La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze/Libro primo/Capitolo IX

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Libro primo
Capitolo IX

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In questo tempo il cardinal de’ Medici, il qual fu poi papa Clemente, ci fece tornare a Firenze alli prieghi di mio padre. Un certo discepolo di mio padre, mosso da propia cattività, disse al ditto cardinale che mi mandassi a Bologna a ’mparare a sonare bene da un maestro che v’era, il quali si domandava Antonio, veramente valente uomo in quella professione del sonare. Il Cardinale disse a mio padre che, se lui mi mandava là, che mi faria lettere di favore e d’aiuto. Mio padre, che di tal cosa se ne moriva di voglia, mi mandò: onde io, volonteroso di vedere il mondo, volentieri andai. Giunto a Bologna, io mi missi allavorare con uno che si chiamava maestro Ercole del Piffero, e cominciai a guadagnare: e intanto andavo ogni giorno per la lezione del sonare, e in breve settimane feci molto gran frutto di questo maladetto sonare; ma molto maggior frutto feci dell’arte dell’orefice, perché, non avendo aùto dal ditto cardinale nissuno aiuto, mi missi in casa di uno miniatore bolognese, che si chiamava Scipione Cavalletti; stava nella strada di nostra Donna del Baraccan; e quivi attesi a disegnare e a lavorare per un che si chiamava Graziadio giudeo, con il quali io guadagnai assai bene. In capo di sei mesi me ne tornai a Fiorenze, dove quel Pierino piffero, già stato allievo di mio padre, l’ebbe molto per male; e io, per compiacere a mio padre, lo andavo a trovare a casa e sonavo di cornetto e di flauto insieme con un suo fratel carnale che aveva nome Girolamo, ed era parecchi anni minore del ditto Piero, ed era molto da bene e buon giovane, tutto il contrario del suo fratello. Un giorno infra li altri venne mio padre alla casa di questo Piero, per udirci sonare; e pigliando grandissimo piacere di quel mio sonare, disse: - Io farò pure un maraviglioso sonatore, contro la voglia di chi mi ha voluto impedire -. A questo rispose Piero, e disse il vero: - Molto piú utile e onore trarrà il vostro Benvenuto, se lui attende a l’arte dell’orafo, che a questa pifferata -. Di queste parole mio padre ne prese tanto isdegno, veduto che ancora io avevo il medesimo oppenione di Piero, che con gran collora gli disse: - Io sapevo bene che tu eri tu quello che mi impedivi questo mio tanto desiderato fine, e sei stato quello che m’hai fatto rimuovere del mio luogo del Palazzo, pagandomi di quella grande ingratitudine che si usa per ricompenso de’ gran benefizii. Io a te lo feci dare, e tu a me l’hai fatto tôrre; io a te insegnai sonare con tutte l’arte che tu sai, e tu impedisci il mio figliuolo che non facci la voglia mia. Ma tieni a mente queste profetiche parole: e’ non ci va, non dico anni o mesi, ma poche settimane, che per questa tua tanto disonesta ingratitudine tu profonderai -. A queste parole rispose Pierino e disse: - Maestro Giovanni, la piú parte degli uomini, quando gl’invecchiano, insieme con essa vecchiaia impazzano, come avete fatto voi; e di questo non mi maraviglio, perché voi avete dato liberalissimamente via tutta la vostra roba, non considerato ch’e’ vostri figliuoli ne avevano aver bisogno; dove io penso far tutto il contrario: di lasciar tanto a’ mia figliuoli, che potranno sovenire i vostri -. A questo mio padre rispose: - Nessuno albere cattivo mai fe’ buon frutto, cosí per il contrario; e piú ti dico, che tu sei cattivo e i tua figliuoli saranno pazzi e poveri, e verrano per la merzé a’ mia virtuosi e ricchi figliuoli -. Cosí si partí di casa sua, brontolando l’uno e l’altro di pazze parole. Onde io, che presi la parte del mio buon padre, uscendo di quella casa con esso insieme, gli dissi che volevo far vendette delle ingiurie che quel ribaldo li aveva fatto - con questo che voi mi lasciate attendere a l’arte del disegno -. Mio padre disse: - O caro flgliuol mio, ancora io sono stato buono disegnatore: e per refrigerio di tal cosí maravigliose fatiche e per amor mio, che son tuo padre, che t’ho ingenerato e allevato e dato principio di tante onorate virtú, a il riposo di quelle, non mi prometti tu qualche volta pigliar quel flauto e quel lascivissimo cornetto, e, con qualche tuo dilettevole piacere, dilettandoti d’esso, sonare? - Io dissi che sí, e molto volentieri per suo amore. Allora il buon padre disse che quelle cotai virtú sarebbon la maggior vendetta che delle ingiurie ricevute da’ sua nimici io potessi fare. Da queste parole non arrivato il mese intero, che quel detto Pierino, faccendo fare una volta a una sua casa, che lui aveva nella via dello Studio, essendo un giorno ne la sua camera terrena, sopra una volta che lui faceva fare, con molti compagni; venuto in proposito, ragionava del suo maestro, ch’era stato mio padre; e replicando le parole che lui gli aveva detto del suo profondare, non sí tosto dette, che la camera, dove lui era, per esser mal gittata la volta, o pur per vera virtú di Dio che non paga il sabato, profondò; e di quei sassi della volta e mattoni cascando insieme seco, gli fiaccorno tutte a dua le gambe; e quelli ch’erano seco, restando in su li orlicci della volta non si feceno alcun male, ma ben restorno storditi e maravigliati; massime di quello che poco innanzi lui con ischerno aveva lor ditto. Saputo questo mio padre, armato, lo andò a trovare, e alla presenza del suo padre, che si chiamava Niccolaio da Volterra, trombetto della Signoria, disse: - O Piero, mio caro discepolo, assai mi incresce del tuo male; ma, se ti ricorda bene, egli è poco tempo che io te ne avverti’; e altanto interverrà intra i figliuoli tua e i mia, quanto io ti dissi -. Poco tempo appresso lo ingrato Piero di quella infirmità si morí. Lasciò la sua impudica moglie con un suo figliuolo, il quale alquanti anni a presso venne a me per elemosina in Roma. Io gnene diedi, sí per esser mia natura il far delle elemosine; e appresso con lacrime mi ricordai il felice istato che Pierino aveva, quando mio padre li disse tal parole, cioè che i figliuoli del ditto Pierino ancora andrebbono per la mercé ai figliuoli virtuosi sua. E di questo sia detto assai, e nessuno non si faccia mai beffe dei pronostichi di uno uomo da bene, avendolo ingiustamente ingiuriato, perché non è lui quel che parla, anzi è la voce de Idio istessa.