La liberazione della donna/I/5

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I. La donna e i suoi rapporti sociali
5. La donna e la scienza

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«Le donne antiche hanno mirabil cose
Fatte nell'arme e nelle sacre muse,
E di lor opre belle e glorïose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.»

«Ben mi par di veder ch'al secol nostro
Tanta virtù fra belle donne emerga
Che può dar opra a carta e ad inchiostro
Perché ne' futuri anni si disperga»

Ariosto, Canto XX


Ridire tutto che fu detto, pensato e giudicato sulla creduta innettitudine dello spirito femminile alle produzioni dell’intelligenza, non è cosa che in due parole possa farsi. L’uomo, per fini che non è difficile troppo immaginare, tentò sempre persuaderselo, e colla forza e coll’autorità, colla potenza d’una opinione ingiusta, che egli diffuse in ogni modo, tentò persuaderlo alla donna altresí, la quale, a sua volta, siccome avviene che allo scoraggio ed al sentimento della propria nichilità tenga dietro una profonda ed assoluta atonia, principò a persuaderselo ella stessa, e cadde cosí nella più funesta sventura che incogliere possa essere morale, nella completa incoscienza di sé, delle proprie facoltà, delle proprie forze...


... Né mi si dica che la baldanza del genio giunger deve a domare le difficoltà, a superare ogni barriera. Ciò è vero per alcuni, ma non lo può esser per molti, ché alla lotta non tutte le nature sortono inchinevoli, anche fra i parecchi che aver possono svegliata intelligenza; che se a cotal legge subordinar volessimo tutto il viril sesso (e lo fosse stato fin qui), l’umanità non avrebbe discorso pur la metà del suo intellettuale cammino, ché mancato avrebbe a tutte le intelligenze, che potentemente l’aiutarono, dottrina ed ispirazione.

Raffaello non raggiunse la perfezione dell’arte se non dopo aver visto le opere immortali del Buonarotti; Cristoforo Colombo immaginò un nuovo mondo, essendo già peritissimo nauta e geografo; Galilei scopriva il moto della terra, sendo profondissimo in fisica; così Newton l’attrazione astrifera, cosí Volta la pila elettrica, e cosí in tutto e sempre procede lo spirito umano dal noto all’ignoto, sendo egli debole nell’intuizione e potente nel raziocinio.

Ora, che per aversi comunemente una fiacca opinione della capacità femminile, le si accumulino davanti gli ostacoli, le si tolga ogni mezzo, e le si allunghi il cammino, questo è ciò che non giungo a giustificarmi, ché sarebbe come spargere dei ciottoloni e dei macigni sul suolo dove il bambino muove i primi passi adducendo a ragione ch’egli non sa camminare. Se questo sia logicare ditelo voi?

Ma un cotal trasnaturamento dei semplici dettami della ragione non poté farsi universale coscienza, se non per quel difetto di principii che ci è tante fiate occorso di lamentare nel corso di questo lavoro. Gli uomini abbuiati dallo errore, e sedotti dagli interessi, non risalgono ai principii mai, si fanno sordi al dovere, giungono a scordarlo, quindi ad ignorarlo affatto, e la società scende alla fine a non essere altro che un meccanismo svolgentesi colle mobili e gratuite forme della convenzione.

Si è convenuto adunque che la donna non deve sapere: epperò si dirige in modo la sua intelligenza, o meglio se ne sopprime cosí lo sviluppo, da condurla alla perfetta evirazione. Che se alcuna giunge, mediante erculei sforzi, a districarsi da quegli impacci, che ingombrano il sereno ed ampio orizzonte della sua mente, eccole addosso l’opinione co’ suoi mille proiettili, ecco la critica coi suoi mille strali, la satira coi suoi morsi, la madicenza coi suoi pungoli, il pregiudizio, lo scandalo e tutta la falange degli inutili e dei nocivi, di cui il mondo ha dovizia, che la lingua tengono nel nobile esercizio di parlare a proposito ed a sproposito di tutto, e di tutti, asserendo, condannando, ed assolvendo, senza darsi briga nessuna di essere giusti e ragionevoli! E come lo sarebbero?

Codesta gente (Dio loro perdoni) sono davanti all’umanità, che cammina verso la civiltà e verso il bene, come i ciottoli che si pongono davanti le ruote d’un veicolo; se questo nella sua corsa non riesce a triturarli, soverchiandoli rapidamente senza curarli, esso ne sarà arrestato. E ciò sia detto a voi, giovani mie lettrici, nel cui spirito per avventura allignasse nobile desiderio del sapere, e nel generoso intento veniste scuorate dal più o meno esteso pregiudizio. Coraggio, ed avanti! Il bene in sé stesso, ed a sé stesso basta, abbia o no l’applauso dei molti; e la coscienza del bene fare è largo compenso all’ignoranza, che non lo sa apprezzare.

Né crediate che l’intelligenza e le sue produzioni siano un privilegio dell’altro sesso, ché, abbandonandovi al letargo nella creduta impossibilità di molto fare, nulla poi fate, e ad ozio vergognoso passate i giorni, gli anni, e la vita. Se gli uomini tutti avessero la mente di Alighieri, di Vico o di Macchiavello, l’umanità per vero sarebbe a sufficienza servita, ma le sono queste unità colossali che tutti i secoli celebreranno, vedendosene assai di rado riprodotte le copie, mentre a centinaia ed a migliaia veggiamo intelletti ottusi e spiriti angusti, che appena bastano al disimpegno dei famigliari interessi o di materiali gestioni, che non sono che la quotidiana ripetizione dell’egual meccanismo; ché in quanto ai mille altri che pur raggiungono gradi accademici, quando si considerino i lunghissimi anni di pertinace studio, e i mille mezzi d’istruzione aperti alla viril gioventú, la congiura dei parenti e degli insegnanti, delle istituzioni e delle opinioni, dei mezzi e della necessità a spingerveli, sarebbe invero un disgraziato fenomeno se difettasse loro anche quella facoltà che è la memoria, e quel poco di criterio necessario a rendersi conto di ciò ch’ella ritenne...


... Urge, per dio!, che la coscienza pubblica si pronunci su questo bisogno! La donna è dalla legge punita quando trovasi in contravvenzione, eppure non le si dà nozione alcuna del diritto; la civil società la respinge siccome incapace, ma nulla le si insegna di ciò che può farla capace: l’opinion generale diffida della sua intelligenza ad onta dei fatti che l’affermano, ma non le si presenta niun mezzo di sviluppo e d’applicazione.

Dichiarata non responsabile ed incapace di ogni atto che le dà dignità e le suppone intelligenza, responsabilissima reputata in ciò che la infama, e capacissima di ciò che la fa punire o spregiare, ella è veramente in faccia alla umana dignità il Paria e l’Ilota, col quale sí la legge che l’opinione non si danno pena alcuna d’essere logiche, conseguenti ed eque.

L’istruzione ed il lavoro, ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla. Finché la società non l’avrà fatto, nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie.

Né la legislazione potrà dirsi filosofica e razionale finché di tutti i componenti la società umana non avrà tenuto conto, e non tutti avrà veracemente tutelato; né le istituzioni potranno dirsi libere fino a che un elemento cosí numeroso qual è il femminile, dovrà tutte subirle, senza contribuire alla formazione loro; né la civilizzazione potrà dirsi, non che compiuta, neppure iniziata, finché tanto resta nella società, che civile si chiama, d’ignoranza procurata, di forzata servitú e di insultante ostracismo sopra umane creature: né un secolo potrà dirsi illuminato se non riconosce il diritto dell’intelligenza ovunque si trova.

Istruite la donna! Se la natura non l’ha fatta pel sapere, ella non risponderà all’appello della scienza; ma s’ella vi risponde, allora è nell’ordine di natura e di provvidenza ch’ella concorra al sociale edificio.

Ella ha diritto al piú pronto sviluppo delle sue facoltà; vi ha diritto morale e giuridico.

Lo Stato paga delle università per gli uomini, delle scuole politecniche per gli uomini, dei conservatorii d’arti e mestieri per gli uomini, degli istituti d’agricoltura per gli uomini. E per la donna? Potrà egli seriamente dirsi che lo Stato si occupi di lei? Le scuole primarie! Ecco tutto.

Eppure lo Stato le impone delle leggi, la punisce nelle contravvenzioni, ha per lei dei tribunali, delle prigioni, e per la sua proprietà delle imposte. O non si consideri la donna neppur nei doveri, o le si accordino anche i diritti, senza di che lo Stato è colpevole verso di lei di violenza e di furto! E come noi severamente giudichiamo l’antica e barbarica tirannia, i posteri cosí giudicheranno quella del secolo XIX. Finirò colle parole di Fourier nel suo libro: Théorie des quatre mouvements...


... «Quando la filosofia satirizza e schernisce i vizii della donna, essa fa la sua stessa critica; è dessa che produce quei vizii per un sistema sociale che, comprimendola fin dall’infanzia e durante tutto il corso della sua vita, l’astringe a ricorrere alla frode per abbandonarsi alla natura.

«Voler giudicare la donna sul viziato carattere ch’essa spiega nella civilizzazione, equivarrebbe al voler giudicare la natura virile sul carattere del contadino russo, che non ha idea nessuna di libertà e d’onore, e sarebbe come giudicare il castoro sull’imbecillità che mostra nello stato domestico, mentre che nello stato di libertà e lavoro combinato, esso è il quadrupede più intelligente. Lo stesso contrasto apparirà fra le donne schiave della civiltà e le donne libere dell’ordine combinato.

«Esse sorpasseranno gli uomini in industria, nobiltà e lealtà, ma fuori dello stato libero e combinato, la donna diviene come il castoro famigliare ed il contadino russo, un essere tanto inferiore ai suoi destini ed a’ suoi mezzi, che si inchina a spregiarla, quando dalle sole apparenze e superficialmente si giudichi.

«Una cosa sorprende ed è, che le donne sonosi ognora mostrate superiori agli uomini, quando poterono sul trono spiegare i loro naturali mezzi, dei quali il diadema garantisce loro il libero uso. Non è egli certo che, sopra otto sovrane libere e senza consorte, sette hanno regnato con gloria, mentre sopra otto re contansi generalmente sette sovrani inetti? Le Elisabette, le Catterine non facevano la guerra, ma sapevano scegliere i loro generali, e basta per averli buoni. In ogni ramo d’amministrazione, le donne non hanno desse ammaestrato gli uomini? Qual principe ha superato in fermezza Maria Teresa, che in mezzo a supremi disastri, davanti alla vacillante fedeltà dei sudditi, in mezzo a ministri, come percossi da stupore, sola intraprende di tutti incuorare? Ella sa intimidire la dieta d’Ungheria, indisposta a suo riguardo, arringa i magnati in lingua latina e conduce i suoi propri nemici fino a giurare sulle loro spade di morire per lei. Ecco un sintomo dei portenti che opererebbe la femminile emulazione in un ordine sociale che lasciasse libero sfogo alle sue facoltà...


... «Qual è oggi l’esistenza delle donne? Esse non vivono che di privazioni; anche nell’industria l’uomo ha tutto invaso fino alle minute occupazioni dell’ago e della penna, mentre veggonsi donne sobbarcate ai penosi lavori dell’agricoltura. Non è egli scandaloso di vedere atleti di trent’anni aggomitolati davanti ad un banco, o vettureggiando colle braccia vellose una tazza di caffè, come se mancassero donne o fanciulli per le occupazioni del banco o della casa?

«Quali sono dunque i mezzi di sussistenza per la donna priva di mezzi? La conocchia ed i suoi vezzi quando ancora ne ha. Sí, la prostituzione, piú o meno velata, ecco l’unica risorsa che la filosofia loro ancora contende; ecco la sorte abietta ove le riduce questa civiltà, questa coniugale schiavitù ch’esse non hanno pure pensato ad attaccare.»

Fin qui Fourier, ed io, donna, a nome di tutto il mio sesso me gli protesto ben riconoscente, che la penna eloquente abbia impiegata per una causa, che interessar deve ogni spirito equo e generoso.

Se non che, rivolgendomi di bel nuovo alla donna, le ricorderò, che se è dovere dell’uomo l’essere giusto; se sostituire dovunque il diritto alla forza è compito della filosofia; se l’uguagliare tutti gli individui dello Stato davanti alla legge, è opera doverosa della legislazione; è però dovere, diritto, interesse supremo e vitale della donna, che la iniziativa di queste riforme venga da lei stessa.

La storia ve lo ripete ad ogni pagina, ad ogni riga. I diritti e le libertà ottenute in dono sono illusorie; esse cosí sciolgono dalla servitú materiale, per travolgere sotto una schiavitú morale colui, che fu abbastanza codardo da non conquistarsela colla propria virtú.

Il dono addormenta la coscienza del dovere e del diritto in luogo di svegliarla; ci adusa a lasciarci tutelare; ci sninnola in grembo ad un illusorio ottimismo, e cosí, coll’atonia dello spirito, ci riconduce pian piano alle catene...


... Finirò col rivolgere a tutte le donne che trattano la penna, quelle severe parole di Fourier, amico generoso del sesso femminile, e verso il quale ogni donna, che ha un cuore, tiene un debito di gratitudine. Rimproverando egli loro con amarezza, di occuparsi cosí poco dei loro stessi interessi, egli scrive:

«La loro indolenza in questo argomento è una delle cause, che hanno aumentato il dispregio dell’uomo. Lo schiavo non è mai piú spregevole che quando, colla cieca e muta sommissione, persuade l’oppressore che la sua vittima è nata per la schiavitú.»

Infatti che fa la penna in mano alla donna, se non serve per la sua causa come per quella di tutti gli oppressi?

Non basta che la donna, colle molteplici produzioni della sua mente, porti ogni giorno davanti alla società una nuova affermazione della sua intelligenza. Ciò sarebbe come pretendere che un popolo si sbarazzi da uno straniero dominio a furia di legali dimostrazioni. Lotta, lotta aperta vuol essere contro l’ingiustizia e la prepotenza. Non vedete che ogni dispotismo non allarga d’un anello le catene della sua vittima che quando sente stringersi al collo il nodo scorsoio?

Temete forse l’opinione, il sarcasmo, il ridicolo che l’uomo tenta di gettare a piene mani sulle aspirazioni della donna onde scoraggiarla dal generoso assunto? Tenetevelo per fermo, egli avrà ben piú voglia e diritto di sorridere se non lo fate. Il vantaggio sarà tutto suo.