La capitana del Yucatan/33. L'assalto d'El Caney e d'Aguadores

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33. L'assalto d'El Caney e d'Aguadores

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33. L'assalto d'El Caney e d'Aguadores
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CAPITOLO XXXIII.


L’assalto d’El Caney e d’Aguadores.


Dopo lo scacco subìto dalla cavalleria americana a Jaragua, da ambe le parti vi era stata un po' di sosta. Alcuni piccoli scontri erano però avvenuti, più scontri di posti avanzati che veri combattimenti.

Gli americani avevano però approfittato per sbarcare completamente il corpo d'operazione, forte di circa ventisettemila uomini, forze due volte superiori a quelle degli spagnoli, i quali da canto loro non avevano ricevuto che pochi aiuti.

Solamente il colonnello Escario, comandante di Manzanillo ottenuto dal maresciallo Blanco il permesso di accorrere in aiuto della piazza assediata, raccolte poche centinaia di combattenti, con un'audace e rapidissima marcia era riuscito ad entrare in Santiago, ingannando contemporaneamente la vigilanza degl'insorti e degli americani.

Quella tregua però non doveva durare molto. Il generale Shafter, comandante supremo delle forze americane, si preparava ad un colpo disperato, per prendere d'assalto la piazza assediata.

Già verso gli ultimi di giugno forti masse di truppe americane si erano a poco a poco concentrate, minacciando El Caney, villaggio situato a soli sette chilometri da Santiago e Aguadores, la chiave della piazza, difendendo il forte castello del Morro dal lato di terra.

Donna Dolores, volendo prendere parte attiva alla campagna, dopo la battaglia di Jaragua si era affrettata, per consiglio di Cordoba, a portarsi a El Caney, la quale era stata occupata da quattro compagnie di cacciatori al comando d'uno dei più prodi generali spagnoli, Joaquin Varo del Rey y Rubio.

Il villaggio era stato frettolosamente fortificato con numerose trincee e palizzate, ma mancava quasi di artiglierie non avendosi voluto sguernire le mura di Santiago. Il generale Rubio però era tale uomo da aver completa fiducia in lui e da riparare in parte a quella grave mancanza. [p. 293 modifica]

La marchesa, come a Jaragua, aveva reclamato l'onore di far combattere i suoi prodi marinai in prima linea e le era stata affidata la difesa d'una delle più importanti trincee.

Fu solamente verso la mattina del 1° luglio che giunse la notizia che gli americani, in numero di ventimila, si preparavano ad un attacco generale contro El Caney e contro Aguadores, località questa difesa da un altro valoroso generale spagnolo, il Linares.

La superiorità numerica degli americani era enorme, poiché a malapena gli spagnoli potevano opporre cinque o seimila uomini. Per di più i primi, di fronte ad Aguadores avevano l'appoggio dei poderosi cannoni della loro flotta.

Il generale Rubio, appena aveva avuta notizia delle mosse degli americani, da prudente condottiero, aveva lanciati numerosi esploratori a destra ed a sinistra per conoscere il numero dei suoi avversari, poi aveva disposto i suoi bravi cacciatori, che dovevano più tardi coprirsi di gloria, dietro le trincee, assegnando ai comandanti i loro posti.

La marchesa, con Cordoba, i suoi marinai e mezza compagnia di cacciatori aveva occupata fortemente una stecconata, difesa da un profondo fossato.

Alle dieci del mattino il generale Rubio sapeva ormai con quale formidabile nemico aveva da fare. Le forze americane erano composte da una divisione comandata dal brigadiere generale Lawton e dalla brigata comandata dal generale Baters, più da alcuni squadroni di cavalleggieri.

Erano troppe per le quattro compagnie che difendevano El Caney, pure gli spagnoli si erano preparati animosamente alla lotta, quantunque non ignorassero ormai la loro sorte, essendo assolutamente impossibile sostenere l'urto di tante colonne.

– Donna Dolores, – disse Cordoba – qui si tratta non di vincere bensì di morire. È impossibile resistere a tanti yankees.

– Ebbene, mio bravo Cordoba, noi morremo, – rispose la intrepida donna – morremo col grido sulle labbra di: Viva la patria!

– Voi, così giovane e così bella morire!... Donna Dolores, lasciate a me ed ai nostri marinai la cura di salvare l'onore del nostro Yucatan.

– No, Cordoba: io non lascerò questo posto.

– Fra poco qui avverrà un atroce combattimento.

– Tanto meglio.

– Fioccheranno le palle e vi saranno monti di cadaveri.

– Non ho paura.

– Donna Dolores!...

– Basta, Cordoba! Su, miei prodi! Noi ci battiamo per la bandiera della vecchia Spagna! – gridò la marchesa.

Le colonne americane erano allora sbucate fra le foreste, spiegandosi rapidamente in ordine di battaglia. Le loro batterie, presa [p. 294 modifica]posizione su d'un piccolo poggio, avevano già cominciato il fuoco tempestando le trincee e i terrapieni.

In quel supremo momento anche verso Aguadores si udiva il cannone a tuonare furiosamente e sul mare rombavano cupamente i colossali pezzi delle corazzate americane.

Anche da quella parte era cominciata una tremenda battaglia. Sedicimila americani, guidati dal generale Shafter, avevano assalito i tremila spagnoli del generale Linares trincerati in quella località.

Come si vede in tutti i due campi di battaglia la lotta era ineguale, pure i figli della cavalleresca Spagna si preparavano a sostenere intrepidamente l'attacco del prepotente e formidabile avversario.

La divisione del generale Lawton, appena spiegatasi in ordine di battaglia, si era gettata su El Caney seguìta dalla brigata Baters e fiancheggiata dai rough-riders, certa della vittoria.

I cannoni Maxim da settecento colpi al minuto avevano cominciato a tuonare senza posa contro le trincee di El Caney, ma gli spagnoli non si erano per questo sgomentati.

Celati dietro i ripari, rispondevano valorosamente coi loro fucili a piccolo calibro, tempestando le colonne americane con una precisione che di minuto in minuto diventavano sempre più micidiali.

Le palle di fucile e le palle di cannone sibilavano dovunque, spargendo la morte. Alcune bombe avevano messo fuoco alle case del villaggio, le quali bruciavano rapidamente gettando in aria nembi di scintille e nuvoloni di fumo.

Le grosse colonne americane, che credevano di spazzare via quel pugno di eroi col solo mostrarsi, si erano arrestate. I fucili di piccolo calibro dei cacciatori avevano già fatto strage delle avanguardie. Cumuli di morti e di feriti si vedevano dovunque ed anche un gran numero di cavalli si vedevano spirare sul margine dei boschi.

Avevano cominciato a capire che i soldati spagnoli non erano uomini da cedere così facilmente il campo anche se oppressi da forze superiori e dinanzi ad una resistenza così tenace, s'erano trovati non poco imbarazzati.

I loro generali però, sapendo di poter disporre di truppe fresche e di essere sei volte più poderosi dei difensori del villaggio, decisero di tentare un colpo disperato.

Tremila uomini, radunatisi in due colonne d'attacco, furono avventati contro su El Caney coll'ordine di espugnare le trincee e di cacciarne i difensori.

Il momento stava per diventare terribile. Cordoba, paventando la marchesa, tentò un ultimo sforzo per costringerla a ritirarsi.

– No, io rimarrò qui finché sventolerà la bandiera della patria!... [p. 295 modifica]

Questa fu la sola risposta che ottenne dall'intrepida Capitana del Yucatan.

L'assalto fu tremendo. I tremila americani si rovesciarono con impeto irrefrenabile contro il villaggio tentando di superarne le trincee, ma il fuoco terribile dei cacciatori li arrestò ben presto.

Le colonne decimate, fucilate quasi a bruciapelo, non ostante il numero dei combattenti di gran lunga superiore agli spagnoli, andarono a fascio prima di giungere ai fossati.

Completamente sbaragliate, furono costrette a ripiegarsi disordinatamente sulla brigata del generale Baters, lasciando il terreno gremito di morti.

L'eroico presidio aveva resistito mirabilmente non solo ma aveva anche vinto quel primo urto.

La lotta non doveva però finire lì. Nuove truppe fresche erano entrate in azione prese dalla brigata Baters.

Il secondo attacco fu più tremendo e più ostinato del primo e anche questa volta i quattro battaglioni, non ostante le loro enormi perdite, riuscirono a ribattere gli assalitori.

Un terzo non fu più fortunato. Gli americani, respinti dovunque, avevano ormai subìto dei rovesci completi.

Tutto il campo di battaglia era ingombro di morti e di moribondi. In certi punti vi erano delle vere montagne di cadaveri.

Erano allora le cinque pomeridiane; proprio in quel momento era giunta la notizia che il generale Linares aveva respinto l'attacco dei quattordicimila americani di Shafter infliggendo a loro delle perdite gravissime.

Aguadores era libera ma El Caney non lo era ancora, anzi tutt'altro. Senza un pronto soccorso correva il pericolo di venire presa d'assalto, poiché i cacciatori non ne potevano più.

I cannoni Maxim li avevano più che decimati e quei tre assalti, sebbene respinti, avevano costato dei sacrifici disastrosi.

Alle cinque e un quarto le colonne americane tentarono un ultimo e più impetuoso attacco.

La divisione del generale Lawton, la brigata del generale Baters ed i rough-riders, più di cinquemila uomini, piombarono su El Caney simultaneamente.

I quattro battaglioni non retrocessero. Bruciarono risolutamente le ultime cariche poi si gettarono a baionette calate contro gli yankees impegnando un combattimento corpo a corpo.

Non erano che cinque o seicento, pure la lotta fu lunga e ostinata. Oppressi finalmente dal numero, impotenti a far fronte a tanti nemici, alle cinque e mezza cominciavano a ripiegare.

Il generale Rubio, che si batteva in prima fila come un semplice soldato, visto che la battaglia era ormai perduta e che El Caney stava per venire presa, non volle sopravvivere al disonore della sconfitta.

Raccolta una bandiera caduta di mano ad un alfiere che era [p. 296 modifica]stramazzato ai suoi fianchi, si slanciò in mezzo agli squadroni dei rough-riders che lo caricavano di fronte, urlando:

– A me, miei prodi!... Viva la Spagna!...

Quel valoroso fu veduto rovesciare, colla propria sciabola, parecchi cavalieri nemici, poi cadere sotto una grandine di colpi per non più rialzarsi.

Quel sentimento magnanimo che si riscontra sempre in un nemico valoroso e veramente forte, doveva essere sconosciuto alla cavalleria americana che preferì uccidere quel prode anziché farlo prigioniero.

La morte del difensore di El Caney pose fine alla sanguinosa battaglia.

Gli spagnoli, incendiato il villaggio, si salvarono nei boschi, dopo però aver fatto pagare al nemico ben cara la vittoria poiché più di mille e cinquecento americani erano rimasti sul campo.

La marchesa e Cordoba, seguìti da sessantaquattro marinai, essendo gli altri caduti dietro le trincee durante l'ultimo attacco alla baionetta, per fare scudo alla loro Capitana, avevano abbandonato il villaggio dopo che avevano veduti gli americani scalare i terrapieni ed irrompere attraverso le brecce delle palizzate.

La marchesa era a cavallo, avendone trovato uno fuggente per le vie del villaggio e gli altri a piedi; la ritirata però si compiva rapida, quantunque gli americani non si fossero sentiti in caso di molestare i valorosi difensori di quel posto avanzato.

Alle undici della sera il drappello, dopo aver fatto dei lunghi giri in mezzo alle folte foreste, giungeva ad Aguadores.

Colà orrendi spettacoli s'offrivano ad ogni passo, essendosi combattuta in quei dintorni la più aspra battaglia.

I casolari erano in fiamme ed illuminavano sinistramente il campo della pugna. Cumuli di cadaveri, formati per lo più d'americani, si alzavano ovunque.

Vi erano uomini e cavalli confusamente mescolati ammonticchiati, giacenti in mezzo a uno strato di fango sanguinoso.

Un gran numero di urubu, i corvi del golfo del Messico volteggiavano al di sopra di quel carnaio, calando or qua ed or là per banchettare colle membra ancor calde di quei miseri spenti dal piombo nemico.

Terribili scene erano avvenute anche ad Aguadores, non meno sanguinose di quelle di El Caney. Furiosi assalti erano avvenuti, tremende cariche erano state date dalle grosse colonne americane, ma colà gli spagnoli, più fortunati, malgrado le stragi orrende prodotte dai cannoni a tiro rapido e malgrado l'enorme superiorità numerica degli avversari, avevano vinto, coprendosi di gloria.

Il generale Linares, loro comandante, l'eroe della giornata era stato gravemente ferito ad un braccio; i suoi due aiutanti erano stati uccisi, però duemila americani erano rimasti sul campo della pugna parte morti e parte feriti. [p. 297 modifica]

Quando la marchesa giunse ad Aguadores, gli spagnoli tenevano ancora fortemente le loro posizioni, però quella località pareva tramutata in un immenso ospedale.

Centinaia di feriti, che venivano raccolti sul campo alla luce delle torce, giungevano ad ogni istante, ridotti in uno stato compassionevole, mutilati, sciabolati, coperti di polvere e di sangue.

Da ogni tenda, da ogni capanna, dietro alle trincee si udivano urla strazianti, o rochi lamenti o rantoli di moribondi e quell'orribile raccolta non era ancora finita!... Di sotto a quei monti di cadaveri altri feriti imploravano aiuto o morivano, soli, in mezzo alla paurosa oscurità, in mezzo ad un vero bagno di sangue!...

La marchesa, col cuore rattristato, stretta da un'angoscia inesprimibile, aveva già attraversate le trincee per recarsi dal generale Linares onde mettersi ai suoi ordini quando fu avvicinata da un capitano dei cacciatori che aveva già veduto presso il generale Torral.

– Signora del Castillo, io vi cercavo d'ordine del generale.

– Sapevate adunque che io era sfuggita alla morte?

– Sì, marchesa, lo avevo saputo da alcuni cacciatori che hanno preso parte alla battaglia di El Caney.

– E desiderate?...

– Se vi preme salvare il vostro Yucatan, non avete un minuto da perdere.

– Cosa volete dire?...

– Che la squadra dell'ammiraglio Cervera si prepara a lasciare Santiago.

– A partire!... – esclamò la marchesa al colmo dello stupore. – E le navi di Sampson e di Schley?...

– Meglio morire sul mare combattendo che arrendersi più tardi senza lotta, signora – disse il capitano. – Santiago è perduta per la Spagna e fors'anche Cuba.

– E la vittoria di quest'oggi?

– Sarà una sconfitta per domani. Partite signora, se volete tentare di salvare il vostro Yucatan.

La marchesa lo guardò per alcuni istanti senza rispondere, come se fosse oppressa da una immensa angoscia, poi disse lentamente, volgendosi verso Cordoba:

– Andiamo a morire, amico mio... La nostra missione è finita. —