La scotennatrice/XVI. Gli orrori di una prigione

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XVI. Gli orrori di una prigione

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XVI. Gli orrori di una prigione
XV. La caverna dei morti XVII. Un assalto inaspettato
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XVI.


Gli orrori d’una prigione.


Rimessisi in piedi, Turner, John e Giorgio, approfittando di quel po’ di luce che ancora rimaneva e che non doveva tardare a spegnersi per ripiombarli in una spaventevole oscurità, si erano precipitati verso i grossi involti, strappando rabbiosamente gli stracci e le pelli che li avvolgevano.

Ogni involto conteneva un indiano, già in avanzata putrefazione, colla testa forata da una palla. Attraverso i buchi già dei vermi cominciavano a brulicare divorando i cervelli.

— Sono gli uomini che noi abbiamo uccisi intorno al big-tree — disse Turner, retrocedendo inorridito. — Noi colpiamo sempre alla testa.

— Che spaventevole supplizio ha inventato quella donna!... — gridò John, cacciandosi disperatamente le mani nei capelli. — È orribile!... È orribile!...

Harry e Giorgio pareva che avessero perduta la parola. Guardavano cogli occhi sbarrati, sconvolti, tutti quei cadaveri insieme ai quali dovevano pur essi morire, a meno d’un miracolo che pel momento non si presentava di certo.

— John — disse Turner, dopo un silenzio abbastanza lungo. — Approfittiamo di questa poca luce che ancora ci rimane per tentare... che cosa? Non lo so nemmeno io.

— Fra un quarto d’ora le tenebre ripiomberanno su di noi — rispose l’indian-agent, facendo un gesto di scoraggiamento.

— Rechiamoci verso l’entrata della caverna. Chi sa!...

— Uhm!... Magre speranze. Sarebbe stato meglio che gl’indiani ci avessero accoppati a colpi di tomahawak.

«Ci hanno risparmiato il palo della tortura per dannarci ad una morte cento volte più spaventosa.

— Preferisco essere ancora vivo, John. A morire c’è sempre tempo.

«Venite, amici.

Prese il pezzo di torcia, lungo appena dieci centimetri e tornò rapidamente indietro rifacendo la via percorsa dagl’indiani.

La galleria che sboccava nella caverna circolare era lunga sette od otto metri ed abbastanza larga per permettere il passaggio a due uomini di fronte. [p. 158 modifica]

Turner, che osservava tutto attentamente, fu non poco stupito nel trovare, lungo le pareti, delle tracce di picconi e sul suolo della polvere nerastra che aveva degli strani luccichii.

Si curvò, ne raccolse una manata e l’accostò al naso.

― Questa è polvere di carbon fossile!... ― esclamò. ― Un tempo dei minatori hanno lavorato qui dentro.

«Sarebbe questa la galleria di qualche miniera aperta nel ventre dei Laramie? Che cosa dite voi, John?

Harry rispose:

― Sì, noi camminiamo su della polvere di carbon fossile. Questo squarcio non è stato aperto dalla furia delle acque, bensì dal piccone degli uomini.

― Allora questo passaggio deve mettere in qualche miniera.

― Lo sospetto, mister Turner ― rispose Harry. ― Sono stato anche minatore nel Wyoming nella prima gioventù e so che cosa sono i pozzi e le gallerie.

«Volete un consiglio?

― Dite subito, prima che la luce ci manchi.

― Spegnete pure la torcia, perchè un po’ di chiarore filtra dall’apertura.

«Il masso che hanno fatto rotolare non deve combaciare per bene.

L’ex-sceriffo obbedì e vide infatti penetrare da uno spiraglio largo un paio di dita, un bel filo di luce.

― Siamo presso l’uscita della galleria ― disse. ― Vediamo se possiamo smuovere l’ostacolo o meglio la pietra funeraria che ci seppellisce vivi.

«Siamo in quattro e dei buoni muscoli ne abbiamo.

Attraversarono rapidamente l’ultimo tratto, guidati sempre da quel filo di luce e andarono a cozzare contro il pezzo di roccia che gl’indiani avevano fatto cadere dinanzi l’apertura.

― Che riusciamo a smuoverla? ― si chiese Turner, con apprensione. — Diamo un grande urto, camerati.

I quattro uomini s’appoggiarono contro la roccia puntando fortemente i piedi e si provarono a spingere con tutte le loro forze.

Il risultato fu assolutamente disastroso. L’ostacolo, certamente enorme e forse anche affondatosi in parte nel terreno, non ebbe la minima oscillazione.

― Non riusciremo mai ad aprirci un passaggio da questa parte ― disse John con voce rauca. ― I maledetti ci hanno per bene rinchiusi e non ci rimarrà altro che di lasciarci morire.

― O di divorarci l’un l’altro come i naufraghi della Medusa ― disse Turner.

— Vorreste giungere a tal punto?

— Che ne so io?... È vero che ci sono otto morti. [p. 159 modifica]

— Orrore!... Chi oserebbe addentare quelle carni putrefatte? Io no, Turner, ve lo giuro.

— Harry — disse l’ex-sceriffo. — Voi credete proprio che questa sia la galleria d’una vecchia miniera, è vero?

— Sì, mister Turner.

— Dove si troverà questa miniera?

— Certamente non da questa parte. Dovremo frugare il fondo di questo squarcio.

— Che esista un passaggio prolungantesi sotto il cañon?

— E perchè no?

— Allora dobbiamo cercarlo e senza perdere tempo.

— È quello che volevo proporvi, mister.

— Avete nessuna obbiezione da fare, John?

— Io!... Nessuna.

— E voi Giorgio?

— Che vorrei andarmene al più presto per sfuggire a questa puzza orribile che aumenta di momento in momento.

«Fa un caldo torrido qui dentro.

— Tutte le miniere sono calde — disse Harry.

Turner fece riaccendere il pezzo d’ocote e tutti tornarono indietro a passo di corsa, ansiosi di sapere dove andava a finire quella galleria.

Raggiunsero ben presto quella specie di sala, dove si trovavano i cadaveri degli otto indiani e scoprirono subito un’altra galleria, anche quella scavata dai picconi e cosparsa di pezzi di carbone e di polvere, ma percorsi venti o trenta passi si trovarono dinanzi ad un muro formato di adobes, ossia di vecchi mattoni seccati, collegati fra di loro da una specie di cemento nerastro.

— Perchè hanno chiuso questo passaggio che doveva condurre nella miniera? — si domandò John.

— La spiegazione non mi sembra difficile — rispose Harry. — Il fuoco deve essere scoppiato nelle profondità della terra, forse in causa di qualche esplosione di grisou, ed i minatori, per soffocarlo, hanno chiuso questo passaggio.

— Che sia proprio così? — chiese Turner.

— Scommetterei il mio rifle, che disgraziatamente non posseggo più, contro una miserabile carica di tabacco — rispose lo scorridore.

— Sicchè se noi riuscissimo a sfondare questo muro potremmo scendere nella miniera?

— Certo, mister Turner.

— E non avere nè un piccone, nè un coltello, nemmeno un semplice chiodo!

— Questi adobes, anche ammesso che siano doppi, non presenteranno una grande resistenza.

— Attaccateli allora con le vostre unghie, se saranno dure come quelle dei giaguari o degli orsi grigi. [p. 160 modifica]

Harry, invece di rispondere, gettò intorno a sè un rapido sguardo.

I minatori nello scavare la galleria avevano ammonticchiati contro le pareti molti sassi e ve li avevano lasciati. Ve n’erano di tutte le dimensioni e taluni abbastanza appuntiti per servire se non come picconi almeno come scalpelli.

Ne prese quattro che credette i meglio adatti, poi disse:

— Ecco le nostre armi: impiegheremo molto tempo, tuttavia noi riusciremo ad aprirci un varco attraverso a questa parete.

«Non si tratta che di picchiare con gran forza.

— Ecco un uomo prezioso — disse Turner. — Confesso che non mi sarebbe mai venuta una simile idea e che mi sarei lasciato morire dinanzi a questa parete.

— Una domanda — disse John, guardando Harry, il quale cercava il punto migliore per assalire l’ostacolo. — Tu hai detto che questa muraglia deve essere stata alzata per soffocare il fuoco sprigionatosi nella miniera.

«Sarà spento o brucerà ancora? Io ho udito narrare che simili incendi durano talvolta parecchi anni.

— Anzi, dei secoli — disse Turner. — Mi hanno detto che nel Belgio ve n’è una che arde da tre o quattrocento anni.

— Vedremo più tardi se dovremo morire arrostiti o di fame — disse Harry. — Ecco le nostre armi. Assaliamo e non perdiamo tempo. Approfittiamo delle poche forze che ci rimangono.

— E la torcia? — chiese Turner, il quale la vedeva scemare a vista d’occhio. — Quanto... Noi siamo un po’ imbecilli, corpo di una granata!

— Che cosa volete dire, mister? — chiese Harry.

— Bruciamo gli stracci che avvolgono i cadaveri. Devono essere così impregnati di grasso da ardere come tanti falò.

— E noi metteremo a nudo quelle carcasse semi-putrefatte? — chiese Giorgio, facendo una smorfia.

— Ohè, camerata, quando si tratta della pelle si può fare anche il becchino. Affrettatevi finchè la torcia brucia ancora.

Fra qualche minuto tutto sarà finito.

I quattro uomini ritornarono sui loro passi, si gettarono sui cadaveri e malgrado la puzza orrenda che esalavano li misero a nudo, privandoli persino dei calzoneros abbastanza unti per poter facilmente prendere fuoco.

Anche le vecchie pelli di bisonte furono tolte.

La torcia d’ocote stava per spegnersi.

Turner ne improvvisò una con parecchi stracci, l’accese e la gettò contro la parete, dicendo:

— All’attacco, ora!...

Una luce vivissima aveva illuminato la galleria. I quattro prigionieri, afferrati i sassi si misero a picchiare disperatamente contro le adobes, sgretolandole come meglio potevano. [p. 161 modifica] [p. 162 modifica] [p. 163 modifica]

L’argilla però di cui erano state fabbricate, e quella specie di cemento, offrivano una resistenza inaspettata. I mattoni non cedevano che sotto un gran numero di colpi e molto lentamente.

Un piccone avrebbe avuto certamente buon giuoco, ma dove trovarlo? Forse nella miniera ve n’erano senza alcun dubbio e chissà quanti; andarli a trovare però, prima d’aver abbattuto quell’ostacolo, era assolutamente impossibile.

— Ne avremo del lavoro! — disse Harry, dopo d’aver picchiato rabbiosamente una buona mezz’ora. — Non credevo che questa muraglia potesse opporre tanta resistenza.

— Questo è un vero bastione — disse John. — Non si sente del vuoto dietro questo primo strato di adobes.

«Come va questa storia, Harry?

— Per soffocare gli incendi si costruiscono, come tu hai ben detto, delle vere bastionate per impedire assolutamente all’aria di penetrare nelle gallerie.

— Avremo noi tanta forza da sfondare questo ostacolo?

— Speriamolo.

— O meglio potremo noi resistere alla puzza orribile che tramandano quei morti? — chiese Turner. — Ecco quello che temo più della fame.

«Se quelle carcasse continuano a disciogliersi renderanno l’aria irrespirabile.

— Mi pare già che entri del veleno nei miei polmoni — disse Giorgio. — Se si potessero distruggere?

— In qual modo?— chiese Turner.

— Col fuoco.

— Per morire asfissiati? La piccola apertura che si trova all’estremità della galleria non sarebbe sufficiente a sfogare il fumo.

— E poi che fetore orribile! — disse John. — Non potremmo resistere.

— Ed allora diamo dentro al bastione — concluse Giorgio, riprendendo la pietra e tornando a picchiare con vero furore.

Le adobes, percosse e ripercosse da quelle quattro pietre, a poco a poco si sgretolavano, ma, polverizzato il primo strato, un secondo se ne presentò e non meno saldo. Fra i quattro prigionieri vi fu un momento di grande scoraggiamento.

Avevano abbandonato il durissimo lavoro e si erano accoccolati intorno ad un altro straccio, il quale bruciava lentamente, quantunque impregnato di grasso, spandendo all’intorno più fumo che luce.

Dalla parte della camera giungevano, ad ondate, sospinti dal filo d’aria che entrava dal fondo della galleria ove era il piccolo pertugio, dei miasmi pestiferi che diventavano sempre più insopportabili e che mozzavano il fiato. [p. 164 modifica]

I cadaveri continuavano a disciogliersi in causa della temperatura caldissima che regnava nella prigione.

Si sarebbe detto che la miniera bruciava ancora, dopo forse molti anni da che era stata abbandonata, e che attraverso gli invisibili pori delle rocce entrassero delle fiamme.

— Che cosa dite voi, John? — chiese Turner, dopo d’aver ingollate alcune gocce d’acqua che cadevano dall’alto, filando lungo un cannello di salnitro.

— Io dico che Minnehaha non poteva trovarci una prigione più sicura — rispose l’indian-agent. — Se però riuscirò ad uscire vivo da qui, giuro sulla croce che come ho avuta la capigliatura di sua madre avrò anche la sua.

«Tali belve non devono esistere al mondo.

— Ed io ti aiuterò, John — disse Harry. — Anche questa insurrezione finirà come tutte le altre: colla peggio delle pelli-rosse.

«All’ultimo momento ci troveremo insieme e vedremo se Minnehaha saprà sfuggirci.

— Pensiamo prima di tutto ad uscire da qui — disse Turner. — Ecco l’importante.

— Finchè ci rimangono delle forze assaliamo l’ostacolo — rispose Harry. — Solamente da quella parte noi potremo ritrovare la libertà.

— E se la miniera bruciasse ancora? Il caldo che regna qui dentro mi mette indosso dei gravi sospetti.

— Preferisco morire in mezzo al fuoco piuttosto che agonizzare giorni e giorni fra questa atmosfera pestifera, mister Turner.

— Alla stretta dei conti non posso darvi torto. Orsù, riprendiamo il lavoro ed attacchiamo il secondo strato di adobes.

Si rimisero al lavoro con novello furore, picchiando e ripicchiando contro quei mattoni che pareva si ostinassero a non cedere sotto gli sforzi immani di quei disgraziati.

Tre ore dopo anche il secondo strato cadeva quasi polverizzato ed un terzo se ne presentava, con la probabilità di averne altri di dietro, poichè dava un suono sempre sordo.

Si erano nuovamente fermati non potendone più. Una gran debolezza cominciava ad impadronirsi di loro, e la respirazione era diventata estremamente difficile anche in causa del fumo prodotto dagli stracci e che si era accumulato nella galleria e nella caverna dei morti.

Ed intanto la puzza diventava sempre più insopportabile, sempre più orrenda.

I corpi delle pelli-rosse si sfasciavano rapidamente; le carni imputridivano sempre più, di momento in momento.

Vi erano certi momenti che il tanfo diventava così acuto che i quattro disgraziati si sentivano venir meno ed erano costretti ad appoggiarsi alle pareti per non cadere.

— Ah!... Maledetta Minnehaha!... — ruggiva di quando in quando [p. 165 modifica]John, digrignando i denti come un giaguaro. — Prega il tuo Manitou che non mi faccia uscire vivo di qui, perchè ti darò una caccia spietata, che non cesserà se non quando avrò la tua capigliatura.

Con uno sforzo supremo attaccarono il terzo strato di adobes.

Lavoravano ormai allo scuro poichè i cenci erano finiti, le pelli di bisonte avevano dovuto spegnerle per l’orribile puzza che tramandavano e pel fumo asfissiante che sprigionavano.

Giorgio, che era il meno robusto di tutti, dopo mezz’ora aveva dovuto ritirarsi e si era lasciato cadere al suolo, quasi soffocato dai miasmi.

Anche Turner accennava a cedere, e di quando in quando si fermava per tentare di riempire i suoi polmoni di un’aria un po’ respirabile.

John e Harry, invasati da un vero furore, continuavano soli a battere e ribattere, fracassando una ad una le adobes.

Ad un tratto un gran grido sfuggì all’indian-agent.

La parete aveva ceduto, diroccando, con gran fracasso, dall’altra parte.

— Il passaggio è aperto!... — urlò.

Dovette però ritirarsi subito indietro e respingere Harry, poichè una folata di vento caldissimo, più soffocante di quello che spira nei deserti del Colorado e dell’Arizona, lo investì, mozzandogli il respiro.

Giorgio e Turner, udendo quel grido, con uno sforzo supremo si erano alzati.

Anche essi credettero, per un momento, di sentirsi essicare i polmoni, ma poco dopo quell’onda di calore cessò, anzi precipitandosi attraverso la galleria ebbe per risultato di ricacciare violentemente il fumo che la ingombrava attraverso il piccolo foro insieme ai miasmi esalanti dagli otto cadaveri.

— È crollato il bastione? — chiese finalmente Turner, con voce quasi spenta.

— Sì, camerata — rispose John, agitando pazzamente le braccia.

— E questa corrente d’aria calda?

— È sfuggita attraverso l’apertura.

— Allora la miniera brucia ancora.

— Che ne so io?

— Che cosa dite voi, Harry, che siete stato minatore?

— Che è possibile, mister Turner, che il fuoco covi ancora dentro qualche galleria e che io sono ben deciso a scendere nella miniera piuttosto che sopportare ancora l’orrendo lezzo che tramandano quei cadaveri. Quanta torcia vi rimane?

— Appena per cinque minuti e bruciandomi le dita.

— È ben poco e tuttavia ci conviene rischiare il tutto per il tutto.

— Passiamo?

— Lasciate che mi avanzi io pel primo — disse John.

— No, tocca a me — disse Harry. — Ho ancora l’occhio dei minatori. [p. 166 modifica]

Atterrò le ultime adobes che gl’impedivano il passaggio e si cacciò attraverso il foro, saltando dall’altra parte.

— Fa molto caldo? — chiese John.

— Un po’, sì, tuttavia l’aria è abbastanza respirabile.

— Ci vedi?

— Non sono una talpa, però credo di potervi guidare. Seguitemi.

John, Turner e Giorgio, felici di potersi sottrarre all’orrenda puzza che regnava nella prigione, attraversarono a loro volta quella specie di bastione e si calarono in una tenebrosa galleria che nessuno poteva sapere dove andasse a finire.

Un’atmosfera caldissima regnava là dentro, segno evidente che in qualche parte della miniera il fuoco continuava a covare, malgrado le chiuse costruite dai minatori.

— Non è aria pura — disse l’indian-agent, respirando a pieni polmoni — pure la preferisco centomila volte all’altra.

«Vi era del veleno là dentro.

— Che avrebbe finito per attossicarci — rispose Turner. — Ancora poche ore e nessuno di noi avrebbe potuto resistere a quell’atroce supplizio, che solo l’infernale fantasia d’una donna indiana poteva inventare.

«Saranno però terminate le nostre pene?

— È quello che si vedrà più tardi, mister — disse Harry — perchè mi viene un dubbio.

— Quale?

— Che possiamo incontrare delle altre barriere.

— Credo che v’inganniate, Harry.

— Perchè?

— Se tutte le aperture fossero state bene tappate l’aria non sarebbe così respirabile.

— Le miniere hanno mille fessure, invisibili anche agli occhi dei più vecchi ed esperti minatori.

— Può darsi. Intanto io constato un fatto.

— Dite.

— Che non vedo dove vado.

— Attaccatevi alla mia casacca e seguitemi sempre.

— Avreste gli occhi dei gatti, voi?

— Alla meglio ci vedo. Aspettate e vedrete che anche i vostri si abitueranno a questa densa oscurità.

— Uhm!... Ho i miei dubbi.

— Si va? — chiese John.

— Andiamo — rispose Harry. — Tenetevi tutti attaccati, perchè chi si smarrisse potrebbe passare un brutto quarto d’ora.

Si appoggiò alla parete di destra, posandovi sopra una mano e si mise risolutamente in marcia, seguito da Turner che si era aggrappato [p. 167 modifica]alla sua casacca poichè non ci vedeva affatto e dagli altri due che stavano addosso all’ex-sceriffo.

La galleria, molto vasta, a quanto affermava Harry, scendeva rapidissima, sprofondandosi nelle viscere dei Laramie.

Di quando in quando degli ostacoli arrestavano il minuscolo drappello, costringendo il capo fila a staccarsi dalla parete. Erano ammassi di carbone che i minatori non avevano avuto il tempo di trasportare prima che l’incendio si manifestasse, oppure dei carrelli abbandonati? Nemmeno Harry, che pretendeva di avere la vista dei gatti, avrebbe potuto dirlo.

Di passo in passo che si avanzavano, la temperatura aumentava rapidamente. Certi momenti delle vere folate di vento ardentissimo, eguali a quelle del simun del gran deserto di Sahara si abbattevano addosso a loro, mozzando il respiro.

La miniera bruciava. Dove? Era impossibile saperlo. Che l’incendio dentro qualche galleria o qualche pozzo continuasse, non vi era da dubitare.

Avevano percorso per lo meno cinquecento metri, sempre scendendo nelle tenebrose viscere della terra, quando Harry si arrestò dicendo a Turner:

Mister, accendete per un solo momento l’ultimo pezzo della nostra torcia.

— Avete veduto qualche grizzly? — chiese il campione degli uccisori d’uomini, tentando di scherzare.

— Sarebbe quasi da preferirsi, quantunque siamo tutti senza armi.

— Ah, diavolo!... L’affare è allora gravissimo.

— Accendete, mister.

Turner che aveva avuto da Giorgio l’acciarino e l’esca, dopo qualche minuto riuscì a dar fuoco al pezzo d’ocote il quale sprigionò una bella fiamma azzurrognola che i quattro avventurieri rividero con piacere.

Harry aveva mandato subito un grido.

— Una lampada di sicurezza!... Non mi ero ingannato!

Si era rapidamente curvato verso un mucchio di carbone che gli sbarrava la via ed aveva raccolto una lampada fornita della reticella. Orribile a dirsi!... Quella lampada l’aveva strappata ad uno scheletro umano che giaceva dietro l’ammasso, colle gambe e le braccia rattrappite.

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Quella lampada l’aveva strappata ad uno scheletro umano...

Il disgraziato aveva cercato di fuggire, ma forse la tromba di fuoco l’aveva investito, consumandogli completamente le carni, e nel cadere la lampada si era spenta.

— Vi è dell’olio dentro? — aveva chiesto subito John.

— È quasi piena — aveva risposto Harry.

— Ecco la salvezza!...

— Spero che ne troveremo ben altre. [p. 168 modifica]

— E che troveremo anche un bel fuoco — disse Turner. — L’aria minaccia di diventare irrespirabile.

«Pare di essere nei deserti del Colorado quando soffia il vento del sud.

«Dove si troverà il fuoco? . . .

— Non tarderemo a trovarlo e ci regoleremo sulla via da prendere. Le miniere hanno molti pozzi d’uscita e noi cercheremo quello che meglio ci converrà.

«Signor Turner, accendetemi subito la lampada e spegnete senza ritardo la torcia.

— Anzi possiamo oramai consumarla completamente.

— E scatenare un torrente di fuoco?... La fiamma della ocote si allarga e diventa più azzurra. Qui vi è del grisou.

— Corpo d’una bombarda!... Non ho alcun desiderio di morire arrostito, ora che sono sfuggito al palo della tortura.

La lampada fu accesa e prontamente chiusa, poi la torcia spenta e messa in serbo in una delle innumerevoli tasche dell’ex-sceriffo.

— Del fumo — disse subito Harry.

— Dove? — chiese John.

— Rasenta la vòlta — rispose lo scorridore, alzando la lampada. — Non comprendo come il grisou non scoppi.

— Al diavolo anche le miniere!... — esclamò Turner. — Siamo piombati in un paese veramente maledetto.

«All’aperto gl’indiani coi loro tomahawaks ed i loro pali di tortura, dentro la montagna il grisou che minaccia, da un momento all’altro, di arrostirci come piccioni. Dove troveremo un po’ di riposo noi?... Sarebbe stato meglio che avessi continuato il mio mestiere di sotto-sceriffo di Gold City.

— Avreste acquistati più meriti, mister — disse Giorgio.

— Lo so, ma quando uno è nato avventuriero morrà avventuriero. E poi chi avrebbe potuto resistere all’offerta fattami dal generale Custer? Toh!... Noi chiacchieriamo come pappagalli mentre la miniera può, da un momento all’altro, scoppiare come una gigantesca bomba.

— Speriamo di no — disse Harry. — Avanti, amici. Andiamo a vedere dove il fuoco arde.

Alzò la lampada per rischiarare meglio la galleria che non accennava a finire, e si rimise in cammino con passo spedito.

Delle nuvolette di fumo sfilavano lungo la vòlta, aspirate lentamente dal piccolo orifizio che gl’indiani non avevano potuto o saputo chiudere.

La temperatura aumentava sempre. Pareva che una immane fornace ardesse a non molta distanza.

Harry di quando in quando si arrestava, scuotendo la testa. Che cosa temeva? Che quel piccolo spiraglio, dopo rovesciata la chiusa, rialimentasse il fuoco e che qualche terribile scoppio avvenisse? La galleria scendeva sempre. Mucchi di carbone se ne vedevano dovunque e di quando in quando incontravano degli scheletri.