La liberazione della donna/I/2

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I. La donna e i suoi rapporti sociali
2. La donna e la religione

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Dilicatissimo e difficoltoso argomento è questo che imprendo a trattare, e tanto piú oggidí in cui, questioni vitali si agitano nel paese in cui io scrivo, questioni di vita e di morte per tutta una casta che il proprio parziale carattere ne ritrae, questione interessantissima ad ogni regione del globo, ad ogni popolo, ad ogni intelletto che si travagli nelle filosofiche disquisizioni, ad ogni cuore che palpiti nella incertezza degli umani destini oltre la tomba.

Come procedere senza sollevare obiezioni, senza sconcertare credenze, senza urtare suscettibilità, senza sconcertare interessi? Come non cozzare qui colla sistematica negazione, là colla gratuita asserzione, a diritta colle astrazioni di Fourier, di Leroux, a manca con De l’Orgue e De Maîstre, davanti con Reynaud, dietro con tutta la miriade degli ascetici? E davvero assai peritosa e timida stommi del come mi condurrò, del punto da cui partirò nel vastissimo terreno che mi si apre a discorrere, della scelta che far convienmi fra le idee che copiose invadono la mente, dell’arte con cui eviterò l’urto dei triboli e la puntura delle spine in una strada che tutta l’umanità percorre, eppure, piú fu battuta, e meno si fa praticabile a chi non voglia sollevarsi di fronte una guerra di scandali e di pregiudizii che piú lacera il cuore, che non guerra di spade.

Non si tratta per me di persuadere ad altrui le convinzioni mie: non intendendo fare né polemiche né controversie. Io parlo alla donna d’ogni paese, ma specialmente italiana, e parlo alla sua indipendente ragione, al suo libero intelletto, per cui, a partire da basi concordi ed a meglio comprenderci, dal fatto partiremo e dallo assioma.

La religione, metafisicamente considerata, è il sentimento innato della divinità. Essa fu siccome tale sentita da tutti i popoli e da tutti i tempi; e che ciò sia stato, lo provano gli innumerevoli monumenti e le tradizioni che la primigenia umanità legava alle posteriori generazioni; le quali poi a loro volta, anziché sperdere quelle tradizioni e quei monumenti della fede dei padri loro, come fatto avrebbero quando non ne avessero ampiamente accolto il legato, altri ne aggiunsero, ed ogni generazione accrebbe cosí alle vegnenti il patrimonio delle credenze.

Questo fatto che, siccome basato sulla semplice autorità, poco proverebbe se chiamato fosse a stabilire la verità d’una scientifica sposizione, od a convalidare la solidità d’un raziocinio che a sé stesso non basti (avvegnaché e storia e filosofia cospirino a non ammettere l’umanità degradata sibbene primitivamente ignorante), questo fatto, dico, diviene categorico e perentorio quando a provare la generalità e costanza di tal sentimento lo indirizziamo.

Ora, siccome è vero che, l’effetto non nasce che dalla causa, la conseguenza tradisce la premessa, lo edificio rivela l’architetto, cosí l’universo predica una ragion prima. Il caso, che l’ateo volle a ragione di questo fatto, se è per lui ragione sufficiente, per lui il caso è Dio, e non v’è fra lui e il general sentimento che una questione di vocaboli; ma s’egli la considera siccome ragione accidentale egli da sé bene inesperto si proclama, avvegnaché, sopra qualunque cosa egli esperimenti le combinazioni del caso, sempre le avrà avvertite, vaghe, disordinate e soprattutto incostanti; cosicché il comun senso definisce col vocabolo caso ogni combinazione, che manca affatto d’ordine, di durata e di leggi; il ché senza impugnare il testimonio della scienza (che va ogni dí scoprendo la ragion delle forze nel meccanismo universo, e potentemente le applica), senza rifiutare in ogni filosofia il supremo emanato della ragione fatto eminentemente ordinato, senza accagionare di allucinazione i nostri sensi tuttodí colpiti dall’armonia inalterabile della natura, sarebbe deplorabile follia diniegare...


... Ammessa l’esistenza della divinità, l’uomo le deve omaggio e riconoscenza, ed ecco sorgere la religione donde i culti ed i riti; ammessa l’immortalità, ecco sorgere con essa l’infinito progresso; ammesso il premio e la pena, ecco sorgere la ragione della morale, donde la sociale felicità.

Premesse queste poche parole a prevenire le nostre lettrici del punto da cui partiamo, né potendo noi piú inoltrarci nelle religiose teorie senza specializzare, epperò renderci a molte impossibile (e non trovando pur necessario il farlo dacché abbiam già trovato la ragione religiosa), passiamo a disquisirne i caratteri, segnalarne le viziose applicazioni e le vere.

Essenzial carattere dell’ossequio, che l’uomo prestar deve alla divinità, è l’esser questo ragionevole, essendo ragionevole chi lo presta, e verità assoluta, e ragion d’ogni cosa, l’essere supremo a cui è rivolto; perciò l’assurdo è insulto a Dio, né può essere scusato che dall’invincibile ignoranza. Assurdo perciò non potea ch’essere, a mo’ d’esempio, il sacrificio, il quale intendeva onorar Dio col distruggere la sua fattura: ciò non potea scusarsi che dall’ignoranza, ma il sacerdote il quale godeva le parti comestibili delle vittime sacrificate, epperò eccitava continuamente i popoli ai sacrificii, non era piú ignorante, era furbo; e l’iterato fumo de’ suoi incensi non era che un insulto a Dio, ch’egli faceva servire a suoi interessi.

Piú d’una vedrà forse altra cosa, che l’infanzia dello spirito umano, in questi riti dell’umanità primitiva, ma noi risponderemo con una sola osservazione. I sacrificii cruenti, criminosi, se di vittime umane, assurdi se di ostie brutali, cessarono sotto l’impero di due autorità. La prima fu il Vangelo, che promulgò la piú razionale delle religioni; la seconda fu il progresso della civilizzazione, che chiarí allo spirito umano la vanità di cotali ossequi e la loro assurdità. Ora se i progressi della ragione resero incompatibile il sacrificio, ciò basta per dare il nome alla cosa.

Dovendo l’umano ossequio alla divinità essere razionale, ne emerge di natural conseguenza, che non debbano le esterne sue manifestazioni superchiare agli occhi nostri in importanza l’intimo sentimento che li produce...


... L’umanità bambina che, simile all’uomo di poco tempo, era incapace d’un lavoro affatto speculativo, ma trovavasi tuttavia sotto il dominio delle sensazioni, avendo col senso morale l’idea della virtú, ammirava però maggiormente quelle doti di natura e di fortuna, per le quali un uomo sugli altri acquista materiale e sensibile superiorità. Laonde meglio che la mitezza era stimato il coraggio, meglio che il generoso perdono la valorosa vendetta, piú che la sublime lealtà dell’anima, l’astuzia feconda di mezzi e ricca di successi, piú che riverenza dei diritti, il feroce sterminio e la prepotente conquista; piú che la castigata verecondia, la dissoluta e facile bellezza. Di tal maniera di giudizio dell’antica umanità hassi pena più presto a sceverarne le troppe prove che ad adunarle. Tutto ce lo insegna, dall’Iliade d’Omero fino ai sontuosi monumenti alle ceneri di Pitionice, fino agli incensi bruciati ad Alessandro, fino al divinizzamento dei Cesari.

Queste dottrine vellicanti le passioni, e cosí ben maritate agli interessi, non potevano che condurre di ragione il mondo ad una general corruzione di cuore e depravazione di mente, di cui la storia ci ripete il racconto dalla caduta della Romana Repubblica in poi.

Era ben logico e voluto dalla natura delle cose che là come dovunque, il riparo ormeggiasse dappresso il male; e sorsero in allora le dottrine a cui accennavamo; dottrine che lottavano colle passioni corpo a corpo, e disputavano palmo a palmo il terreno agli interessi, isolando l’uomo dal contagioso contatto dei suoi simili, livellando le caste, staccando dalle perniciose ricchezze mezzi di feroce dispotismo, e sforzandosi di spiritualizzare l’uomo degradato per corruzione fino ai bruti tutta la sua vita concentrando nell’espiazione di un male divenuto ormai sí radicale ed universo, che impotente affatto era contro di lui l’opera dello individuo. Nulla di meglio infatti resta a farsi al sano, frammezzo alli appestati, che trarsi in disparte fin quando la scienza non ha ancor provvisto ai malati.

Quelle dottrine ci vennero dall’Oriente e più precisamente dalle Indie, e dal loro istitutore si chiamarono Buddismo.

Nell’epoca in cui le leggi e le istituzioni dei Bramini erano in maggior forza, e s’erano diffuse in tutto il paese senza eccezione, sorse dalla casta dei guerrieri, e dalla famiglia dei Sackija, Gautama, detto poi Budda (lo suscitato), figlio di re. Nacque egli nel 628 avanti Cristo. Si uní, secondo il costume del paese, a tre mogli; ma a 29 anni abbandonò padre, mogli ed un figlio, non che ogni diritto di successione al trono, e si ritirò nel deserto per darsi tutto a penitenza alla guisa dei Bramini. Rimase colà 6 anni e superò nella rigidezza della vita tutti coloro. A 36 anni sorse a predicare, e scorse fino agli 85 tutta l’India.

Educato nella solitudine dei deserti, alla meditazione ed alla penitenza, dotato di sommi talenti, concepí l’ardito pensiero che il Braminismo, d’assurdi ripieno, se forse bastava fino allora all’India, non certo al resto del mondo. Primo nell’antichità superò i pregiudizii della nazionalità, e concepì l’idea dell’universale rigenerazione del mondo corrotto, e parlò di partecipare altrui il proprio bene.

Il Buddismo sorse circa nel tempo in cui la Giudea diveniva provincia romana e con essa si eclissava la mosaica religione.


«In quel tempo», dice Costantino Hofler nella Storia universale, «si nota nell’Oriente un sentimento di dolore e direi quasi di disperazione come se la sua vita fosse finita.»

Nell’India la predicazione di Budda addita al mondo la cagione di tal disperazione nella nullità delle cose, e riduce lo scopo della vita alla distruzione di noi stessi. - (A ché altro si riduce l’ascetica cattolica dei nostri giorni?)

In massima le sue dottrine non differivano punto da quelle dei Bramini; ma differivano in questo, doversi da tutti, senza distinzione, raggiungere lo scopo della vita, come avendo egli pel primo superato i pregiudizii di caste e di nazionalità.

Non occorrevano per Budda le divisioni di quelle (prima politica braminiana), né le opprimenti leggi ch’erano di quella politica i naturali corollarii; tutti, senza eccezione, erano chiamati alla cognizione della verità, a tutti libero quindi di togliersi al giogo braminico.

Egli, poi Budda, era stato dal cielo mandato a segnarne la via.

«La vita è un sogno», dicea Budda. «Quanto piú l’uomo lavora colla propria distruzione alla propria santificazione, e tanto più scioglie il legame che tiene avvinto il mondo alla colpa.» - Notisi il desolante ed antifilosofico concetto che il mondo sia fatalmente portato alla colpa, quasi l’umano arbitrio, donde l’umana responsabilità, non esistesse. - Senza questo concetto dominante sarebbe stato impossibile chiamare l’uomo all’isolamento ed alla propria distruzione. Solo l’universale corruzione dei tempi, la ferocia dei costumi, il degradamento cui era scesa l’umana progenie, poteva ispirare una simile filosofia...


... Certo le dottrine buddistiche erano un gran passo in quei tempi oltre misura materializzati e corrotti, ed ebbero appunto in quelle condizioni la loro ragion d’essere; ma venne il Cristo ad aprire all’umanità una nuova fase, ed allora principiarono ad essere spostate e retrive.

Chiamati gli uomini ad amarsi ed a soccorrersi, iniziata la dottrina della giustizia e del perdono, costituita l’umanità in una repubblica di fratelli che altro dottore, altro maestro, altro signore non riconosce che la verità predicata dal Cristo colla luce della ragione, colla mite ma vittoriosa forza della persuasione; eguagliati i doveri ed i diritti, chiamati tutti al lavoro ed alla cooperazione al comun bene, proclamato ogni uomo al suo simile solidale col precetto dell’amore e della diffusione; chiamato l’amico a dar per l’amico la vita, ed a beneficare al nemico; udita, ammirata ed accolta questa dottrina dal mondo, tenuta salda contro le lotte, uscita vittoriosa da secolari battaglie, la vecchia dottrina dell’isolamento, e della distruzione dell’uomo, non aveva piú ragion d’essere ed era condannata a perire. Dopo aver demolito era ben d’uopo riedificare.

Il risorgimento, la vita, la libertà, lo sviluppo di tutte le forze morali, i collettivi conati delle masse verso il bene comune, ecco il programma del Cristo, ed ecco la fase che ora percorre l’umanità.

L’amore universale, precetto unico e nuovo, nel quale quella dottrina si compendia, importa a natural conseguenza il compatimento, la tolleranza, la vicendevole riverenza, e pone al bando dell’umanità ogni dispotismo di fatto e di sistema, ogni autorità che si erge al dissopra della forza delle cose, dell’unanime consenso, del generale interesse.

Ora la cattolica ascetica, che tante forze isola e paralizza, che tante intelligenze riduce a schiavitú, che tanti fervori raffredda, che tanti nobili slanci raffrena, che tanti generosi entusiasmi riveste delle grette forme del partito, che tante esistenze si tiene eternamente oscillanti e dubitative sul grave problema d’un moto primo, d’un estemporaneo escogitato, orbo di conseguenza perché intimo, di un motto oziosamente ed inavvertitamente sfuggito, d’uno svagamento intempestivo anche, ma tutto proprio della mobilità dell’organo pensante, tutto questo sistema non vi par egli, ditelo voi, roba da bambini e compassionevole miseria?...


... Laonde, tutto il fin qui detto in poche parole riassumendo; il culto che alla divinità si deve, vuol essere razionale, sendo il rapporto d’un ente ragionevole colla ragion suprema di tutto; dignitoso, come lo esige riverenza dell’essere infinitamente superiore; intimo, siccome trovando nello spirito la sua ragione, nel cuore l’innato suo sentimento...


... E veramente quel giorno preconizzato dal Cristo è giunto, e quelle sue parole, allora incomprese, sono nel nostro secolo un aperto programma.

Lo ridestarsi dei popoli oppressi, la caduta imminente d’ogni tirannide, l’affermazione di tutti i diritti, lo sollevarsi delle caste, la coscienza dei doveri, il progresso dell’umanitarismo, la emancipazione delle intelligenze, l’amplesso fraterno che lega gli uomini d’ogni regione, la nausea del gratuito, il culto profondo del vero, questi dogmi del nostro secolo hanno staccato l’uomo dalle illusorie e speciose dottrine, dal culto della forza e dell’autorità, dai vieti pregiudizii di caste, di nazionalità, di confessioni e lo portano potentemente e fatalmente al vero, all’equo, al morale, alla sintesi del divino concetto creativo, al culto in ispirito e verità.

Ed ecco il programma che deve la donna capire ed abbracciare e a non inceppare il comune lavoro, e non disconoscere il concetto della provvidenza, e discostare egualmente e l’ipocrisia ed il pregiudizio, che, emanati da diverse fonti, si accordano in questo, nel preferire la forma all’ente, la corteccia al midollo...


... Cadono e sorgono popoli ed imperi, fra loro contrastano i principi e le genti, leggi e sistemi veggono la luce a tempo loro, regnano e muoiono; grandi unità, unità colossali attraversano qua e colà l’orizzonte della storia, segnandovi come luminose meteore una striscia di luce, e frattanto Iddio vede dall’alto svolgersi il dramma umano, conta i dolori e le gioie, compatisce agli errori, ed il suo sole sui buoni fa risplendere e sui malvagi, la terra tutta del suo fervido raggio rallegra, e tutti i viventi paternamente riscalda.

Imitiamolo, anziché imporre leggi alla sua giustizia, segnar confini alla sua bontà e farci appo i nostri simili feroci zelatori di interessi che gli supponiamo, od interpreti di passioni che son tutte nostre.

L’amore unisce ed armonizza, il terrore divide ed uccide; la bontà compra, seduce, trascina; lo esclusivismo discosta, irrita, reagisce; la religione può fargli uomini nemici e può farli fratelli; tocca alla nostra ragione ed al nostro cuore giudicare quale Iddio voglia di questi due risultati, e quale dei due l’umanità conduca al benessere ed alla perfettibilità.