Le Metamorfosi/Libro Undecimo

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Libro Undecimo

../Libro Decimo ../Libro Duodecimo IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Undecimo
Libro Decimo Libro Duodecimo

 
Mentre con si soave, e dolce canto
Le selve, e le ferine menti move
L’altissimo Poeta, e fà, che ’l pianto
Spesso da gli occhi lor trabocca e piove;
Ecco servando il rito allegro, e santo
Del lieto Dio Theban, figliuol di Giove,
Veggon le Tracie nuore, ove la lira
Le piante, i sassi, e i bruti alletta, e tira.

Nel sacro à punto, et honorato giorno,
Che fanno honore à l’inventor del vino,
Trovossi Orfeo tirare à se d’intorno
La fera, il sasso, il fonte, il cerro, e ’l pino.
Mentre di vaghe pelli il fianco adorno
Fan le donne il misterio alto, e divino,
Voltò l’occhio dal mostro insano, e losco
Una, dov’era nato il novo bosco.

Calda dal troppo vino, onde ciascuna
Facea sorda venir la terra, e l’aria,
Disse tal maraviglia, e fè, ch’ogn’una
Volse gli occhi à la selva ombrosa, e varia.
E come piacque à la fatal fortuna,
Al Poeta divin fera, e contraria,
D’ire à vedere à l’insensate piacque,
Come quivi in un giorno il bosco nacque.

Subito, che la prima arriva, e vede
Colui, c’ha nel cantar tanta dolcezza;
Con questo dir l’orecchie à l’altre fiede.
Ecco quel, che le donne odia, e disprezza.
Non ascoltiam, sorelle quel, che chiede
Quest’empia lingua à darne infamia avezza,
Ma prenda dal mio colpo ogni altra essempio;
Che brama tor dal mondo un cor tant’empio.

Com’ ha cosi parlato, il braccio scioglie,
Che tenea il legno impampinato, e crudo,
Ma nel volare il pampino, e le foglie
Fanno al divino Orfeo riparo, e scudo.
Tal, che se ben nel volto il tirso coglie,
Ferita non vi fa, ma il segno ignudo.
Da questa un’altra impara, e china à basso
La mano, e per tirar prende un gran sasso.

Orfeo tanto era al suono, e al canto intento
Che non senti l’ insolito romore.
Hor mentre il sasso va fendendo il vento
Per donare ad Orfeo noia, e dolore;
La Lira ode accoppiata al dolce accento,
E pon fin da se stesso al suo furore.
Si china il sasso à piè del dolce suono,
Come de l’error suo chiegga perdono.

Ma cresce ogni hor la temeraria guerra
De l’ insolente orgoglio baccanale.
Questa una gleba, e quella un sasso afferra,
Poi fa, che contra Orfeo dispieghin l’ale.
Ben fatto ei loro havria cadere in terra
L’orgoglio co’l suo canto alto, e immortale;
Ma le trombe, i tamburi, i gridi, e l’armi
Muta fecer parer la cetra, e i carmi.

Molte vedendo star le belve attratte,
Et haver à quel suon perduta l’alma,
Le fer prigioni, e l’ubriache, e matte
Del theatro d’Orfeo portar la palma.
Ecco comincian già le pietre tratte
À far sanguigna à lui la carnal salma,
Che d’ogn’intorno à lui le donne stanno,
E fangli à più potere oltraggio, e danno.

Come s’osa talhor l’augel notturno
Mostrarsi mentre più risplende il giorno,
Ogni augel contra lui corre diurno,
E fagli più, che puote oltraggio, e scorno:
Cosi contra il nipote di Saturno
Van l’insensate à fargli un cerchio intorno,
E mentre il canto ei pur move, e la cetra,
Hora il tirso il percuote, hora la pietra.

Lanciato, c’han l’impampinato telo,
Ch’ad uso non dovea servir tant’empio,
Per fargli l’alma uscir del mortal velo,
Per dare à gli altri suoi seguaci essempio;
Cercan altre arme, e ben propitio il cielo
Hebber per far di lui l’ultimo scempio.
Vider bifolchi arar, guardar gli armenti,
C’haveano atti à ferir molti stormenti.

Altri la vanga oprare, altri la zappa,
Secondo il vario fin, c’havea ciascuno.
Hor come fuor del bosco, ù s’ara, e zappa,
Il muliebre stuol giunge importuno;
Ogni pastor da la lor furia scappa,
E lascia ogni stormento più opportuno.
Fuggon gli agresti il muliebre sdegno,
E lascian l’opra, il gregge, il ferro, e ’l legno.

Tolte le scuri, e gli altri hastati ferri,
E flagellati, e posti in fuga i buoi,
Ritornan dove fra cipressi, e cerri,
Orfeo s’aiuta in van co’ versi suoi.
Forz’è, ch’à tanti stratij al fin s’atterri
Il gran scrittor de’ gesti de gli Heroi.
Per quella bocca, ò Dei, l’alma gli uscio,
Che mosse il bruto, il sasso, il bosco, e’l rio.

Dapoi c’hebber commesso il sacrilegio
Le spietate baccanti infami, et ebre,
E potè più d’un canto cosi egregio
Lo sdegno incomparabil muliebre,
Le selve, che i tuoi versi hebbero in pregio,
Fer lagrimare, Orfeo, le lor palpebre.
Le dure Selci, à cui piacesti tanto,
Pianser l’aspra tua morte, e ’l dolce canto.

Sparser da gli occhi il distillato vetro
Gli augelli, e diero à l’aria il flebil verso.
Mosser le Ninfe il doloroso metro,
E ’l corpo ornar del manto oscuro, e perso.
Come ti vide degno del feretro
Nel bosco afllitto l’arbore diverso,
Gettò dal capo altier l’ornato crine,
E pianse le tue rime alte, e divine.

Nel bel regno di Tracia il fonte, e ’l fiume,
Che gustò le sue voci alte, e gioconde,
Fer pianger tanto il doloroso lume,
Ch’in maggior copia al mar fer correr l’onde.
Seguendo il lor sacrilego costume
Le donne incrudelite, e furibonde,
Mandato il corpo del poeta in quarti,
Sparser le varie membra in varie parti.

Gittar ne l’Hebro il capo con la Lira,
Che tanto esser solean d’accordo insieme.
Hor mentre il mesto fiume al mar gli tira,
Ogni corda pian pian mormora, e geme.
La lingua anchor senz’anima rispira,
Et accoppia co’l suon le voci estreme:
Co’l flebil de la lingua, e de la corda
Il pianger de le ripe anchor s’accorda.

Giungon nel mar piangendo il lor cordoglio
Passato fra le ripe il vario corso,
Poi fluttuando per l’ondoso orgoglio
In Lesbo al lor vagar tirano il morso.
Venir gli vide un serpe, e d’uno scoglio
S’abbassò verso Orfeo co’l crudo morso,
E già leccava il crudo, e horribil angue
La chioma sparsa di ruggiada, e sangue.

À vendicar contra le donne Orfeo
Non vuol’ il padre pio rivolger gli occhi,
C’havendo offesi i sacri di Lieo,
Lascia, ch’à lui questa vendetta tocchi.
Ma non vuol già, che ’l serpe ingiusto, e reo
Il volto del figliuol co’l morso imbocchi,
Anzi una nova spoglia al drago impetra,
E con l’aperto morso il fa di pietra.

L’ombra mesta d’Orfeo subito corse
Al regno tenebroso, et infelice,
E riconobbe ciò, che allhor vi scorse,
Che co’l canto v’entrò mesto, e felice.
Dopo molto cercar, lo sguardo porse
À la moglie dolcissima Euridice,
Dove abbracciolla, et hor sicuro seco
Nel regno si diporta afflitto, e cieco.

Non però Tioneo lascia impunito
L’error de le sacrileghe Baccanti,
Ch’oltre che profanaro il sacro rito,
E sangue fer ne’ suoi misterij santi,
Havean mandato al regno di Cocito,
Non però un’ huom de gli ordinarij erranti,
Ma quell’huom si divin, che mentre visse,
In lode de gli Dei tant’hinni scrisse.

Le donne inique Tracie, c’hebber parte
Nel crudele homicidio ingiusto, e strano,
Raguna in un gran pian tutte in disparte
Da l’altre pie, che non vi tenner mano.
I diti poi de’ piè tutti comparte
In diverse radici apprese al piano;
Ogni dito del piede entra sotterra,
E radicato in tutto al suol s’afferra.

Qual, se talhor l’augello al laccio è preso,
Quanto più scuote per fuggire i vanni,
Tanto più il lin lo stringe, e più conteso
Gliè di poter rubarsi à tesi inganni:
Cosi il piè de la donna al suolo appreso,
Quanto più vuol fuggir gli ascosi danni,
E più si scuote, e più sbrigarsi intende,
Tanto più la radice al suol s’apprende.

E mentre ogni Baccante cerca, e mira,
Dove sia l’unghia ascosa, il dito, e ’l piede,
Ch’ambi gli stinchi in un congiunge, e gira,
À poco à poco un’ altra scorza vede.
Scorgendo poi, ch’ogni hor più alto aspira
L’arbore, ad ambe mani il petto fiede,
E trova, mentre in van sfoga lo sdegno,
Che fere in vece de la carne il legno.

S’alzan le braccia in rami, il crine in fronde,
Fin ch’ogni donna un’ arbor fassi intero.
Altra in un faggio, altra in un pin s’asconde,
Altra in un’ampia quercia, altra in un pero;
Altre sterili piante, altre feconde,
Come più piacque al lor Signore altero.
Cangiate fanno à la silvestre belva
Di nove piante in Tracia un’ altra selva.

Fatta Bacco d’Orfeo l’alta vendetta
Sol contra le consorti, che peccaro,
Tirar da tigri fe la sua carretta
Verso il regno di Frigia, e seco andaro
Non sol le donne, e la baccante setta,
Ma co’ Fauni l’alunno amato, e caro,
Ch’ebro su l’asinello era il trastullo,
Per lo vario camin, d’ogni fanciullo.

Passa presso à Callipoli lo stretto,
E in Frigia se ne và verso Pattolo,
Ch’anchor d’arena d’or non correa il letto;
Poi và verso il vinifero Timolo.
Quivi del monte il vin dolce, e perfetto
Fè, ch’à dietro restò Sileno solo.
Lasciò il trionfo andar, fermossi à bere,
E poi co’l fiasco in man diessi à giacere.

Non vuol però, che giaccia, e s’addormenti
Fin, ch’alquanto del vin la testa sgrave,
Ma benche d’andar seco si contenti
Più d’un Frigio pastor, che scorto l’have.
Non può far forza à lor modi insolenti
Da gli anni il miser vecchio, e dal vin grave;
E cosi coronato, e trionfante
L’appresentaro al Re Mida davante.

Mida, à cui prima il buon poeta Orfeo,
Co’l sacerdote Eumolpo havea mostrato
Le cerimonie sante di Lieo,
E sopra tutto il suo regio apparato;
Conobbe il nutritor di Tioneo,
E l’accettò con volto allegro, e grato;
Lieto il ritenne à far seco soggiorno
Fin che ’l dì novo il Sol passò d’un giorno.

L’undecimo Lucifero nel cielo
Comparso era à far noto à l’altre stelle,
Che ’l più chiaro splendor, che nacque in Delo,
Venia per disfar l’ombre oscure, e felle.
E per fuggir s’havean già posto il velo
Dal paragon le men chiare facelle,
Quando il re Mida à Bacco render volle
L’alunno, che dal vin spesso vien folle.

Lieo co’l suo trionfo altero, e santo
Già senza havere il suo contento integro,
Vien con Sileno il Re di Frigia intanto,
E trova Bacco in Lidia, e ’l rende allegro.
Come si vide il suo ministro à canto,
Scaccia egli ogni pensier noioso, et egro;
Ringratia il Re, che gli ha colui condutto,
Che fa il trionfo suo lieto del tutto.

E per mostrarsi grato al Re, s’offerse
D’ogni don, che chiedea, farlo contento;
Di quante io posso far gratie diverse,
Se n’ami alcuna haver, di il tuo talento,
Allegro Mida allhor le labra aperse,
E per nocivo ben formò l’accento;
Io bramo, che tal don mi si compiaccia,
Che tutto, quel ch’io tocco, oro si faccia.

Lo Dio di Thebe grato al Re concesse
L’amato don, ma ben fra se si dolse,
Ch’una gratia dannosa egli s’elesse,
Che l’avaritia ad un mal punto il colse.
Poi che nel corpo suo tal gratia impresse,
Ver le superne parti il volo sciolse.
Allegro il Re di Frigia un’ arbor trova,
Che vuol di si gran don veder la prova.

D’un’Elce bassa un picciol ramo schianta,
Perde la verga il legno, e l’oro impetra.
Prende di terra un sasso, e l’or l’ammanta,
Tal, che ’l metallo ha in mano, e non la pietra.
Poi toccando una gleba anchor l’incanta,
E la fa splender d’or, dov’era tetra.
Svelle dal campo poi l’arida arista,
Et ella perde il grano, e l’oro acquista.

Lieto d’un’ arbuscello un pomo prende,
E mentre, che vi tien ben l’occhio inteso,
Di subito si lucido risplende,
Che ne’ giardini Hesperidi par preso.
In qual si voglia legno il dito stende,
Fa crescer al troncon la luce, e ’l peso.
La man si lava, e l’onda cangia foggia,
E Danae inganneria con l’aurea pioggia.

À pena può capir la sciocca mente
Le folli concepute alte speranze,
Pensa acquistar l’occaso, e l’oriente,
Certo d’haver tant’or, che glie n’avanze,
Come fa poi, che ’l cibo s’appresenta,
Cangiar fa il dito tutte le sembianze.
Subito, che la man s’accosta à l’esca,
Opra, ch’à lei la luce, e ’l peso cresca.

Se brama haver del pan per contentarne,
Secondo che solea, l’avida bocca,
Subito che l’ha in man, vede oro farne;
Dapoi con la forcina ogni esca tocca,
Ma i membri de le lepri, e de le starne
Si trasforman in or, come gl’imbocca.
Tutti i suoi cibi fuor d’ogni costume
Acquistano da l’or gravezza, e lume.

Poi c’ ha il coppier nel lucido cristallo
Posto l’auttor del don, che fa tant’oro,
Vi mesce il fresco, e puro fonte, e dallo
Al Re per dare al sangue il suo ristoro:
Et ecco assembra al più ricco metallo
Il vino, e l’acqua, e ’l cristallin lavoro;
Vien d’oro il vetro, e ’l vin cangia natura,
E pria vien liquido or, dapoi s’indura.

Il Re, cui cresce l’oro, e manca il vitto,
E ricco insieme, e povero si vede,
Del novo male attonito, et afflitto
Odia già il don, che ’l buon Lieo gli diede;
E confessando à Bacco il suo delitto,
Perdono à lui con questa voce chiede.
Toglimi ò Dio di Thebe à quello inganno,
Che par, ch’util mi faccia, e mi fa danno.

Non può il palato mio render contento
La forza del tant’or, che dà il tuo dono.
Già fame, e sete insopportabil sento,
E per lo troppo haver mendico sono.
Peccai per avaritia, e me ne pento,
E con ogni umiltà chieggo perdono;
Fa, che quel dono in me per sempre muoia,
Che quanto più mi giova, più m’annoia.

Dolce Lieo non men del suo liquore,
Poi che l’error, che fece, al Re dispiace,
Volge ver lui benigno il suo favore,
E la seconda gratia gli compiace.
Suona una voce in aria, ove il Signore
Di Frigia in ginocchion chiede al ciel pace.
Contra Pattolo ascendi verso il monte,
Fin che trovi l’origine del fonte.

Quivi, dov’esce il fonte à l’aria viva,
Ascondi il corpo ignudo in mezzo à l’acque,
E laverai quella virtù nociva,
Che già d’havere in don da me ti piacque.
Com’ei vi giunge, pose in su la riva
Le spoglie, e nudo entrò, come già nacque,
Nel fiume; e ’l pretioso suo difetto
Dipinse l’onde d’or, le ripe, e ’l letto.

Et hor dal seme de l’ antica vena
Tien la stessa virtù la terra, e ’l fiume.
Risplende d’or la pretiosa arena,
Stà l’oro in ogni gleba, il peso, e ’l lume.
Dapoi che potè il Re gustar la cena,
Ringratiato il glorioso Nume,
Si diè, de l’or spregiando il ricco lampo,
Ad habitar la selva, il monte, e ’l campo.

Non però d’esser Re di Frigia lassa,
Se ben la selva, il monte, e ’l pian l’alletta.
Con lo Dio de’ pastori il tempo passa,
Che ’l suon de le sue canne gli diletta.
La mente ha come pria stolida, e bassa,
E per nocergli anchora il tempo aspetta.
Lo stupido suo spirto, e mal composto
Vuol fargli un’ altro danno, e sarà tosto.

Dove il monte Timolo al cielo ascende,
Cantando Pan per suo diporto un giorno,
Con la sampogna sua stupida rende
Ogni Ninfa, e Pastor, ch’egli ha d’intorno.
Et osa dir (tal gloria il cor gli accende)
Ch’ad ogni illustre canto il suo fa scorno;
E sfidare osa anchora innanzi al santo
Dio di quel Monte il dotto Apollo al canto.

Timolo arbitro eletto ai novi versi
Per poter meglio udir l’orecchie sgombra
Da le ghirlande d’arbori diversi,
E fa, che sol la quercia il crin gl’ingombra.
Dove con leggiadria posson vedersi
Pender le ghiande, e far à le tempie ombra.
Con maestade in questa forma assiso,
Ch’egli è pronto ad udir, dà loro aviso.

Lo spirto Pane à la siringa aviva,
E poi fa, che la voce il verso esprime.
Ogni montana, ogni silvestre Diva
Applaude con prudentia à le sue rime.
Sol quel, che diede à la Pattola riva
La vena, onde il ricco or si forma, e ’mprime,
Scoglie più ardito à la sua lingua il nodo,
E ’l loda sopra ogni altro, e fuor di modo.

Come ha cantato Pane, il sacro monte,
Co’l ciglio accenna al figlio di Latona.
La lira allhor de l’eloquentia il fonte
Appoggia à la sinistra poppa, e suona.
Ha coronata la tranquilla fronte
Del verde allor del monte d’Helicona;
E come al citharedo si richiede
L’orna un manto purpureo insino al piede.

Come lo Dio del monte il dolce accento
Ode concorde à la soave lira,
E tien ne’ circostanti il lume intento,
E vede, ch’ogni orecchia alletta, e tira;
Dice à lo Dio del gregge, e de l’armento.
Se bene il canto tuo da me s’ammira,
Pur quel del biondo Dio mi par più degno,
E che la canna tua ceda al suo legno.

La sententia del monte ogn’uno approva,
Ogn’un co’l ciglio, e con la lingua applaude,
Che ’l dir d’Apollo più diletti, e mova,
Anchor che quel di Pan merti gran laude.
Fra tanti un sol giudicio si ritrova,
Che tal parer chiama ignorantia, e fraude:
Mida l’opinion ritien di prima,
Che Pan più dolce il suon habbia, e la rima.

Conobbe allhor lo Dio dotto, e giocondo,
Che in quel, c’havea di Frigia il regio manto,
Era perduto il dir dolce, e facondo,
E ’l gran don d’ Helicona ornato, e santo.
E, perche possa poi vedere il mondo
Con quali orecchie ei giudicò il suo canto,
Solo à se il chiama, e poi fa, che si specchie,
E mostra, ch’egli ha d’Asino l’orecchie.

Subito, che in quel senso i lumi intende,
Che scorge à l’intelletto le parole,
E che move l’orecchie, e, che le tende,
E c’ha ferine quelle parvi sole;
Sopra il deforme capo un velo stende,
Poi prega dolce il gran rettor del Sole,
Che far palese il suo danno non voglia,
Ch’ei vuol celarlo altrui sott’altra spoglia.

Fingendo, che dolor la testa offenda,
Forma d’un velo subito una fascia,
Poi fa, ch’un servo il suo volere intenda,
E d’esseguirlo à lui la cura lascia.
Ei fa, ch’un fabro gli lavori, e venda,
(E con essa al suo Re la testa fascia)
Una corona d’or superba, e quale
Si vede hoggi la mitra esser reale.

Cosi mostrò, ch’al Re si convenia
D’ornar la testa di corona, e d’oro,
Per ricoprir con qualche leggiadria
Talhor l’asinità d’alcun di loro.
Ó che gran mitra, Musa, vi vorria
Per coprire hoggi il capo di coloro,
Che con orecchie insipide, e non sane
Disprezzan Febo, e fanno honore à Pane.

Secrete alcuni dì l’orecchie tiene
Con grande affanno il castigato Mida;
Ma palesarle à quel pur gli conviene,
Che vuol, che ’l lungo crin purghi, e recida.
Promette fargli inestimabil bene,
Se tien l’orecchia sua secreta, e fida:
Ma se mai con altrui ne fa parola,
Torrà per sempre l’aura à la sua gola.

Promette il servo, e come gli ha recisa
La chioma, il corto crin purga con l’onda.
Ma non può ritener fra se le risa,
Mentre l’orecchie anchor lava, et inonda.
Por da qualche novella, ch’ei divisa,
Finge di trarre il riso, ond’egli abonda:
Gli asciuga, e copre il capo, e fra se scoppia,
Se non palesa il duol, che ’l suo Re stroppia.

Quanto più può, l’orecchie mostruose
Dentro à se stesso il servo asconde, e serra.
Ma come più non può tenerle ascose,
Pensa di publicarle almen sotterra.
Una fossa in un campo à far si pose,
E cavata che bene hebbe la terra,
Chinossi, e con parole accorte, e mute
Scoprì l’orecchie à lei, c’havea vedute.

Mormora in quella fossa, più che puote,
L’orecchie, che ’l suo Re nascoste serba;
E con veraci, e mostruose note
L’interna cura alquanto disacerba.
Copre poi co’l terren le fosse vote,
E in pochi dì comincia à spuntar l’herba.
S’ingravidò la terra di quei versi,
E fronde parturì, che calme fersi.

Cresce la canna à poco à poco, e tira
Dal padre la maledica natura.
Dentro è piena di vento, e quando spira,
Manda del padre fuor la voce pura,
E dice. Con la mitra il capo aggira
Colui, che in Frigia ha la suprema cura,
Perche l’orecchie ha d’Asino, e ricopre
Con l’oro il premio de le sue mal’ opre.

La scorta de la greggia, e de l’armento,
Ch’ode il parlar, che da la canna suona,
Et ha (mentre ad udir si ferma intento)
Stupor di quel, che ’l calamo ragiona,
Ride, e fa la sampogna, e dalle il vento,
Et ode dir, che sotto à la corona,
Che d’oro al Re di Frigia orna la testa,
Si stà nascosta un’ asinina cresta.

L’uno il palesa à l’altro, e fan, che vede,
E ch’ode ogn’un di Frigia la sampogna,
Che dice al Re, che ’l lor regno possiede,
De l’orecchia asinina onta, e vergogna.
Ó misero quel principe, che crede
Di fuggir del suo vitio la rampogna.
Che come un sallo, ad una fossa il dice,
E dona al suo parlar prole, e radice.

Lascia la nota poi l’oscura tomba,
Et esce fuore un calamo, che canta.
Onde i Poeti poi fansi una tromba,
Che ’l vitio fa saper, che in lui s’ammanta.
Tal, che ’l publico suon, ch’alto rimbomba,
Di sapere il suo mal si gloria, e vanta,
E son cantati i suoi vitij secreti
Da le publiche trombe de’ poeti.

Come s’è vendicato, lascia il monte
Timolo il padre amabile d’Orfeo,
E verso il fertil pian drizza la fronte
Propinquo al promontorio di Sigeo;
Là dove il Re Troian Laomedonte
Volea fondar nel bel paese Ideo
À la superba Troia alte le mura,
Per farla più tremenda, e più sicura.

Quando ei conobbe la spesa infinita,
Ch’era per dare à quella impresa effetto,
E che ’l cupido Re chiedea l’aita
D’alcun famoso, e nobile architetto;
Lo Dio de l’onde à questa impresa invita:
Al fin conchiudon di cangiar l’aspetto,
E darsi in forma d’huomo à quel lavoro
Per ottener dal Re si gran thesoro.

Fatto il pensiero tiransi in disparte,
E quivi di lor man fanno un modello,
Che ’l Dorico, l’Ionio, e tutta l’arte
Mai non vide il più forte, ne ’l più bello.
V’era il sito di Troia à parte à parte,
E ’l muro, e ’l torrrion fatto à pennello.
La scarpa, il fosso, la cortina, e ’l fianco
Esser non convenia ne più, ne manco.

S’appresentaro al Re co’l bel disegno,
E s’offerser voler prender l’ impresa,
E di far l’artificio anchor più degno
Ne l’opra, che sarà lunga, e distesa.
Piace al Re l’arte, e dà la fe per pegno,
Poi che s’è convenuto de la spesa,
Che come l’edificio havran fornito,
Darà lor d’oro un numero infinito.

Con tanta cura il formator del giorno
Co’l Re del mare à la bell’opra intese,
Che in breve Troia fu cinta d’intorno
Da si superbe mura, e bene intese,
Che non potè l’invidia alzare il corno
Con le biasmanti, invidiose offese.
Innanzi al Re stupita ella si tacque,
Et anche al Re la lor superbia piacque.

Subito verso il gran cospetto regio
Gli sconosciuti Dei movono il piede,
Per impetrare il convenuto pregio,
Secondo il merto, e la promessa fede.
Il Re, che ’l giuramento have in dispregio,
Per usurpare à se la lor mercede,
Nega di dover lor tal somma d’oro,
E giura falso, e spregia il cielo, e loro.

E che de l’opra, c’han prestato à l’opra,
Han come gli altri havuto il merto intero;
E con tal fronte vi ragiona sopra,
Ch’ogn’un diria, ch’ei non mentisse il vero.
Sdegnato il Re del mar, fa, che si copra
Da l’onde sue tutto il Troian sentiero,
Tutto il campo Troian sdegnato inonda,
E converte la terra in forma d’onda.

Quante ricchezze ha ’l piano, e fertil campo
Di Troia, biade, vino, armenti, e gregge,
Trovar non ponno à tanta furia scampo;
Cede ogni cosa à lui, che nel mar regge.
Apollo anchor co’l suo sdegnato lampo
Contra di Troia un’altra pena elegge,
Corrompe l’humido aere, e stempra in guisa,
Che resta da la peste ogni alma uccisa.

Punto da tanti danni il Re s’invia,
Per impetrar alcun rimedio, al tempio.
Se brami da la peste infame, e ria
Troia salvare, e da l’ondoso scempio;
Che la tua figlia Hesione esposta sia
Ad un mostro marin tremendo, et empio,
Convien, l’oracol disse. e su lo scoglio
Fe porla con d’ogn’un pianto, e cordoglio.

Mentre stava legata al duro sasso,
Venne à passar da quelle parti Alcide:
E spinta verso lei la nave, e ’l passo
Quando si bella vergine la vide;
Cercò di confortar l’afflitto, e lasso
Suo spirto con parole amiche, e fide.
E poi ch’al padre il suo parlar converse,
Con questa legge lei salvar s’offerse.

Se tu vuoi darmi, ond’io possa haver prole,
Quattro di quei cavalli arditi, e snelli,
Che de la razza sua già ti die il Sole,
Figli de presti suoi volanti augelli:
Salverò le bellezze uniche, e sole
Da gli assalti marini ingiusti, e felli.
Il Re promette, e giura. Hercole viene
Co’l mostro in prova, e la vittoria ottiene.

Ma come chiede i veloci cavalli,
Fatto al pesce marin l’ultimo scorno,
Nega il Re falso, e la risposta dalli,
Ch’al gran rettor del mar diede, e del giorno.
Sdegnato il forte, e invitto Alcide falli
Da gran militia por l’assedio intorno,
E prende le superbe, e nove mura
De la città due volte empia, e pergiura.

Tra i capitani poi giusto comparte
De la vittoria i premij, e gli alti honori,
Riguardo havendo à chi nel fero Marte
Dato havea di valor segni maggiori:
Diede al fier Telamon la miglior parte,
Et oltre à mille publici favori
Gli diè la bella Hesione, il cui bel volto
Esser dovea dal mostro al mondo tolto.

Ne restò Telamon contento forte,
Con tutta la progenie illustre loro;
Poi che quella, che presa havea consorte,
Qual ei, scendea dal Re del sommo choro.
Ma Peleo suo fratel, v’hebbe più sorte,
Ch’ottenne d’una il trionfale alloro,
Che non fu mortal vergine, ma Dea,
E tal, che ’l maggior Dio d’amor n’ardea.

Sposo è di Theti Dea sublime, et alma
Peleo: ne meno ad alterezza il move
D’haver con tanta Dea legata l’alma,
Che di poter nomar per avo Giove.
À molti vien d’haver la carnal salma
(Dicea) dal Re, che tutto intende, e move;
Ma goder d’una Dea l’amore, e ’l bene,
Hoggi ad un sol mortal fra tutti aviene.

In questa guisa sposa egli l’ottenne,
Bramando il maggior Dio l’amor di lei,
Udì, che Proteo un giorno à dir le venne.
Dà Theti orecchie alquanto à detti miei.
Tal fama un giorno batterà le penne
D’un figlio incomparabil, c’haver dei,
Che in tutte l’opre illustri, alte, e leggiadre
Fia senza paragon maggior del padre.

Si che prendi da me questo consiglio,
Homai l’amor tuo contenta altrui,
E con l’honor di si gradito figlio
Accresci novi honori à pregi tui.
Giove, ch’ode il parlar, fugge il periglio
Di generar chi sia maggior di lui:
Ne vuol, che ’l suo figliuol sia di tal pondo,
Che di Giove maggior dia legge al mondo.

Ma, perche ’l figlio, à cui già si prefisse,
Che più del padre haver dovesse honore,
D’alcun del sangue suo nel mondo uscisse,
Per dare al germe lor tanto splendore,
Chiamò à se Peleo il suo nipote, e disse.
De la figlia di Nereo accendi il core,
Invitala à la lotta alma, e gioiosa,
Che con grand’honor tuo la farai sposa.

Non amava però la Ninfa bella
Gustar quel ben, ch’ uscir suol dal marito.
Anzi contra d’amor schiva, e rubella
Fuggia d’ognun l’affettuoso invito.
E, perche come à la sua buona stella
Piacque, dal fato à lei fu stabilito,
Che potesse occupar varij sembianti,
Con nove forme ogni hor fuggia gli amanti.

Sta su’l mar ne l’Emonia un sito adorno,
Che porge un grato, e commodo diporto,
Dove due promontorij alzano il corno,
Dentro à cui si ripara un stagno morto.
E cosi bene è chiuso d’ogn’ intorno,
Che saria con più fondo un nobil porto;
Ma l’acque, che continuo il mar vi mena,
Bastan sole à coprir la somma arena.

Intorno al lago solitario, et ermo
À guisa d’un theatro un bosco ascende,
Dove in un tufo assai tenace, e fermo
Un’ antro à piè del monte entro si stende,
Ch’altrui fa dal calor riparo, e schermo
Quando nel mezzo giorno il Sol risplende,
Di forma tal, che la natura, e l’arte
Son dubbij chi di lor v’habbia più parte.

Pur l’artificio par, ch’avanzi alquanto.
Quivi mentre era il Sole alto ver l’Austro,
Che per lo cielo era montato tanto,
C’huopo gli fa di dechinar col plaustro,
Premendo ad un delfin squamoso il manto,
Theti solea ritrarsi al fresco claustro.
Dove l’ardor fuggia del maggior lume,
E giacendo chiudea tal volta il lume.

Mentre la bella Dea chiuse ha le porte
Per ricreare i sensi à la sua luce,
Intento Peleo à l’amorosa sorte,
Come disse il maggior celeste Duce,
Per farla arditamente sua consorte
Ne le sue braccia ignudo si conduce.
Ella si desta, e ’l suo desio ben scorge,
Ma non però di se copia gli porge.

Vuol l’infiammato Peleo usar la forza,
Dapoi che ’l prego il suo fin non ottiene.
D’uscirgli ella di man si prova, e sforza,
Poi si forma un augello: ei l’augel tiene.
D’un arbore ella allhor prende la scorza,
Per annullar la sua cupida spene:
Ei d’ intorno al troncon getta le braccia,
E co’l medesmo amor l’arbore abbraccia.

Per torsi al fine à l’ importuno amante
L’arbore via da se scaccia, e dismembra;
E di tigre crudel preso il sembiante
Mostra volere à lui piagar le membra.
Deh non voltare à lei, Peleo le piante,
Che tigre ella non è, se ben t’assembra.
Lascia ei la belva, e l’antro, ov’ella nacque,
Poi se’n và per placar gli Dei de l’acque.

Acceso il foco su l’altar divino,
E fattovi arder sù l’odore, e ’l gregge,
Sparge su l’onde salse il sacro vino,
Indi prega ogni Dio, che nel mar regge,
Che faccian, che ’l lor Nume almo marino
Non fugga d’Himeneo la santa legge.
A la devota, e lecita richiesta
Il Carpathio profeta alza la testa.

Verrai (gli disse Proteo) al tuo contento,
Ritorna à lei nipote altier di Giove:
E come entro à lo speco ha il lume spento,
Che in lei l’onde di Lete il sonno piove,
Legala, e non guardare al suo lamento,
Ne dubitar de le sue forme nove.
Se vuol con mille volti uscir d’impaccio,
Siasi quel, che si vuol, tien sempre il laccio.

Non la lasciar giamai fin, che non prende
Il primo suo di Dea verace aspetto.
Detto cosi lo Dio, che ’l fato intende,
Asconde in mezzo à l’acque il volto, e ’l petto.
Lo Dio, che ’l maggior lume al mondo rende,
Vicino, era à l’Hesperio suo ricetto;
E godea Theti già nel fin del giorno
Co’l volto vero il proprio ermo soggiorno:

Peleo ne l’antro desioso arriva,
E lei, che dorme, un’altra volta cinge.
Come il sonno la lascia, e si ravviva,
Di mille varie forme si dipinge.
Mai del laccio la man Peleo non priva,
Tanto ch’à palesarsi la costringe.
Come le membra sue legate sente,
Più le parole, e ’l volto à lui non mente.

Piangendo dice, Non m’havresti vinta,
Senza il favor d’alcun celeste Dio.
Ei con le braccia lei tenendo avinta,
Con dir cerca addolcirla humano, e pio.
E poi che la sua stirpe ei l’ha dipinta,
L’induce à consentire al suo desio;
L’abbraccia, e bacia mille volte, e mille,
E le fa grave il sen del grande Achille.

Potea sopra ogn’ altro huom dirsi beato
Peleo per tal consorte, e per tal figlio;
Se non havesse il suo ferro spietato
Del sangue del fratel fatto vermiglio.
Poi c’ hebbe ucciso Foco gli fu dato
Dal mesto genitor perpetuo essiglio.
Onde con pochi misero, e infelice
N’andò in Trachinia al regno di Ceice.

Lucifero già diè Ceice al mondo,
Che la Trachinia patria possedea,
E in volto limano, amabile, e facondo
Quieto, e senza guerra ivi reggea:
E ben nel volto suo grato, e giocondo
Il paterno candor chiaro splendea.
È ver, ch’allhor dissimile à se stesso
Era, e gran duolo havea nel volto impresso.

Come Peleo vicin la terra scorge,
Dove ha molti congiunti, e confidenti,
Questo consiglio à quei da saggio porge,
C’havea con lui per guardia de gli armenti.
Poi che ’l nostro destino, empio ne scorge,
À la mercè de le straniere genti;
Fate co’l gregge qui cauti soggiorno,
Fin che dal Re con la risposta io torno.

Da pochi accompagnato, entro à le porte
De la città ne và co’l proprio piede.
Poi che gli fu permesso, entro à la corte
Passar fin dove il Re grato risiede,
Con modi humili, e con parole accorte
Co’l ramo, che dimostra amore, e fede,
Appresentato al Re, noto gli feo,
Com’era giunto il suo cugin Peleo.

E de l’essiglio la cagion mentita
Disse, ch’essendo al padre in ira alquanto,
Havea fatto pensier passar la vita
Sotto il governo suo benigno, e santo:
E come da la sua gratia infinita
Havea sicura fè d’ottener tanto,
C’havrebbe in corte loco, over nel regno,
Che non saria del suo cugino indegno.

Il grato Re, che subito s’accorse,
Ch’era Peleo nipote al Re superno,
Ver lui con dignità se stesso porse,
E l’abbracciò con vero amor fraterno.
Tanto grata accoglienza in lui si scorse,
Che aperse ne la fronte il core interno;
Mostrò ver la moglier l’istesso ciglio,
E poi baciò più volte il picciol figlio.

E poi che mostrò il volto, e ’l core aperto,
E satisfè con l’accoglienza à pieno,
Volle, per farlo del suo amor più certo,
Scoprir con questo dir l’interno seno.
Se ’l regno mio la plebe senza merto
Con volto à se raccoglie almo, e sereno;
D’un chiaro huom, che farà per mille prove,
Che sia, come son’ io, nipote à Giove ?

D’ogn’uno è il regno mio rifugio, e nido,
Hor, che sarà d’un mio caro congiunto ?
Il nome del cui sangue in ogni lido
Con gran gloria di voi superbo è giunto.
Con quella mente al tuo valore arrido,
Che vuol l’amor, ch’à venir qui t’ ha punto.
Non mi pregar, ma i lumi intorno intendi,
E quel, che fa per tè, sicuro prendi.

Ciò che qui scorgi mio, prendi pur tutto,
Volesse Dio, che meglio vi scorgessi.
Non può tenere in questo il viso asciutto,
Ma manda fuor sospir cocenti, e spessi.
Signor (disse Peleo vedendo il lutto)
Vorrei, che la cagion tu mi dicessi;
Che se per virtù d’huom si potrà torre,
Per te la propria vita io son per porre.

Non può (rispose il Re) l’humana forza
Trovar rimedio à miei perpetui danni.
L’augel, che tanti augei spaventa, e sforza,
Che batte si veloce in aere i vanni,
Già si stava in viril serrato scorza,
E solea menar meco i giorni, e gli anni;
Poi l’aspetto viril perdè primiero,
Per farmi ogni hor vestir lugubre, e nero.

Ei fu Dedalion per nome detto,
E nacque anch’ei di quel bel lume adorno,
Che chiama de l’Aurora il vago aspetto
À dar co’l suo splendor principio al giorno.
Nacque di quello ardor lucido, e netto,
Che cede solo al Sole, e al Delio corno;
Che la sera primier compar nel cielo,
E ne l’alba è più tardo à porsi il velo.

Fu mio fratello, e quanto à me la pace
Piacque di conservar ne la mia terra,
Tanto ei feroce, e piu d’ogni altro audace
Più d’ogn’altro essercitio amò la guerra.
Et hoggi anchora augel forte, et rapace
Con l’unghie ogni altro augel feroce afferra;
Se ben la prima sua cangiò figura,
Non però l’aspra sua cangiò natura.

Di questo mio fratel Chione, una figlia
Di spirito, e di volto unica nacque:
Che fece ogni huom stupir di maraviglia;
Tutti n’arse d’amore, à tutti piacque.
Quel, che d’Eto, e Piroo regge la briglia,
Dal primo dì, che ne la culla giacque,
Tre lustri havea co’l suo girare eterno
Fatto à mortai sentir la state, e ’l verno.

Tornando un dì da Delfo il biondo Dio
À caso ver costei volse la fronte,
E in lui d’amor destar novo desio
L’uniche sue bellezze altere, e conte.
Di Giove il nuntio anchor gli occhi v’aprio
Tornando à caso dal Cellenio monte;
E come l’occhio cupido v’intese,
Non men del biondo Dio di lei s’accese.

Come con gli occhi il ciel notturni scopra
De ladri i cauti furti, e de gli amanti,
Apollo, ovunque Chione si ricopra,
Pensa goder gli angelici sembianti.
Non attende Mercurio, che di sopra
Risplendano i bei lumi eterni, e santi;
Ma dalle , come sola esser l’ intende,
Co’ serpi il sonno, e grave il sen le rende.

Tosto che vede in ciel la notte oscura
Sopra il carro stellato andare in volta
Apollo, ad una vecchia il volto fura,
Ch’ esser custodia à lei solea tal volta.
Com’ella scorge la senil figura,
E le temute sue parole ascolta,
Con quella entra à goder l’usate piume,
Da cui prendea l’essempio, e ’l buon costume.

Ma poi che rimaner fè il sonno morto
Lo spirto, che solea lei tener viva,
Co’l suo volto primier l’amante accorto
Gode il bramato amor de la sua Diva.
Come l’ha dato l’ultimo conforto,
E scopertosi quel, che ’l giorno avviva,
Lascia l’amato volto almo, e giocondo,
Poi nel ciel torna à dar la luce al mondo.

Per nove segni il Sol girando intorno
Havea su’l carro il suo splendor condutto,
E de l’andate Lune il nono corno
Havea renduto al sen maturo il frutto:
Quando veder fe Chione un figlio al giorno
Simile ne le astutie al padre in tutto.
Il pronto dir, le man rapaci, e ladre
No’l fer degenerar punto dal padre.

La dotta, e soavissima favella
Fea parer nero il bianco, e bianco il nero:
E intanto con la man fugace, e fella
De l’ or lasciava altrui scarco, e leggiero.
E, perche la sua prole fu gemella,
Oltre à colui, ch’ era nemico al vero,
Ch’Autolico nomar del biondo Dio
Un figlio più felice al mondo uscio.

Fu detto Filemone, e con la cetra
Rendea si caro, e si soave il canto,
C’havrebbe intenerito un cor di pietra,
E mosso in ogni cor la pieta, e ’l pianto.
Chi troppo alto favore, e gratia impetra
Da l’anime del regno eletto, e santo,
Talhor di tal superbia accende il core,
Ch’ ogni havuto favor torna in dolore.

Che giova haver due Numi havuti amanti?
Che giova haver di lor gemella prole?
Che havere un padre il più forte fra quanti
Forti vide giamai girando il Sole ?
Che d’haver tratti i bei corporei manti
Da quel, che regge l’universa mole ?
Noce il troppo ottener da gli alti Dei
Tal volta, e, per ver dir nocque à costei.

Poi che la sua beltà, via più che humana,
Accesi hebbe due Dei di tanto merto,
Di se medesma gloriosa, e vana
L’interno orgoglio suo veder fe aperto.
E disse, che nel volto di Diana
Scorgea più d’uno error palese, e certo,
E volea con l’altrui mostrar dispregio,
Ch’ella un sembiante havea di maggior pregio.

La Dea sdegnata il nervo incocca, e tira,
E poi l’occhio, e lo stral co’l segno accorda:
Fin ch’esser l’arco un mezzo tondo mira,
E come una piramide la corda;
La destra poi, dov’ha sempre la mira
L’occhio, lascia volar la freccia ingorda;
L’arco almen curvo fin torna prescritto,
E ’l nervo perde l’angulo, e vien dritto.

La freccia và ver Chione empia, e superba,
E la peccante lingua à lei percuote.
Com’ella sente la percossa acerba,
S’arma à doler, ma scior non può le note.
Macchiando del suo sangue i fiori, e l’herba,
Pone à giacer l’impallidite gote;
E furo i fiori, e l’herba il regio letto,
Dove l’aura vital spirò dal petto.

Miser quanta sentij pena, e cordoglio,
Vedendo spento in lei per sempre il Sole.
Volli al fratello il duol torre, e l’orgoglio
Con le fraterne, e debite parole;
Ma cosi m’ascoltò, come lo scoglio
Il mormorar de l’onde ascoltar suole:
Anzi con grido tal s’ange, e flagella,
Che mostreria men duolo una donzella.

Ma poi, che in mezzo ai foco arder la vede,
Per l’intenso dolor confuso, e cieco,
Fà quattro, e cinque volte andare il piede
Per gittarsi nel foco, et arder seco:
Ben da noi si ritien, ma in se non riede;
Vuol darsi in tutto al sotterraneo speco;
E ver la cima del Castalio monte
Con gran velocità drizza la fronte.

Si come il bue talhor corre lontano,
Che tutte insanguinate habbia le spoglie
Da l’ostinato, e perfido tafano,
Che vuol satiar su lui l’ingorde voglie:
Tal corre furioso il mio germano
Punto da le novelle interne doglie.
Che più de l’huom corresse allhor mi parve,
E l’ale havesse à piè, si tosto sparve.

Ver la cima del monte il passo affretta
Tanto, ch’al giogo più sublime arriva,
Dove con un gran salto in fuor si getta,
Per mandar l’alma à la tartarea riva:
Ma ’l pio rettor del lume non aspetta,
Che renda del mortal l’alma anchor priva;
La sua spoglia carnal veste di piume,
E fa, ch’in altra forma ei gode il lume.

Forma molto minor l’alata scorza,
Curva l’artiglio, e ’l rostro empio diviene,
E serba anchor più grande animo, e forza,
Ch’al picciol corpo suo non si conviene.
Sparviero ogn’ altro augello affronta, e sforza
E di rapina il suo mortal mantiene.
E mentre ingiusto altrui, doglia altrui porge,
Cagiona in me quel duol, che in me si scorge.

Mentre racconta à Peleo il Re Ceice,
Del suo fratello il fato acerbo, e reo,
Un gentil’huom del Re s’accosta, e dice;
Com’è giù ne la corte un huom plebeo,
Che mostra alcuno incontro empio, e infelice
Haver da dire al suo signor Peleo.
Il Re, che brama anch’ei saperne il tutto,
Comanda, che ’l plebeo venga introdutto.

Come il rustico appar nel nobil tetto
Dal corso afflitto, subito, e veloce,
Senzi haver l’occhio al regio alto cospetto,
Come fosse in un campo, alza la voce.
Pur con difficultà scopre il concetto
Dal caso oppresso insolito, et atroce.
Quindi ogn’un vede, al grido, et à l’affanno,
Che brama di contar presto un gran danno.

Di ferro ò Peleo, ò Peleo, e d’ardimento
À fiero incontro t’arma, e disperato,
Che perdi, se tu tardi un sol momento,
Quel poco ben, che al mondo t’è restato.
Non far, ch’ io getti le parole al vento,
Ma dovunque io m’invio, me segui armato;
S’armi ogni amico tuo di ferro, e d’hasta,
E soccorriamo al mal, che ne contrasta.

Lo stupefatto Re con Peleo vole,
Che colui, che custodia era à gli armenti,
Nominato Anetor, con più parole
Questo novo infortunio rappresenti.
Dice egli; Era arrivato al punto il Sole,
Ch’à piombo quasi manda i raggi ardenti,
Quand’io m’oprai, che le giuvenche, e i tori
Fuggisser presso al mar gli estivi ardori.

Quel bue sopra l’arena aquosa giace,
E del mar guarda il copioso fonte;
Questo di star nel bosco si compiace;
Notando un’ altro sol mostra la fronte.
Una folta foresta alta, e capace
Dal mar si stende insino al piè del monte;
La selva nel suo centro un tempio chiude,
Dov’entra il mare, e forma una palude.

Per oro, ò per colonne alte, e leggiadre
Non si può dir l’ascoso tempio altero;
Ma bene è sacro à le Nereide, e al padre,
S’un pescator, che v’è, non mente il vero.
Fra quanti mai la nostra antica madre
Mostri creò nel nostro ampio Hemispero,
Fur nulla à par d’un lupo altero, et empio,
Ch’uscì non so del bosco, ò pur del tempio.

In quanto à me del tempio il credo uscito,
Come de’ marin Dei sferza, e flagello;
E spirto sia del regno di Cocito
Per quel, che mostra il dente iniquo, e fello.
Però che non saria di fare ardito
Fra tanti huomini, e can tanto macello.
Ch’un lupo natural mai non s’accosta,
Se molti huomini, e can gli fan risposta.

L’aura tutto è velen, che spira il petto;
Qual folgor ciò, che incontra, arde, e consuma,
Di spuma, e sangue ha ’l volto, e ’l pelo infetto;
De l’occhio il foco brucia, ovunque alluma;
È fame, e rabbia il suo vorace affetto;
Ma per quel, ch’ io ne senta, e ne presuma,
Più tosto è rabbia, poi che le sue brame
Non cercan co’l mangiar nutrir la fame.

L’esca, che ’l può nutrir, posta in oblio,
Solo à ferir l’armento, e ’l gregge intende;
E come appicca il dente ingiusto, e rio,
No’l suol lasciar, se in terra il bue non stende.
Per castigar l’ ingordo suo desio
L’arme ogni tuo pastor contra gli prende:
Ma, perche siam di lui men liberi, e forti,
Molti lasciati n’ ho piagati, e morti.

È la palude, e ’l mar tutto homai sangue:
Ma veggio, che nel dir troppo m’attempo.
Vegniamo à l’armi pur per farlo essangue,
Ne dispensiam ne le parole il tempo;
Che per lo bue, ch’anchor vivendo langue,
Noi giungerem per aventura à tempo;
Prendiam pur l’arme, e andiamo insieme uniti,
Per far, che ’l bue, ch’anchor vive, s’aiti.

Havea l’afflitto Peleo il tutto inteso,
Pur poco era il suo cor mosso dal danno;
Ma ben del parricidio il grave peso
Infinito al suo cor portava affanno:
Che vedea ben, che ’l lupo, il quale offeso
L’armento havea co’l dente empio, e tiranno,
E ’l guasto gregge, e l’infelice essiglio,
Da la Ninfa nascea priva del figlio.

Discorse, che la madre disperata
Per la crudele al figlio occorsa sorte,
Per far la pompa funeral più grata,
Contra l’armento suo mandò la morte.
Comanda il Re, che la sua gente armata
La massa corra à far fuor de le porte,
Che per assicurar la sua contrada
Vuol contra il mostro anch’ei stringer la spada.

Hor mentre à ragunar la gente, e l’arme
S’ode la voce, il timpano, e la tromba,
E comanda, ch’ogn’un s’unisca, e s’arme,
Contra chi dà tant’huomini à la tomba;
Et ogni suono, e bellicoso carme
Per la cittade alto rimbomba;
Alcione la Reina ode, e le pesa,
Che ’l Re s’accinga anchora à questa impresa.

Ne la medesma forma, in cui trovosse
Non bene acconcia anchor la bionda chioma,
Fuor de la stanza sua secreta mosse
Per gire al Re la sua terrena soma.
E ’l pregò, ch’à non gir contento fosse,
Dove tanti animai la belva doma.
À fin, che ’l general del regno pianto,
Non vesta per due morti il nero manto.

Poi c’hebbe Peleo alquanto havuto il core,
Dubbio disse à la donna alta, e reale.
Lascia da parte pur tutto il timore,
Ch’ io non vò riparar con l’arme al male.
E tu benigno Re fa, che ’l furore
Cessi de l’huom nel Lupo empio, e fatale;
Però ch’ in vece à me convien de l’arme
Placar gli Dei del mar co’l santo carme.

Siede sopra una rocca un’alta torre,
Che scopre intorno à molte miglia il mare,
Là sù cerca Peleo la pianta porre;
Che quivi il santo officio intende fare.
Montati veggon l’animal, che corre,
E questo armento, e quel cerca atterrare.
Dove fa loro altier tal danno, e scorno,
Ch’al toro nulla val l’ardire, e ’l corno.

Quindi tendendo verso il mar la palma
Peleo, con le ginocchia humili, e chine;
Psamate (disse) Dea cerulea, et alma,
Deh vogli à tanta strage homai por fine.
De l’error, che già fei, pentita ho l’alma,
Contra l’humane leggi, e le divine;
E con quella humiltà, che posso, e deggio,
À la tua maestà mercede io chieggio.

Nulla à quel prego Psamate si move,
Ne il ciel, ne il mar, ne l’aere ne fa segno.
Ben chiaro scorge il nipote di Giove,
Che d’esser essaudito, ei non è degno.
Ma con preghiere raddoppiate, e nove
Theti, che anch’ella è Dea del salso regno,
Rompendo in humil voce la favella,
Ottenne questo don da la sorella.

Come il prego di Theti al segno è giunto,
Nel mezzo al mar si vede acceso un foco,
Come fa sopra l’acqua vite à punto,
Che da la superfice ha l’esca, e ’l loco.
Torta, e lunga piramide in un punto
Finisce, e s’alza al cielo à poco à poco,
Lascia poi tanto basso il mare in flutto,
Che gli occhi il suo splendor perdon del tutto.

Visto dal mare il foco al ciel salito
Theti ver la sorella alzato il grido,
Sicura, che ’l suo prego habbia essaudito,
Co’l cor le rende gratie humile, e fido.
Gli occhi dapoi co’l cor santo, e contrito
Dal mar voltaro al sanguinoso lido,
E veggon, dando l’occhio al Lupo altero,
Che la bontà del sangue il fa più fero.

Non molto poi, mentre aventarsi intende
Ad un vitello candido, e maturo,
Scorgon, che ’l piede arresta, e, che no’l prende,
E fassi bianco il suo colore oscuro.
Tanto, che facilmente si comprende,
Ch’egli è in forma di Lupo un sasso duro;
Che ’l color mostra, e ’l non mutar del passo,
Ch’ei non è più di carne, ma di sasso.

Lodan le Dee del mar, poi se ne vanno
Per celebrare il sacrificio santo
Ne’ campi, dove ha fatto il Lupo il danno,
Che mostra haver lontan di marmo il manto.
Trovatol vera pietra, splender fanno
Il foco su l’altar co’l sacro canto,
Ridendo quello armento il foco acceso,
Che dal mostro crudel non venne offeso.

Ma non molto però comporta il fato,
Che Peleo stia nel regno di Ceice.
Qual si sia la cagion, prende commiato,
E và sbandito misero, e infelice.
Pur de Magneti il Re benigno, e grato
Luogo nel regno suo non gli disdice;
Purgollo Acasto (e seco il tenne in corte)
Dal grave error de la fraterna morte.

Intanto il Re Ceice il dubbio petto
Turbato da si strani empi portenti,
Onde il fratel cangiò l’humano aspetto,
Ond’ei vide di Chione i lumi spenti,
Pensa passare in Claro al santo tetto
D’Apollo, dove i suoi veraci accenti
Contentan l’huom, che prega humile, e chino
Di quel, ch’ama saper del suo destino.

Ben di Delfo era il Tempio men distante,
Dov’egli il fato anchor dicea futuro,
Ma la guerra crudel del Re Forbante,
Non lasciava il camino esser sicuro.
Però da Claro le parole sante
Pensò impetrar co’l cor devoto, e puro;
Se ben dovea tentar gli ondosi orgogli,
Verso l’Icaro mar fra mille scogli.

Ma come ei scopre al suo pensiero il velo,
E che la moglie intende il suo consiglio;
Sente arricciarsi subito ogni pelo,
Dal mare spaventata, e dal periglio.
Correr sente il tremor per l’ossa, e ’l gelo,
Pallida il volto, e lagrimosa il ciglio;
Tre volte ella sforzossi, e parlar volse,
E tre volte il sospiro, e ’l pianto sciolse.

Al fin palesa à lui l’afflitta mente,
Benche la trista, e timida favella
Dal pianto, e dal sospir rotta è sovente,
Secondo che ’l dolor l’ange, e flagella.
Qual colpo, ohime dicea, qual mal consente,
Che già ver me la mente habbi ribella ?
Qual’ ho commesso error? qual trista sorte
Vuol farti abbandonar la tua consorte ?

Misera me, dov’è quel tempo gito,
Che non solevi mai lasciarmi un punto ?
Misera, già di me sei fastidito ?
Già puoi da l’amor mio viver disgiunto ?
Già il grande amor dal tuo core hai sbandito,
Che t’havea da principio il petto punto?
Quel ben, che mi volesti, hai già dimesso,
E m’ami haver da lunge, e non da presso.

Se fosse almeno il tuo camin per terra,
Se ben ne sentirei non men dolore,
Pur non havrei de la spietata guerra
De l’implacabil mar noia, e timore.
L’empia vista del mare è, che m’atterra,
E sempre il mio timor rende maggiore.
Pur dianzi con questi occhi portar vidi
Pezzi di rotte navi à nostri lidi.

Ho letto spesso anchor su bianchi marmi,
Ultimo albergo à le terrene some,
Che quel, che discriveano i sacri carmi,
Non havea nel sepolcro altro, che ’l nome:
Perche del mar l’ irreparabili armi
Havean le membra sue sommerse, e dome;
Ne creder meno i venti haver rubelli,
Perche il lor Re per genero t’appelli.

Come son sprigionati in aere i venti,
È tutto in poter lor la terra, e ’l mare,
Ne ’l padre mio con tutti i suoi argomenti
Al folle lor furor può riparare.
Fanno uscir de le nubi i fuochi ardenti,
E veder prima il lampo, e poi tonare.
Sendo fanciulla ben gli conobbi io
Ne la scura prigion del padre mio.

E quanto più gli ho conosciuti, tanto
Mi par, che mertin più d’esser temuti.
Hor quando à me non vaglia il prego, e ’l pianto,
Ne possa oprar, che ’l tuo parer si muti,
Ti prego per quel nodo amato, e santo,
Orde amor ne legò, che non rifiuti,
Ch’ io venga appresso al mio dolce consorte,
Si che parte habbia anch’ io ne la sua sorte.

Ch’almen non temerò, se teco io vegno,
Del mal, ch’anchor non noce, e non minaccia.
S’io stò, parrammi ogn’ hor, che ’l salso regno
Sdegnata contra te mostri la faccia.
Là dove forse il tuo felice legno
Il vento in poppa havrà, nel mar bonaccia;
Sarà fra noi comune il danno, e ’l bene,
Ne temerò del mal, fin che non viene.

Il Re, che ’l pianto, e ’l grande amore intende,
Onde l’afflitta moglie ha molle il lume,
Se ben non cede al prego, e non s’arrende,
Forz’è, che stilli anch’ei da gli occhi il fiume.
E, perche fiamma uguale il cor gli accende,
Prega, che più per lui non si consume.
Le dice la cagion, perche si parte,
Ne vuol, che nel periglio, ella habbia parte.

Ogni ragion di maggior forza trova,
Per far coraggio al suo timido petto.
Ma non però la misera l’approva,
Ne può farla sicura dal sospetto.
Di punto in punto il suo pianto rinova,
E mostra à mille segni il grande affetto.
Con questa voce al fin grata, et accorta
Alquanto l’acquieta, e la conforta.

Ogni tardanza al mio pensier fa danno;
Ma per quei raggi io ti prometto, e giuro,
Ch’à la paterna stella il lume danno,
Che mi vedrai star dentro al patrio muro,
Pria, che Delia due volte il nero panno
Ponga al suo lume, e in tutto il renda oscuro.
Sarò (se ’l ciel vorrà) nel patrio seno,
Pria che due volte il tondo ella habbia pieno.

Dato che l’ ha di subito ritorno
In quanto al buon voler sicura speme,
Seco abbandona il regio alto soggiorno,
E và, dove l’attende la trireme.
Com’ella fuor de l’uno, e l’altro corno
Del porto vede il mar, ch’ondeggia, e freme,
Come sempre suol far vicino al lido,
Vien meno à piè del suo marito fido.

Presaga del suo mal la donna cade,
Fa venire il marito il fresco fonte,
E pien d’affettuosa caritade
Spruzza, per farla risentir, la fronte.
Tosto, ch’ella ha lo spirto in libertade,
Il lume à le bellezze amate, e conte
Alza, e di novo lagrimando il prega:
E ’l Re con gran pietà piangendo il nega.

Si diero al fin gli abbracciamenti estremi,
Poi di perfetto amor dato ogni segno,
Monta sopra lo schifo, e da due remi
Si fa il Re trasportare al maggior legno.
Forz’è, ch’Alcione un’altra volta tremi,
E mandi à terra il suo mortal sostegno.
Tien poi, come s’avviva, il lume intento
Dove anchor la galea và senza vento.

Dal porto solcan via l’humil bonaccia
Gli schiavi, c’havea il Re fra mille eletti,
E con l’ ignude, e poderose braccia
Tirano i lunghi remi a’ forti petti.
Il pin dal gemino ordine si caccia
Ogn’hor via più lontan da patrij tetti.
Nel tempo istesso ogn’uno il remo affonda,
E fa lucida in su risplender l’onda.

Mentre và il legno anchor vicino al lido,
E discerner anchor possono il volto,
Ella riguarda il suo marito fido,
Che ne la poppa à lei tien l’occhio volto.
Risponde quinci, e quindi il cenno, e ’l grido:
Ma poi che di conoscersi è lor tolto,
Se ben più non si parla, e non s’accenna,
Ei dà l’occhio à la terra, ella à l’antenna.

Tosto, che fuor del porto esser si mira
Il comito, e spirare il vento sente,
Altissime le corna à l’arbor tira,
Da poi, che ’l vento, e l’onda gliel consente.
Esce del sen Maliaco, e tien la mira
Ver l’odorato, e lucido oriente.
E tanto innanzi il pinge il carco velo,
Ch’altro non veggon più, che ’l mare, e ’l cielo.

Come à la vela sventurata il lume
De l’infelice Alcione più non giunge,
À trovar và le sue vedove piume,
Dove maggior dolor la ’ngombra, e punge.
Che ’l letto, e ’l loco, dove per costume
Con Himeneo la sposa si congiunge,
Rimembra à lei, che gli arbori, e le sarte
Tolgono al letto suo la miglior parte.

Ne l’hora, che ’l figliuol d’ Hipperione
(Mentre à coprir si va) raddoppia l’ombra,
E fa, che la fanciulla di Titone
La notte da gli Antipodi disgombra,
Vien fuor superbo contra l’Aquilone
L’Austro, et appresso l’ Euro il cielo ingombra:
E fan con frequentissime procelle
Superbo alzare il mar fin à le stelle.

Il buon padron, che ’l mar biancheggiar vede
Ne l’hora, ch’à mortai la notte torna,
E che la rabbia, che contraria fiede,
Dal suo primiero intento il pin distorna;
Poi che ’l fischio non val, co’l grido chiede,
Ch’abbassi l’artimon l’altere corna;
Che con vela minor si prenda il vento,
Per haver men sospetto, e men tormento.

Ma l’onda, la procella, il vento, e ’l tuono
Non lascia di chi regge udire il grido:
Pare ogn’un volontario, ov’egli è buono,
Cerca d’assicurare il comun nido.
À remi alcun, ch’anchor distesi sono,
Dentro un albergo dar cerca più fido.
Dal mar altri assicura i lati, e ’l centro,
Che se i nemici han fuor, non gli habbian dentro.

Altri di dare à l’arbor minor panno
Su l’antenna minor prende il governo,
E mentre dubbij, e senza legge vanno,
Nel ciel cresce, e nel mar l’horribil verno.
La terra già lo Dio, che tempra l’anno,
Havea lasciato un tenebroso inferno,
E i venti più feroci d’ogn’ intorno
Fean più superbo à l’onde alzare il corno.

Ei medesmo non sa dove habbia il core
Quel, che gli ufficij, e gli ordini comparte.
Facciasi quel, che vuol, commette errore,
Tanto è ’l travaglio suo maggior de l’arte.
Pur pensa per men mal l’ondoso horrore
Scorrendo andar ver la Tracense parte.
Ne può quindi da scogli essere offeso,
Che tien d’andar fra Sciro, et Aloneso.

Co’l grido l’huom, con lo stridor la corda,
Co’l fremer l’alto mar, co’ venti il cielo
Rende ogni loro orecchia inferma, e sorda,
Oltre al romor, che fà la pioggia, e ’l gielo.
Con tanto horrore, e stratio il tuon s’accorda,
Che porta seco in giù l’ethereo telo.
À romper l’onda il mar tant’alto poggia,
Che sparge i nembi, e ’l ciel d’un’altra pioggia.

Forma una valle si profonda, e scura
Il mar fra l’una, e l’altra onda, che sorge;
Che mentre in aere il breve lampo dura,
La nera arena in fondo al mar si scorge.
Giunge la valle, ù la tartarea cura
Mille pene diverse à l’ombre porge.
La spuma è luminosa in cima al monte,
La valle è il nero stagno di Caronte.

Seguendo il corso suo l’afflitto legno,
Hor pargli in cima à l’alpe andare à volo,
E guardando à l’ ingiù vedere il regno
De le perpetue lagrime, e del duolo.
Quando il fa poi cader l’ondoso sdegno,
Gli par veder dal basso inferno il polo.
Il combattuto pin geme, e risuona,
Qual se l’ariete, e ’l disco il muro intuona.

Come contra la squadra ardito, e fero
Corre il leone, e l’hasta, che l’offende:
Chi và contra il legno il mare altiero,
E contra ogn’un, che di salvarlo intende.
Co’l mare in lega il vento aquoso, e nero
Più forza à l’onda incrudelita rende.
Mostra ella al pin co’l suo montar tanto alto,
Che ’l vuol per forza havere, e per assalto.

Già tolta ha il mar la pece, e l’atra veste,
La qual le congiunture al legno asconde,
E le fessure già molte, e funeste
Donano il passo à le mortifere onde.
Legenti sbigottite esperte, e preste,
Accio che il lor navilio non s’affonde,
Tornan nel mare il mare, e cerca ogn’uno
Far riparo al suo assalto, empio, e importuno.

Aperto Noto de la veste il lembo,
Versa giù tanta pioggia, e tanto gielo,
Che voi direste trasformato in nembo
Cader tutto nel mar l’ethereo cielo.
Ben veggon quei, che’l pin porta nel grembo,
Che l’alma è per lasciare il carnal velo,
Che ponno à tanto oltraggio, à tanto assedio
Con gran difficultà trovar rimedio.

Non è men grave la gonfiata vela
Dal mare, e da la pioggia, che dal vento.
Il ciel, ch’ogni suo foco ammorza, e cela,
Porge al notturno horror più gran spavento.
Pur da nembi il balen talhor si svela,
E fa lor lume, e fugge in un momento.
In mille luoghi ha già l’ondoso torto
Sdruscito il legno vivo, e tolto il morto.

Mentre il portello aperto han quei di sopra
Per trar via il mar, che sotto in copia abonda,
E che per via gittarla ogn’un s’adopra,
Superba, quanto puo, vien dentro un’onda;
E porta in mar colui, ch’intento à l’opra
Tiene il portello, e lui co’l legno affonda.
Altero il mar per la nova apertura,
Assalta la città dentro à le mura.

Qual se talhor da fochi, et da tormenti
La battuta cortina à terra cade,
Fra mille un de più fieri combattenti
Spronato da l’honor, che ’l persuade,
Entra in disnor de le nemiche genti
Per l’erta, e nova via ne la cittade ,
La qual face il sospetto, e ’l duol maggiore,
Da poi, ch’ella i nemici ha dentro, e fuore:

Cosi dapoi ch’un’ onda dentro al legno
Ha preso ardir d’offender gl’ infelici;
Cresce dentro il timor, di fuor lo sdegno,
Dapoi che dentro, e fuore hanno i nemici.
Sicuri, che gli affondi il salso regno,
Piangono altri parenti , altri gli amici,
E chiaman di colui santa la sorte,
Che ’l funerale officio hebbe à la morte.

À qualche patrio Dio questi fa voti,
In cui particular suole haver fede,
E dicendo ver lui versi devoti
Tende le braccia al ciel, se ben no’l vede.
Altri piange i fratelli, altri nepoti,
Altri il figliuol, che sia pupillo herede.
Altri per la consorte sente affanno,
Che resti grave, e vedova il prim’anno.

Ma quel, c’ha sempre in bocca il Re Ceice,
È de la dolce sua consorte il nome.
Gli par vederla misera, e infelice
Graffiarsi il volto, e lacerar le chiome.
Alcione dolce mia, sovente dice,
Qual vita fia la tua? qual fato? come
Ver giudicio farai dopo alcun giorno,
Che m’habbia il crudo mar tolto il ritorno?

Pur se ben una sol nomina, e chiama,
S’allegra, che ’l navilio non la serra.
Volger verso la patria il ciglio brama
Per salutar la moglie, e la sua terra;
Ma la notte infelice in modo il grama,
Il vario corso, e la marina guerra,
Che non ha più per ritrovar consiglio
Dove voltar per salutarla il ciglio.

L’arti si veggon già mancar del tutto,
Perduta in ogni parte hanno la speme:
Pur mentre cercan fare il legno asciutto,
Et aiutar le lor fortune estreme;
Se n’entra altero il crudo, e horribil flutto,
E co’l turbin del vento urtano insieme
Ne l’arbor, che tenea già l’artimone,
E ’l danno al mar, c’ hà tolto anch’il timone.

Piangendo intanto apportan quei di sotto,
Che ne la prua, ne’ lati, e ne la poppa
È fesso in mille parti il legno, e rotto,
E i cunei invola il mar tutti, e la stoppa.
À questo estremo il comito ridotto,
Dapoi ch’indarno il legno si rintoppa,
Cerca co’l Re dentro à lo schifo, entrare,
Ma pure allhora il mar l’ha dato al mare.

Qual se Tifeo, Parnasso, ò maggior pondo
Prendesse su le spalle, e ’l desse al mare;
Saria sforzato il monte al maggior fondo
Se dal gran peso suo lasciar portare:
Tal la galea per forza al più profondo
Letto del Re marin si lascia andare,
Poi che lo stare à galla gli è conteso
Da l’acqua, che la fa di troppo peso.

Il numero maggior del popol Greco
Seco al fondo maggiore il legno trasse.
Che dier lo spirto al regno oscuro, e cieco,
Anchor ch’alcuno à l’aere il capo alzasse.
Tiensi il comito à un legno, e ’l Re, ch’è seco,
Si tien su’l mar su la medesim’asse.
E mentre l’onda anchora il serba in vita,
Chiede al socero, e al padre in vano aita.

Ma più di tutti in bocca ha la consorte
Mentre può respirar lo stanco petto.
Dice bramar, che la fortuna il porte,
Come sia morto, innanzi al suo cospetto;
Si ch’almen possa haver dopo la morte
Da mano amica entro al sepolcro il letto.
E co’l superbo mormorar de l’onde
Il bel nome d’Alcione anchor confonde.

In questo un nero nuvolo apre il passo
Ad una frequentissima procella,
La qual con furia ruinando à basso
In modo il miser Re fere, e flagella,
Ch’al fin s’arrende indebilito, e lasso,
Et orba lascia la paterna stella.
La qual poi che lasciar non potea il cielo,
Di nembi oppose al suo bel lume un velo.

Il comito più forte, e più sicuro
Ne al mal, ne à la procella non s’arrende.
Il nembo passa intanto iniquo, e scuro,
Et ei su l’asse al suo sostegno intende.
Come ver l’alba il mar si fa men duro,
Si vede appresso un’isola, e la prende.
L’isola d’Aloneso il piede afferra,
E gode di toccar l’amata terra.

Tal foco, da la mensa, e da le piume
Prese il rinato comito conforto:
Dove cantò con lagrimoso lume
De la crudel fortuna, e del Re morto.
E come mentre le salate spume
Non dier di lui lo spirto al nero porto,
Sol nomò la consorte, e ’l lodò tanto,
Che da gli occhi d’ogn’un fuor trasse il pianto.

Ma che giova al nocchiero haver salvato
Dal mar la vita sua con tanto affanno,
Dapoi che vuole il suo perverso fato,
Che dal mar debbia haver l’ultimo danno ?
Per gire à dire era su’l mar tornato,
Che si vestisse Alcione il nero panno;
Ne s’udì mai quel, che del legno avenne,
Tal che ne l’onde ogn’un sommerso il tenne.

Nel regio, intanto Alcione, alto soggiorno,
À cui tanto infortunio è anchor nascosto,
Tien cura d’ogni notte, e d’ogni giorno.
E, perche ’l tempo suo sia ben disposto,
Per ambi i manti fà, ch’al suo ritorno
Vuol, ch’ornin meglio il lor mortal composto.
E mentre l’occhio essercita, e la mano,
Si promette un ritorno amato, e vano.

Ad ogni Dio de la celeste corte
Fa l’incenso fumar su’l sacro foco:
Che faccian tornar salvo il suo consorte,
Ch’altra no’l tiri à l’amoroso gioco.
Fra i preghi, ch’ella fea di varia sorte,
Sol quest’ultimo in lei potea haver loco.
Ma più d’ogni altro à Giuno ha il prego inteso
Posto l’odor Sabeo su’l bosco acceso.

Ogni dì mille volte il camin prende
Verso Giunone, e porge il prego, e ’l lume.
Pregata esser la Dea più non intende
Per chi mandata ha l’alma à nero fiume.
Onde con queste note à gire accende
La fida nuntia sua verso quel Nume,
Che rende ogni mortal del lume privo,
E morto il fa parer, se bene è vivo.

Iri verso quel Dio prendi il sentiero,
Che si suol far talhor del senso donno;
E dì, ch’à l’infelice Alcione il vero
Scopra, mentr’ei la domina co’l sonno
Come il marito al regno afflitto, e nero,
È giunto, e i preghi suoi giovar non ponno;
Ch’à lei de sogni suoi mandi qualch’uno,
Quel, che per questo affar fia più opportuno.

Mille vaghi color tosto si veste
Iri, e fra ’l ciel supremo, e l’orizonte
Formando in un balen l’arco celeste,
Verso il quieto Dio drizza la fronte.
Fra le Cimmerie altissime foreste
Una grotta s’asconde à piè d’un monte:
Dove ne l’humido aere, e senza luce
À dar posa à se stesso il Sonno induce.

Ó nasca, ò stia pur’ alto il Re di Delo,
Ó sia verso il finir del suo viaggio;
Quivi à lui sempre opponsi oscuro un velo,
Che non lascia, che faccia al Sonno oltraggio.
U’ ingombran tante nubi, e nebbie il cielo,
Ch’ei non vi può mai penetrar co’l raggio.
Quivi ’l cristato augel non fa dimora,
Che suol co’l canto suo chiamar l’Aurora.

Per far la guardia al solitario hostello
Mai pon vi latra il can mordace, e fido.
Non v’è quel tanto in Roma amato augello,
Che ’l Campidoglio già salvò co’l grido.
No’l toro altero, e non l’humile agnello,
Un mugghiando, un belando alza lo strido.
Non s’ode mormorar l’humano accento,
Ne ’l bosco fremer fà la pioggia, ò ’l vento.

Quivi ’l ciel da romor mai non s’offende:
Tutte le cose stan sopite, e chete.
Quivi ogni spirto al suo riposo intende,
Sol vi drizza un suo ramo il fiume Lethe;
Il qual fra selci mormorando scende,
E invita il dolce Sonno à la quiete.
Fioriscon l’herbe intorno d’ogni sorte,
Che i sensi danno à la non vera morte.

Lo sfondilio non v’è, ne ’l peucedano;
Ma il solatro, e ’l papavero v’abonda,
Con l’herbe, onde la Notte empie la mano,
Per trar dal seme il sonno, ò da la fronda.
E poi che vede il Sol da noi lontano,
E ch’ella il nero ciel volge, e circonda,
Porge quel succo à l’otioso Dio,
Perche ’l notturno in noi cagioni oblio.

L’entrata non v’ha porta, e non si serra,
Perche girando il cardine non strida.
Si siede l’Otio accidioso in terra,
Ch’à vergognoso fin se stesso guida.
Al Nume, à cui la Notte i sensi atterra,
La Pigritia dovea, ch’ivi s’annida,
Una ghirlanda far di più colori,
E gia per lo giardin cogliendo i fiori.

Stracciata, scinta, e rabbuffata il crine
Si move verso il fiore inferma, e tarda:
Con gran difficultà par che s’inchine;
E come stà per corlo, anchor ritarda:
Come bramasse non venirne à fine
Si gratta il capo, e poi sbadiglia, e guarda:
E se ben sà, ch’al1 fine ella il dè torre,
Tutto quel, che far può, fa per no’l corre.

Lo smemorato Oblio risiede appresso
Al nero letto, dove il Sonno giace:
Non ha in memoria altrui, ne men se stesso;
S’alcun gli parla, ei non l’ascolta, e tace.
Fa la scorta il Silentio, e guarda spesso,
Se per turbare alcun vien la lor pace:
E per non far romor mentre anda, e riede,
D’oscuro feltre ha sempre armato il piede.

Di nera lana, ò di coton s’ammanta;
Ma di seta non mai vestir si trova.
Suol con rispetto tal fermar la pianta,
Che par, che su le spine il passo mova.
Co’l cenno la favella à l’huomo incanta,
E fa, ch’accenni: et ei, se vuol, l’approva.
Co’l cenno parla, e la risposta piglia
Dal cenno de la mano, e de le ciglia.

In mezzo à l’antro stà fondato il letto:
D’hebeno oscuro il legno è, che ’l sostiene.
Ciò, ch’ivi à gli occhi altrui si porge obbietto,
Dal medesmo color la spoglia ottiene.
I Sogni, ch’ à l’human fosco intelletto
Si mostran mentre il Sonno oppresso il tiene,
Intorno al letto stan di varie viste,
Quanti dà fiori Aprile, e Luglio ariste.

Tosto, che ’l muto Dio la nuntia scorge,
Co’l cenno parla à lei sopra la porta.
Ella à l’incontro anchor co’l cenno porge,
Che brama al Sonno dir cosa, ch’ importa.
Com’egli del voler divin s’accorge,
La fa passar ne l’aria oscura, e morta:
Ma con la luce sua, com’entro arriva,
La fa tutta venir lucida, e viva.

Per tutto i Sogni à lei la strada fanno,
Che passi, ove lo Dio posa le gote.
Alza ella al padiglione il nero panno,
E quattro, e cinque volte il chiama, e scuote.
Tosto, che ’l primo suon le voci danno,
Fugge quindi il Silentio più che puote.
Di scuoter ella, e di chiamar non resta,
Tanto, ch’à gran fatica al fine il desta.

Con gran difficultà lo Dio s’arrende
Al grido, ch’à destarsi il persuade;
Sul letto assiso si distorce, e stende,
E chiede sbadigliando, che l’accade.
La Dea comincia, e mentre à dire intende,
Su’l petto ei tuttavia co’l mento cade.
Ella lo scuote, e come avien, che ’l tocchi,
Procura con le dita aprir ben gli occhi.

Sul braccio al fin s’appoggia, et apre il lume,
E la Dea conosciuta apre l’accento.
Ó riposo del mondo, ò d’ogni Nume
Più placido, più queto, e più contento;
Ó Dio, che con le tue tranquille piume
Togli il diurno à gli huomini tormento;
Fa, ch’un de’ Sogni tuoi ne l’aria saglia
Ver la città, ch’Alcide fe in Tessaglia.

E dì, ch’à l’ infelice Alcione apporte
Con la sua finta ingannatrice imago,
Come il naufragio anelò del suo consorte,
E come s’annegò nel salso lago.
La maggior Dea de la celeste corte,
Ch’ella ne sappia il vero, il core ha vago.
La Dea si parte al fin di queste note,
Però che ’l sonno più soffrir non puote.

Per l’arco istesso, onde discese in terra,
Tornò la bella nuntia al regno eletto.
Fra tutto il falso popolo, che serra
De’ propij figli il Sonno entro al suo tetto,
Un nominato Morfeo ne disserra,
Che sa meglio imitar l’ humano aspetto,
Et oltre al volto accompagnar vi suole
L’habito, il gesto, e ’l suon de le parole.

Sol l’animal, cui la ragione informa,
Finge costui; ma quei figura, e mente
Ogni bruto animale, e si trasforma
Hor’ in orso, hora in lupo, hora in serpente:
Talhor d’astore, ò grue prende la forma,
Hor di chi porta à Giove il telo ardente;
Icelo ne la parte eterna, e bella,
Ma giù fra noi Forbetore s’appella.

Altri v’è poi, che si fa sasso, ò trave,
Seta, lana, coton, metallo, ò fonte.
Di ciò, che v’è, che l’anima non have,
Fantaso il terzo Dio prende la fronte.
Con le sembianze quegli hor liete, hor prave
Inganna le persone illustri, e conte:
Questi hor con mesta, hor con tranquilla vista
Soglion render la plebe hor lieta, hor trista.

Fra mille figli suoi non vede il Sonno,
Chi più di Morfeo andar possa opportuno.
Poi che le membra sue vestir si ponno,
Pur che sia d’huom, la forma di ciascuno.
Se ’l fa venire avanti, indi il fa donno
De la proposta volontà di Giuno.
Vinto dapoi dal mormorar de l’onde,
Per darsi à la quiete il capo asconde.

Batte Morfeo verso l’Etea pendice
Per l’atro horror del ciel le tacit’ale,
Per render dolorosa, et infelice
Con quel, ch’ apportar vuol naufragio, e male,
La sventurata moglie di Ceice:
E giunge in breve à la città reale,
Dove le penne, e ’l proprio volto lassa,
E in quel del morto Re si chiude, e passa.

Senza il regio splendore haver nel volto,
Ma del color d’un, che senz’ alma sia,
Dove lo spirto il sonno tien sepolto
De la moglie del Re pudica, e pia,
Senza haver d’alcun panno il corpo involto ,
Sparso di vero mar Morfeo s’invia,
Piovendo il mento, e ’l crin l’onde su’l petto,
Si rappresenta à lei vicino al letto.

Con queste note poi gridando forte
Scopre il naufragio suo piovendo il pianto.
Ó sventurata, e misera consorte
Rivolgi gli occhi al tuo marito alquanto.
Ben conoscer mi dei, se pur la morte
Non m’ha da l’esser mio cangiato tanto,
Ch’ io ti rassembri un’ altro. hor odi, come
Sommerse il mar le mie terrene some.

Questa sembianza, ove hora il lume intendi,
In tutto è da la carne ignuda, e sgombra;
E che sia il ver, se in me la mano stendi,
La carne nò, ma stringerai sol l’ombra.
In vano i voti tuoi spendesti, e spendi,
Vana di me speranza il cor t’ingombra.
Non ti prometter più tuo sposo fido,
Che ’l suo spirto ha lasciato il carnal nido.

Dapoi che ’l primo dì ne venne manco,
Venne un vento crudel da mezzo giorno,
Che fece al flutto incrudelito, e bianco
Superbo contra il legno alzare il corno.
E renduto che l’hebbe infermo, e stanco,
Fece al legno, et à noi l’ultimo scorno.
Ben ti chiamai, ma il mar crudele, e rio
Scacciò co’l nome tuo lo spirto mio.

Autor dubbio non è quel, che te’l dice,
Non è romor di quel, che ’l vulgo crede;
Questi è il tuo caro, e naufrago Ceice,
Che del proprio naufragio ti fa fede.
Hor sorgi, e dammi il tuo pianto infelice,
Si ch’io non vada à la tartarea sede
Senza havere il funebre officio santo,
Senza haver da la moglie il duolo, e ’l pianto.

Non sol finge Morfeo le membra istesse,
Ma con accento tal seco favella,
Che quando ben veduto non l’havesse,
L’havrebbe conosciuto à la favella.
Mostrò, che qualche lagrima piovesse
Per la pietà di lei vedova, e bella;
Volendo poi seccar l’humor, che piove
Co’l gesto di Ceice il pugno move.

Scioglie la mesta Alcione il pianto, e ’l grido,
E stende fuor del letto ambe le braccia,
Per abbracciar lo sposo amato, e fido,
E trova in vece sua, che l’ombra abbraccia.
Deh dove lasci il tuo vedovo nido;
Che teco venga anch’io, cor mio, ti piaccia.
Tal che la voce sua, di Morfeo l’ombra
Detto cosi dal senso il sonno sgombra.

E, perche al replicato alto lamento
Havean portato i suoi ministri il lume,
Per veder se vi sia, pon l’occhio intento
Piovendo da begli occhi in copia il fiume.
Come no’l trova poi, cresce il tormento,
E fuor del regio suo gentil costume
Alza le strida al cielo, e senza fine
Percote il volto, e ’l petto, e straccia il crine.

La misera nutrice, che s’accorge,
Come l’afflitta Alcione si percote,
E che l’orecchie à lei punto non porge,
Mentre cerca saper le doglie ignote,
Anch’ella da le parti, onde si scorge,
Stillar fa il duol sopra le crespe gote;
Pur tanto poi la stimula, et essorta,
Ch’ al fin questa risposta ne riporta.

Se pensi consolarmi, tu t’inganni,
Ch’Alcione io più non son, non son più nulla,
Che la cagion de miei novelli affanni
In tutto l’esser mio sface, et annulla.
Ahi quanto mal per te ne’ miei primi anni
Il latte al corpo mio desti, e la culla;
Piacesse à Dio, che ’l succo del tuo seno
Fosse stato al cor mio tanto veleno.

In questo dire, alza la voce, e piange,
E più di pria si batte, e ’l crin disface.
Ne men la vecchia il crin canuto frange,
Ne meno al crespo volto oltraggio face.
Qual (dice) novo mal t’affligge, et ange?
Qual guerra à disturbar vien la tua pace?
Qual ti fa desiar fato, empio, e rio
D’haver tratto il velen dal petto mio?

S’io fossi in quella età morta (risponde)
Quando i primi alimenti hebbi da vui,
Non pioverei da trist’occhi tant’onde,
Ne il mio lagrimerei co’l fato altrui.
Sappi, che ’l mare il mio Ceice asconde,
Sappi, che ’l suo naufragio io so da lui;
Ho visto lui medesmo in questa cella,
E conosciuto il volto, e la favella.

Quando se’n volle andar, ver lui mi spinsi,
E l’abbracciai per ritenerlo meco:
Ma l’ombra in vece del suo corpo strinsi,
Però ch’ei non havea la carne seco.
Del figlio di quel Dio sol l’ombra avinsi,
Il qual resta ne l’alba ultimo cieco.
Dubbio non ho, che l’ombra, che m’apparse,
Fu di colui, che ’l cor mi prese, et arse.

Questo è ben ver, che ’l solito splendore
Ei non havea, ma il volto atro, e dimesso,
Piovendo il mento, e ’l crin continuo humore
Lo scorsi stare in questo loco istesso.
Chinar fa intanto l’allumato ardore,
E cerca, se v’ ha il piè vestigio impresso,
Se l’onda, che piovea la chioma, e ’l mento,
Havea bagnato à sorte il pavimento.

Misera me, che l’animo indovino
Il tuo miser naufragio mi predisse.
E ti sforzò lo tuo crudel destino
À far, che ’l prego mio non si seguisse.
Sofferto havessi almen, che su’l tuo pino
La sventurata Alcione anchor venisse.
Che d’ambi insieme il fin sarebbe giunto,
Ne havrei priva di te passato un punto.

Et hor senza il mio corpo il tuo trasporta
Per lo infinito mar l’onda importuna;
Et io son senza te misera morta,
Lunge da te mi sbatte la fortuna.
Per chiuder dunque al rio destin la porta
Resti la luce mia per sempre bruna;
Che s’io volessi anchor l’aura spirare,
Più crudo in me il pensier saria, che ’l mare.

Non mi convien pugnar costante, e forte
Per superar la doglia aspra, e mortale,
Che n’havrei mille in vece d’una morte,
Et ella à fin porria meta al mio male.
Vò far la mia compagna à la tua sorte,
Venir vò al fin del mio corso fatale;
S’uniti non starem dentro ne’ marmi,
Congiunti almen sarem di fuor ne’ carmi.

Non potrò ne la medesma fossa
Le nostre far ripor terrene some,
Se non potrò toccar l’ossa con l’ossa,
Toccare almen vorrò co’l nome il nome.
Mentre dice cosi, dà la percossa
Al volto, e al petto, e poi straccia le chiome.
Fa noto anchor il duol, che in lei fa nido,
Hor l’ardente sospiro, hor l’alto strido.

Cercano i suoi ministri, e la nutrice
Con voce santa, e pia di consolarla,
E che non creda d’essere infelice
Per quel, che ’l sogno à lei dimostra, e parla.
Che quasi sempre ei la menzogna dice,
Ne però co’l dir lor posson ritrarla
Da quel, che in sogno à lei pria creder feo
La sembianza imitata da Morfeo.

L’Aurora già splendea lucente, e bella,
E per fuggir le sante alme del cielo
Il paragon de la diurna stella
Tutte havean posto à la lor luce il velo,
E mossi havean gli augei la lor favella
Per salutare il bel Signor di Delo,
Quando la moglie pia senza conforto
Si trasportò dal regio albergo al porto.

Mentre quivi dimora, e che rimembra,
Ei fe snodare il lin da questa sponda,
Al legno qui diè l’infelici membra,
Pur qui perdei la sua vista gioconda;
Un non so che nel mar veder le sembra,
Che verso il porto sia spinto da l’onda.
Non sa che sia, ma alquanto, al porto spinto
Vede esser dal naufragio un huomo estinto.

E mossa dal naufragio à novo pianto
Tende ver lui le mani, e’l grido scioglie.
Ó misero mortal, che ’l carnal manto
Cedesti à le marine ingorde voglie,
Ben provo in me (se l’hai) misero quanto
Dee lagrimar la sua scontenta moglie.
Deh pria, che ’l sappia, se no’l sa per sorte,
Le doni per pietate il ciel la morte.

S’appressa intanto il corpo morto al lito,
E quanto l’ infelice più lo scorge,
Tanto le fa lo spirto più smarrito
La vista, che ’l cadavero le porge.
Già meglio il vede, e più parle il marito,
Quanto più ver l’arena il corpo sorge.
Veduto al fine il suo marito fido
Tende le mani à lui con questo grido.

À questo modo, ò misero Ceice,
Torni per non mancar de la tua fede,
Per far palese al mio stato infelice
Quant’hai del mio languir doglia, e mercede.
Mentre cosi la sventurata dice,
Giungere al morto un picciol legno vede,
Che, come il vide di lontan, si mosse,
Per veder se potean trovar chi fosse.

Sicuro un’ alto, e grosso muro rende
Da l’impeto del mar l’Heracleo porto,
Al capo, che più in fuor su’l mar si stende,
Vicino era arrivato il corpo morto.
Su’l muro in un momento Alcione ascende,
Bramosa di veder se ’l vero ha scorto,
Al muro, e al corpo subito pervenne,
Che le diè nel montarvi il ciel le penne.

Preso in tanto l’havean dentro à la barca
Quei, che s’eran ver lui spinti su’l legno,
E mostrar lor, com’era il lor Monarcha,
Gli anelli, il volto, e ’l drappo illustre, e degno.
Di molta carne in tanto Alcione scarca
Vola per l’aria sopra il salso regno,
Radendo il mar d’ ogni conforto priva,
À l’infelice suo marito arriva.

Alcione piange, e sente il novo accento,
Che da la nova bocca in aria vola,
Esser pien di querela, e di lamento,
Se ben non può formar più la parola.
Con le nov’ale abbraccia il corpo spento,
E da le morte labra il bacio invola.
Ó miracol del ciel, tosto, che ’l rostro
Il bacia, à lui ravviva il carnal chiostro.

Tutti, che veggon come il suo consorte
Baciato vien da la cangiata moglie,
Stupiti stanno, e più, quand’ei le porte
Apre del lume, e se dal sonno scioglie.
Ecco cangia in un punto anch’egli sorte,
Et in un breve corpo si raccoglie.
Vestito anch’ei da pinte, e varie piume
Lo stesso in amar lei serba costume.

Radendo vanno insieme il mare, e ’l lido,
Nel lor felice amor compagni eterni,
Pendente sopra il mar formano il nido,
Ne’ più tranquilli, e più beati verni.
Eolo à nepoti suoi propitio, e fido
Ogni suo vento fa, che s’ incaverni
Ne’ sette dì, che forma il nido, e l’uova,
E ne’ sett’ altri dì, ch’Alcione cova.

Fa imprigionare allhora Eolo ogni vento
À fin, che ’l soffio lor non turbi il mare,
À fin, che poi del mar l’alto tormento
Non perturbi à l’Alcioni il generare.
Allhora ogni nocchier lieto, e contento
Sicuro può verso il suo fine andare;
Perche in quei giorni il vento non s’adira,
Ma in tutto tace, over dolce aura spira.

Ogn’un, che vide questa maraviglia,
Altri su’l legno, et altri intorno al porto,
Per ringratiare il cielo alza le ciglia,
C’habbia donata l’alma al lor Re morto,
E ch’in Ceice, e ne l’Eolia figlia
Il reciproco amor veggon risorto:
E in tanto il novo, c’han vestito aspetto,
D’infinito stupor lor empie il petto.

Fra gli altri sopra il porto allhor si tenne
Un vecchio, che stupir vedendo ogni alma,
C’havesser cosi subito di penne
Vestito Alcione, e ’l Re la carnal salma,
Disse. Ogn’un, che sapesse quel, ch’avenne
À l’augel, che vi mostra hor la mia palma,
Non stupiria del trasformato tergo;
E in questo dir fe lor vedere un Mergo.

Aprite pure à stupor novo il lume,
Ch’io vò contar del Mergo onde discende,
E come d’huomo anch’ei vestì le piume,
E perche à l’annegarsi ei tanto intende.
Dardano fu figliuol del maggior Nume,
Da lui l’alma Erittonio, e ’l corpo prende;
Poscia Erittonio Troio al mondo diede,
Padre d’Assarco, d’Ilo, e Ganimede.

D’Ilo discese poi Laomedonte,
Di cui l’ultimo Re di Troia nacque.
Hor quello augel, che la cangiata fronte
Nasconde cosi spesso sotto l’acque,
Uscì di Priamo, à cui nel patrio monte
Detta Alissitoe una Amadriada piacque;
E sottoposta à l’amorose some
N’hebbe quel Mergo, ch’Essaco hebbe nome.

Si che quel, che và in là, marino augello,
Benche nascesse di diversa madre,
Fu del fortissimo Hettore fratello,
Però ch’ambi da Giove hebbero il padre.
Ne forse havria nel martial flagello,
Fatto men mal ne le nemiche squadre,
Se non l’havesse il fato al padre tolto,
E ’n troppo verde età cangiato il volto.

Questi havea le città tutte in dispregio,
Lo splendor de gl’illustri, e de la corte,
E ’l ricco havea lasciato albergo regio
Per darsi à più tranquilla, e lieta sorte.
La selva, e l’arte havea rustica in pregio,
Ch’à l’empia ambition chiuggon le porte:
E visto rare volte era fra suoi
In cerchio star fra gli honorati heroi.

Ma se ben rozza l’arte hebbe, e ’l pensiero,
Non hebbe ne l’amar rustico il petto:
Ma da gentile, e nobil cavaliero
Aperse il core à l’amoroso affetto.
Per lo Cebrinio un dì giva sentiero
Prendendo da la caccia il suo diletto,
Et Eperia una Dea detta per nome
Vide, ch’al Sol tendea le bionde chiome.

Tosto, ch’ ei volge il desioso sguardo
Al nobil volto, e mira il suo splendore,
Sente per gli occhi suoi passare il dardo
Del Re de le delitie, e de l’amore.
Non è verso la Ninfa à correr tardo
Per isfogar con lei l’acceso core.
Fugge la Dea dal minacciato strupo,
Come suol cerva via fuggir dal Lupo.

Qual l’anitra, se lunge è da lo stagno
Dove sole attuffarsi, e star sicura,
Vien sopragiunta da l’augel grifagno,
Più co’l fuggir, che puote, à lui si fura:
Tal mentre à l’amoroso suo guadagno
Intende il bel garzon con ogni cura,
Eperia fugge, e per non farsi moglie,
Più che può, con la fuga à lui si toglie.

Mentre la tema à lei, l’amore à lui
Velocissimo il piè nel corso rende,
Come al rio fato piacque d’ambedui,
Co’l piè la bella Ninfa un serpe offende.
Il serpe altier, che da gli oltraggi altrui
Co’l velenoso morso si difende,
Le porge il crudo morso, e in un baleno
Imprime ne la piaga il suo veleno.

La fuga con la vita à un tratto manca,
Tal fu il veleno del viperin serpente.
Ei, che cader la vede essangue, e bianca,
E mira il mal del velenoso dente,
Alza la voce affaticata, e stanca
Dal corso, e da la doglia, che ne sente.
Ben stato è il primo amor misero mio,
C’ha tal dat’alma ai sempiterno oblio.

D’haver, misero me, mi doglio, e pento
Corso per farti premio à la mia fede;
Ma non credea, che l’ultimo tormento
Del nostro amor dovesse esser mercede.
Due siam, c’habbiamo il tuo bel lume spento,
Co’l suo veleno il serpe, io co’l mio piede,
Bench’ io, che ti fei dar le piante al corso,
Fui più crudele assai, che non fu ’l morso.

Ben era il vincer mio di sommo pregio,
Ma molto più valea vivo il tuo lume.
Dunque s’io fui cagion, ch’un tanto egregio
Splendor mandasse l’alma al nero fiume,
Voglio quest’alma mia, che più non pregio,
Render vassalla del tartareo Nume.
Che l’ombra tua ne la più bassa corte
Qualche conforto havrà de la mia morte.

Poi che su’l volto essangue hebbe assai pianto,
E dato al morto labro il bacio estremo,
Condusse sopra un scoglio il carnal manto,
E in mar del sasso il fe cader supremo.
Ma non soffrì di Theti il Nume santo,
Che restasse il suo cor de l’alma scemo;
Ma come sopra l’onde à nuoto ei venne,
Ascose il corpo suo fra mille penne.

La piuma al corpo suo la morte toglie,
Ne tener sotto al mar gli lascia il petto;
Si sdegna il cavalier, che l’altrui voglie
Faccian, ch’egli stia vivo al suo dispetto;
E per dar fine à le sue interne doglie
Ripon sott’acqua il trasformato aspetto;
L’alza la piuma, ei pur sotto s’asconde,
E tenta senza fin morire ne l’onde.

Gli fa la piuma haver pallida, e smorta
L’amore, e di colei l’iniquo fato.
Molto lunge dal petto il capo porta;
Come l’anitra ha ’l petto ampio, et enfiato;
Quasi coda non ha; la coscia ha corta;
Gli è solamente il mar propitio, e grato.
E perche tenta haver sott’acqua albergo,
Dal sommergersi suo vien detto Mergo.