La fine di un Regno (1909)/Parte III/Documenti vol. I/IX

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Documento IX

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Documento IX, volume I, cap. X.


Ode inedita di Agesilao Milano.


L'ultima sorpresa che Bozzari fa ai Turchi, e sua morte.
[1847].


Era notte - e la pallida Luna
Su pei liquidi campi non sorse,
Nè alla volta dei cieli ne scorse
Con l’usato e divino splendor.

Ma una densa tenèbre regnava,
Un silenzio scorgeasi per tutto,
Par nunziare l’orribile lutto
Ai Turchi, e l'estremo dolor.

Sorse in mezzo tal notte Bzzsàri
Sotto l’armi lampante di guerra,
Al suo grido rimbomba la terra
L'eco in tutto per tutto s’udi.

E di botta trecento Sulioti
Gli fan cerchio già prodi guerrieri
Cingon tutti a quell’eco i cimieri
E ciascuno la spada brandì.

Marcia in campo da duce Bozzàri
Animando i seguaci suoi prodi
Alla voce di fervide lodi
Gli s’accendon di bellico ardor.

E nel mentre Bozzàri animando
È ai Turchi sua voce funesta
Romorosa qual grande tempesta
Che al nochiero ne reca timor.

Tutto a un punto si sbuca il drapello
Ai Turchi far scempio, furente,
Quale sbuca dal monte torrente
Schianta tutto che innanzi li vien.

È Bozzàri sul ballo di zuffa
Quale folgor tremendo che cada
Sovra monti superbi e dirada
L’alber tutto con tutto il terren.

Al suo scudo stà sisso la morte,
Quà ne sparge funesto spavento,
Là furioso ne reca tormento,
E adietro la fama gli vien.

Dal suo brando la morte ne piove
Cadon gente, recide stendardi
Spesso ancora già un nembo di dardi
Piomba sempre al nemico nel sen.

Sgorga il sangue: rosseggia la terra
E a Bozzàri ne imbratta il suo volto
Pure il brando nel sangne è sepolto
E dal sangue nel petto sen va.

Qual d’autunno a quel soffio di vento
Cadon sempre già gl’ispidi cardi,
Si la testa dei Turchi beffardi
A lor sangue ruotando si sta,

Scorre il sangue fumante qual rivo,
Monti interi di corpi svenati
E quel nembo di corpi gelati
Par mordesser coi denti il terren.

Vittorioso Bozzàri s’avanza
E veloce si spicca qual lampo
Già penetra nel campo e dal campo
Baldanzoso uccidendo ne vien.

Un subuglio fra i Turchi ne sorse
L'uno al’altro domanda, chi è questo?
Tutti gridan: è un turbin funesto
Che dal cielo or ora piombò.

Non son turbin, d’ardire Bozzàri
Gli risponde: ma il duce dei Greci,
“Io son Marco che i Turchi disfeci
“E gli avanzi atterrando ne andrò„.

Il Pascià finalrente ne acciuffa
Pien di gaudio repente l’uccide,
Poi col brando il suo capo recide
E quel teschio nel sangue sen và.

Ahi tremenda, funesta sventura!
Mentre in gioia Bozzàri è sepolto
La vittoria stà sisso al suo volto
Ma in tal punto, ahi!... ferito si stà.

I suoi prodi guerrier vincitori
Il conflitto lasciaro veloci
All’istante che udiro le voci
De’ lor duce sepolto in dolor.

E s'aggruppan repente quai nubi
Sovra il corpo languente del duce
Su cui splende una vivida luce,
Luce è questa di fama e d’onor.

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Muore Marco ed il capo strozando
Dell’averso Pascià loro duce:
La sua fama torrente di luce
Sarà sempre per sempre sarà.

Misse Marco l’estremo sospiro
Pien di fama, di lode, e di gloria
Fra noi tutti serbossìi memoria
Da noi tutti una lode ne avrà.

Egli è morto; e un nembo di freccie
Già ne piomba su i prodi guerrieri
Questo viene dai Turchi forieri
Che avvelti restaro fin or.

E ne cade quel forte drapello
Sovra il duce già morto: furente
Egli cadde: e su lui già lucente
Gli risplende la fama d’onor.

Quale il sol che la fronte ne ascose
Risplendente, dorata e vermiglia
All’Ocauso nell’altra famiglia
Lo splendore dei raggi mandò

Tale cadde quel nerbo di guerra
Pure adietro già i raggi di gloria
E la bellica e bella memoria
A noi gente d’Epiro lasciò. 1


Note

  1. È detto sulla scheda così: Poesia autografa di Agesilao Milano, scritta nell’anno 1847 in San Demetrio, nell’età di 17 anni. È scritta su carta ordinaria rigata, in quattro colonne sulle due facciate esterne del foglio chiuso, con calligrafia molto chiara, quasi stampatello, che rivela la intenzione di renderne la lettura facile e comoda. Non è firmata, ma Francesco Lattari, che la vendè nel 1884 alla Vittorio Emanuele per lire trecento, come risulta dai registri della biblioteca, assicurò che fosse autografo del Milano; ed egli, calabrese e già direttore generale dell’archivio di Stato di Napoli, poteva saperlo. L’ode è spropositata parecchio, come si vede, ed abbonda d’idiotismi e di termini incomprensibili, ed ha una punteggiatura arbitraria. Dimostra anche troppo, che nel collegio di San Demetrio si studiava bene il latino, meglio il greco, e assai imperfettamente l’italiano. L’ho collazionata con ogni scrupolo e col concorso del mio carissimo e coltissimo Vincenzo Fago, bibliotecario della Vittorio Emanuele, e di un giovane di assai promettente avvenire, Enrico Molè di Catanzaro. Ma che sia fattura del Milano non vi è dubbio, essendo la mano di scritto identica a quella di altri autografi di lui, posseduti da Guglielmo Tocci.