La fame del Globo/Cap. 16

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Antonio Saltini

2013 L Report e i brevetti vegetali: Scienza e agricoltura secondo la TiVu nazionale La fame del Globo Intestazione 17 novembre 2013 25% Da definire

Nella gloriosa tradizione italica del Minculpop dal pulpito dell’imbonimento nazionale viene prescritto agli italiani cosa debbano pensare in tema di scienze della vita e di futuro alimentare del Pianeta

Numerosi amici mi hanno chiesto un commento alla puntata di Report sui brevetti su sementi e varietà pomologiche. Dopo avere riflettuto con tutta l’attenzione elenco i seguenti appunti sull’attendibilità giornalistica e la credibilità delle notizie somministrate dal pulpito dell’imbonimento nazionale (siamo un paese alla deriva anche per merito di mezzibusti e supervirago).

1- Un elementare criterio di corretta informazione avrebbe imposto alla redazione del report di confrontare alle interviste dei venti interpellati, tutti contrari (qualcuno inattendibile, come il canadese vero protagonista della trasmissione, che chi ha letto gli atti processuali senza l’imperativo di inventare un eroe pare abbia giudicato uno spudorato mentitore 1) quelle di altrettanti agricoltori, reperiti in Iowa, Indiana, Argentina, Brasile, Sudafrica e, credo, con accordi speciali, in Cina, che hanno abbandonato le sementi tradizionali per quelle delle quattro “criminali” compagnie che producono o.g.m. Se nei primi dieci anni di vendite le 5 colture interessate hanno visto la superficie raggiungere i 90 milioni di ha, altri 80 milioni (totale = 100 volte la superficie agraria italiana) si sono aggiunti negli ultimi 5 anni. Bisogna sottolineare che le medesime compagnie producono ancora, per i nostalgici quali l’Italia, gli antichi ibridi degli anni  50–80 (ormai assolutamente inadeguati al clima). Se milioni di agricoltori, negli ultimi granai del Pianeta, richiedessero ancora i medesimi semi non si capisce perché le società sementiere non potessero produrli (come li producono per noi).

  2- Va aggiunto che questi milioni di agricoltori acquistano le sementi e vendono il prodotto liberamente. I contratti di coltivazione vincolanti costituiscono una parte (non so quanto ampia) del business.

  3- Deve ribadirsi anche quanto ho scritto nell’ultimo articolo per il Channel di Salvatore Giannella: è ridicolo (o demenziale?) comprare sementi che sappiamo imporranno di bruciare il raccolto e, per dimostrare che non compriamo in U.S.A., soddisfare il fabbisogno nazionale di mais e soia in paesi dove non esistono regole, che acquistano sementi o.g.m da rivenditori internazionali (probabilmente con la sigla del produttore quasi invisibile) e ne vendono il prodotto dichiarandolo non o.g.m., sapendo che alle dogane italiane non verrà eseguita alcuna analisi (per ordini superiori?).

  4- Diserbanti: dagli anni ‘70 i diserbanti hanno liberato centinaia di milioni di contadini dal penoso onere di piegarsi sulla zappa sotto il sole per 12 ore. Quello delle mondine era, in tutto il mondo, lavoro bestiale. Curve nel pantano, perdevano la salute e l’onore (i sorveglianti, a Vercelli e in Lomellina, erano tori da monta). Lavoravano senza mutande, perché era proibito appartarsi per fare pipì, e orinavano nell’acqua senza interrompere il lavoro (con grande beneficio del riso, avido di urea, soprattutto se biologica). Credo che la loquace intrattenitrice che ha proclamato il proprio sdegno per l’impiego dei diserbani non avrebbe mai accettato di lavorare in quelle condizioni, anche se probabilmente non ha mai messo a fuoco che anche povere contadine diciottenni o trentenni avranno avuto le proprie fasi lunari, in occassione delle quali, spero la gentile signora capisca, lavorare in quelle condizioni doveva essere autentico obbrobrio. Dalle origini del diserbo chimico nuove molecole hanno dovuto essere sostituite a quelle che perdevano efficacia, e così continuerà ad essere. Chi grida per il bando dei diserbanti deve dire che vuole che ogni primavera importiamo decine di Jumbo di asiatici affamati per la monda manuale. Anche supponendo stipendi da fame, viaggio e alimentazione porterebbero il riso a triplicare di prezzo. Possiamo essere certi che gli alfieri delle culture “naturali” (in testa i redattori di Report) pretenderanno che le usl di Vercelli e Pavia impongano che i proprietari si procurino gabinetti mobili, ma consentano che vengano sospesi sul riso, per non disperdere il prezioso liquido biologico.

  5- Per le mele si può sottolineare che quelle brevettate costituiscono una parte esigua della produzione nazionale, e che esistono varietà tradizionali dalle qualità splendide (Renetta, Stayman, Golden Delicious e Red Delicious) che tutti i vivaisti riproducono liberamente per ogni agricoltore che le richieda. Annoto che i primi brevetti sono stati depositati da università e compagnie della Nuova Zelanda, che trent’anni fa godeva del mercato internazionale di due cavalli di battaglia, la mela Granny Smith e l’intera gamma dei kiwi, create nelle proprie università: gli italiani hanno visitato i frutteti sotto la Croce del Sud, hanno messo qualche innesto in valigia e, grazie alla maggiore prossimità ai mercati, si sono appropriati di entrambi i mercati sottraendoli ai frutticoltori della Nuova Zelanda. Alimentando, il piccolo paese, una ricerca frutticola più efficiente, e costosa, della nostra, ha scelto la strada del brevetto. Adesso i frutticoltori italiani possono coltivare, ma debbono pagare (sono sempre liberi di coltivare Golden e Renette).

  6- Quanto è paradossale (forse apparentemente) è che, essendo, orami, una pluralità i paesi dell’U. E. che rifiutano gli o.g.m, ed essendo la maggioranza dei parlamenti schierata contro le creature infernali, non abbiano costituito un grande consorzio capace di finanziare una ricerca sementiera e pomologica adeguata alle esigenze comuni (tutti hanno istituti e laboratori, occorrerebbe un programma coordinato e fondi adeguati). Purtroppo la polemica anti American companies e il parallelo disimpegno sul terreno sementiero  paiono tradire la volontà che l’unica alternativa alle sementi americane siano le vecchie “razze” locali che producono meno di un decimo delle creature della nuova genetica.

  7- Il punto precedente imporrebbe il tema dei bisogni di sette miliardi di uomini. Credo che gli alfieri della vague antiscientifica siano consapevoli che le loro scelte determineranno la morte per inedia di due-tre miliardi di esseri umani, ma la cosa non li disturba. La maga indiana vieta in India l’uso di sementi transgeniche, poi proclama che i contadini indiani si suicidano perché il costo delle sementi americane (che non possono acquistare) è eccessivo. Esiste in India  un imponente apparato di ricerca agraria (Indian Council for Agricultural Research, con migliaia di dipendenze), che, secondo la volontà di una classe dirigente neo-braminica non impiega le ultime tecnologie (che il paese usa, però, per accrescere propria la potenza nucleare). Ho studiato il catalogo delle sementi prodotte da questo gigante scientifico (?): la produttività media è 1/3-1/4 di quella delle sementi avanzate. Se ne può desumere, verosimilmente, che i contadini indiani si suicidano perché, con quelle sementi, e le produzioni relative, non riescono a pagare l’usuraio, che li espropria della casupola e del francobollo di risaia. Ma alla maga ciò non importa: per una discepola di Shiva le caste sono il caposaldo della società, e la morte di qualche milione di paria è casualità irrilevante.  L’India raggiunse l’autosufficienza alimentare con i frumenti del genetista americano Borlaug, grazie ai quali la sua popolazione è triplicata. Siccome la popolazione cresce ancora, e le sementi consentite producono sempre meno, il count-down della catastrofe è già scattato. Il bramanesimo apprezza la menzogna, la maga può ripetere che i contadini si suicidano per il prezzo di sementi che gli è vietato acquistare. I fan italiani esplodono di sdegno contro gli “assassini multinazionali”, e ciò è tanto più importante della vita di entità che la Trimurti ha stabilito essere meno che uomini.

Antonio Saltini
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