La fine di un Regno (1909)/Parte III/Documenti vol. I/XXIII

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Documento XXIII

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Documento XXIII, vol. I, cap. IV.


Primo articolo di Carlo Troya nel “Tempo„
del 1° marzo 1848.


L’anno quattordicesimo dell’età mia era pervenuto alla metà del suo corso, quando i sanguinosi rivolgimenti di Napoli mi sospingevano in Sicilia, Il vascello dell’ammiraglio Caracciolo accolti avea grandi stuoli di persone d’ogni sorta; ivi era la mia famiglia, e nel dì 26 dicembre 1798 approdammo ai lidi ospitali di Palermo. Fui tosto confidato alle cure del Padre Piazzi, acciocchè imparassi le discipline dell’astronomia; ed egli amommi con amore paterno, il quale, per una eccezione felice, di tanto più crebbe di quanto i miei spiriti sì chiarivano alieni dall’apprenderle; rivolti a vagheggiare un’altra [p. 94 modifica]specie di bello, tuttochè Cerere fosse comparsa, me presente, agli occhi del Grande Astronomo, alla quale Michelangelo Monti delle Scuole Pie applicò i detti di Tibullo: Et sua de caelo prospicit sacra Ceres. Il signor Piazzi pigliava diletto di non so quali miei fanciulleschi sofismi contro il sistema di Copernico e collocommi là in un cantuccio del suo ampio scrittoio, dove rideva in sè de’ risentiti modi a’ quali dava io di piglio a certe enormi tavole de’ logaritmi del Callet. In quel cantuccio vidi e conobbi quanti v’erano più insigni uomini e donne in Sicilia: Giovanni Meli, Domenico Scinà, Rosario di Gregorio, nomi che non periranno; il principe di Belmonte Ventimiglia, splendida natura d’uomo ed il principe di Villarmosa (chiamossi anche duca di Castelnuovo), più severo intelletto; l’amicizia dei quali nobilitò i primi giorni dell’ultima Costituzione siciliana, ma le susseguenti lor gare l’offesero. Nè infrequenti riuscivano le visite di Nelson e d’Emma Liona al P. Piazzi; ed una volta io fui testimone del nobile coraggio con cui egli usò far rimproveri ad Emma pe’ miseri casi di Napoli. Varcato il mio terzo lustro, entrai più addentro nella cognizione degli uomini e delle cose di Sicilia; ed un dì fummi additato Ruggiero Settimo, prode e leale, con cui non mi venne mai fatto di favellare nè mai più lo rividi: ma il suo volto mi sta vivo nell’animo, ed or che godo ascoltando il suono della sua fama, parmi guardarlo e potergli stringere la mano. Ascoltai nell’Università di Palermo gl’insegnamenti economici dell’austero ingegno di Paolo Balsamo, il quale s’erudì nell’Inghilterra; presso lui conobbi Niccolò Palmieri, che mi precedeva sol di sette anni ed ebbe cari gli affetti miei verso lui, ricambiandomene con puro e schietto animo; carissima gara tra un giovinetto ed uno, che usciva oramai da’ fanciulli. Spuntava intanto l’anno 1802 e Palermo vedea congregarsi quel generale Parlamento, che il re apriva della persona e che non s’era mai più visto da lunga stagione. I vescovi e gli abati dell’Ecclesiastico Braccio convenivano alla augusta solennità: i Baroni del Regno faceano pompa d’inaudito splendore nell’insolita festa e nuova mostra di feudali ricchezze: ma cheti e dimessi stavano quei pochi, da cui si rappresentava il Braccio Demaniale delle Città e delle Castella. Il Re chiedeva i danari e per tre giorni deliberava il Parlamento innanzi di concedere; nei quali oh! quanta gioia inondava i petti, scorgendosi nei Comizii dell’Isola sedere il Monarca di Napoli! Ben v’era tra’ Napolitani allora chi con generale invidia faceasi a contemplare quegli eccelsi riti del Parlamento Siciliano rimpiangendo le sorti del proprio paese, cioè della parte maggiore d’un regno unico, spogliata da più secoli do’ Parlamenti suoi, e fatta nel 1800 scema financo d’una bugiarda larva di libertà Municipale, ristretta in quelli che si chiamavano i seggi o i sedili di Napoli! Or [p. 95 modifica]chi può dire quanto nel 1802 la bella Palermo a me paresse da più che non la mia bellissima Napoli. Con quanta letizia del mio cuore io salutassi la Sicilia ne’ miei più fervidi anni! Ma poco appresso io al lasciavo sperando di rivedere, come seguì dopo molte sventure, il caro e venerato Maestro, che mi strinse al suo petto; rividi anche lo Scinà ed il Gregorio in Napoli, ma il mio Niccolò Palmieri non dovea più venirmi dinanzi agli occhi sulla terra.

Tale io, caldo di siciliani affetti, mi dipartiva da Palermo nel 1802, tenendola come mai sempre la terrò, per mia seconda patria. Vennero poscia i novelli rivolgimenti di Napoli, da capo il Re si riparò in Sicilia nel 1806 e fra noi piantossi la straniera signoria coi suoi modi particolari, de’ quali non parlo. Ma non tacerò al tutto delle leggi che ci divisero dalla Sicilia ponendo la pena del capo a chi ricevesse una qualche lettera dalla moglie o dal marito se colà dimorassero: e però ci dettero in balia dei Tribunali di Maestà, detti straordinarii, ove, frammisti a giudici senza pietà, sedeano feroci soldati, dall’uno dei quali vidi ed udii recarsi grave oltraggio in uno di que’ pretesi giudizi, alla canizie di Domenico Cotugno. Così noi fammo per lungo tempo segregati dalla Sicilia, ed appena un’eco incerta e lontana ci narrò che nel J812 erasi ascritta una Costituzione pressoché inglese nell’Isola; udimmo poscia nel 1816 decretarsi nuove foggie di governo per essa, e finalmente nel 1820 vedemmo giungere in Napoli deputati della Sicilia i quali giurarono la costituzione di Spagna ed affermarono che il maggior numero de’ Sicilianì aveano commesso loro di giurarla, mentre Palermo si levava per rimettere in onore la Costituzione del 1812. Di tali cose or ora toccherò: qui basti far cenno alla gioia che m’ebbi, e non ha guari, leggendo il saggio storico del mio amico Palmieri, pubblicato dopo la sua morte dell’egregio scrittore de’ Vespri, dall’Amari, cioè, che vi premise un aureo discorso, frutto di lungo studio e di vero amor patrio. Già l’Italia nell’atto di stamparsi un tal libro risorgeva, e già Pio IX l’avea benedetta. Ora la costituzione conceduta dal Re nel 29 gennaio 1848, gli avvenimenti di Sicilia e le dispute intorno al suo Parlamento m’ha fatto rileggere il Saggio del Palmieri e la speranza m’era surta che se una voce amica, sì come la mia, di Sicilia prendesse a parlar di sì fatte controversie, svanirebbero elle forse del tutto e si ricondurrebbe la pace negli animi. Con questa che certo è bella e cittadina speranza io tenterò mostrare a’ più schivi che la Sicilia stata sempre in possesso d’una peculiare Costituzione, ha diritto d’avere un Parlamento separato da quel di Napoli per quanto riguarda le faccende interiori dell’Isola. Passerò indi a proporre le mie opinioni su’ modi più acconci a deliberare sulle faccende comuni, senza offendere la dignità dell’uno e dell’altro popolo; e non tralascerò di volgere uno sguardo alla storia del passato per trarne utili avvertimenti sull’avvenire non solo d’entrambe le Sicilie ma d’Italia.