ed abbine cura, perchè deve durarti tutta la settimana.»

[p. 345 modifica]Tom aspettò sino all’ultima ora per trovar posto ai mulini; ed allora, mosso a compassione dell’estrema debolezza di due povere donne, che vedea trafelanti per macinare la loro porzione di frumento, lo macinò per esse, raccolse i tizzi semispenti dove altri aveano, prima di lui, fatte cuocere le loro focaccia, e da ultimo allestì la propria cena. Un atto di carità, — per quanto fosse piccolo — era un’opera nuova in questo luogo; ma valse a risvegliare nel cuore di quelle infelici una corda sensitiva; un’espressione di affettuosa riconoscenza brillò sui loro volti induriti. Si diedero a impastare la focaccia per lui, la sorvegliano mentre ella cuoce; e Tom, sedutosi al chiaror del fuoco, trasse fuori la sua Bibbia — perchè avea bisogno di conforto.

— «Che è ciò?» chiese una delle donne.

— «Una Bibbia» rispose Tom.

— «Buon Dio! io non ne vidi più una sola da che ho lasciato il Kentucky.»

— «Foste dunque allevata nel Kentucky?» domandò Tom vivamente.

— «Sì, e ben allevata; non avrei immaginato mai che sarei venuta qua!» rispose la donna sospirando.

— «Che è questo libro?» domandò un’altra donna.

— «Una Bibbia.»

— «Che è mai una Bibbia?»

— «Non ne avete inteso mai a parlare? — domandò l’altra donna; — la mia padrona, nel Kentucky, talvolta solea farmene lettura; ma, Dio mio! qui non si sentono a proferir che bestemmie e minaccie.»

— «Leggetene un qualche brano!» riprese la prima interlocutrice, con segni di curiosità, vedendo che Tom vi tenea li occhi sopra con grande raccoglimento.

Tom lesse: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed oppressi, ed io vi darò riposo.»

— «Oh son pure consolanti parole — disse la donna; — chi le ha proferite?»

— «Il Signore,» rispose Tom.

— «Oh vorrei sapere dove poterlo trovare — disse la donna; io vi andrei; ho gran bisogno di riposarmi; ho le membra infrante dalla fatica, tremo tutto il giorno, e Sambo mi perseguita sempre perchè non lavoro abbastanza in fretta; soppraggiunge la mezzanotte prima che abbia potuto allestirmi un po’ di cena; e appena ho velati gli occhi, sento il corno che mi risveglia, e debbo sorgere per lavorar nuovamente. Ah se sapessi dove è il Signore, vorrei andarglielo a dire.»

— «Qui, e dovunque!» disse Tom.

— «Oh! e come volete che vi creda? qui non veggo alcun Signore [p. 346 modifica]— riprese la donna; — non bisogna parlar così; vado a riposarmi e a dormire finchè posso.»

Le donne si ritirarono nelle loro capanne; e Tom rimase solo, presso il fuoco, i cui ultimi barlumi rifletteansi sopra il suo volto.

La luna argentea, tranquilla, sorgea nel cielo sereno, e piovea i suoi raggi quieti, silenziosi, — simili, direi quasi, agli occhi di Dio quando si abbassano sopra una scena di miseria e di oppressione, — guardava tranquillamente il buon negro, che colle braccia incrociate sul petto, tenea la Bibbia sulle ginocchia.

— «Dio è qui?» Come è possibile che cuori ignoranti conservino la loro fede, al cospetto di tante crudeltà, di tanta ingiustizia, continua, palpabile? In quelle anime semplici si combatte una gran battaglia. Il sentimento dei propri dolori, la perdita d’ogni speranza più vagheggiata, la prospettiva di una esistenza sempre infelice, stringeano cuore e mente, come i cadaveri della moglie, dei figliuoli, degli amici, sollevati da un negro cavallone, si raccolgono intorno al naufrago già prossimo ad annegare! In cotal luogo, era facile il credere ancor qualche cosa, credere alla gran parola della Fede cristiana che Dio è, e che non abbandona chi in lui confida?

Tom, costernato, si levò in piedi, e si ritrasse nella capanna che gli era stata indicata. Il pavimento era ingombro di giacenti; e quella atmosfera soffocata, piena di miasmi, lo respingeva. Ma la rugiada della notte gli aggrezzava le membra, affaticate, indolentite; laonde, raccoltasi intorno alla persona una ruvida copertina, in cui consisteva tutto il suo letto, si sdraiò sulla paglia e si addormentò.

Nel sogno, sentì una voce soavissima che gli bisbigliava all’orecchio: parea siedesse sopra un erboso sedile nel giardino presso il lago Pont-chartrain, e che Eva, cogli occhi gravi, abbassati, gli leggesse il brano seguente della Bibbia:

«Quando traverserai le acque sarò teco e i fiumi non prevarranno su, te; quando passeggerai nel fuoco, non ti abbrucerai, nè la fiamma potrà offenderti menomamente, perchè io sono il Signore Iddio, il santo d’Israello, il tuo salvatore.»

Queste parole si allontanavano, morivano lentamente come note di musica celestiale, la fanciullina sollevò i suoi occhi pensierosi, li fissò teneramente sopra di lui, e un raggio di vita, di conforto ineffabile gli penetrò in cuore. Eva, quasi rapita da quella musica, parea si innalzasse sopra penne luminose, donde partian scintille dorate, tremolanti come stelle, e scomparve.

Tom si riscosse. Era un sogno? Si creda pur tale. Ma chi può dire che quella anima soave, giovinetta, che durante la sua vita mortale godea [p. 347 modifica]confortare, alleviare li oppressi, non abbia, dopo morte, ottenuto da Dio di poter proseguire questo pio ministero?


    Oh è pur soave il credere
  Che spiriti immortali
Sopra serafiche ali.
Fidi ad antico amor,
    Sul nostro capo aggirinsi

Dopo la morte ancor!