La facciata del nostro Duomo/Prefazione

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Prefazione

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La facciata del nostro Duomo Relazione

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Venendo a pubblicare la Relazione che accompagnava il progetto di facciata del Duomo di Milano, da noi presentato a pubblico concorso1, non siamo minimamente mossi dall’intento di attirare su di un nostro lavoro la particolare attenzione di chi s’interessa all’arduo problema; altro intento, più elevato, ci consiglia a ciò, ed è il desiderio di apportare al complesso delle idee e delle opinioni, che tratto tratto si risvegliano intorno tale argomento, il contributo di indagini o di convinzioni cresciute o rafforzate nello studio pratico del soggetto; e ciò perchè quel complesso di idee vada sempre più districandosi dalla pastoie di criterii troppo scolastici, si sottragga ad opinioni, le quali, perchè facili e diffuse, tentano accaparrarsi l’autorità di tradizione; perchè insomma il difficile problema si affini sempre più sotto l’azione di una critica minuta e spassionata.

Che, se uno spirito d’ambizione ci spingesse in tale proposito, questo sarebbe solo di mostrare, a buon diritto, come chi aveva scritte queste pagine non si meritava in verun modo l’accusa, leggermente lanciata da un critico2, aver tutti i concorrenti al [p. 6 modifica]progetto in questione saltato a piè pari la questione storica, la più solida in questo caso. Ora, chi vorrà pazientemente leggere questa Relazione, la quale altro non è che lo svolgimento dei criterii che ci guidarono nello studio del soggetto, potrà convincersi come questa questione storica sia stata considerata sotto ogni aspetto, e sviscerata anche con nuovi argomenti: tanto che se il frutto dei nostri studi ha potuto trovar chiusa la via, i criterii che lo informarono, però, serbano forza e serietà sufficienti per sopravvivere al fugace interesse di un concorso, al momentaneo imporsi di una opinione; e portando la questione su di una via più definita e sincera, potranno aiutare chi, in avvenire tenterà una soluzione, e, più fortunato di noi, troverà un ambiente più sereno e maturo alle esigenze e ai rigori di una critica leale, perchè aperta ad ogni intendimento serio e ponderato e coscienziosamente espresso.

Ad ogni modo non sarà del tutto privo d’interesse pel lettore il poter seguire lo svolgimento d’un concetto architettonico in ogni sua fase, vederlo convergere, poco a poco, a una meta che già da lontano ci sorrida sicura, e ci accolga poi convinti.

Poichè in ogni manifestazione dell’arte, e negli svolgimenti architettonici in particolar modo, quell’opera la quale rimane salda ai concetti logici che sono imposti dal lato pratico della questione, quell’opera non può fallire ad una meta, qualunque sia la via prescelta, nè potrà mai trovarsi nella contingenza di offendere il senso meno estetico, come trovò a dire un critico del concorso; sempre che non si voglia invertire, o falsare il significato di senso estetico, ammettendo che questo non debba esser altro che il rispetto assoluto a canoni, a precetti o forme prestabilite.

Per chi è, e si confessa vittima di questi canoni e precetti, per chi non si è mai trovato nella circostanza di sentire ed apprezzare la parte importante di libertà di cui ha bisogno la mente all’atto pratico delle sue concezioni, una questione così originale come quella che ci occupa, potrà risolversi a determinare, prima a quali degli stili, francese o germanico, ogivale o gotico, comunque lo si chiami, meglio si accosti l’edificio nostro; per poi concludere: ciò posto in sodo, non vi sono più che gli imbarazzi della scelta, circa i modelli da prendere a norma per costuire la nuova fronte.

Ma chi non vuole soffermarsi alle facili, quanto [p. 7 modifica]conclusioni della parola, chi nella ricerca della soluzione, la sesta alla mano, ora accetta e sanziona, ora respinge, scarta o modifica i concetti che la mente gli appresta, non può appagarsi alle fredde premesse analizzatrici, ai procedimenti misurati, rigidi, agli imbarazzi di scelta che costituiscono il metodo predicato dal critico della Perseveranza; quegli affronta il soggetto senza raffreddarne la viva impressione col sofisticare sulle origini, vive con lui, ne ricerca l’essenza per ritrarne quel succo che deve dare il fiore ricercato. Libertà adunque nella ricerca della meta, libertà di discussione e di studii, purchè sia convinzione vera che assorba e guidi il lavoro della nostra mente; convinzione che non speculi sulle opinioni popolari, più o meno diffuse, nè sulle attrattive di concetti che impressionino facilmente di preferenza d’altri, ma convinzione che abbia sue radici nell’autorità dei documenti; poichè, come conclude il nostro maestro, parlando appunto del Duomo, «quante cose assai proficue o belle si possono imparare dal grosso linguaggio di quei vecchi documenti; o come la natura umana ci apparisce eternamente avida, invidiosa, sospettosa, iraconda, falsa, debole, in faccia alla nobiltà robustissima, alla grandezza serena e sublime del monumento, il quale non sembra nato dall’ingegno mortale!»

Note

  1. Progetto N. 9 del recente Concorso Canonica.
  2. V. Perseveranza, 12 luglio.