Le Metamorfosi/Libro Duodecimo

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Libro Duodecimo

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Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Duodecimo
Libro Undecimo Libro Terzodecimo

 
Ciò, che contò il buon vecchio, al figlio avenne
Del saggio Priamo Imperator Troiano.
Non seppe il padre già (ma morto il tenne)
C’havesse trasformato il volto humano;
Però con cerimonia al Tempio venne,
E su’l sepolcro suo superbo, e vano,
Dov’era solo il nome, e ricchi marmi,
Fè cantare i funebri, e santi carmi.

Volle al funebre officio Hettorre il forte
Con tutti i suoi fratelli esser presente.
Paride sol mancò, che la consorte
Havea rubata al Re di Sparta absente,
E ne venia ver le Troiane porte
Su’l regno, ch’obedir suole al tridente.
Hor mentre a lei cangiar fà sposo, e loco,
Mena à la patria sua la guerra, e ’l foco.

Che come il Re di Sparta il furto intese,
Per l’atto, e per l’amor fatto iracondo,
Per racquistarla, e vendicar l’offese,
Unì tutta la Grecia, e mezzo il mondo,
E poi con mille navi il camin prese
Per lo regno del sale alto, e profondo.
Ne saria stato à vendicarsi lento,
Se l’havesse sofferto il mare, e ’l vento.

Ma nel gran porto d’Aulide per forza
Fu trattenuta la Pelasga classe,
Che ’l vento irato, ch’è contrario à l’orza,
Contra il muro Troian non vuol, che passe.
À far risplender la cerrina scorza
Supra l’altar di Giove ogni alma dasse,
Per provar se l’ incenso, il prego, e ’l lume
Può placar gli empi venti, e ’l maggior Nume.

À pena ha posto il sacerdote santo
L’ostia sopra l’altar ricco, et adorno,
Ch’un lungo serpe appar, dorato il manto,
Ch’un platano, che v’è, cinge d’ intorno.
S’alza verso la cima il serpe tanto,
Ch’ ad otto augelli fa l’ultimo scorno.
C’ havean nel nido il corpo mezzo ignudo,
E fegli cibo al dente ingordo, e crudo.

La madre, che vedea l’ingiusto dente
Smembrare à dolci figli il carnal panno,
Volava intorno à l’avido serpente,
Per ripararvi, intorno anzi al suo danno.
Il serpe in lei tenea le luci intente,
Ne potendo volare usò l’inganno,
Aventò à tempo il capo ingiusto, e fello,
E satiò il corpo suo del nono augello.

Quivi era Menelao, quel Re Spartano,
Ch’ intendea racquistar la sua consorte;
Quivi Agamennone era il suo germano,
Che capo eletto havean de la choorte;
Achille, Ulisse, et ogni capitano,
Che venne à favorir la Greca corte.
E ciaschedun di lor si stupefece
Di quel, che in lor presenza il serpe fece.

Ma quel, che fa le cerimonie sante
Nel campo Greco haruspice, e indovino,
(Parlo del venerabile Calcante)
Dichiarò loro il fin di quel destino.
I nove augei, che ’l serpe à voi davante
Condusse al fin del lor mortal camino,
Mostran, che, come il tempo havrà nov’anni
Mangiati, Troia havrà gli ultimi danni.

Si che rendete gratie al cielo eterno,
Fuor rallegrate il volto, e dentro il core,
Se ben convien, che passi il nono verno,
Pria che si possa haver l’ultimo honore.
Mentre il Profeta parla, il manto esterno
Veggon del serpe altier cangiar colore.
Giove per più sicuro augurio darne,
Fece di marmo à lui venir la carne.

Ma se ben dice il novo alto portento,
Che vinceran passato il nono Autunno,
Non però cessa la tempesta, e ’l vento,
Non si placa però Nereo, e Portunno.
Credon molti, che san, che ’l fondamento
Hebbe l’altera Troia da Nettunno,
Che tenga l’onda irata altera, e dura,
Per la pietà, ch’egli ha de le sue mura.

Ma ’l buon Calcante quel, che sà, non tace,
De la cagion de l’horride tempeste.
Se voi volete haver da l’onde pace,
(Dice à le Greche coronate teste)
La Dea, cui d’habitar la selva piace,
Convien, che pria da voi placata reste;
Delia placar si dè co’l colui sangue,
Che fe il cervo di lei restare essangue.

Agamennone havea pochi anni avante
Un cervo di Diana à caso morto.
La Dea con ogni vento più arrogante
Non gli lasciò giamai partir del porto.
Il Re, che per la voce di Calcante
Quel, che vorria l’Oracol, ha ben scorto,
Crede per ben comune à chi ’l consiglia,
Ch’è ben sacrificar la propria figlia.

Potè più il Re, che la pietate, e ’l padre,
E di sacrificar la figlia elesse.
Fra quanti havea ne le Pelasghe squadre
Pensò, ch’Ulisse sol dispor potesse
Clitennestra di lei l’accorta madre
Sotto specie di ben, ch’à lui la desse.
L’accorto cavalier giunge à Micene,
E con questa bugia da lei l’ottiene.

Con gran piacer de la Cecropia corte
Quel Re, che voi sposò molti anni pria,
Prudente Donna, ha già fatta consorte
La vostra bella figlia Ifigenia
D’un cavaliero, il più bello, il più forte,
Il più prudente, c’hoggi al mondo sia.
Per eterna di voi letitia, e posa
Del figlio di Peleo l’ha fatta sposa.

Il grande Achille è quel, c’haverla intende.
E, perche l’ indugiar pentir no’l faccia,
Vuol, ch’io la meni al campo, ov’ei l’attende,
Si che la sposi, e poi seco si giaccia.
Lettere, e contrasegni in questo prende,
E fede acquista à la mentita faccia.
S’allegra Clitennestra, e gli dà fede,
E l’infelice figlia al guerrier cede.

Lor fida compagnia la madre porse,
Restar volle al governo ella del regno.
Tosto, che ’l padre misero la scorse,
Su l’ infelice altare arder fè il legno.
L’occhio dal crudo foco ogni alma torse,
Per non veder quel sacrificio indegno.
Piange il ministro, e dalla à l’altar santo,
E da gli occhi di tutti impetra il pianto.

Mossa Delia à pietà, che ’l foco splenda
Per ardere una vergine si bella,
Fà, ch’una oscura nube in terra scenda,
Si che copra l’altare, e la donzella.
La Dea fa poi, che seco il camin prenda
In guisa tal, ch’alcun non può vedella.
La guidò poi nel Daurico confino,
E dielle in guardia il suo Tempio divino.

Dentro à la nube una cerva fu posta
In luogo suo da la triforme Diva,
La qual poi che la nube fu deposta,
E vista fu da la cohorte Argiva,
Vedendo, che colei, ch’al foco esposta
Havean, non apparia morta, ne viva,
Tenner, che la sorella di Minerva
L’havesse trasformata in quella cerva.

Che per lo cervo già dal padre ucciso
Volesse quella cerva in ricompensa.
I Greci ringratiar con fido aviso
De la selvaggia Dea la possa immensa.
La ringratiar, ch’à lei cangiasse il viso
Per involarla à l’empia fiamma accensa,
E più, che vider verso il marin flutto
Cessata la fortuna essere in tutto.

Come quieto il mar veggono, il vento
Mille navi, e galee prendon da tergo,
Per dar castigo al furto, e al tradimento
Del fratel di colui, che si fe Mergo.
E in breve d’arme adorni, e d’ardimento
Prendon ne’ porti Frigij i Greci albergo,
E i vecchi fan venir pallidi, e smorti,
E rallegrare Hettor con gli altri forti.

Un’ altissimo luogo è in mezzo al mondo,
C’ha per confin la terra, il mare, e ’l cielo,
Che vede quei del regno alto, e giocondo,
E quei, ch’unita han l’alma al carnal velo.
Fra quei, che lo Dio scorge illustre, e biondo
Star sotto l’equinottio, e sotto il gielo,
Non può alcun dar si mute le parole,
Che in questa regione il suon non vole.

La Fama s’ha quest’alto luogo eletto,
E ne la maggior cima ha la sua corte.
Forato ha in mille luoghi il muro, e ’l tetto,
V’ha mille ampie fenestre, e mille porte.
Quindi han mill’aure il passo entro al ricetto,
Da cui sono à la Dea le voci scorte.
Da tutte le città, sian pur remote,
Tutte ivi scorte son l’humane note.

È di metallo schietto ogni sua parte,
La scala, il tetto, il pavimento, e ’l muro.
Diverse conche fabricate ad arte
Vi stan di bronzo risonante, e duro:
Le quai quel suon, che da mortai si parte,
Ridicon tutto naturale, e puro.
Come vien la parola, se ben mente,
Da mille voci replicar si sente.

Non v’è silentio mai, non v’è quiete,
Se ben mai non vi s’ode alto lo strido:
Ma s’odon mormorar voci secrete
Di taciturno in taciturno grido.
Come l’onde del mar mormoran chete
Ad un, che molto sia lontan dal lido:
Come mormora il tuon quieto, e piano,
Se Giove tuona in aria à noi lontano.

La Dea la nobiltà fa pria, ch’intende
Quel, che ragiona il mondo di se stessa.
La plebe ne la corte attenta apprende
La favella d’altrui muta, e sommessa.
Tosto, ch’un nobil ne la corte scende,
Con vari accorti modi ogn’un s’appressa.
Egli al più fido suo ragiona cheto,
E ’l rende co’l suo dir turbato, ò lieto.

À cenni, al volto d’ambi, ò lieto, ò tristo,
La plebe s’ indovina quel, ch’ei dice;
E più alcun saggio, c’havea già previsto
Un successo malvagio, over felice.
Quel, che già il sà da qualche amico, è visto,
Il qual fa si, che ’l ver non gli disdice.
D’uno in un’ altro il muto grido giunge,
Fin che ’l sà ogn’uno, e ogn’un sempre v’aggiunge.

Ogn’un fa spacci, ogn’un fogli impacchetta,
Per terra altri s’invia sopra il galoppo,
E fa sonar da lunge la cornetta,
Nel mutar del caval per non star troppo:
E, perch’altri no’l passi, il fante affretta,
Che par, ch’in troppe cose dia d’intoppo;
Promette, e dona largo à la sua guida,
Accio che corra via veloce, e fida.

Altri spaccia per mar fusta, ò fregata,
Et aviso ne dà, dove gl’ importa.
Ma molto prima à darne aviso è stata
À grandi Heroi l’imperatrice accorta.
La spacci pur chi vuol, che l’ambasciata
Un de’ ministri suoi mai sempre porta.
Mille ministri suoi prendono il pondo
Di farne mormorio per tutto il mondo.

Stan, fatto c’han lo spaccio, entro à la corte
Attenti per haver qualche altro aviso.
Finge alcun con maniere, e note accorte
Qualche falso successo à l’improviso;
Et à qualch’un, ch’à lui dà fede à sorte,
Fà rallegrare, ò impallidire il viso.
Altri senza invention quel, ch’ode, spande;
Ma in quanto al fatto il fa sempre più grande.

Seco il non vero, e temerario Errore
Con la Credulità di stare elesse.
V’è la vana Speranza, e ’l van Timore,
Che fatti ha ciechi il lor proprio interesse.
Vi stà il dubbio Susurro, e senza auttore,
Che non si seppe mai di cui nascesse.
Fa nel più alto muro ella soggiorno,
Onde riguarda il mondo d’ogn’ intorno.

La Dea, che signoreggia in quello albergo,
Ha d’ogni folgor più veloce il piede;
Quell’ale ben formate ha sopra il tergo,
Che la maggior velocità richiede.
Stia come vuol, senza voltarsi à tergo,
Ciò, che s’adopra d’ogn’ intorno, vede.
Che ’l corpo ben disposto ha pien di piume,
Et ha sotto ogni penna ascoso un lume.

Per altrettante orecchie ogni hora attente
Ode ciò, che nel mondo si ragiona.
E fa, che ciò che vede, e ciò che sente,
Per altrettante bocche in aria suona.
Di dì, e di notte in levante, e in ponente,
Se ’l caso è d’ importanza, và in persona.
Per lo mondo ne và senz’esser vista,
E più, ch’ innanzi và, più forza acquista.

Mesce co’l vero il falso, e anchor talvolta
Ciò, che ragiona, è una menzogna espressa;
E non cessa giamai d’andare in volta,
Fin ch’ empie tutto il mondo di se stessa.
Ritorna à la sua rocca, e vede, e ascolta,
Ne del sonno ha giamai la luce oppressa.
Poi ciò, che si fa in cielo, in mare, e in terra,
Fà mormorare anchor terra per terra.

Hor questa Dea, che la città spaventa
Quando infelicità per sorte apporta,
Horribil più, che mai si rappresenta
Con gran susurro à la Troiana porta.
E la gran turba ad ascoltare intenta
Rende del mal, che la minaccia, accorta,
Come l’armata Greca s’incamina
Per dare à Troia l’ultima ruina.

Non mostra il vecchio Re turbato il ciglio,
Perche non prenda il popolo terrore,
Anzi porge coraggio al suo consiglio,
Se ben dentro di se turbato ha il core.
Dà il peso generale al maggior figlio
Di fare armar le genti di valore.
E tutti i Re vicin collega seco,
Per ributtar, se può, l’imperio Greco.

Il popolo minor, ch’ama la pace,
Teme, che non può haverne altro, che danno.
Ma il forte Hettorre, et ogni suo seguace
Di buon coraggio ad aspettargli stanno.
Brama provar, come sia forte Aiace
Co’l suo cugin, che si famosi vanno.
Già brama Hettorre (e pargli ogn’ hora mille)
Di far contrasto al gran valor d’Achille.

Quel, che ’l maggior castel guarda su l’onde,
Già de l’armata Achea dà più d’un segno.
Mostra varie bandiere, e varie fronde,
E ’l numero distinto d’ogni legno.
Già la tromba, e ’l tamburo il ciel confonde,
E invita in Troia ogni guerrier più degno,
Che comparisca à fare à Greci guerra,
Mentre vorranno il piè posare in terra.

San bene il saggio Enea co’l forte Hettorre,
Ch’essendo i legni un numero infinito,
Al campo non potran vetar, ne torre,
Che non guadagni in qualche parte il lito.
Pur mentre il piede in terra vorran porre,
E che sarà il lor campo disunito,
Discorron, che si faccia in quel vantaggio
Più, ch’à Greci si può, danno, et oltraggio.

Mentre i feri Troiani armati il petto
Cercan fuor de la terra unirsi insieme,
E metton tempo in mezzo per rispetto
Di quelle compagnie, ch’anchor son sceme,
Per dar la Greca armata al proprio obbietto,
Libecchio con tal forza in aria freme,
Che pria, che ’l forte Hettor co’ suoi sia in punto,
È più d’un legno Greco al lito giunto.

Come il superbo Hettor sà, che le piante
Han molti Greci poste in su l’arena,
Con la cavalleria si spinge avante,
E quanta in punto n’ha, tanta ne mena.
Comanda anchor, ch’ogni ammassato fante
Vada contra la gente di Micena,
Per fare à lor nel dismontare inciampo
Pria, che faccian più grosso in terra il campo.

Protesilao fu il primo à porre il piede
Su’l lido, e fe verace il fatal carme,
Ch’à Greci già questa risposta diede,
Colui, che porrà prima il piede, e l’arme,
Nel lito, c’hoggi il Re Troian possiede,
Convien, che pria de l’alma si disarme.
Protesilao non crede, e in terra scende,
E sopra il forte suo cavallo ascende.

Un gran squadron di cavalieri, e fanti
Pria, che giungesse Hettor, calcar la terra.
Non vuole Hettor, che ’l campo Acheo si vanti
D’havere havuto il lito senza guerra.
Protesilao venir lo scorge avanti,
E con soverchio ardir la lancia afferra;
Contra l’altero Hettor si spinge armato,
Per adempir la profetia del fato.

Pongon poi più vicin la lancia in resta
Ambi con leggiadria, forza, e valore.
Il colpo questi, e quei segna à la testa,
Ma l’un la morte n’ ha, l’altro l’honore.
Il capo perforato al Greco resta,
E cade in terra, e batte il fianco, e more.
Fa Hettor vedere à Greci con lor danno,
Con che sorte di gente à pugnare hanno.

Ogni altro cavalier pugna, e contrasta,
Ogni guerrier Troian trova il suo Greco.
E tutto fa per che la spada, ò l’hasta
Renda il nemico suo per sempre cieco.
E mentre hor questi, hor quei vince, e sovrasta,
Mandan mill’alme al tenebroso speco.
Fere il campo Troian con più coraggio,
Perc’ ha dal lato suo capo, e vantaggio.

Ma in molte parti già smontan su’l lido,
Che non ponno i Troiani esser per tutto.
Ode da lunge il forte Achille il grido
Del popol, che fu in terra pria condutto.
Armato, e cinto al fianco il ferro fido,
Già posa il presto piè su’l lito asciutto,
E per far paragon de le sue prove
Verso il campo Troiano il campo move.

Da l’altro lato era smontato Aiace,
E n’havea fatto scender mille, e mille.
Sta in mezzo, e saper cerca Hettorre audace
Da qual de’ colli sia smontato Achille.
Ma ’l fato per quel dì non gli compiace,
E no’l vuol à le sue mostrar pupille:
Vuol, che quel dì combatta il suo destino
Con Achille non già, ma co’l cugino.

Dal destro corno Hettorre ardito, e franco
S’oppon con molti fanti, e cavalieri.
Ma dove ha preso Achille il lato manco,
Cigno s’oppon con molti altri guerrieri.
Costui del forte Hettor non valea manco,
E diè tante alme à regni afflitti, e neri
Quel dì pria, ch’affrontasse il fier Pelide,
Che stupido restar fe ogn’un, che ’l vide.

Trasse dal sangue già del Re de l’acque
Le membra, ch’egli havea robuste, e belle.
E di fare à lui gratia al padre piacque
C’havesse inviolabile la pelle.
Fin’ al presente dì dal dì, che nacque,
Trovossi in mille guerre acerbe, e felle;
E ogni huom, ch’egli ferì, restar fe essangue,
Ne alcun giamai da lui puotè trar sangue.

Mentre va contra Aiace il forte Hettorre,
E Cigno contra il figlio di Peleo,
Da quella arena Enea non si vuol torre
Dove Protesilao l’alma rendeo.
Anzi ivi tutti i suoi vuol contraporre
À quel, che scender cerca, orgoglio Acheo.
E fa scoccare à un tratto à mille l’arco
Contra ogn’un, ch’ occupar cerca quel varco.

Non può soffrir l’irato Diomede,
Che l’essercito suo scenda sì tardo;
Prende in mano un stendardo, e lancia il piede,
E salta dentro al mar fiero, e gagliardo.
Ne l’acqua insino al petto esser si vede,
Pur volge contra Enea l’irato sguardo.
E quanto altri giamai fiero, et ardito
Va contra mille strali, e contra il lito.

Mill’altri dopo lui saltan ne l’onde,
Ma prima ogn’un la picca al fondo appunta.
Stassi in battaglia Enea sopra le sponde,
E de l’haste à gli Achei mostra la punta.
Stà in loco, che da gli archi, e da le fionde
De legni la battaglia non è giunta.
Già Diomede il fier l’arena prieme,
Con forse mille picche unite insieme.

Enea, che non havea cavallaria,
C’Hettor seguiro, e ’l figlio di Nettuno,
Dismonta, et entra ne la fantaria,
E fa nel primo fil core à ciascuno.
Gli archi Troiani intendon tuttavia
À mandar Greci al regno afflitto, e bruno.
Enea va con vantaggio à Greci adosso
Prima, che ’l campo lor venga più grosso.

Co’ suoi l’ardito Greco abbassa l’hasta,
E l’ impeto Troiano affronta, e fere.
Hor mentre in questa parte si contrasta,
Fan Cigno e Achille altrove urtar le schiere.
Hettorre in quella pugna anchor sovrasta,
Dov’ha spiegate Aiace le bandiere.
Sovrasta il Troian campo in ogni loco,
Che ’l Greco è male armato, infuso, e poco.

Sopra un cavallo Achille era montato
Fortissimo, e leggier, nomato Xanto.
Veloce una giumenta già del fiato
Di Zefiro formogli il carnal manto.
Ben di forbito acciar si trova armato,
Ma non ha la sua lancia Pelia à canto.
Hor poi che chi l’havea, giunto non era,
Ne tolse una ordinaria, e più leggiera.

Sprona contra i Troiani empio, et altero:
Non ricusa il suo scontro il forte Cigno.
Ferisce ogn’un di lor sotto il cimiero,
Senza che l’elmo alcun faccia sanguigno.
D’ambi il cerro volò presto, e leggiero
In mille scheggie al regno alto, e benigno.
Rotta la lancia, alcun di lor non bada,
Ma vuole il saggio anchor far de la spada.

Ben stupido restò l’altero Achille,
Quando cader no’l vide al primo in terra.
Ch’in cento imprese havea con mille, e mille
Co’l suo primo ferir vinta la guerra.
Subito fa, che in aria arda, e sfaville
La spada, che dal fianco irato afferra
À fin ch’ella habbia ad oscurargli il Sole,
Ma move pria ver lui queste parole.

Feroce cavalier, ch’à quel, c’ho visto,
Porti l’honor del buon campo Troiano,
Pria, ch’ io ti mandi al regno oscuro, e tristo
Co’l ferro, che tu scorgi in questa mano,
Vorrei saper da te, qual padre attristo,
S’io ti fo l’alma ignuda, e ’l corpo vano,
Dimmi, se tu sei Cigno, ò vero Hettorre,
S’à Priamo, ò al Re del mar ti vengo à torre.

Non ti sdegnar, che ti fia honore eterno,
Che solo il grande Achille habbia potuto,
Donando al corpo tuo perpetuo verno,
Far l’ombra ignuda tua passare à Pluto.
Tu sol potrai vantarti entro à l’inferno,
Ch’al primo scontro mio non sei caduto.
Dove farai stupir mill’altri forti,
Che son là giù, ch’al primo scontro ho morti.

Ben conosco io propitia la mia sorte,
Rispose allhor la prole di Nettuno,
Poi che ’l guerrier del campo Acheo più forte
Cerca di darmi al regno afflitto, e bruno.
Però che quando havrò da te la morte,
L’havrò da quel guerrier, che vince ogn’uno.
Ma s’al regno io dò te scuro, e profondo,
Sarò di qua il prim’huom, c’habbia hoggi il mondo.

Son Cigno figlio al Re, che co’l tridente
Nel grande imperio suo dà legge à l’acque:
Ma ben è tempo homai, che ’l ferro tente
Di saper qual di noi più forte nacque.
In questo ogn’un di lor fiero, et possente
Parlò co’l ferro, e con la lingua tacque.
E mentre un pugno intende al crudo assalto,
Move l’altro il cavallo al passo, e al salto.

S’odon le botte lor si spesse, e crude,
Che par, ch’una fucina ivi martelli,
Quando ha l’acceso acciar sopra l’ inchude,
E che ’l voglion domar quattro martelli.
Sempre le spade lor di sangue ignude
Mostrano i tagli lor lucenti, e belli.
Ó taglino il braccial, l’elmo, ò l’usbergo,
Non ponno il sangue mai trar del suo albergo.

Mentre il feroce Acheo si maraviglia,
E fiso l’occhio tien ne la sua spada,
Che non la scorge anchora esser vermiglia,
E sa quanto sia forte, e quanto rada:
Non prender, disse Cigno, maraviglia,
Che dal mio corpo il sangue anchor non cada,
Che come al padre mio piacque, et al fato,
Se bene ho il corpo ignudo, io sono armato.

Quest’elmo, et quest’usbergo, e questo scudo,
Che, come vedi, ne la guerra io porto:
Non son per far difesa al colpo crudo
D’altrui, ch’al corpo mio non faccia torto,
Che quando ancora io combattessi ignudo,
Non potrei rimaner ferito, ò morto.
L’arme, le piume, l’artificio, e l’oro
Sol porto per bellezza, e per decoro.

D’imitar cerco in questo il fero Marte,
Che veste anch’ei per ornamento il ferro,
Non perc’habbia timor, che in qualche parte
La spada il punga, over l’armato cerro.
Cagion n’è il fato, e non la forza, ò l’arte,
Se ’l sangue anchor dentro à le vene io serro.
Che s’à me una Nereide non fu madre,
Lo Dio de le Nereide è pur mio padre.

Hor s’io del sangue mio ti sono avaro,
Più liberal tu non fai meco effetto.
Fa in questo dir ver lui vibrar l’acciaro,
E gli mena una punta in mezzo al petto.
Al crudo colpo suo non fa riparo,
Ben che sia di gran tempra, il corsaletto.
Trapassa dopo il ferro il cuoio, e ’l panno,
Ma ne la carne sua non fa alcun danno.

Sdegnato Achille anch’ei tira una punta,
La qual fere il grosso elmo, e passa avante,
À fin che sia da lei la carne punta,
Si che del fato suo più non si vante.
Ma come fu la spada al volto giunta,
Parve, che percotesse in un diamante.
Fuor’ ei la tira, e l’appresenta al ciglio,
E trova, che ’l suo acciar non è vermiglio.

Come s’adira il toro, s’esser crede
in parte vendicato del suo scorno,
C’ha balzato una maschera, e s’avede
D’haver di paglia un’ huom tolto su’l corno:
Tal s’adira l’Acheo, ch’aperto vede,
Ch’ogni suo colpo in van gli spende intorno;
Guarda, se ’l ferro è guasto più da presso,
E gli trova la punta, e ’l taglio istesso.

Dunque è la destra mia quella, che manca,
(Disse fra se) c’ha più debil natura?
Dunque non è la destra ardita, e franca,
Che già distrusse le Lirnesie mura?
Non quella man, che l’onda illustre, e bianca
Fe di Caico già sanguigna, e scura,
Che fe di sangue à Tenedo le glebe,
E che in Cilicia già distrusse Thebe ?

Sei pur la man, che Telefo due volte
Già percotesti, il gran figliuol d’Alcide.
Hor chi t’ha in questo dì le forze tolte?
Ond’ è, che ’l ferro mio più non recide?
Le luci ad un Nemete Licio volte,
Ch’in favor de Troiani i Greci uccide:
Con quanta forza può, dagli un roverso,
E tutto il busto suo taglia à traverso.

Quando in due pezzi andar lo scorge in terra,
Anchor che fosse tutto armato, e forte;
Fa pur la spada mia l’usata guerra,
(Disse) non ha però cangiata sorte.
Con questa spada, che ’l mio pugno serra,
Ho dato hor hora à quel guerrier la morte.
Con questa istessa hor ferirò costui,
Dio faccia, che ’l medesmo avenga à lui.

Con questo dir pien d’ira, e di dispetto
Un fendente crudel su Cigno avvalla,
Oppone egli lo scudo, e ’l taglia netto,
Poi cala con furor sopra la spalla,
Fin à la carne fa l’istesso effetto,
Ma quivi ogni disegno al taglio falla.
Il fiero Achille rasserena il ciglio,
Che vede entrare il ferro, e uscir vermiglio.

Ma bene indarno fe le ciglia liete
Che ’l sangue, onde macchiato il ferro scorse,
Era del sangue tratto da Nemete,
Dal cavaliero, à cui la morte porse.
Per darlo al fine à l’ultima quiete,
Poi ch’à più segni del suo error s’accorse,
Fa, che nel fodro il suo stocco si copra,
E la mazza ferrata impugna, et opra.

Non resta Cigno di ferire intanto
À fin che ’l suo disegno ei non adempia;
Ma in mille luoghi il suo ferrigno manto
Percote con la spada ardente, et empia.
L’altro, c’havea nel suo ferrato guanto
Presa la mazza, à lui fere una tempia:
Raddoppia il colpo, e martellar non resta,
Et ogni colpo suo drizza à la testa.

Già gli ha in pezzi cader fatto il cimiero,
E tutto l’elmo fracassato, e rotto.
Già dentro egli intronar sente il pensiero,
Non cerca più ferir, non fa più motto.
Innanzi à gli occhi ha l’aere oscuro, e nero,
Tutto in poter del forte Acheo ridotto.
L’irato vincitor segue la guerra,
Ne resta di ferir, che ’l vede in terra.

Perche non possa poi, se si risente
Un cavalier si valoroso, e ardito
Far rosso il suol de la Pelasga gente,
E vetar lor di dismontar su’l lito,
Discende da cavallo immantinente,
E dove giace anchor tutto stordito,
Corre, e senza indugiar l’elmo gli slaccia,
E con ambe le man la gola abbraccia.

Con le ginocchia il corpo, e con la palma,
Con più forza, che può, stringe la gola,
Tanto, che toglie quella strada à l’alma,
Che suol dar fuor lo spirto, e la parola.
Al fin con questo modo à lui la palma
De la vittoria il forte Achille invola.
Cerca poi trargli il vincitor Acheo
L’arme, perpetua à lui gloria, e trofeo.

Ma tosto, ch’apre l’arme, intende il lume
Quivi entro, volar fuor vede un’ augello.
Spiega lontan da lui le bianche piume,
Grande, ben fatto, à maraviglia bello:
Il Re, che tributario have ogni fiume,
Volle, ch’entrasse in quel corpo novello.
Hor le cagnate sue terrene some
Non ritengon di prima altro, che ’l nome.

Rimontò su’l destriero il buon Pelide
Tosto, che fu dal primo impaccio tolto,
Poi volse al campo suo le luci, e vide,
Che i Frigij l’havean rotto, e in fuga volto.
Entra nel campo adverso, e fere, e uccide,
E fa di novo à suoi mostrare il volto:
Chiamar fa intanto il maggior capitano
Co’l suono al gran stendardo ogni Troiano.

Vedendo apertamente il forte Hettorre,
Che più non potea lor vetare il lito,
Perche lontan n’era venuto à porre
In terra il piede un numero infinito,
Brama le squadre sue tutte raccorre,
Mentre il può far senz’essere impedito;
E fatto havendo ritirare Aiace,
Chiama i suoi per quel dì tutti à la pace.

Enea si ritirò, c’havea costretto
(Fatto havendo di sangue il mar vermiglio)
Diomede à ritirarsi al suo dispetto
Dentro del mare, appresso al suo naviglio;
Ma fe l’armata Achea si crudo effetto
Con gli archi contra i Frigij, e contra il figlio
Di Venere, ch’al fin consiglio prese,
Di ritrarsi lontan da tante offese.

S’unisce con Hettor, dal quale intende,
Ch’è ben tornare homai dentro à le mura,
Ch’ogni Troiano è stanco; e se non prende
Riposo, offende troppo la natura.
E poi da tanti lati il Greco scende,
Che potrà più, che la Troiana cura.
E non de fare à l’ inimico oltraggio
Un, che s’offender vuol, non ha vantaggio.

Achille, che qual saggio capitano
Ha sol per fin, che ’l Greco acquisti il lido,
Lascia tornar l’essercito Troiano
Dentro di Troia al più sicuro nido.
Che sà, che l’arme, e la nemica mano
D’Hettorre, e del fratello di Cupido
Dapoi, che si saran serrati in Troia,
À chi scender vorran, non daran noia.

Ogni Troian ne la città si serra,
I Greci dismontar, poi s’accamparo.
E fu cagion la prima occorsa guerra,
Che poi per molti dì si riposaro.
Hor mentre il Frigio altier guarda la terra,
E ’l cauto Greco il suo guarda riparo,
Giunge il festivo dì, nel quale osserva
Achille il sacrificio di Minerva.

Poi ch’al candido bue fiaccò le corna
Il ministro empio, e pio con la bipenne,
E ver la patria pia di stelle adorna
Fe il foco al suo splendor batter le penne;
E l’odor, che la lieta Arabia adorna,
Con quel de l’holocausto al ciel si tenne,
N’andaro, essendo il giorno già finito,
I Greci Duci al pubblico convito.

Poi che di Bacco il don pregiato, e santo
La sete, e ogni altra cura à Greci tolse,
Concorde de la cetra al dolce canto
Il citaredo il suo verso non sciolse,
Ma ragionar con gravità di quanto
Avenne allhor, che dismontar si volse,
E la virtù del dir di quanto occorse,
Fu il diletto maggior, ch’à lor si porse.

Lodaro il gran valore à parte à parte,
Non sol de lor guerrier, ma de’ nemici;
La fortezza de l’un, de l’altro l’arte,
Di tutti il pregio onde son più felici.
Disser quanto avantaggio ha, chi comparte
Secondo è d’huopo gli ordini, e gli uffici.
Ma ch’altro mai direbbe Achille altrui?
Chi d’altro parlerebbe innanzi à lui?

Ma bene à par d’ogni altro fu lodato,
Che difendesse la Troiana terra,
Il gran figliuol del Re del mar fatato,
Che fe si rare prove in quella guerra
Senza giamai potere esser piagato
Dal più fort’ huom, c’havesse allhor la terra.
Lodar poi quel, ch’al fin trovò la strada
D’usar seco la mazza, e non la spada.

Mentre stupor di quel prende ogni Argivo,
Cui mandò Achille à l’ombre oscure, e felle,
Che non potea restar del sangue privo,
Per la virtù de la fatata pelle:
Nestor, che di dugento anni era vivo,
Et havea visto molte cose belle,
Aprì con queste note il suo concetto,
E lor di più stupor fe colmo il petto.

Nel vostro tempo sol se n’è visto uno,
Che non potea dal ferro esser ferito;
Costui fu Cigno, figlio di Nettuno,
Cui diede Achille al regno di Cocito:
Ma mentre in me quel pel fu vago, e bruno,
C’hor di color di neve s’è vestito,
Un ne vidi io sentir mille percosse,
Senza che ’l corpo mai ferito fosse.

Costui nacque in Thessaglia Perrebeo,
E giunto à l’età sua più verde, e bella,
Per nome maschio il nominar Ceneo,
Però che da principio ei fu donzella.
Ben stupor prese il congregato Acheo
Di quel, che dice l’ultima favella,
E fe, che ’l prego à lui mosse ogni Duce,
Che quest’altro stupor desse à la luce.

Ma sopra ogn’altro Duce il gran Pelide
Si mosse con parole accorte, e grate,
Verso colui, che due secoli vide,
E ch’allora vivea la terza etate,
Ó vecchio, à cui si largo il cielo arride
L’età lunga, e robusta, e la bontate,
Che la prudenza sei del secol nostro,
Dinne la novità di questo mostro?

Dinne Ceneo chi fosse, e di cui nacque,
Come fu donna, e poi prese altro viso;
Conta à qual Dio di farli gratia piacque,
Che ’l corpo non potesse esser reciso.
Qual guerra te’l mostrò, chi fè, che giacque
Morto, s’ei fu però d’alcuno ucciso.
Mov’ei con gravitate il tardo accento,
E fa con questa voce ogn’un contento.

Benche l’antica età, debile, e tarda
Al vostro sia contraria, e mio desio,
Che mi fa la memoria men gagliarda,
E molte cose ha già poste in oblio:
Pur quando la mia mente entro riguarda
Ne l’arca, dove stà l’erario mio,
Essempi senza fine anchor vi trova
Di quei, che l’età mia vide più nova.

E ben convien, ch’una copia infinita
V’habbia di cose fatte, udite, e viste,
C’ ho visto già dal dì, ch’ io venni in vita,
Dugento volte rinovar l’ariste.
Vivo hor la terza età, che l’alma invita
À lasciar queste membra afflitte, e triste.
E da che gli anni il consentir, trovarmi
Sempre cercai fra i cavalieri, e l’armi.

Fra le più belle imagini, che serba
De la memoria mia l’annosa cella,
Non ne rinchiude alcuna più superba,
Ne più maravigliosa, ne più bella,
Di quella, in cui l’età di Ceneo acerba,
Fu fatta d’huom, dov’era di donzella.
Hor poi, ch’al prego vostro il mio cor cede,
Prestate à la mia lingua orecchia, e fede.

Bellissima una vergine in Tessaglia
Nacque d’Elato, nominata Cena.
Ne sò dir, se in beltà tant’oggi vaglia
Questa, per cui facciam la guerra, Helena.
Gl’illustri Heroi di Cipera, e Farsaglia
Seco bramar la coniugal catena;
S’offerser del tuo stato, invitto Achille,
Gli sposi, e d’ogn’ intorno à mille à mille.

E forse anchora il tuo padre Peleo
Vinto da le bellezze alme, e leggiadre,
Havria bramato il suo dolce Himeneo,
Ma sposa forse havea fatto tua madre.
D’alcun di lor costei conto non feo,
Ne volle per suo mezzo alcun far padre;
Che destinato havea fin’ à la morte
Vivere in castità senza consorte.

Ma ’l Re del mar la vede un dì su’l lido,
E se n’accende, e fa, che non osserva,
Come pensò co’l pensier casto, e fido,
La legge di Diana, e di Minerva.
E ben ch’ella contenda, et alzi il grido,
D’Amore, e del suo fin la rende serva.
In ricompensa poi dice, ch’elegga,
E la gratia, che vuol, palesi, e chiegga.

Poi c’hebbe l’ infelice un pezzo pianto,
Disse con modi vergognosi, e accorti;
L’oltraggio, che m’hai fatto, è stato tanto,
Che vuol, ch’anche gran premio io ne riporti.
Perche altri far non mai possa altrettanto,
Rendi le membra mie robuste, e forti;
Fa, che viril l’aspetto habbia, e la gonna,
Si ch’ io per l’avenir non sia più donna.

Quel suon, che diè di lei l’ultimo accento,
Non fu sì delicato, e sì soave;
Ma qual fosse huom venuta, in un momento
La voce risonò robusta, e grave.
Il Re del mare à compiacerle intento,
Com’ella il suo desio scoperto gli have,
La fa maggior, le dà viril l’aspetto,
Le fa più corto il crin, men grosso il petto.

E come Re magnanimo, e prestante,
Che dà più liberal, ch’altri non chiede,
Per dimostrar qual n’era stato amante,
Un’altra à lei maggior donò mercede;
À par d’ogni fortissimo diamante
La pelle gl’ indurò dal capo, al piede.
Per maggior beneficio gli concesse,
Che ferro alcun ferir mai no’l potesse.

Dapoi detto Ceneo lieto si parte,
Et ogni cura al viril studio intende.
Per tutto appare, ovunque il fero Marte
Fa, che fra le falange si contende.
Hor mentre và cercando in ogni parte
Del mondo, ove la guerra il mondo offende,
Il figlio d’ Issione empio, et audace,
La bella Hippodamia sua sposa face.

Già in ordine ogni mensa era, e ’l convito,
E vi fumavan sopra le vivande:
Dov’era corso al liberale invito
Ogni propinquo principe più grande.
La vergine sedea presso al marito,
Dotata di bellezze alte, e mirande.
Et io, ch’anchora ad honorar gli venni,
Fra i più honorati luoghi il luogo ottenni.

Furvi i Centauri anchor, che solo il padre
Comune con lo sposo hebber novello,
Che finser con le menti inique, e ladre
D’honorar l’ Himeneo del lor fratello.
Ogni nuora, ogni vergine, ogni madre
Con l’habito più splendido, e più bello
Sedeano tutti à luoghi stabiliti,
Divisi fra Centauri, e fra Lapiti.

Su l’altar nuttial fuma l’ incenso,
Con Himene Himeneo chi canta accoppia,
E del popol, che v’è vario, et immenso,
Lo strepito, e ’l romor nel ciel raddoppia.
Ogn’un tien ne’ due sposi il lume intenso,
Auguria ogn’un, che fia felice coppia.
Ma ’l gran mal, che seguì poco più tardo,
Fè l’augurio d’ogn’un restar bugiardo.

Per amor de’ Centauri suoi fratelli
Fè il convito Peritoo in un bel prato,
Che i dossi, ov’hanno i cavallini velli,
Havrian soli il castel tutto ingombrato.
Era d’arbori grandi, e d’arbuscelli
Carchi di frutti alteramente ornato.
Sola una entrata havean con poco muro,
La spina intorno, e ’l fosso il fea sicuro.

Hor come Bacco, e ’l suo liquor divino
Fà udir con maggior suon l’humana voce;
E che non sol l’amor, ma anchora il vino
Il lume de Centauri inebria, e coce;
Dato c’have il segnal, prende il camino
Il più crudo Centauro, e più feroce
Verso la sposa, e à forza indi la prende,
E ponla su la groppa, e ’l corso stende.

Ciascuno à quella, à cui vuol farsi amante,
S’appiglia, e sopra il suo caval la porta.
I primi involatori in uno instante
Corrono à insignorirsi de la porta.
Manda il grido à le parti eterne, e sante
Ogni donna, che v’è pallida, e smorta.
Noi ci opponiamo à l’opre empie, e nefande,
E versiam giù le mense, e le vivande.

Non comporta Teseo, che molto lunge
Meni la sposa il più feroce Eurito.
Ma, in quel, ch’ei vuol porla su’l dosso, il giunge,
E gliela toglie, e rendela al marito.
Con queste aspre parole intanto il punge;
Tu dunque traditor sei tanto ardito,
Ch’in vita mia rubar Peritoo intendi,
Ne scorgi, che in un’ huom due spirti offendi?

La sposa il buon Teseo ritira in parte,
Che per allhor da lor può star sicura.
Noi seguitiamo intanto il fero Marte
Co’l popol, che biforme ha la natura.
Teseo ritorna, e cerca à parte à parte
Con gli occhi, ove la pugna sia più dura.
E scorge più d’ogni altro Eurito forte,
Che, soccorrendo i suoi, dà i nostri à morte.

Mentre và contro Eurito, à caso vede
Un vaso pien di vin grande, e capace,
Dallo in poter del pugno destro, e ’l piede
Move ver lui, che conturbò la pace;
L’aventa, e in modo il volto human gli fiede,
Che tutto il capo in pezzi gli disface.
Cade il cervello, il sangue, e ’l vino insieme,
Poi cade anch’egli, e dà le scosse estreme.

Maggior, che in altra parte era la pugna
Fra Lapiti, e Centauri in su l’entrata,
Perche d’uscire il fier biforme pugna,
Con quella donna in groppa, c’ha rubata.
Tosto la spada Teseo, e ’l manto impugnata,
E, perche lor la fuga sia vetata,
Co’l favor de Lapiti opra di sorte,
Ch’ ivi guadagna, e fa serrar le porte.

Tanto i Lapiti, quanto i lor nemici
Non si trovar, se non la spada à lato,
Che fingendo i Centauri essere amici,
Non venne alcun più del costume armato.
Già molti morti miseri, e infelici
Tutto sanguigno havean renduto il prato;
Che per tutto confusa era la guerra,
Ovunque d’ogn’ intorno il fosso il serra.

Pochi Lapiti in quella parte stanno,
E infiniti nemici hanno d’ intorno.
Tanto, che quivi i rei Centauri danno
L’alme Lapite al basso atro soggiorno.
Molti Lapiti altrove à pochi fanno
Centauri, c’han fra lor, l’ultimo scorno.
Tal, che si fanno in mille parti oltraggio,
Secondo il valor lor chiede, e ’l vantaggio.

Chi si trova senz’arme, un vaso prende,
De quai quivi hanno un numero infinito,
E l’huom con tal materia offeso rende,
Che per giovare à l’huom, venne al convito.
Per tutto arme arme risonar s’intende,
Tutto è sangue hoggimai l’herboso sito.
Volan quei vasi in aria in ogni parte
(Che già servir Lieo) per servir Marte.

Un candelier sopra l’altare acceso
Con tutte due le man prende un Centauro,
E l’alza verso Calidonte inteso,
Come si fa, s’un vuol ferire un tauro.
Lasciando poi su lui cadere il peso
Toglie al suo corpo il suo maggior thesauro.
Gli fa il gran candelier pesante, e truce
Le tenebre acquistar, perder la luce.

À vendicare il morto Calidonte,
Un Pelate Pelleo tosto si diede,
Et al sicario rio ruppe la fronte
Con d’una mensa d’acero, un gran piede.
E in quel, ch’ei l’alma sua manda à Caronte,
Esser presso à l’altar Grineo si vede:
(Biforme anch’egli) e ben, che grave il senta,
L’alza, e contra i Lapiti empio l’aventa.

Percuote con furor la sacra pietra
Il miser Broteano, et Orione,
E di questo, e di quello il sasso impetra
L’anima essangue al regno di Plutone.
Essadio, che restare ignuda, e tetra
D’ambi conobbe la carnal prigione,
Disse. Non morrà già senza vendetta,
Se l’homicida il mio tormento aspetta.

Vede in un pino affisse un par di corna
Di cervo, forse poste ivi per voto:
Subitamente il pin ne disadorna,
E dalle in preda al violente moto.
Volan le corna, ove Grineo soggiorna,
E fanno il fil di lui troncar à Cloto.
Talmente entrar due rami entro à suoi lumi,
Che più l’altar non tolse à santi Numi.

De gli occhi parte in su le corna resta,
In su la barba un’altra parte cade,
Ne molto stà, che la sanguigna testa
S’atterra, e vien al fin de la sua etade.
Di quà, di là la gente morta resta
Da legni, da le pietre, e da le spade.
Fanno in diversi luoghi, e questi, e quelli
Mille colpi mortai, mille duelli.

Reto, un Centauro, un tizzo acceso prende,
Che parea quasi una mezzana trave:
L’alza à due mani, e poi fa, che discende
Sopra Carasso ingiurioso, e grave.
Nel capo il fere, e ’l suo capello accende
Con la vampa, che lucida anchor v’have;
Arde il sottil capello, e stride, e scoppia,
Come d’Agosto fa, s’arde la stoppia.

Come talhor, se ’l fabro il ferro acceso,
Dov’ha nel cavo sasso il fonte, affonda,
Vien, che ciascun dal suo contrario offeso
Stride, e fremer si sente il foco, e l’onda:
Così fu il sangue, e ’l crin fremer inteso,
Co’l foco, che ’l suo capo arde, e circonda.
Scuote egli il capo, e porge al foco aiuto,
Dove torlo intendea dal crine hirsuto.

Vede un pezzo di marmo à caso in terra,
Soverchio peso à la sua debil forza;
Si china irato, e con le man l’afferra,
Poi di lanciarlo al suo rival si sforza.
E dove à l’hoste suo crede far guerra,
Ad un suo grand’amico il giorno ammorza,
Che non giungendo, ù brama, il grave pondo,
Comete, ch’ è de suoi, priva del mondo.

Tosto, che Reto il suo nemico vede,
C’have un de suoi per debilezza morto,
Ride, e gli dice. Hor qual ragion richiede,
Che tu dia morte à tuoi, s’io ti fo torto?
Io prego il ciel, ch’ogni altro, che ne fiede,
Si mostri à par di te fero, et accorto.
Alza in questo parlar l’ardente fusto,
E fa senz’alma à lui cadere il busto.

Ne và, morto c’ hà lui, dove Driante
Ristretto con Evagro, e con Corito
Si fanno i mostri rei cadere avante,
Altri del tutto morto, altri ferito.
Alza lo stizzo Reto alto, e pesante,
Perch’ uccida un garzon soverchio ardito:
Sopra il miser Corito il legno scende,
E senza l’alma in grembo à fiori il rende.

Gran gloria (disse allhor da l’ira vinto
Evagro verso il rio sicario volto)
D’haver sì bel garzon pugnando estinto,
Ch’à pena i primi peli havea nel volto.
Ma questo ferro anchor macchiato, e tinto
Del sangue rio, ch’à tuoi fratelli ha tolto,
Farà restarti un corpo essangue, e nullo,
E vendetta farà del bel fanciullo.

Mentre ei move la spada, e la favella,
Alza il Centauro rio la fiamma ultrice,
E ne la bocca aperta la facella
Percote, e la parola à lui disdice.
Poi con tanto furor l’arde, e flagella,
Che rende l’alma al regno empio, e infelice,
Contra Driante poi vuol far lo stesso,
Ma contrario à due primi have il successo.

Non molto prima inteso il gran romore
Ne la cittade il popol tutto corse
Con arme di più sorti à dar favore
À suoi Lapiti, ove il bisogno scorse.
Fra quai Driante di più forza, e core
Al biforme furor venne ad opporse:
Corse con una face al fiero Marte,
Ch’un foco eterno havea formato ad arte.

Fu à pena Evagro dal Centauro ucciso,
Ch’ei ver Driante co’l tizzon si volse.
Ma appresentogli il buon Lapita al viso
L’empia facella, e ne la barba il colse.
Il foco, che ’l percosse à l’ improviso,
Tanta noia gli diè, che in fuga il volse.
In fuga seco anchor voltar le piante
Arneo, Folo, Medon, Nesso, et Abante.

Astilo anchor la sua salute al piede
Fidò, che fra Centauri era profeta:
Il qual consiglio à suoi fratelli diede
Secondo à lui predisse il lor pianeta,
D’abbandonar le desiate prede,
S’haver volean di lor medesmi pieta.
Che ’l fato non volea dare al Centauro
Di quella pugna la corona, e ’l lauro.

Fuggendo l’indovin vede anchor Nesso,
Che fugge di Driante il braccio, e l’arme,
E spinto à quella volta il piè non fesso,
Gli aperse il fato suo con questo carme.
Non è al Lapito hoggi dal ciel permesso,
Che ’l corpo tuo de l’anima disarme;
Per quel, che l’arte mia già ne previde,
Ma ti riserba al grande arco d’Alcide.

Si ch’à Driante homai volgi la fronte,
E non ti sbigottir di pugnar seco:
Che non può darti al regno d’Acheronte,
Poi ch’Hercol ti dè far del giorno cieco.
Driante intanto fa di morti un monte,
E manda l’alme al più profondo speco;
À Licida, et Arneo quell’alma fura,
Che la biforme lor sostien figura.

Manda mill’alme à la tartarea tomba,
E quinci, e quindi si combatte, e more:
E l’arme, il grido, il timpano, e la tromba
Empie il ciel di tumulto, e di romore.
Non però con tal forza alto rimbomba,
Che desti ad Affinate il lume, e ’l core.
Dorm’ei sì ben, che ’l gran romor, c’ ha intorno,
Non può far, che racquisti il senso, e ’l giorno.

Piacque à questo Centauro tanto il vino,
Che ne fa satio l’uno, e l’altro fianco.
Poi su l’herba giacea co’l capo chino,
Senza pensieri addormentato, e stanco.
Vede Forbante, che ’l liquor divino
Di Bacco il fa del senso infermo, e manco,
E che lo Dio talmente ama Thebano,
Che dorme, e tien anchor la coppa in mano.

I diti al laccio accommoda del dardo,
E ’l mal pensier con queste note schiude.
Io vò, che ’l vin, che ti fa scuro il guardo,
Si tempre con la Stigia atra palude.
Lo stral se ’n vola via fero, e gagliardo,
E giunge, e fora à lui le carni ignude.
Vuol la natura al mal soccorrer tosto,
E in copia manda fuor co’l sangue il mosto.

Talmente era costui del senso privo,
Che non sentì la sua seconda morte.
Poi che costui fu tolto al mondo vivo,
Vidi abbracciar Petreo superbo, e forte,
(Per riportarne il trionfale ulivo,
E per far noi de la tartarea corte,
Per trarlo à noi) fuor di misura un cerro,
Che n’uccida co’l peso, e non co’l ferro.

Mentre il cerro levar Petreo si sforza,
Con Teseo appar Peritoo in quella parte,
Ch’à molti havean la mostruosa scorza
Fatta di giel con fero, e horribil Marte.
Tosto Peritoo altier fa, che per forza
Dal suo fratel Petreo l’alma si parte;
E con l’hasta, onde à lui trafora il petto,
Fa cader co’l caval l’humano aspetto.

La virtù di Peritoo è, che fa l’alma
Di Lico à l’altra vita far tragitto.
La virtù, che Peritoo ha ne la palma,
Dà il miser Cromi al regno atro, et afflitto.
Ma ben con maggior gloria ha poi la palma
De i due più valorosi Helopo, e Ditto,
Lancia ad Helopo un’hasta altera, et empia,
E fora lui da l’una à l’altra tempia.

Poi tutto à un tempo il figlio d’ Issione
La spada impugna, e move à Ditto guerra,
Tosto lo scudo il fier Centauro oppone,
Ne fa cader Peritoo il mezzo in terra.
Ferito in fuga poi Ditto si pone,
Che l’alma anchor mandar non vuol sotterra.
Ma incauto nel fuggir cade d’un monte,
E dà mal grado suo l’alma à Caronte.

Tal del cader fu del Centauro il peso,
Che fe schiantare il ceppo d’un grosso orno.
Ecco Phereo ne vien di rabbia acceso,
Per fare à chi ’l ferì lo stesso scorno.
E mentre un sasso, che dal monte ha preso,
Tira, per torre al fier Peritoo il giorno,
À tempo il buon Teseo si move al corso,
Et à l’amico suo porge soccorso.

Mentre per aventar la grossa massa
Ambe le man con gran disdegno arretra,
Se gli fa incontra, e una gran stanga abbassa
Per rompergli il disegno il figlio d’Etra.
Gli rompe ambe le braccia, e fa, che lassa
Cadere à piedi suoi la grossa pietra.
Poi contra Brianor s’adopra in modo,
Che scioglie al suo composto il vital nodo.

Contra Nidimmo poi, ch’appresso vede,
Lascia cader lo smisurato fusto,
E gli toglie quel ben, che tenea in piede
Il dosso cavallino, e ’l viril busto.
Poi fa passar Licote ove risiede
Il giudice infernal severo, e giusto:
Perche l’alma condanni ingiusta, e fella
Per quella, che rubar volea, donzella.

In Hippaso, in Rofeo la dura trave
Fa rimanere il vital lume spento.
E manda l’alme loro ingiuste, e prave
À sottoporsi à l’ infernal tormento.
Tereo, che di Teseo punto non pave,
Vuol vendicare il suo biforme armento:
Ma intanto Teseo il cerro alza, e le braccia,
E con un colpo sol due corpi agghiaccia.

Demoloonte altier soffrir più tanta
Strage non più de suoi fratei infelice,
E con le braccia annoda una gran pianta
Per estirparla fin da le radici.
Al fin quel grosso pin nel mezzo schianta,
E poi l’aventa contra i suoi nemici.
Teseo da l’arbor si ritira, e osserva
Ciò, che in quel punto à lui dice Minerva.

Ma non per questo in van l’arbor percote,
Anzi nel suo cader Crantorre atterra,
E fatte in tutto à lui le vene vote,
Fa l’alma altera sua passar sotterra.
Colui, ch’allhor perdè l’humane note,
Achille, già seguì tuo padre in guerra.
Il vinto Re di Dolopo già il diede
In segno al padre tuo d’amore, e fede.

Peleo, che morto scorge il suo guerriero,
Contra l’empio uccisor drizza lo sguardo.
Non molto andrai de la vittoria altero,
(Gli dice poi sdegnato) e tira un dardo.
Sentendosi il Centauro atto, e leggiero,
Saltò per ischivarlo, ma fu tardo,
Che ’l ferì, mentre in aria il salto il tenne,
Lo stral, che più leggier battè le penne.

Il dardo al fier Centauro il petto offende,
Ei con la man l’afferra, e fuori il tira.
E mentre al sangue irato il guardo intende,
Uscito senza il ferro il legno mira.
L’ ira, e ’l dolor talmente il mostro accende,
Che solamente à la vendetta aspira,
E quel, che lui ferì, carica, e preme,
À fin che primo arrivi à l’hore estreme.

Co’l legno, che senza arme in man gli resta,
Fere il nemico impetuoso, e crudo.
Peleo se bene armata have la testa,
Vuol, che rompa quell’hasta in su lo scudo.
Hor mentre il mostro altier fere, e tempesta,
À lui percuote Peleo il petto ignudo,
E con la spalla toglie il sangue ingiusto
Al petto cavallino, et al viril busto.

Al fine in tante parti il punse, e colse,
Che se’l vide cader morto davante.
E poi che l’alma à Ifinoo, e à Dani tolse,
Verso Hile, e Flegeron drizzò le piante.
Uccisi quei, ver Dorila si volse,
Che feria con un dente d’Elefante,
E per lo molto popol, c’ havea ucciso,
Tutto era sangue il dente, il manto, e ’l viso.

Io, che ’l veggo si fero, e si possente,
Non manco di soccorso al fido amico;
Gli avento contra un dardo immantinente,
E intanto, Guarda, ò Dorila, gli dico,
Chi fere meglio, ò ’l mio ferro, ò ’l tuo dente,
E qual de i due più noce al suo nemico.
Ei, che tardi di ciò s’accorge in vano,
Per difender la fronte oppon la mano;

Che ’l dardo con la man la fronte passa.
Hor mentre ei sconficcarlo intende, e stride,
Peleo, che gliè vicin, fuggir non lassa
Il tempo in van, ma lui fere, et uccide.
Tal, che fa, che per forza il capo abbassa
L’alma, che da due corpi si divide;
Cade il Centauro, e lascia il dente eburno,
Che serva al pronepote di Saturno.

E tu d’ogni beltà Cillaro adorno
Mandasti l’alma à la tartarea sede.
Tutte le gratie in te facean soggiorno,
Eri tutto splendor dal capo al piede.
Pur contra chi rubar ti volse al giorno,
Poco tanta beltà favor ti diede.
Non oprò l’età tua, ne ’l tuo bel volto,
Che non ti fosse il dì per sempre tolto.

Era il suo volto si leggiadro, e bello,
Ch’un de’ nuntij parea del sommo choro.
È ver, c’havea già messo il primo vello,
Ravvolto alquanto, e del color de l’oro.
Tanta proportion mai lo scarpello
Non diede mai nel suo più bel lavoro
Ne’l far la statua d’Hercole, ò di Marte,
Quanta n’havea il suo busto in ogni parte.

Da il capo, e ’l collo al suo destrier gagliardo,
Degno saria di Castore, e Polluce.
Macchiato à mosche nere ha il pel leardo,
E come un vivo argento arde, e riluce.
Atto, e leggier, come se fosse un pardo,
Dove più brama il suo mortal, conduce.
Tonda ha la groppa, il petto ha largo, e grosso,
E corrisponde al piè fondato, e al dosso.

Molte bramato havean farsel marito,
Che del biforme armento eran donzelle.
Al fin sol una il trasse al dolce invito,
Che ’l primo loco havea fra le più belle.
D’Hilonome il bel volto almo, e gradito,
D’Hilonome le due lucenti stelle
Poter nel cor di Cillaro di sorte,
Che ’l fecer prima amante, e poi consorte.

Costei con la beltà, co’l dolce affetto,
Con fargli servitù fe si, che ’l prese;
E tanto più, che ’l suo leggiadro aspetto
Con varie foggie ogn’hor più adorno rese.
Fatto de gli occhi suoi lo specchio obbietto,
Le chiome del color de l’oro accese.
Si pettinava, e dopo in varij modi
Più belle le rendea con treccie, e nodi.

Nel petto ogn’hor tenea qualche bel fiore,
Ch’al sen porgeva gratia, et ornamento:
Nel far ghirlande il vario, e bel colore
Con mirabil tessea compartimento.
Se ne fea poi con tal giudicio honore,
Ch’ogni occhio fea di se restar contento:
E per star ben pulita, havea in costume
Due volte il dì purgarsi in mezzo al fiume.

Solea portare ornato il busto altero
De le più vaghe, e pretiose pelli.
Hor vestia l’armellino, hora il cerviero
Con varij adornamenti, e tutti belli.
Insieme con amor fedele, e vero
Hor cacciavan co’ veltri, hor con gli augelli.
Gian sempre insieme, e allhor feri, et arditi
Insieme combattean contra i Lapiti.

Mentre con pari ardir guerra ne fanno,
Un dardo in furia vien dal lato manco,
E fora al fier Centauro il carnal panno,
E ’l fa in terra cader pallido, e bianco.
Come s’accorge Hilonome del danno,
E ch’à lo sposo suo l’ardir vien manco,
Il cura, et ogni officio usa più fido,
Perche non lasci l’alma il carnal nido.

Ma come l’ infelice il vede spento,
E mancata del tutto esser la spene,
Fà sentir fin’ al cielo il suo lamento,
E stride, e piange il suo perduto bene.
Distinto io non potei sentir l’accento,
Che facea fede altrui de le sue pene;
Che ’l romor, che produr la guerra suole,
Fè, ch’udir non potei le sue parole.

Poi che ’l suo pianto vano esser s’accorse,
E restare il suo ben da lei diviso,
Quel dardo proprio in se stessa contorse,
C’havea pur dianzi il suo marito ucciso:
E cadde, e intorno à lui le braccia porse,
Baciollo, et accostò viso con viso;
Poi chiuse gli occhi, e mandò l’alma intanto
Al giusto tribunal di Radamanto.

Innanzi à gli occhi anchor di veder parmi
Feocome, ch’un ceppo havea afferrato;
Un tronco havea sospeso in vece d’armi,
Ch’à pena quattro buoi l’havrian tirato.
Io ’l guardo, e come veggo il legno trarmi,
Fuggo l’incontro suo dal manco lato.
Di Fonoleno al figlio il ceppo arriva,
E in men d’un balenar de l’alma il priva.

Gli schiaccia in modo il capo il grave peso,
Ch’à perder l’alma il misero costringe;
Gli occhi, la bocca, et ogni loco offeso
Fuor co’l sangue il cervel per forza spinge;
Come si vede uscir il latte appreso
Fra i molti giunchi, ove s’assoda, e stringe.
L’homicida crudel, che morto il vede,
Per privarlo de l’arme affretta il piede.

Io, c’havea sempre in lui le luci intente,
M’opposi con la spada al suo pensiero,
E con una stoccata, et un fendente
L’arme salvai del morto cavaliero.
Sa bene il padre tuo, ch’era presente,
S’io dico in questa parte, Achille, il vero.
À Tonio, e Theleboa poi tolsi il lume,
E fei passarli al sotterraneo fiume.

Portava il primo un biforcato legno,
E no’l solea giamai menare in fallo.
Co’ dardi l’altro del tartareo regno
Hor questo, hor quel guerrier rendea vassallo.
Costui mi ferì il collo; eccovi il segno,
Che ne fa fede, ecco Peleo, che sallo.
Allhora era il mio tempo, allhora io feci,
Allhor dovean condurmi à Troia i Greci.

Se vinto allhora io non havessi Hettorre,
Gli sarei stato al par co’l ferro in mano,
Bench’egli era fanciullo, ò sceso à torre
Non era forse anchora il volto humano.
Hor la mia vecchia età, ch’al suo fin corre,
Mi fa combatter debile, e mal sano.
Come vedete, à tale io son venuto,
Che co’l consiglio sol vi porgo aiuto.

Non molto dopo il nobil Perifanto
Del gemino Pireto hebbe la palma,
E poco appresso Ampico al carnal manto
Del quadrupede Oiclo involò l’alma.
Macareo Peletronio estinse intanto
Ad Eridupo la terrena salma.
Nesseo fu anchor dal tridentato telo
Ucciso del fortissimo Cimelo.

E tu Mopso gentil, qua giù volesti
Non solo à profetar dar l’opra, e l’arte,
Ma per noi far la guerra, e combattesti
Tu anchor co’ rei Centauri la tua parte.
Al quadrupede Odite al fin togliesti
Quelle virtù, che l’anima comparte.
Gli unì il tuo dardo co’l palato il mento,
E tentò in van dar fuor l’ultimo accento.

Ceneo, che di farsi huom di donna ottenne,
E di mai non poter esser ferito,
Del popol, ch’à incontrar superbo il venne,
N’havea già fatti andar cinque à Cocito.
Co’ nomi in mente il numero si tenne,
Ma il modo m’è de la memoria uscito,
Stifelo, Bromo, Antimaco, et Helimo,
Diè con Pirammo al regno afflitto, et imo.

Ben mi sovien del modo, che Ceneo
Tenne nel fare essangue al sesto il busto.
Gli venne incontra il Centauro Latreo,
Un’huom di mezza età forte, e robusto.
Scemo pur dianzi il popol Larisseo
D’Haleso havea col suo ferrato fusto.
E per correr piu franco à farne scorno,
Era de l’arme sue fattosi adorno.

Ó Cena (dice à lui) nata donzella,
E s’huomo hor sei, tu sai per qual mercede,
Deh spoglia l’arme, e vesti una gonnella,
Secondo il feminile uso richiede:
E lascia à l’huom la pugna acerba, e fella,
Che salvi il suo thesor da l’altrui prede:
E tu sedendo torna al primiero uso,
E spoglia la conocchia, e vesti il fuso.

Mentre il Centauro glorioso, e vano
Colui, che donna fu, scherne, e riprende,
Ceneo, ch’anchora alquanto era lontano,
Il fianco con un dardo al mostro offende.
Latreo tosto ver lui co’l ferro in mano
Le zampe cavalline al corso stende:
E vago di vendetta in prima giunta
Verso la fronte sua tira una punta.

Come balza la grandine su’l tetto,
Qual l’enfiato pallon balza su marmi,
Cosi indietro balzar fa senza effetto
La fronte giovinil del mostro l’armi.
Ei, che ’l novo di lui virile aspetto
Fatato esser non sa da sacri carmi,
La punta incolpa, e di provar gli aggrada,
Se meglio il serva il taglio de la spada.

Drizza la mira al volto, e fermo tiene
Di finir con un colpo la battaglia,
Ma indietro il ferro suo ribalza, e viene,
E percote la carne, e non la taglia.
Ma il colpo di Ceneo già non sostiene
Il mostro con la sua lorica, e maglia;
Ceneo l’acciar vittorioso, e franco
Fa tutto penetrar nel viril fianco.

Movendo poi la vincitrice palma
In su, e in giù per la piagata vita,
Per far fuggir del doppio albergo l’alma,
Nove ferite fa ne la ferita.
E non restò, che de l’humana salma
Vide l’alma del tutto esser uscita.
Fatto c’hebbe Latreo de l’alma scosso,
Tutto il biforme stuol si vide adosso.

Tutto il bimembre campo empio, e feroce
Corre sopra Ceneo forte, e gagliardo.
E per più spaventarlo alzan la voce,
E ver lui drizzan l’arme, il piede, e ’l guardo.
E da tutte le parti ogn’un li noce,
Chi ’l fere con la spada é chi co’l dardo.
Balzan l’arme da lui lucenti, e belle,
Senza intaccar la sua fatata pelle.

Ogn’un, quanto più può, si maraviglia,
Che da tante persone un’ huom s’offenda,
E la persona sua punto vermiglia
In parte alcuna anchor non si comprenda.
Monico al fin le man volge, e le ciglia
À gli altri, e grida, e fa, ch’ogn’un l’intenda.
Ó biasmo eterno, ò infamia di noi tutti,
Ch’ un campo siam da un sol vinti, e distrutti.

Un, ch’à gran pena è d’huom, ne dona à morte,
Pur dianzi il vidi in gonne feminili,
Ben ch’egli hoggi è ver’ huomo ardito, e forte,
À l’opre, ch’egli fà strenue, e virili.
Noi donne siamo, e habbiam cangiato sorte,
À l’opre, che facciam meschine, e vili.
Egli è quel, che noi fummo, à quel, ch’ io veggio,
Noi siam quel, ch’egli fu, femine, e peggio.

Che giova à noi, se grande oltra misura
Noi possediam questa terrena scorza?
Che giova à noi, s’à noi l’alma Natura
Doppie le membra fe, doppia la forza?
Poi che mezzo huomo in semplice figura
Con più valor ne risospinge, e sforza.
Non credo più, che siam, com’io credea,
D’Ission figli, e de l’etherea Dea.

Può star, che noi siam figli d’Issione,
C’hebbe in se tanto cor, tanta possanza,
Ch’osò ne la celeste alta Giunone,
Di fondare il suo amor, la sua speranza?
S’un, che non sò, se sia donna, ò garzone,
Tanto d’ardire, e di poter n’avanza?
Deh ravviviamci, e al mondo dimostriamo,
Che gli stessi, che fummo, anc’hoggi siamo.

Dapoi ch’anchora invioiabil stassi,
Dapoi che in van con l’arme habbiam conteso,
À tor qualch’opra grave ogn’un s’abbassi
Accio che sia da la gravezza offeso.
Spogliamo i monti d’arbori, e di sassi,
Veggiam di soffogarlo sotto il peso.
Poi che l’arme non giovano, co’l pondo
Purghiam di questo Hermafrodito il mondo.

Un’ arbor, ch’era in terra, annoso, e grave,
Gli aventa in questo dir superbo, et empio.
Tosto tutto lo stuol, che due corpi have,
Cerca imitar del suo fratel l’essempio.
Altri prende un gran sasso, altri una trave,
E corre à far di lui l’ultimo scempio,
Tanto, ch’al fin d’ogni soccorso privo,
Fu dal bimembre stuol sepolto vivo.

Ei pur si move, e scuote, et usa ogni opra
Per torsi sopra il peso, che ’l sotterra:
Ma in van vi s’affatica, in van s’adopra,
Che troppo abonda il peso à fargli guerra.
Pur fa il monte tremar talhor, c’ha sopra,
Come talhor, se ’l vento, ch’è sotterra,
Cerca uscir fuor del sotterraneo albergo,
Fa tremar à gran monti il fianco, e ’l tergo.

Fu in dubbio allhor ciò, che di Ceneo avenne,
E quasi ogn’un di noi giudicio diede,
Che per lo troppo peso, ch’ei sostenne,
Fosse de l’alma sua l’inferno herede.
Mopso il negò, che quindi alzar le penne
Vide un’ augel ver la superna sede,
Tanto veloce, coraggioso, e bello,
Che fu da noi chiamato unico augello.

Mopso vistol volar pria dolcemente
Intorno al campo, indi affrettarsi al cielo,
L’accompagnò con gli occhi, e con la mente,
E disse, acceso il cor d’ardente zelo.
Salve splendor de la Lapitia gente,
Ch’ascondi il tuo gran cor sott’altro velo,
Già fra gli huomini invitto, et hor co’l volo
Fra gli etherei viventi unico, e solo.

L’auttorità di Mopso in ver fu tale,
Ch’ogn’un diè piena fede à ciò, ch’ei disse.
Tenne ciascun, ch’egli mettesse l’ale,
Ogni alma s’allegrò, che non morisse.
Ben di torlo ardevamo à tanto male,
Teseo, Peritoo, et io, mentre anchor visse.
Ma ne fu dal pugnar la via impedita,
Non senza gran periglio de la vita.

Se ben sapemmo poi non esser morto,
Ma haver fra gli altri augelli il primo honore,
Ne demmo à vendicar sì fatto torto,
À disfogar l’incrudelito core.
Ogn’un, che non fuggì, mandatnmo al porto
Del regno de le strida, e del dolore:
Pur la fuga qualch’un ne fe sicuro,
Qualch’un la notte, e ’l ciel, che venne oscuro.

Mentre contò Nestor l’abbattimento,
Che fu fra i mostri, e le Lapite squadre,
Tlepolemo figliuol, stè molto intento,
D’Hercole, al quale Astiochea fu madre,
Sperando ogn’ hora udir qualche ardimento,
Qualche prova notabile del padre,
Saputo havendo da lo stesso Alcide
Ciò, che contra i Centauri ei fece, e vide.

E volto ver Nestor gli disse. Dove
Lasci il forte figliuol del maggior Dio?
Deh come hai tu le maraviglie, e prove,
Che fece Hercole allhor, poste in oblio?
Sò ben, ch’à te quell’opre non son nove,
Che fe contra i Centauri il padre mio.
Però che ’l mondo tiene, e tutti sanno,
C’hebber dal forte Alcide il maggior danno.

Non potè allhor tenere il viso asciutto
Il miser vecchio, e disse, à lui rivolto.
Deh perche à sparger m’hai, misero, indutto
Innanzi à tanti Heroi di pianto il volto?
Perche m’hai ricordato il duolo, e ’l lutto,
Che m’havea di memoria il tempo tolto?
Perche vuoi, ch’io ti dica, oltre à miei guai
L’odio, ch’al padre tuo sempre portai ?

Certo al gran padre tuo non si può torre,
Che non fosse maggior di quel, che dici.
Cosi il potesse à te negar Nestorre,
Che malvolontier loda i suoi nemici.
Polidamante anchora, e il forte Hettorre
Son nel pugnar non men fieri, e felici:
Non ne parliam però con quella gloria
Con cui gli amici suoi ne fan memoria.

Disfece il padre tuo fra l’altre imprese
Messene, et Eli, e ’l mio paterno loco.
Et oltre, che disfè tutto il paese,
E che diè Pilo in preda al ferro, e al foco:
Per non voler contar d’ogn’un, che rese
Morto, che vi saria da dir non poco:
Bastiti di saper, che in quella guerra
Tutti i fratelli miei mandò sotterra.

Dodici già nascemmo di Neleo
À sopportar quà giù la state, e ’l verno,
Dodici da me in fuor passar ne feo
Hercol, dal mondo vivo, al morto inferno.
Fu d’undici homicidij Alcide reo,
Che del mio stesso uscir sangue paterno.
Hor fa giudicio tu, s’io feci errore
À tacer, se l’ ho in odio, il suo valore.

Ma quel fratel mi dà più noia à l’alma,
Che nomar Periclimeno, un guerriero,
Ch’in tutte l’altre imprese hebbe la palma,
Contra ogni più famoso cavaliero.
Costui potea cangiar l’humana salma,
Secondo più aggradava al suo pensiero.
Hebbe tanto favor dal Re de l’acque,
Da cui del nostro sangue il germe nacque.

In più d’un crudel mostro horrendo, e strano
Si cangia il fratel mio l’humana veste.
Quando poi vede affaticarsi in vano,
Per far, che ’l padre tuo senz’alma reste,
Si fa l’augel, che porta al Re soprano
Ne l’unghia torta il folgore celeste.
Poi l’unghie, il rostro, il volo, e ’l saggio aviso
Straccian tutto à tuo padre il dorso, e ’l viso.

Mentre una volta al ciel batte le penne,
Per scender poi più rapido à ferire,
Hercol sempre incoccato il dardo tenne,
Fin che ’l vide finito di salire:
Ma tosto, che ver terra se ne venne,
Lo stral con gran superbia al ciel fe gire.
Scontra il telo l’augello, e à punto il punge
Dove l’ascella al dosso si congiunge.

La piaga de l’augel non fu mortale,
Ma ne restò talmente il nervo offeso,
Che del moto, e del vol mancando l’ale,
Non si potè tener nel ciel sospeso,
Talche vincendo il moto naturale,
Lasciò cadere il suo terrestre peso,
E nel cadere il misero dal cielo,
Mortale un’ altro colpo hebbe dal telo.

L’augel piagato al mal soccorrer volse,
Et afferrar co’l rostro il crudo dardo,
Hor mentre à quella parte egli rivolse,
Per imboccar lo strale, il collo, e ’l guardo:
La cocca de la freccia in terra colse,
E spinse il ferro in sù crudo, e gagliardo,
Passò la punta à l’infelice il collo,
E gli fè in terra dar l’ultimo crollo.

Hor lascio à te medesmo far giudicio,
Se come già dicesti, tanto errai,
Se contra ogni dover mancai d’officio,
Quando le lodi d’Hercole io lasciai.
Che s’al mio sangue tal fe pregiudicio,
Vorrei di lui non ricordarmi mai.
Ne creder, che tant’odio il cor m’accenda,
Che la vendetta mia più là si stenda.

Vendica il sangue suo spento Nestorre
Sol co’l non far le lodi Herculee note.
Ama te come figlio, e, se t’occorre,
Promettiti di lui ciò, ch’egli puote.
Qui volle il vecchio accorto il punto porre
À le sue grate, e ben disposte note,
E poiche ’l vin sezzaio venne, e ’l confetto,
Rinovate le guardie, andar nel letto.

Si duole intanto il doloroso padre
Di Cigno, ch’un figliuol si forte, e bello
Habbia le membra sue forti, e leggiadre
In un timido, e vil cangiato augello.
Vedendo poi, ch’à le Troiane squadre
Danno Achille ogni dì porta novello,
Diventa ogn’hor più crudo, e più maligno
Contra chi gli fè far di Cigno un Cigno.

Ma pure à la vendetta egli non viene,
Ne vuol su lui mandar l’ultimo danno.
E quando del valor suo gli soviene,
Tempra, più ch’egli può l’interno affanno.
Vedendo il crudo poi modo, che tiene
Sopra l’ucciso Hettorre il decimo anno,
Per colui vendicar pone ogni cura,
Che difendea le sue superbe mura.

Subito trova il gran Rettor del giorno,
E dice. Ó de la luce unico Dio,
Ó d’ogni altro figliuol più bello, e adorno,
Di Giove, e più gradito entro al cor mio,
Oime, che teme haver l’ultimo scorno
Quel muro, che già tu facesti, et io;
Oime, che tosto vuol l’Argiva guerra
Le tue fatiche, e mie mandar per terra.

Perche tanto t’affliggi, e ti tormenti,
C’habbia à cader de l’Asia il grande impero?
Perche più piangi tanti huomini spenti,
Onde fu il popol tuo già tanto altero?
Ond’è, che muovi i dolorosi accenti,
Per quel tanto famoso cavaliero?
Per quello Hettorre, à cui fu tanto torto
Fatto intorno al tuo muro essendo morto?

Perche lasci spirar quel gran Pelide,
C’ha la nostra città del tutto oppressa?
Quel crudel’ huom, che tanta gente uccide,
Che non n’uccide più la guerra istessa?
Deh trova Apollo homai l’arme tue fide,
Con l’arco invitto tuo ver lui t’appressa,
E con lo stral più certo, e più sicuro
Distruggi il distruttor del nostro muro.

Se qualche occasion venisse à sorte,
Onde à creder s’havesse al salso regno,
Gli vorrei far conoscer quanto importe
L’ira del mio tridente, e del mio sdegno.
E per donarlo à la tartarea corte
Non saria d’huopo il tuo ferrato legno.
Hor poich’ei non si crede al fuso sale,
Supplisci, ove manco io, tu co’l tuo strale.

Consente al Re del mar lo Dio di Delo,
Come quel, che di lui non ha men voglia.
Fa scender tosto un nuvolo dal cielo,
E fanne al suo splendor novella spoglia.
Poi vola via co’l più fidato telo,
Per vendicar di due l’ira, e la doglia:
Giunge in un volo al Troian campo, e vede
Pari, c’hor questo, hor quel con l’arco fiede.

Solo à lui si palesa, indi il riprende,
Che sa male esseguir la sua vendetta,
E che gli strali suoi vilmente spende,
Poi che la plebe sol segue, e saetta.
Và (dice) dove Achille i nostri offende,
E tira contra lui la tua saetta.
Gli mostra intanto, ove il cugin d’Aiace
Tutto il campo Troian distrugge, e sface.

Gli dona un de suoi strali, e gli ricorda,
Ch’egli fece ad Hettor l’estremo incarco.
Pari da l’ira acceso il dardo incorda,
Poi fa il legno venir talmente carco,
Che pare una piramide la corda,
E mezzo cerchio à punto assembra l’arco.
Dà nel volare Apollo al dardo aita,
E fa passare Achille à l’altra vita.

Hor te, da cui fu, Achille, ogni altro vinto,
Che fosse allhor fra noi più fiero, e forte,
Un’huomo effeminato, e molle ha estinto,
Involator de l’Attica consorte.
Se da feminil mano essere spinto
Dovevi pure al regno de la morte,
T’era più honor, che l’Amazonia guerra
Facesse il corpo tuo venir di terra.

Quel gran terror del buon campo Troiano,
Muro, et honor de la Pelasga gente,
Già consumato havea tutto Vulcano
Con la sua fiamma rapida, et ardente.
Lo stesso Dio, che con la propria mano
Formò quell’alma dura, e risplendente,
Che ’l glorioso Achille in cener volse,
Diè l’arme al busto, à l’arme il busto tolse.

Altro di si grand’huomo hor non appare,
Che polve di si poco, e debil pondo,
Ch’ogni più debil man la può portare,
E tutta la capisce un picciol tondo.
Pur vive, e ’l nome suo non può mancare;
Vola la fama sua per tutto il mondo.
La gloria sua, che eternamente vive,
Spatio à tant’huomo egual ben si prescrive.

L’arme, ch’ogni hor nel martial flagello
Solean cercando andar battaglie, e risse,
Talmente oprar, se ben restar senz’ello,
Che quasi fer, ch’à l’arme si venisse.
E fecer quasi à singolar duello
Venire il fiero Aiace, e ’l saggio Ulisse.
Per l’arme à l’arme quasi un dì si venne,
Per quel, che nel Senato Acheo s’ottenne.

Conchiuso fu dal publico Senato,
Che l’arma d’un guerrier di tanto pregio,
Render quel cavalier dovesse armato,
Che nel campo de’ Greci era il più egregio;
Colui, che più valore havea mostrato
Per favorir l’universal collegio;
E si pregò da ogn’un l’Imperadore,
C’havesse à giudicar di tanto honore.

Tempo à pensarvi il Re dubbioso tolse,
Per non errar co’l subito consiglio.
Indi à fare spiar l’animo volse,
À chi le desse il popular bisbiglio.
La voce popular la lingua sciolse,
E le dier molti al valoroso figlio
Di Telamon, molt’ altri più prudenti
Per l’Itaco guerrier mosser gli accenti.

Ulisse, che del campo Acheo gran parte
Si vede haver, ch’à tanto honore il chiama,
Tien mezzi occulti, e accorti, e con grand’arte
Cerca ottener dal Re quel, che più brama.
Aiace per le piazze, e in ogni parte,
Che si fa torto al suo valore, esclama,
Se per ventura il Re tien, che più merte
Quell’arme havere il figlio di Laerte.

Menelao, Diomede, e ogn’un, ch’intende
Dov’è rivolto il popolar discorso,
Non osa dir di se, che non intende
Di contraporsi al publico concorso.
Ogn’un del campo al Re l’orecchie offende,
E conta ciò, che in quella guerra è occorso,
Per fare inchinar lui, ch’ascolta, e tace,
Altri in favor d’Ulisse, altri d’Aiace.

Il Re, prudente, e di giudicio intero,
Per far, ch’alcun da lui non resti offeso,
Vuol, che sia l’uno, e l’altro cavaliero
Dal saggio concistoro Attico inteso.
Indi, gli Heroi del Greco illustre impero
Fatti chiamare, à lor dà tutto il peso,
Di far giudicio universale, e certo
Qual de due cavalier sia più di merto.