La liberazione della donna/I/3

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I. La donna e i suoi rapporti sociali
3. La donna e la famiglia

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Sendo questa mia fatica diretta all’utile insegnamento della femminil gioventú, non sarà affatto inutile, cred’io, uno sguardo retrospettivo onde disquisire, donde ci venga la famiglia, che cosa sia, in qual modo s’è formata, qual parte vi tocchi alla donna di diritti e di doveri, poiché la famiglia, siccome tutte l’altre istituzioni, si modificò, seguendo le fasi descritte dalla civiltà e dall’intelligenza umana. Laonde sarete già convinte, lettrici mie gentili, ch’io non intendo farvi una poetica apologia della famiglia, ma una semplice argomentazione sui rapporti ch’ella crea, seguendo l’ordine naturale delle cose, nel quale il sentimento scaturisce dal vedere e dal comprendere. E un tal sistema sembrami tanto piú utile in quanto che tutti coloro, che della donna scrissero, tutti ripeterono in coro e fino alla nausea, che la donna sente piú che non pensi, asserzione che, per vero dire, mi è sempre sembrata un terribile assurdo, non potendosi in buona logica né amare, né temere, né riverire, né odiare cosa, della quale non si apprezzino i pregi, o non si vedano i pericoli, non si riconosca la superiorità, o non si stimino i difetti; per cui il sentire è per lo appunto l’effetto necessario del vedere e del comprendere.

Oltre allo avere influito sulla famiglia il carattere dei tempi e delle nazioni, si occuparono di lei, e ne moderarono le sorti, le leggi e la teologia, la timidezza ed i pregiudizii nella donna, il troppo facile abuso della forza e l’arbitrio nell’uomo, la barbarie, gl’interessi e le passioni. Grazie alla filosofia, la mente, nella sua piena emancipazione, può oggi collocarsi ad un alto punto di veduta e portar libero ed imparziale giudizio sul lavoro di tanti secoli.

È passato il tempo nel quale non la ragione, ma un’autorità qualunque diceva all’uomo, maschio o femmina, giovine o vecchio, principe o plebeo, «è cosí perché te lo dico io; e, dacché io te lo dico, non è, e non può essere altrimenti». La verità predicata oggidí, sotto forma d’oracolo fa poca breccia; ed anziché muoverne querela cogli uomini, coi tempi e coi costumi, come avviene a certi spiriti, non puri per avventura da segrete movenze d’interessi (i quali vorrebbero fosse l’umano spirito di piú facile accontentatura) parmi meglio d’assai congratularsene coll’umanità negli interessi della verità, che non mai tanto fulgida emerge quanto dalla libera discussione, non altrimenti che dallo atrito si sviluppa fosforica la scintilla.

Divise sono le opinioni, se la famiglia dalla natura ci venga e sia originaria creazione di Dio, o se siasi svolta dalle umane istituzioni. I primi uomini doveano propagarsi per tutta la faccia della terra, epperò doveano scindersi continuamente le famiglie; laonde non altre donne s’aveano che le prime che incontravano, costume che oggidí conservasi ancora presso diverse selvaggie tribú; e questo fatto appoggia la seconda di quelle opinioni.

Comunque sia la origine di questo fatto, che ha ora innegabilmente ricevuto la sanzione dei secoli, certo è ch’egli presenta alla filosofia ed alla legislazione un quesito di grave importanza, sendo essa la culla delle umane generazioni, il teatro delle prime impressioni, la scuola ove ogni uomo s’inizia ai misteri della vita...


... Famiglia vera non può essere quella, nella quale havvi servo e padrone, tirannia e schiavitú. Non sono questi i rapporti di famiglia! Essi non sono finora riconosciuti ed applicati in niuna parte del mondo, ed anche nelle piú colte e gentili regioni della civilissima Europa, certo non potrà dirsi abbia dessa raggiunto il suo ideale. Fino a quando i diritti ed i doveri saranno dai codici distribuiti con piú o meno esorbitanti sproporzioni, fino a quando durerà nella famiglia la forma monarchica, essa altro non sarà che una pura e semplice frazione della società, nella quale il sentimento non è che accidentale, ed assai compromesso da un dispotismo senza controllo, e da una dipendenza scoraggiata dal non sentirsi tutelata...


... Negli Stati Unionisti d’America, al sud, mentre la legislazione, che riguarda i bianchi, rivela l’opera di sublimi intelligenze informate ad umanitarie dottrine, e sollecita si mostra di svolgere e maturare i fecondi portati della libertà, quella che riguarda la razza nera, non riconosce di punto in bianco neppur la famiglia. Fra la lunga serie dei patimenti inflitti, con qual giustizia lo sa Dio, a quella razza, che per la rivoltante oppressione in cui geme è la macchia incancellabile di quegli Stati e di quei legislatori, la quotidiana separazione delle famiglie è certo uno di quelli che piú sollevano ogni cuor sensibile, ogni spirito non isprovisto della naturale equità...



... Il matrimonio, anche ridotto ad istituzione religiosa, consacrò nelle sue formole la violenza e lo invilimento della donna.

Quando la sposa non era rapita a forza come una preda od un bottino, il cui legittimo possesso non era piú contestabile, era mercanteggiata e pagata come un oggetto qualunque. L’ultima cerimonia componente il complicato rito nuziale presso i Romani era una finta violenza; presso i Canciti (nell’Africa) il rapimento convenuto, ed il pagamento stipulato, è una formola sacramentale. La formola del rapimento trovasi anche presso gli Americani. Nell’Araucania il padre, che ha accordata sua figlia in isposa, la spedisce con un incarico qualunque, indicandole un cammino. Il marito, posto in agguato co’ suoi amici, la rapisce e la porta nella sua capanna.

Nelle vecchie Indie la donna non mangia mai col marito. Nella giovine Oceania, a Nonkahiva, alle Isole Washingthon, ecc., non solo non mangiano le spose mai coi mariti, ma sono loro vietate per sovrappiú molte vivande all’uomo solo permesse. Nella Nubia è crudelmente punita se osa toccare la tazza o la pipa del marito. In tutto il regno di Coango, durante il pranzo del marito, la donna si tiene in piedi in disparte e non gli dirige la parola che genuflessa. In tutta la Nigrizia le cure dell’allattamento, l’apparecchio degli alimenti e dei liquori, le cure del focolare, la conservazione delle vesti, non sono tenuti per nulla. Ella deve ancora coltivare il tabacco, estrarre l’olio dalle palme, macinare il miglio, fornir la casa d’acqua e di legna, eppoi, come null’altro avesse a fare, mentre il marito dorme deve guardarlo dalle mosche. Durante le lunghe marcie, ogni peso, ogni imbarazzo le tocca di pien diritto. I Gallas lasciano le loro donne fendere penosamente la terra, lavorare, seminare, mietere, battere e raccogliere il grano.

Lo stesso lavoro è rigorosamente imposto alla donna nel Congo, nella Guinea, nella Senegambia, nel Benin, nel Bournou, nel Mataman, nella Caffreria. Quel motto, Ce n’est rien - c’est une femme qui se noie, è praticato dagli indiani con una bonomia men fina, ma piú vera di quella di Giovanni Lafontaine. Nelle improvvise innondazioni del Nilo, essi si occupano dapprima dei loro armenti, poi dei bambini, quindi dei vecchi, e finalmente, e dopo tutto, si ricordano delle donne.

Agli Stati Uniti, all’epoca in cui gli inviati dei popoli che comprano ogni anno coi presenti la lor libertà, fanno ritorno ai nomadi penati, una folla di piroscafi risalgono il fiume maestoso. Gli uomini fumano pacificamente nel fondo delli schifi la loro pipa, e le donne, oppresse dalla fatica, tirano le barche colle corde; e nelle ore di sosta, stendono le reti e gli altri utensili da pesca, tagliano legna, prendono cura dei bambini, e preparano il pranzo agli oziosi mariti e li servono in tutto.1

Attraverso le vergini foreste gemono dolori secolari. I dolori della donna vi si moltiplicano piú che le sue gravidanze, piú che i peli delle sue palpebre sí sovente bagnati di lagrime. Presso i Mohawkse, e generalmente nelle tribú dei cacciatori, la donna deve cercare e portare come un cane la caccia fatta dal marito, che crederebbe offendere la sua dignità caricandola sulle proprie spalle. Sia questa un capriolo, un orso, un cinghiale, la donna coll’aiuto delle sue vicine soccombenti sotto il peso, lo trascina dalla foresta alla casa, dove riposa pacifico il padrone. Il disprezzo per la donna è tale che l’atto di emancipazione del figlio si constata sul volto o sul dorso della madre. Il giorno in cui conta il suo quindicesimo anno, deve insultarla e batterla. Presso altre nazioni la donna può essere cambiata, venduta, permutata a piacere del marito, anche uccisa e mangiata s’egli crede farne un buon piatto.

Eccettuata qualche tribú, in cui i Sechems aprono i loro consigli alle matrone, l’oppressione della donna è consacrata da vecchi costumi. Presso altre tribú, alla nascita d’un bambino, il marito si corica come colpito da grande sventura. Il neonato e l’intiera casa sono sottomessi ad una gran purificazione. Altrove, ai primi sintomi di fecondità, la donna è condotta con lugubre cerimoniale al mare, e durante il tragitto piovono sopra di lei l’arena ed il fango, immondizie ed imprecazioni. E cotali costumi con poche varianti sono comuni alle due Americhe...


... L’uomo sarà egli sempre il supremo arbitrato della famiglia, chiudendo cosí a forza intorno a lui gli affetti della donna che nulla di meglio cercano, che di espandersi a tutto, circondarlo della tiepida atmosfera della benevolenza, e dello spontaneo e lieto sacrificio?


«V’è un angelo nella famiglia», scrive Giuseppe Mazzini, «che rende con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d’amore il compimento dei doveri meno amari. Le sole gioie pure e non miste, che sia dato all’uomo di goder sulla terra sono, mercè quell’angiolo, le gioie della famiglia. Chi non ha potuto, per fatalità di circostanze, vivere sotto l’ali dell’angiolo la vita serena della famiglia, ha un’ombra di mestizia stesa sull’anima, un vuoto che nulla riempie nel cuore; ed io, che scrivo per voi queste pagine, io lo so. Benedite Iddio, che creava quell’angiolo, o voi, che avete le gioie e le consolazioni della famiglia! Non lo tenete in poco conto perché vi sembri di poter trovare altrove gioie piú fervide, e consolazioni piú rapide ai vostri dolori. La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata. Gli affetti in essa si estendono intorno lenti, innavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l’ellera intorno alla pianta; vi seguono d’ora in ora, si immedesimano taciti colla vostra vita. Voi spesso non li discernete, perché fanno parte di voi, ma quando li perdete, sentite come un non so che di intimo, di necessario al vivere vi mancasse. Voi errate irrequieti e a disagio: potete ancora procacciarvi brevi gioie e conforti, non il conforto supremo, la calma, la calma dell’onda del lago, la calma del sonno della fiducia, che il bambino dorme sul seno materno.

«L’angiolo della famiglia è la donna madre, sposa, sorella! La donna è la carezza della vita, la soavità dell’affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sull’individuo della provvidenza amorevole che veglia sull’umanità. Sono in essa tesori di dolcezza consolatrice, che bastano ad ammorzare qualunque dolore. Ed essa è per ciascun di noi la iniziatrice dell’avvenire.»

In questi concetti scaturiti da una gran mente e da un gran cuore, voi leggete che cosa esser debba la donna nella famiglia secondo il divino concetto; ma tale non potrà essere veramente che quando ella sarà estimata e coltivata: se non quando l’educazione e la stima le avranno data la coscienza di ciò che da lei esige la natura, che l’ha con tanto studio elaborata. Ella non sarà l’angelo della famiglia e dell’umanità se non quando e l’umanità e l’individuo la vorranno aver tale, sacrificando all’interesse di tutte le generazioni la vanità del dispotismo brutale, dello antifilosofico esclusivismo...


... Ora, in tutta la serie da noi citata dei costumi piú o meno selvaggi, certo noi non abbiamo riscontrata la famiglia, co’ suoi affetti, co’ suoi legami piú dal sentimento voluti, che non esatti dalla forza delle leggi. Tutti i costumi da noi fin qui percorsi, non ci parlano che della patria e della marital potestà, d’una monarchia insomma, nella quale i doveri dei sudditi si riducono a sforzarsi di piacere al despota, e i diritti di questo a volgere al miglior utile proprio le persone, che da lui dipendono, e l’opera loro.

Certo i costumi dei popoli d’Occidente sono ben lungi da quelle esorbitanze, che troviamo presso le selvagge nazioni ed in tutta l’antichità, ma sono egualmente ben lungi dallo effettuare fra l’uomo e la donna quella eguaglianza di diritti, che sola può dare ai loro rapporti quella soavità di relazione, che stabilisce la mutua confidenza e la reciproca fiducia.

Né si dica che la perfetta eguaglianza di diritti e di doveri, fra l’uomo e la donna, introdurrebbe il disordine, l’incoerenza e l’anarchia fra le domestiche pareti. Viete scuse son queste che poca riflessione sulla natura delle cose non permette di porre seriamente innanzi. Se al governo della famiglia preponeste due elementi perfettamente simili, la rivalità e la discordia ne sarebbero l’effetto immediato, ma la natura ha già provvisto innanzi che noi la temessimo a cotale sconvenienza...


... Dal fin qui detto potrebbe per avventura qualche mia lettrice ricavare, ch’io creda avere il matrimonio per solo scopo la propagazione e la conservazione della specie, né potersi egli in mia mente disposare eziandio a piú nobile fine.

Diversi fra i moderni scrittori hanno considerato l’uomo e la donna non già come unità, ma quali esseri che aspettano dall’unione loro il completamento della loro personalità. Se in faccia agli interessi della specie ciò è assolutamente vero, non lo posso egualmente ammettere nel campo morale, vedendo ognun dei due autonomicamente, nel pieno possesso delle facoltà dello spirito, attivo e produttore.

Mentre invece nel matrimonio per fatto delle istituzioni nostre la donna, abbandonata affatto all’arbitrio del consorte, ben lungi dal completarsi, si evira, ben lungi dall’acquistare, perde, se pure per lo suo meglio eleggerà di sacrificar sé stessa alla pace...


... Ed invero, che volete mai impari l’uomo da una creatura priva di senso morale, educata né piú né meno che per piacergli, per obbedirgli, per ammirarlo, per adorarlo, per credere nella sua portentosa sapienza, per piegarsi in tutto e sempre alla sua volontà onnipotente, per toglierlo a norma e legge d’ogni suo operare? Se quest’uomo si tiene un po’ di ragione e di moral dignità, deve sentirsi a stringere il cuore di vedersi a fianco una creatura cosí nichilita, o meglio questa larva di essere umano.

Voi mi direte; egli la può educare, e risollevare l’anima sua; vi domando scusa, gli bisogna rifarla. Quando tutta una educazione non ha avuto per iscopo che di cancellare fino all’ultima traccia ogni sintomo di vita morale, in ragion d’ordine col quale si manifestava; quando una educazione non ha avuto per iscopo che di degradare l’essere umano al vile stato di cosa, quasi adirandosi con Dio e colla natura, che abbiano voluto intelligenza e volontà locare là dove l’uomo non crede averne d’uopo, credetemi, è utopia supporre, che possa quell’anima riabilitarsi non meno che risorgere un cadavere fradicio.

E che volete mai, a volta sua, impari la donna, da un uomo beatamente convinto della propria eccellenza; la qual convinzione gli fu in cuore piantata e ribadita dai costumi che creano per lui una morale dagli ampli margini; dalle leggi che lo estimano sempre capace anche quando è ignorante, sempre moderato ed onesto anche quando gli abbandonano la donna senza controllarlo, sempre virtuoso anche quando le sostanze sciupa o disperde per conto di vizii e passioni? Credente fermamente nella legittimità della sua potestà, egli sa dare fino all’amore l’impronta e il suggello del dispotismo, ed è ben lungi dal credere che la sposa sua possa direttamente o indirettamente pretendere a modificarlo...

Note

  1. Ciò accade tutti gli anni alla presenza d’una folla d’Europei, i quali non hanno mai tentato una parola a favore di quelle infelici.