Le Metamorfosi/Libro Quartodecimo

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Libro Quartodecimo

../Libro Terzodecimo ../Libro Quintodecimo IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Quartodecimo
Libro Terzodecimo Libro Quintodecimo

  
Tornato Glauco in mar, drizza la fronte,
Spinto dal novo amor, verso occidente;
E lascia à man sinistra à dietro il monte,
Onde essala Tifeo la fiamma ardente,
E i campi, che non mai gli oltraggi, e l’onte
Sentir del crudo aratro, ò del bidente.
Dove condusser tanti al punto estremo
I fratelli empi, e rei di Polifemo.

Giunge poi dove il mar continuo stride,
Dove già il terremoto aprì la terra.
E ’l regno Ausonio, e ’l Siculo divide
Co’l maligno canal, ch’ivi si serra.
Indi à man destra il bel paese vide,
Dove la manna il ciel benigno atterra.
Lasciando à dietro poi la bella, e vaga
Costa Partenopea, giunge à la maga.

Passa la prima, e la seconda porta,
E de la fata illustre à servi chiede
Fin ch’ in un prato, ov’ella si diporta,
Giunge, e fa riverente il ciglio, e ’l piede.
Poi che da Glauco, e da la maga accorta
Il saluto reciproco si diede,
Lo Dio marin co’l volto afflitto, e mesto
Cosi il bisogno suo fe manifesto.

Ben mostra il tuo sublime, e chiaro ingegno,
Circe, che l’alma tua fra noi discende
Da quello illustre Dio splendido, e degno,
Dal quale ogni altro lume il lume prende.
Da quel, che co’l montar di segno in segno
Il giorno, e la stagion varia ne rende.
Ben le tue maraviglie uniche, e sole
Mostran, che vera sei figlia del Sole.

Tu de le stelle intendi il vario corso,
E sai quel, che l’incanto, e l’herba vale.
Però rimedio à te chieggo, e soccorso,
Che puoi dar solo aita al mio gran male.
Il tuo prudente, e magico discorso
Può sanare ogni piaga aspra, e mortale
Pietà pietà del mio misero core,
Cui pur dianzi lo stral piagò d’Amore.

Fra quanti mai gustar la pena acerba
D’Amor, non v’è chi ben sappia, com’io,
Quanto sia grande la virtù de l’herba,
Per quel, ch’ io ne provai nel corpo mio.
Però che la virtù, ch’ivi si serba,
Mi fe d’un’ huom mortal venire un Dio:
Non però le conosco, e son venuto
À te, che ne sai l’arte, per aiuto.

Scorrendo, come soglio, la marina,
Pur dianzi al lito Italico io mi porsi,
Là dove incontro al muro di Messina
Scilla nomata una fanciulla scorsi,
D’una beltà si rara, e si divina,
Ch’à quante ne fur mai, puote antiporsi.
Tanto, ch’à pena in lei fermai lo sguardo,
Che in me s’accese il foco, ond’ arsi, et ardo.

Ogni dolce parola, e grato invito
Mossi ver lei con ogni humano affetto.
M’offersi per amante, e per marito,
Di far comun con tutti i beni il letto.
Ne però volle mai prender partito
D’unirsi meco al coniugal diletto:
Anzi fuggendo ogni promessa gioia,
Mostrò me co’ miei preghi havere à noia.

Hor tu, se qualche forza è nell’incanto,
Ó se pur l’herba in questo è più efficace,
Compiaci al prego mio, fa per me tanto,
Ch’io la disponga à l’amorosa pace.
Non prego già, che tu per tormi il pianto
Scacci da me l’ardor, che mi disface:
Ma ben, che in mio favore oprar ti piaccia,
Ch’ella di me s’accenda, e mi compiaccia.

In quanti luoghi mai girando apparse
Il bel Pianetta, che distingue l’hore,
Non vide alcuna mai più pronta à darse
Di Circe in preda à l’otioso amore.
Si tien, che Citherea per vendicarse
Contra il suo, che l’offese, genitore,
L’accese il cor di si lascive brame,
Per fargli anchor quest’altra figlia infame.

La maga havea lo Dio marino à pena
Visto, e sentito il suo dolce lamento,
Che punta fu da l’amorosa pena,
E per lui novo al cor sentì tormento.
Dunque per far, che la carnal catena
L’unisse à lei, cosi mosse l’accento.
Degno non è, ch’altrui tu porga preghi,
Ma ben, ch’ogni alta Dea te brami, e preghi.

Se Scilla fugge te, dei fuggir lei;
Sprezzar la sua beltà, s’ella ti sprezza.
E s’alcun’altra t’ama, amarla dei,
E stimar chi la tua stima bellezza.
Io t’amo, volentier da te torrei
Quel dolce ben, che piu in amor si prezza.
Hor se dunque hai chi del tuo amor si strugge,
Ama chi t’ama, e fuggi chi ti fugge.

Ecco io, che l’arte maga à pieno intendo,
Che sò si bene usar l’herbe, e gl’incanti ,
Che da quel chiaro Dio del ciel discendo,
Che tutti i lumi alluma eterni, e santi:
Al cupido amor tuo pronta mi rendo,
E te de l’onde Dio scelgo fra tanti.
Deh fa, volgendo à me le voglie tue,
Con un sol fatto il debito ver due.

Glauco, che da la maga istessa intende,
Ch’ei l’ha co’l suo bel guardo arsa, e ferita;
E quel, ch’ella vorria, nel cor ne prende
Non senza gran cagion doglia infinita.
Che sà, che per lo fin, ch’ella n’attende,
Non è ne l’amor suo per dargli aita.
Hor per torle ogni speme, e per ritrarla
Dal suo novo desio, cosi le parla.

Mi stà talmente impressa in mezzo al core
L’imagin di colei, di cui t’ho detto:
Che m’hai da perdonar, s’à novo amore
Non posso dare albergo entro al mio petto.
Si vedrà pria la tortora, e l’astore
Unirsi insieme al coniugal diletto;
E fare insieme il nido, i figli, e l’ova,
Che mi scolpisca il cor bellezza nova.

Prima farà del sasso adamantino
Scarpel di piombo statue illustri, e conte;
Di cedri, aranci, e palme il giogo Alpino,
E non di neve, ornata havrà la fronte;
E ’l fiume à l’erta andrà su l’Apennino
Per trovar la quiete in cima al monte,
Che bellezze giamai d’altra donzella
L’alma di novo amor mi faccia ancella.

Sdegno non è, ch’à quel possa agguagliarsi,
Ch’ in un cor feminil nascer si vede,
Quando da chi desia, vede sprezzarsi,
Essendo ella colei, che l’huom richiede.
S’arma, subito irata à vendicarsi:
Ma ’l troppo amor però non lo concede,
Ch’offender possa quel per cui sospira,
Onde rivolge altrui lo sdegno, e l’ira.

Tutto volge à colei l’ira, e lo sdegno,
Ch’al marin Nume il core accende, e piaga.
E tutta in opra pon l’arte, e l’ingegno
Per farla meno amabile, e men vaga.
Osserva à tempo ogni Pianeta, e segno,
Ed ogni opra propitia à l’arte maga;
E pesta (mormorando i propri carmi)
L’herbe, che fan mestier ne’ cavi marmi.

Poi c’hebbe pesta, e tolto il succo à l’herba,
E postesi le vesti, infauste, e nere,
Uscì de la sua corte alta, e superba
Fra mille, e mille adulatrici fiere.
L’afflitto Dio da la sua pena acerba,
Che non sà il suo pensier, si stà à vedere.
La scorge al fine entrar su’l marin flutto,
E correr per lo mar co’l piede asciutto.

Lo Dio ne l’onda anch’egli entra marina,
Che veder brama il fin del suo pensiero,
E per tutto, ove il passo ella incamina,
Segue l’acceso Dio non men leggiero:
Al fine incontro al muro di Messina
La maga pon la meta al suo sentiero.
Quivi l’irata Dea ritenne il passo,
Dove cavata havea l’onda un gran sasso.

In questo sen di mar cinto d’intorno
Da cavi sassi andò la maga à porse.
Dove, quando era il Sole al mezzo giorno,
E fea l’ombra minor gir verso l’Orse,
Solea talhor colei farsi soggiorno,
Cui per mal di ambedue Glauco già scorse.
Là dove entrata, e sciolta il crine e ’l manto,
S’aggira intorno, e dice il mago incanto.

Poi che di succhi, e d’herbe velenose
Scorse infettate à pieno haver quell’onde,
À gli occhi de lo Dio marin s’ascose,
Senza partir però da quelle sponde.
Ne molto andò, che ignuda ivi si pose
Per far le membra sue purgate, e monde
Scilla, e per torsi al sol, poi ch’esser giunto
Fra la sera, e ’l mattin lo scorse à punto.

Si bagna à pena Scilla entro à quel lago,
Lo qual pur dianzi havea la maga infetto,
Che l’iniquo veleno, e ’l verso mago
Comincia à fare il suo crudele effetto.
Quel corpo, c’havea pria si bello, e vago,
Diviene un schivo, e mostruoso obbietto.
E già nel fianco, e nelle basse membra
In ogni parte à Cerbero rassembra.

Ella meglio vi guarda, e anchor no’l crede,
E ’l pel tocca, e la pelle hirsuta, e dura.
Ma quando chiaro al fin conosce, e vede,
Che tutta è can di sotto à la cintura,
Si straccia il crine, e ’l volto, e ’l petto fiede,
E tale ha di se stessa onta, e paura,
Che fugge il novo can, seco s’adira,
Ma fugga ovunque vuol, dietro se’l tira.

Per lo mar, per gli scogli, e per la sabbia
Sdegnata il nuoto, il salto, e ’l corso stende,
E tanto più d’ ira maggior arrabbia,
Quanto più nel suo can le luci intende.
Serba lo stesso ardor, la stessa rabbia,
Onde si tosto il can d’ira s’accende.
Dove al fin fe di cane i piedi, e ’l tergo,
Si torna, e quivi il proprio elegge albergo.

Tosto, che Circe la fanciulla scorge
Senza una parte de le membra humane,
Scoperta al marin Dio preghi gli porge,
Che la forma d’amor resti d’un cane
Piange lo Dio marin, come s’accorge
De l’altre membra sue biformi, e strane;
Sprezza, e fugge la maga empia, e superba,
Che troppo usò crudel l’incanto, e l’herba.

Si scusò con la Ninfa, e le scoperse,
Che l’empia Circe infette havea quell’acque,
Ma ben si vendicò, come s’offerse
Il tempo, e ben più d’un morto ne giacque.
Che Greci assai di quei nel mar sommerse,
À cui seguire il saggio Ulisse piacque,
Che Circe à Ulisse poi l’amor rivolse,
E Scilla molti à lui compagni tolse.

Ne men d’ira, e di rabbia allhor s’accese,
Che ne legni di Enea le luci fisse,
Ne men de gli altri sprofondargli intese,
Che pensò de l’armata esser d’Ulisse.
Ma qual fosse lo Dio, che tal la rese,
Perche si rio pensier non s’esseguisse,
Mentre che mover volle il nuoto, e ’l passo,
Sopra lo stesso mar divenne un sasso.

Mostra nel volto anchor lo stesso sdegno,
E lo stesso nocchiero anchor lo schiva.
Lo schiva Enea, ch’aspira al Latio regno,
Indi Cariddi, e al mar Tirreno arriva.
Ma subito gli toglie ogni disegno
Il crudo tempo, e de l’Italia il priva.
Lo spinge il tempo, ove Didone ha cura
Di formare à Carthagine le mura.

Là dove Citherea fe il suo Cupido
Trasformare in Ascanio à questo effetto,
Per fare accender l’infelice Dido,
La qual fe con Enea comune il letto.
Ma tosto per passare al Latio lido
Enea privò Didon del suo cospetto.
Ella ingannata anchor mancò di fede,
E se medesma al ferro, e al foco diede.

Temendo il saggio Enea nove tempeste
Verso il Sicanio sen drizza la prora.
Dove dal fido ricevuto Aceste,
Del padre Anchise il pio sepolcro honora.
Fatte le pompe poi sacre, e funeste,
Havendo al suo camin propitia l’ora
Si lascia à dietro Hippotada, e quel loco,
La cui sulfurea vena essala il foco.

Dritto à Maestro poi tanto si tenne,
Che in breve tempo Pithecusa vide.
Dove à Cercopi un malo incontro avenne
Per le lor lingue perfide, et infide.
Ciascun di loro un’altra forma ottenne
Dal gran rettor de l’alme eterne, e fide.
Furo in disgratia al Re del sommo choro
Per lo pergiuro, e per la fraude loro.

Tutto era falsità, tutto era inganno
Quel, che di bocca à rei Cercopij uscia.
Ne solo osaro à gli huomini far danno
Co’l lor pergiuro, e con la lor bugia;
Ma contra il Re, c’ha il più sublime scanno
Ne la celeste, e santa monarchia,
Provare osar la lor frode, e menzogna,
Ma con perpetuo lor biasmo, e vergogna.

Giove, ch’odia tal lingua empia, e pergiura,
Fa si, che ’l volto human da lor si parte.
E per mostrar la lor prima natura,
Mentre fa trasformargli, usa tant’arte,
Che la presa da lor nova figura
À la forma de l’huom simiglia in parte.
Non ha più il corpo lor l’humane membra,
Ma più d’ogn’altro bruto à l’huom rassembra.

Si fa più breve il corpo, e più raccolto,
E di crespe senili empie le gote.
Il naso si ritira entro nel volto,
E se ben non ha più l’humane note,
Se ben l’ammanta un pel ruvido, e folto,
Studia d’imitar l’huom via più, che puote.
Ma in vece del parlar pergiuro, e infido
Può dar solo il lamento, e ’l roco strido.

L’isola de le Simie à dietro lassa
Il Frigio Duce, e scorre il mar Tirreno;
Vede poi da man destra in breve, e passa
Il sen Partenopeo vago, et ameno.
Vede à man manca il loco, ov’ è la cassa
De le ceneri illustri di Miseno;
Poi giunge à Cuma, e di veder conchiude
L’antro, che la Sibilla asconde, e chiude.

Spronato da pensier pietoso, e santo
Entra ne la profonda atra caverna,
E prega lei, che fra l’eterno pianto
La scorga à visitar l’ombra paterna.
Ella tien gli occhi in giù chinati alquanto
Pria, che dar voglia fuor la sorte interna:
Ma poi, che ’l fatal Dio l’infiammò il petto,
Alzò con questo suon ver lui l’aspetto.

Ó magnanimo Enea, pietoso, e forte,
Che la pietà mostrasti in mezzo al foco,
Veder festi il valor con l’altrui morte,
Co’l ferro in man nel bellicoso gioco;
Non permette ad ogn’un la fatal sorte,
Di penetrare al più profondo loco,
Il suo camino è disperato in tutto,
Pur la virtù si fa la via per tutto.

Vedrai l’inferno, et io sarò tua scorta,
Si ch’ ovunque vad’io, movi le piante.
E fà, che seco in parte si trasporta,
Dov’è un tronco fatal fra molte piante.
Già mostra un ramo d’ oro, e poi l’essorta,
Che co’l proprio valor quindi lo schiante.
Enea toglie quel ramo al fatal piede,
E co’l favor di lui l’ inferno vede.

Vide del formidabile Plutone
Le sepolte ricchezze, et infinite,
Le pene, che diverse han le persone
Dal tribunal de la città di Dite.
Anchise poi fra l’ombre elette, e buone
Vide, e l’illustri, e gloriose vite
De suoi nipoti, il cui fato secondo
Dovea l’imperio à lor donar del mondo.

Poi c’hebbe il padre Enea visto, et inteso,
Che i suoi dovean signoreggiar la terra,
E quella, che dovea, nel Latio sceso
Dal ciel soffrir predestinata guerra;
Nei ritornarsi al dì chiaro, et acceso
Per lo scuro camin, c’ havea sotterra,
Con una affettion devota, e fida
Così parlò ver la sua saggia guida.

Alma, che vai de le risposte altera,
Ond’ è il futuro à noi da te predetto,
Ó che Dea tu ti sia presente, e vera,
Ó ch’ à gli Dei tu sia spirto diletto,
Mentre la parca rigida, e severa
Terrà quest’alma unita à questo petto,
Farotti come à Dea mai sempre honore,
Sempre in bocca t’havrò, sempre nel core.

Tu m’hai mostrato il regno de la morte,
E le contrade fortunate Elise,
Tu m’hai fatto veder la fatal sorte
De miei nipoti, tu l’ombra d’Anchise.
E degno è ben che, come io mi trasporte
Al regno, che già il fato mi promise,
Drizzi al tuo Nume e tempij, e simulacri,
E che la vita propria io ti consacri.

La fatal donna al fin di queste note
Dà l’occhio al buon Troian devoto e fido,
E d’un caldo sospiro il ciel percote,
Poi scopre il mesto cor con questo grido.
Sacra à la Dea le statue alme, e devote,
Che ti diè nel suo seno il primo nido:
Ch’io son mortale, e questo corpo fia
Tosto di terra anch’ei per colpa mia.

Febo ne l’età mia più verde, e bella,
Si come piacque al ciel, di me s’accese,
E con faconda, e candida favella
L’interno foco suo mi fe palese.
Mi disse poi. Bellissima donzella,
Cui fu di tante gratie il ciel cortese,
Poi che m’ha preso il core il tuo bel guardo,
Habbi pietà del foco, ond’io tutt’ardo.

E per mostrar, che ’l mio parlar non mente
Nel raccontar quanto io t’ammiri et ami,
Se qualche gran desio t’ange la mente,
Fammi saper qual don più cerchi et brami,
Che giuro per quel torbido torrente,
Che lega d’insolubili legami
Gli eterni Dei, che, se scopri il tuo intento,
Ti farò d’ogni gratia il cor contento.

Io, che ’l gran giuramento odo, che ’l lega,
Che d’ogni don, ch’ io bramo, à gradir m’ habbia,
Mentre il mio lume il guardo à terra piega,
Vede un monton di ben minuta sabbia:
Io n’empio il pugno, e mentre anchor mi prega,
Al don, ch’ io bramo havere, apro le labbia,
Tant’anni bramo unito il corpo à l’alma,
Quanti ho grani di polve in questa palma.

Misera me, non seppi il dono usare
Del biondo Dio, che ’l tempo ne governa:
Che se saputo havessi io dimandare,
Viver fatto m’havria giovane eterna.
Ottenni il don, ne volli contentare
Lo Dio de la maggior luce superna.
Et egli à fin ch’al suo voler mi pieghi,
Cosi di novo à me porge i suoi prieghi.

Habbi pietà de miei noiosi affanni,
Che la gratia, c’hai chiesta, è breveé e nulla:
Ma quando riparar voglia à miei danni,
Farò, che tu vivrai sempre fanciulla.
Quando sarai discosta oltr’à cent’anni
Dal primo dì, ch’entrasti ne la culla,
Se ben la mia promessa io terrò ferma,
Vecchia vivrai disutile, et inferma.

Era allhor ne l’età più verde, e bella
Passato il terzo lustro havea di poco;
E mi sentia disposta, agile, e snella
Tutta vivacità, tutta era foco.
Tal che di Febo il priego, e la favella,
Sprezzai, ne à l’amor suo volli dar loco.
Che l’età, dove allhora io mi trovai,
Credea, che non dovesse finir mai.

Cosi sprezzando il don del biondo Dio,
Mi stei senza consorte, e senza amante.
Ma già quel vago, e raro aspetto, ond’ io
D’amore accesi l’alme eterne, e sante,
S’è via fuggito, e ’n questo stato rio
Mi trovo inferma, debile, e tremante.
E quel, che fa peggior l’empia mia sorte,
È, ch’io son molto lunge da la morte.

Mi convien pria, misera me, soffrire,
Quel mal, che m’ ho cercato da me stessa.
Mi convien quella età prima finire,
La qual dal biondo Dio mi fu promessa.
Da settecento verni ho visto uscire
L’horror, che tien dal giel la terra oppressa,
Non però in terra il tempo mi risolve,
Ch’io domandai mill’anni in quella polve.

Conviemmi anchor veder trecento volte
Dal maggior caldo maturar la biada
Pria, che mi sian le forze in tutto tolte,
E che ’l mio corpo estinto in polve cada.
Soffrendo intanto io me n’andrò le molte
Pene, che darne à la vecchiezza aggrada;
Fin che ’l corso del ciel meni quell’anno,
Ch’ultimo trar mi dee di tanto affanno.

Ben anch’io porrò fine al lungo pianto,
Ben quel tempo verrà, c’ho tanto atteso;
Ben vedrò questo mio terreno manto
Ridotto à si deforme, e picciol peso:
Ch’alcun non vorrà mai creder, che tanto
Fosse di me lo Dio del tempo acceso.
Anzi ei dirà (vedendomi si trista)
Di non m’ haver giamai bramata, ò vista.

Il tempo, che va via lieto, e veloce,
Se ben noioso à me pare, e senz’ale,
Ch’à l’huom, mentre declina, ogni hor più noce,
Verrà à ridur questo mio corpo à tale,
Che non mi resterà se non la voce,
Che sol servarmi il ciel vuole immortale.
Vorrà, perche ’l mio oracol non s’estingua,
Ch’io parli senza corpo, e senza lingua.

Fe de la donna il dir grato, e facondo,
Che con minor fatica Enea pervenne
Da l’atra notte al dì chiaro, e giocondo,
E giunto à Cuma, al tempio il camin tenne.
Dove per farsi ’l Re del ciel secondo,
Quel santo officio fe, che si convenne.
Quindi scese in quel lito almo, e felice,
À cui diè nome poi la sua nutrice.

Nel porto, che Gaieta poi si disse
Da la nutrice del pietoso Enea,
Un de compagni ritrovar d’Ulisse,
Che da Nerito origine trahea.
Costui, che Macareo fu detto, fisse
Le luci in un di quei, che seco havea
Il buon Troiano, e poi che conosciuto
L’hebbe, gli diede il debito saluto.

Già quando i Frigij costeggiar quel sito,
Dove tenersi suol Sterope, e Bronte,
S’udir pregar da un’ huom ch’era su’l lito.
Deh per pietà gittate in terra il ponte,
Si ch’io non sia da quei mostri inghiottito,
I quali han solo un occhio ne la fronte.
Enea mosso à pietà fe, che ’l meschino
Montò con gli altri suoi su’l Frigio pino.

E se bene esser Greco il vide, e intese
Di quei, ch’al Frigio sen fer tanto danno:
Fu però verso lui dolce, e cortese,
E volle udire il suo passato affanno.
E poi che tutto il mal gli fu palese
Del superbo Ciclopo, empio, e tiranno,
Hebbe del suo gran mal pietà maggiore,
E gli fe à suo poter gratia, e favore.

Come smontò Achemenide su’l porto
(Cosi il nomar) co’l principe Troiano,
Ch’ogn’un credea, che divorato, e morto
Fosse stato dal mostro empio Sicano;
E dal compagno fu d’Ulisse scorto,
Dopo il saluto debito, et humano,
Dopo l’abbracciamento amico, e fido,
Si fe da tutti udir con questo grido.

Qual fortuna, Achemenide, ò qual Divo
Ó da gli amici lagrimato tanto,
Ti fa vedere à le mie luci vivo,
Che t’han per morto sospirato, e pianto?
Ond’ è, ch’essendo tu del campo Argivo
Di quei, ch’à Troia dier l’estremo pianto,
Su l’armata Troiana il corso prendi,
E come, e dove andar con essi intendi?

Dapoi c’hebbe Achemenide risposto
Co i proprij modi, e i proprij abbracciamenti,
Di satisfare à lui pronto, e disposto
Compiacque al suo desir con questi accenti.
Tornar possa di nuovo, ove nascosto
Io temea già di Polifemo i denti;
Riveder possa il mostro infame, e rio,
S’ io amo meno Enea del padre mio.

Possa io l’empie veder di novo labbia
Di sangue satollarsi, e carne humana;
Di novo anchor da la sua cruda rabbia
Fugga io per la contrada empia Sicana,
S’à questa nave ho meno amor, ch’io m’habbia
À l’Itacense mia paterna tana;
Se questa classe à me non è più grata
Di quella, che conduce Ulisse armata.

Se tanto il pio Troiano amo, et ammiro,
Giusta, e degna cagion mi move à farlo:
Che s’io, come tu fai , parlo, e respiro,
Per dono, e gratia sua respiro, e parlo.
Se ’l cielo, e lo splendor del giorno io miro,
Sol per la sua pietà posso mirarlo:
Ne quando à mio poter faccia ogni officio,
Basto à supplire à tanto beneficio.

Ei fu cagion, che ne l’ingorda gola
Di Polifemo io non restali sepolto,
Poi che de la sua luce unica, e sola,
Il nostro Capitan gli privò il volto.
E mentre la memoria non m’invola
Il fato, ò l’anno rimbambito, e stolto,
L’havrò sempre nel cor, ch’io son sforzato,
Mentre me ne ricordo, essergli grato.

Qual animo fu il mio, quando m’accorsi
D’esser restato sol nel crudo lido,
E che la nave allontanarsi scorsi,
Per timor del Ciclopo empio, et infido?
Poi che più cenni à voi su’l lito io porsi,
Fui per alzar più volte irato il grido
Per lamentarmi del negato aiuto,
Ma pur per lo timor mi stetti muto.

Tacqui, perche ’l gridar non mi nocesse,
Per non mi palesare à Polifemo;
Temei, ch’al grido mio non mi prendesse,
Che non desse il mio corpo al danno estremo.
Io vidi bene in qual periglio stesse
Ulisse, e anchor per lo timor ne tremo,
Allhor che ’l mostro incontro al grido venne,
E fe quasi affondar le vostre antenne.

Vidi, che con le braccia un monte prese,
E poi spicconne un smisurato scoglio,
E ver dove gridare Ulisse intese,
L’aventò con tant’ira, e tanto orgoglio,
Che fè, che ’l mare insino al cielo ascese.
E tanta io ne sentij tema, e cordoglio,
Che piansi il nostro legno, e ’l nostro fato,
Come se dentro anch’io vi fossi stato.

Poi che più volte hebbe lo scoglio al monte
Rubato, e trattol ver la nostra nave,
E c’haveste schivati i danni, e l’onte,
Onde anchor il mio cuor s’agghiaccia, e pave,
E che senza quel lume hebbe la fronte,
Che già fu scorta à l’opre infami, e prave;
Alzando il grido infuriato, e cieco,
Mandò mille bestemmie al sangue Greco.

Per non urtar ne le silvose piante,
Mentre poi và ver l’empia sua contrada,
Distese l’empio tien le mani avante,
Ma non può far talvolta, che non cada.
Che spesso in qualche scoglio urta le piante,
Talvolta sotto al piè manca la strada,
E mugghia per lo duol, per l’ira arrabbia,
Con questo strido poi sfoga la rabbia.

Ó Dio, se i fati suoi crudi, e infelici
Vorran mai ne le man far capitarmi
Ulisse, ò alcun de’ suoi più fidi amici,
Sopra cui possa à mio modo sfogarmi;
Se mai le patrie più veggon radici,
Se mai più contra me san mover l’armi,
Io vo ben dir, che sia fermato il cielo,
Che ’l foco agghiacci, e che riscaldi il gielo.

Se ’l suo fato maligno à me consente,
Ch’io possa à modo mio vendetta farne,
S’alcun posso afferrar de la sua gente,
Stracciarlo intendo, e mille pezzi farne.
E godrò di sentir sotto al mio dente
Tremar la sua non anchor morta carne.
Io vo del corpo suo far ogni stratio,
Ne mai del sangue suo mi vedrò satio.

Havrò tanto piacer del suo tormento,
D’havere il sangue suo falso bevuto,
Che non fia nulla il dispiacer, ch’ io sento
D’haver l’unico mio lume perduto.
Io me ne stava colmo di spavento,
Per non mi far sentir, quieto, e muto,
Mirando il crudo, et oscurato aspetto
Tutto di sangue il volto, il mento, e ’l petto.

Mentre mi stò à mirar l’irata faccia,
E la concavità senza il suo lume,
E che crolla la testa, e che minaccia,
Versando in copia le sanguigne spume,
E veggo, ch’à scampar da le sue braccia,
Mi sarebbe bisogno haver le piume:
Puoi ben pensar, qual tema il cor mi tocchi,
Che mi veggio la morte innanzi à gli occhi.

Già mi parea di pendergli da lato,
E d’esser preda al suo vorace morso,
E di veder ferito, e lacerato
In ogni parte il mio misero dorso.
E dopo havere il crudel mostro dato
Al poco sangue mio l’ultimo sorso,
Veder pareami in questa, e in quella parte
L’ossa infelici mie divise, e sparte.

Di quel tempo, ch’ io vidi, mi sovenne,
Che sei de nostri il crudel mostro prese,
E sopra il miser lor corpo si tenne,
E la sua crudeltà mi fe palese.
Perche non solo à divorar lor venne
La carne, che più morbida s’arrese;
Ma ruppe l’ossa già scarnate, e volle
Suggersi anchora insino à le medolle.

Io me ne stava pallido, e discosto,
Mirando uno spettacol si spietato.
Poscia ebro il vidi, e co’l soverchio mosto
Tutto il cibo dar fuor, c’havea mangiato.
Cosi stando da lui lunge, e nascosto
In me stesso fingea lo stesso fato.
Pareami al crudel mostro esser fra denti,
E gli stessi sentir stratij, e tormenti.

Cosi per molti giorni ascoso andai,
Pascendo d’herbe, e ghiande il mio digiuno,
E ad ogni vil moto dubitai
Di non farmi esca al suo dente importuno.
Quando il mio pover manto io rimirai,
Stracciato hora dal rovo, hora dal pruno,
Con spine, onde à le sue piaghe sovenni,
La mia misera vesta unita tenni.

Me’n gia la barba, il mento, e ’l crine incolto,
Nascondendomi à lui fra ’l cerro, e ’l faggio:
E veramente il fosco habito, e ’l volto
Mi fean parere in tutto un’ huom selvaggio.
Ben vidi spesse volte al mar rivolto
Andar molti navilij al lor viaggio.
Et accennai co’l panno, e con la mano,
Che volesser salvarmi, e sempre in vano.

Passato un lungo tempo, un lungo affanno,
Questa nave, che vedi, à caso scorsi,
E co i cenni, che diè la mano, e ’l panno,
La mossi à piéta, e cauto al lito corsi.
E per liberar me da tanto danno
Sol vidi lei dal suo viaggio torsi,
La nave Frigia à me sol fe tragitto,
E sola diè ricetto al Greco afflitto.

Si che s’io seguo le Troiane antenne,
S’essalto il forte Enea, l’amo, e l’ammiro,
N’ho ben ragion, s’à liberarmi ei venne,
Se per la sua pietà veggo, e respiro.
Ma dimmi tu quel, che de nostri avenne,
Poi che dal crudel mostro si fuggiro,
Bramo saper d’ogn’un quel, che seguisse,
E molto più del Signor nostro Ulisse.

Poi che ’l grato Achemenide hebbe esposto,
Com’egli si salvò da Polifemo,
Cosi da Macareo gli fu risposto.
Poi che fuggimmo in Etna il danno estremo,
À tanti altri infortunij sottoposto
Fu ciaschedun di noi, ch’anchor ne tremo,
Di tanti amici tuoi sei quasi solo,
Come udirai, se me ’l comporta il duolo.

Poi che ’l nostro Signor privò la fronte
Del Ciclopo crudel de la sua luce,
E che da più d’uno aventato monte
Salvammo i nostri legni, e ’l nostro Duce:
Ne fe gittar su’l mar Tirreno il ponte
L’infelice destin, che ne conduce,
Sopra un’isola nota, ov’Eolo regge,
Ch’à superbi d’Astreo figli dà legge.

Ben che se ’l nostro error non fosse stato,
Il nostro animo avaro, e ’l nostro torto,
Ne fe per comun ben l’eterno fato
Prender per riposar l’ Eolio porto.
Perche de’ venti il Re benigno, e grato
Al dolce dir del Duce Itaco accorto
Ne diede la salute universale;
Ma da noi stessi ci facemmo il male.

Tosto, che ’l Signor nostro il porto prese,
À riverire andò come prudente
Il Re de’ venti, e poi fè, che fu inteso
Co’l suo dir pien d’affetto, et eloquente
Il suo infortunio, e mosse il Re cortese
À fargli un nobilissimo presente,
Onde tornar potesse à la sua terra,
E dar quiete à cosi lunga guerra.

In una utre di bue grande, e capace
I venti tutti il Re de’ venti asconde.
Sol restar fuore alcun Favonio face,
Che spira l’aure sue dolci, e seconde.
D’ogni vento più fiero, e pertinace,
Che suol col soffio suo far mugghiar l’onde,
Dentro à quello utre ascoso, e prigioniero
Fece un presente à l’Itaco guerriero.

Indi gli dice, trattisi in disparte,
Ch’ogni vento contrario ivi è prigione;
E se per gire à la sua patria parte,
Sol l’aure havrà per lui propitie, e buone.
Ma come doni i legni il tempo, e l’arte
Al porto de la patria regione,
Apra quel tergo à fin che i venti chiusi
Ritornino al lor Re, come son usi.

Ma che non apra le bovine pelli,
Se dentro al porto pria non è sicuro,
Che i venti contra lui crudi, e ribelli
Gli farian grosso il mare, e ’l tempo oscuro.
Poi che con detti, e modi adorni, e belli
Rendute à pieno al Re le gratie furo;
Con tanto don montati in su le navi
Con l’aure andammo via dolci, e soavi.

Già nove giorni fra il levante, e l’ostro
Solcato con buon vento haveamo il mare:
Come il decimo dì di perle, e d’ostro
L’Aurora ornata à rallegrarne appare,
Si viene à poco à poco il regno nostro
Con comune allegrezza à dimostrare.
E ben tosto l’havriam preso, e goduto,
Se ’l nostro avaro cor non fosse suto.

Di quei, ch’Ulisse havea su’l legno seco,
Preso più d’un da troppo avaro affetto,
Restò del senso interior si cieco,
Che prese entro al suo cor qualche sospetto,
Che l’utre, che chiudea Libecchio, e Greco,
Ch’Ulisse custodia con tal rispetto,
Non fosse pien di gioie, e di thesoro,
E farne parte ei non valesse à loro.

Poi che parlato s’hebbero in disparte
Del duce loro, e de’ creduti inganni,
E come essi, che in questa, e ’n quella parte
Eran stati compagni in tanti affanni,
In tanto don non doveano haver parte,
Per ristorare i lor passati danni;
Voler guardar, conchiuser di nascosto
Quel, che dentro à tal pelle era riposto.

Mentre ch’ Ulisse havea rivolti gli occhi
À mirar le sue patrie regioni,
Quei preso il tempo, e tratti fuor gli stocchi,
De’ venti aprir l’incognite prigioni.
Subito volar fuor gli Austri, e i Sirocchi,
I Favonij, i Volturni, e gli Aquiloni.
Che come si sentir senza governo,
Fer de l’aria, e del mar proprio un’ inferno.

Poi che quell’aria scorser d’ogn’ intorno,
E fer con ogni sforzo al mare oltraggio,
E con nostro terror, periglio, e scorno
Fer spaventare ogni nocchier più saggio:
Tutti per fare al lor Signor ritorno
Drizzar verso occidente il lor viaggio,
E l’arrnata tornar fecer d’ Ulisse
Di novo al regno d’Eolo, onde partisse.

Come poi parve al nostro iniquo fato
Andò l’armata incauta à prender porto
Nel regno empio di Lamo, ov’ io mandato
Ambasciador, vi restai quasi morto.
Quivi regnava un Re fiero, e spietato,
Che ne fe à suo potere oltraggio, e torto.
Costui con la sua gente empia, e profana
Si pasceva di sangue, e carne humana.

À questo Re, ch’Antifate fu detto,
Come ordinar, con due compagni andai,
E prima, ch’io giungessi al suo cospetto,
Venir ver me con tal rabbia il mirai,
Ch’à fuggir fui per viva forza astretto,
E con un solo à pena io mi salvai.
Il terzo, c’hebbe al corso i pie più lenti,
Al crudel Lestrigon vidi fra denti.

Il terzo cavalier, che non ben corse,
Il mostro più veloce aggiunse, e prese.
E poi che in ogni membro ingordo il morse,
Lo strido alzò, ch’ insino al ciel s’ intese.
Ogni altro Lestrigon ver lui concorse,
Ogn’ altro seco à più poter n’offese.
N’aventaro empi e sassi, e dardi, e travi,
E dier la fuga à le Spartane navi.

Gli empi mandaro undici navi al fondo
Co i sassi senza fin, che n’aventaro.
E di tanti privaro huomini il mondo,
Quanti n’eran su i legni, ch’affondaro.
Più il ciel solo un navilio hebbe secondo,
Alqual gli scogli lor non arrivaro:
Quel legno sol da l’arme lor fuggio,
Sopra il qual ne salvammo Ulisse, et io.

Da poi che quei si feri empi nemici
Ne fer sentir si doloroso Marte,
Perduti havendo miseri, e infelici
De’ tuoi compagni, e miei la maggior parte;
Fuggimmo in quelle misere pendici,
Che scorger puoi lontan da questa parte.
Mira ver dove addita hor la mia mano,
Che da veder quel luogo è da lontano.

E tu Troian giustissimo, che scendi
Da la più bella in ciel gradita Diva,
In questa parte il mio consiglio prendi,
Non t’accostar co’l legno à quella riva,
Che t’ inganni d’assai, s’hor forse intendi,
Che sia nemica à te la gente Argiva.
La guerra è già finita: e in questo essiglio
Da vero amico t’amo, e ti consiglio.

Fuggi pur da quel monte, ch’io ti mostro,
Se d’esser quel, che sei, t’è punto grato,
Se non ti brami far d’un’ huomo un mostro,
Se ’l mal non vuoi provar, ch’io v’ho provato.
In quel porto infelice il legno nostro
Diè fondo, come piacque al crudo fato.
Dove tale infortunio à tutti avenne,
Che di maggior non mai scrisser le penne.

E se ben ne salvò da tanto horrore
Del nostro Duce il senno, e la prudenza,
Non però gire à far del tuo valore
In cosi gran periglio esperienza.
Perche se non havea dal ciel favore,
Restava anch’ei de la sua forma senza,
E staremmo in quel bosco ombroso, e folto,
Passando i nostri dì sott’altro volto.

Dapoi che ’l nostro legno entrò nel porto,
Temea di noi smontare in terra ognuno,
C’havean del Lestrigone il grave torto
In mente, e del Ciclopo empio, e importuno.
Vedendo questo al nostro Duca accorto
Di trarne à sorte fuor parve opportuno.
Che fean mestiero al nostro legno afflitto
Diverse cose necessarie al vitto.

Fra primi sopra me cadde la sorte,
Indi uscì meco Euriloco, e Polite,
Diciotto andammo à le temute porte,
Per novo mal di queste afflitte vite.
Là dove ritrovammo entro à la corte,
Esser tant’empie belve insieme unite,
Lupi , tigri, pantere, orsi, e leoni,
Che ne fer più terror, che i Lestrigoni.

Pur se ben cosi fero, e crudo obbietto
Giusta cagion ne dava da temere,
Non era da temer per quel rispetto,
Che poco appresso ti farò sapere.
Venner tutti ver noi con dolce affetto
Gli orsi, i lupi, i leoni, e le pantere,
E ’l mover de la coda, e ’l volto lieto
Mostrar l’humanità del cor secreto.

Circe la dotta, e incomparabil fata
Per proprio albergo elette ha quelle mura.
Le serve n’ incontraro in su l’entrata,
E promisero à noi la via sicura.
Seguendo noi la fe, che ne fu data,
N’andammo, non però senza paura
Di quei mostri non noti, ò d’altro male,
Vedemmo al fin la donna empia, e fatale.

Le stanze, ove la fata fa soggiorno,
Si veggon tutte d’ostro ornate, e d’oro.
Le fa un superbo manto il fianco adorno,
Distinto à gemme in un sottil lavoro.
Ella à le molte Ninfe, c’ ha d’ intorno,
Comanda altera, e vario officio è il loro.
La spola, e l’ago ivi non hanno in uso,
Ne il trarre il fil dal lin per darlo al fuso.

Il lor proprio essercitio, e la lor mente
È intorno à fiori, à le radici, e à l’ herbe.
La maga, che sà dir distintamente
I gradi de le dolci, e de l’acerbe,
Comanda, come accorta, e diligente,
Qual vuol, ch’allhor s’adopra, e qual si serbe.
Le fa prima pesar, poi mesce insieme
D’altra il fior, d’altra il fusto, e d’altra il seme.

Pongono in mille vasi, in mille ceste
Dov’herbe, dove barbe, e dove fiori:
E le dividon diligenti, e preste,
Come le foglie mostrano, e gli odori.
Intanto giunti noi chiniam le teste,
E facciam gli altri gesti esteriori,
Ch’indicio dan d’honore, e di saluto,
Poi con questo parlar, chiediamo aiuto.

Donna, à cui diede il Re del santo regno
Da dominare in questa illustre parte,
Se in te il ciel piova ogni favor più degno,
Di tanti beni à noi fa qualche parte.
Tanto che si ristori il nostro legno
Di remi, vele, antenne, anchore, e sarte.
Che quella tratta non ne sia impedita,
Che può bastare à mantenerne in vita.

Aggiunsi à questo dir sol quelle cose,
Che in lei maggior potean destar la piéta.
Ella con note allhor sante, e pietose,
E con maniera liberale, e lieta,
Per farne assicurar cosi rispose.
Nulla al vostro desio qui non si vieta.
Chiedete pur con voci aperte, e pronte,
Che vostro è questo albergo, e questo monte.

Ma stanchi di ragione esser dovete,
Che s’ha per queste piaggie aspro il camino,
Però datevi alquanto à la quiete,
Fin che à l’occaso il Sol sia più vicino.
E, perche l’hora, e la stagion dà sete,
Farò venir per rinfrescarvi il vino:
Vi darò poi d’ogni mio ben la chiave
Per gire à ristorar la vostra nave.

Come ha la fata à noi cosi risposto,
Al primo cenno, ch’à le Ninfe diede,
N’andar dove quel cibo era riposto,
Ch’in simili occorrentie si richiede.
E ne portar con l’infelice mosto,
Lo cui valore ogni credenza eccede,
Il capparo, l’oliva, et ogni frutto,
Che più il palato fu salso, et asciutto.

La sete nata dal soverchio ardore,
Per lo sal, che gustiam, più calda sorge.
E mosso ogn’un di noi dal grande amore,
Che ne la gentil donna ignota scorge,
Di Bacco ama gustar quel buon liquore,
Che con la man fatale ella ne porge,
Tal, che beviam quel vin soave, e grato,
C’havea con varij succhi ella incantato.

Come ha bevuto ogn’un, di mano in mano,
Per la forza del vin stordito resta.
Toglie una verga allhor la fata in mano,
E con la punta à noi tocca la testa.
Quel verso intanto mormora pian piano,
Che dà favore al mal, ch’ella n’appresta.
Quel, che seguì, narrarti io mi vergogno,
Ma ’l dirò pur, se ben parratti un sogno.

D’ hirsuti, et aspri peli in un momento
Vestir mi veggio, e far deforme, e nero;
E mentre m’armo à movere il lamento,
Formar non posso il mio parlar primiero.
La lingua articolar non può l’accento,
Che scoprir suol l’interno human pensiero;
Ma sento un rotto mormorare (in loco
Del mio parlar) ch’io fo noioso, e roco.

Per viva forza à terra il capo inchino,
E guardo verso i piè con tutto il volto.
Il pugno, onde afferrai la coppa, e ’l vino,
Veggo in un piè ferino esser rivolto.
Hor mentre co’l grugnir si rio destino
Piango, à compagni miei gli occhi rivolto,
E scorgo, c’ hanno il pelo hirto, e d’ inchiostro,
E le zanne incurvate, e lungo il rostro.

Anchor nel volto havean viril aspetto,
(Ch’ultimi forse à ber fur quello incanto)
Alsenore, e Polite, è ver, che il petto,
La spalla, e ’l resto havean porcino il manto.
Hor mentre il fin, che ne riesce, aspetto,
Veggo la bocca in fuor spingersi tanto,
Che la persona più non han biforme,
Ma il viril volto al busto vien conforme.

Io già per cosa havea sicura, e piana
Di dover porco vivere, e morire,
Quando mi volgo, e veggio in forma humana
Da l’ empia fata Euriloco fuggire.
Ei sol di noi la mente hebbe più sana,
Che non mai quel liquor volle inghiottire.
Ne per minaccie mai, ne per preghiere
Potè la fata ria disporlo à bere.

E ben ne fece un gran favore il cielo,
Che fe, ch’ei non gustò quel crudo tosco,
Ch’anchora havremmo tutti il carnal velo
Lordo, schivo, odioso, infame, e fosco.
Et egli, e noi co’l setoloso pelo
Staremmo ne la stalla, over nel bosco.
Gran sorte fu, ch’ei sol co’l volto humano
Tornar potesse al nostro capitano.

Che come il proprio Euriloco ne disse,
Dapoi che racquistammo il primo viso,
Tosto, ch’ei giunse al Signor nostro Ulisse,
E che gli diè di tanto danno aviso;
In soccorso di noi venir prefisse,
Se ne dovesse ben restare ucciso;
E per suo male ei vi saria venuto,
Se non venia Mercurio à dargli aiuto.

Ver noi, che siam senza la forma vera,
Con un baston, che in man subito prende,
Per mandarne à la stalla, ecco un’altera
Ninfa di Circe, e ’l nostro dorso offende.
Alto il muso ver lei leva ogni fera,
E co’l grugnire alquanto si difende.
Ella à cui fere il volto, à cui la spalla,
N’andiam gridando al fin tutti à la stalla.

Mercurio intanto al mesto Ulisse arriva
Per la presa da noi nova figura,
E don gli fa d’un bianco fior, che priva
D’effetto ogni empia magica fattura.
S’appella ne la parte eterna, e diva
Moli. La sua radice è lunga, e scura.
Gli diè co’l bianco fiore ancho un consiglio,
Che di carcer ne trasse, e di periglio.

Con l’aviso del ciel, co’l bianco fiore
Ne venne il nostro Duce à dar soccorso.
Lieta Circe l’accoglie, e fagli honore,
E poi l’invita à l’incantato sorso.
Schiva Ulisse l’ incanto, e quel liquore,
Che le setole à noi formò su’l dorso.
La fata con la verga il crin gli tocca,
Perche il disponga à tor quei succhi in bocca.

Stassi à mirar l’accorto Ulisse alquanto
Pria, che del suo desio certa la renda.
Poi quando vaga esser la vede tanto,
Ch’ ei quel vino incantato accetti, e prenda;
E ch’anchor con la verga usa l’incanto,
À fin che meglio in lui tal sete accenda:
Mostrando ira, e furor la spada stringe,
E voler lei ferir minaccia, e finge.

T’inganni (disse) iniqua incantatrice,
Se con tal’ arte à me far credi oltraggio;
C’hoggi à gl’ incanti tuoi lo ciel disdice,
Che haver contra di me possan vantaggio.
Ben posso io far te misera, e infelice
Con quel favor, che procurato m’haggio.
E ben per farlo io son, se non t’emendi,
E se i compagni miei salvi non rendi.

S’empie Circe d’horror tosto, che scorge,
Ch’ei de gl’incanti suoi nulla si cura;
E poi, ch’ à varij segni ella s’accorge,
Ch’ei qualche cosa ha in se, che l’assicura,
À lui liberamente il collo porge,
E dice. Non pensar farmi paura;
Ben mi puoi fare oltraggio, e villania,
Ma nulla havrai da me per questa via.

Ferisci pure, e fammi in mille pezzi,
Che non havrai da me quel, che t’aggrada;
Ch’ io gradir soglio ad un, che m’accarezzi,
E non à chi m’assalti con la spada.
Dunque s’honoro io te, tu me disprezzi?
S’io ti bramo essaltar, tu vuoi, ch’ io cada?
Io bramo con quel vin ristoro darti,
Tu tormi il sangue, e farmi in mille parti?

Ulisse, come saggio, che comprende
Quel, ch’esser suol talhor donna ostinata,
Per guadagnarla un’altra strada prende.
La spada infodra, e poi dolce la guata,
Poi le parla in maniera, che la rende
Co’l suo parlar facondo innamorata.
L’invita ella al d’Amor dolce diletto.
Entra ei per saggio fin seco nel letto.

Poi ch’ei gradì la donna iniqua, e bella
Di quel piacer, che più s’ama in amore,
Con l’eloquente sua dolce favella
Cercò di novo à lei placare il core.
E si ben seppe lusingarla, ch’ella
Promise di tornarne al primo honore.
Ne guida co’l baston tosto una fante
Grugnendo stretti insieme à lei davante.

Di succhi il capo à noi sparse la maga
D’herba miglior, d’incognito à noi nome.
E di gradire al suo consorte vaga,
Per torre à noi le setolose some,
Dicendo il canto, e la parola maga
Nel luogo, ove fur già l’humane chiome,
Ne tocca con la verga, e vede intanto
Ch’ella non usa in van l’arte, e l’incanto.

Quanto più dice, e mormora quei versi,
Che son contrari à quei, che disse pria;
Tanto più vera in noi viene à vedersi
La primiera di noi forma natia.
Tutti i peli su noi veggiam dispersi,
Eccetto quei, che ’l capo, e ’l mento havia.
Il piede, ch’ in due parti era partito,
Si parte in cinque, e fa ogni parte un dito.

Quando haver racquistato ogn’un si vede
À più d’un certo segno il volto humano,
N’andiam (si come il debito richiede)
Ad honorare il nostro capitano.
Piangendo ei con amor n’abbraccia, e fede,
E noi piangendo à lui baciam la mano.
Poi dice ogn’un (come il parlar gli è dato)
Cosa, che pien d’amore il mostra, e grato.

Mentre noi dimorammo in quella parte,
Trascorse il biondo Dio dodici mesi.
E sò, se val di lei l’ incanto, e l’arte,
Ch’altre cose ne vidi, altre n’intesi.
E se grave non v’è, fia ben, che parte
De le sue rare prove io vi palesi.
Hor, se v’aggrada, à dirvi io m’incamino
Di Pico, Re del bel nome Latino.

Dapoi che Macareo ciascun disposto
Vide à volere udir, cosi seguio.
Un dì, che con la fata era nascosto
In servitio d’amore il Signor mio,
In un tempio, che v’è poco discosto,
Entrammo à sorte una sua serva, et io.
Di quattro cameriere era costei
La più gentile, e più gradita à lei.

Per primo obbietto dentro al santo tempio
Mentre riguardo il suo maggiore altare,
Mi s’appresenta à gli occhi un raro essempio
D’una statua, che v’è, che viva pare.
M’inchino, e mercè chiedo al mio cor’ empio,
Come ne’ sacri tempi si dè fare.
Ammiro, come ho detto, i sacri carmi
Lo stupendo artificio di quei marmi.

Mentre d’un Re fanciullo io miro il viso,
Per quel, ch’à la corona esser si vede,
E sopra d’un’ augello anchor m’affiso,
Che la corona sua stringe co’l piede,
Per haver di quel marmo in parte aviso,
Da me la damigella si richiede,
Che mi faccia quell’opra manifesta,
Che sia quel Re, c’ ha quell’augello in testa.

La bella cameriera à me rivolta
Mi fe cortese udir queste parole.
Dolce mio Macareo taci, et ascolta
Quel, che la stirpe può regia del Sole.
Ch’ io vo, che sappia quanto ogn’ alma è stolta,
Ch’à la gran donna mia ceder non vuole.
Fur fatte quelle statue per far note
L’opre, che far la mia Regina puote.

Da dieci miglia al Tevere vicino
Pico già di Saturno al mondo nacque,
Ne la regia città del suo domino,
Ch’à lui fondare in quel paese piacque.
Quando diè legge al popolo Latino,
E che per Giove Creta gli dispiacque
Quivi fu poi, che ’l padre al cielo ascese,
Pico Re del Saturnio almo paese.

Ei fu ne l’età sua più verde, e bella
D’uno aspetto si nobile, e si vago,
Di spirto si gentil, ch’ogni donzella
Havea de l’amor suo l’occhio, e ’l cor vago.
E da te stesso contemplando quella
Statua, il puoi ben conoscere à l’imago.
Da quell’opra trar puoi di spirto priva,
Qual fu la sua beltà verace, e viva.

Non ti dirò, che l’universa terra
Mai di si gran valor non vide alcuno
Nel rendere i cavalli atti à la guerra
Co’l lor maneggio proprio, et opportuno.
Ma, perche la mia Dea qui dentro serra
Quel marmo, che stupir fa teco ogn’uno,
Sol ti vo raccontar, perche ti sia
Noto il poter de la Regina mia.

Già Pico il quarto lustro havea fornito,
E le più belle Dee patrie Latine
Vedendol si leggiadro, e si gradito,
Di si rare bellezze, e si divine,
Per amante il voleano, ò per marito
Pervenir seco à l’amoroso fine;
Le Naiade, le Driade, e le Napee,
E le Nereide, e tutte l’altre Dee.

Ma giungersi ad alcuna egli non volle,
Che sol fra tutti un bel sembiante humano
D’ una Ninfa gli piacque, che nel colle
Palatin parturì Venilia à Giano.
Costei giunta à l’età matura, e molle,
De laqual volle amor l’ imperio in mano,
Non men de l’altre accesasi di Pico,
Amò consorte haverlo, overo amico.

Oprò l’amor reciproco di sorte,
Che subito, che mosse la favella,
Il figliuol di Saturno per consorte
Ottenne la bellissima donzella.
Cercando allhora ogni terrena corte,
Non si potea trovar coppia più bella;
Tal valore, e beltà fu in ambedui,
Che lui fe di lei degno, e lei di lui.

Ne la beltà nel ver fu rara quanto
Si puote imaginar ne l’intelletto;
Ma fu più rara, e nobile nel canto,
Per quel, che ne seguia, stupendo effetto.
Potea co’l verso suo mirabil tanto,
Che ne le fiere anchor movea l’affetto.
Fea per l’aria à gli augei fermar le piume,
Mover di luogo il monte, e stare il fiume.

Dal canto, ch’ogni cor più duro prese,
Nomar la bella giovane Canente.
Hor mentre un dì co’l suo bel verso intese
À far maravigliar di se la gente,
Fatto il corno sonar superbo ascese
Sopra un cavallo suo fiero, e possente
Pico, et entrò ne le vicine selve,
Per dar la caccia à l’ infelici belve.

N’andò succinto, e riccamente adorno,
Come conviensi à Re giovane in caccia.
Purpureo ha il manto, e d’ostro ornato è intorno,
Et ogni fibbia è d’or, che ’l panno allaccia.
Gli pende al fianco il rilucente corno,
E ’l ferro, onde le fiere uccide, e caccia.
Tal ha il corsiero anchor ricamo, et opra,
Qual si conviene in caccia, chi v’è sopra.

Lasciato allhor la mia Regina havea
Il patrio monte suo lieto, e fecondo
Per ritrovar quell’herbe, onde solea
Fare stupir di maraviglia il mondo.
E dove à punto in quel tempo correa
Dietro à le belve il giovane giocondo,
Si ritrovò cogliendo il fiore, e l’herba,
Che lei de l’arte sua fan gir superba.

Mentre ella stà cogliendo herbette, e fiori
Per dar favore à suoi futuri incanti,
Di corni, e gridi humani alti romori,
Sente inalzarsi al ciel da tutti i canti.
Si volge, e vede cani, e cacciatori,
Paggi, e livree con cavalieri, e fanti.
À manti, et à destrier di ricco pregio
Ben vede, ch’ è Signore illustre, e regio.

Ecco ch’à gli occhi suoi si rappresenta
Via più d’ogni altro adorno il Re Latino.
Hor mentre tien in lui la luce intenta,
E mira il viso amabile, e divino,
Di tal soavità l’occhio contenta,
Che s’oblia la cagion del suo camino.
Ne sol non coglie l’herba, che l’accade,
Ma quella ch’in man tien, di man le cade.

Pensa accostarsi, e mover la favella,
E ’l foco palesar, che ’l cor le coce.
Rassetta il velo, e ’l manto, e si fa bella,
E pensa à quel, che dee scoprir la voce;
Ma non s’accosta al Re, ne gli favella,
Che corre il suo destrier troppo veloce.
Le vieta anchora il passo, e le raffrena
La gran cavalleria, che seco mena.

Come raccoglie à se la mente alquanto,
Fa l’aria risonar di questo accento.
Corri pur via, non correrai mai tanto
Che noccia à me, se ti portasse il vento.
Se in tutto il mio non è perduto incanto,
Son per fermarti, e dirti il mio talento.
Ti scoprirò qual fiamma il cor m’opprima,
Se l’herbe han quel valor, c’haveano prima.

Comincia poi pian piano à mormorare
Quel verso, ch’è propitio al suo pensiero.
Et ecco un porco fuor selvaggio appare,
Che finta imagine è, non porco vero.
Quell’ombra falsa poi sforza à passare
Innanzi al valoroso cavaliero.
Il Re, ch’è di ferire acceso, e vago,
Spinge il caval dietro à la finta imago.

Secondo de la fata il verso chiede,
Ne la selva il cinghiale entra più stretta.
Il cavalier, che manifesto vede
À qual periglio egli, e ’l caval si metta,
Per poterlo seguir discende à piede,
Poi dietro al porco finto il passo affretta.
Tal che di Circe al fin l’ incanto, e l’arte
Da gli altri il trasse in solitaria parte.

Ogni parola poi dice opportuna
Per quel, che più importante oprare intende:
Onde il Sole oscurar suole, e la Luna,
Quando di ciò desio l’alma gli accende.
Già per lo fatal verso il ciel s’imbruna,
Già la terra il vapore essala, e rende;
Già con le nubi ragunate intorno
Forma un’oscura notte in mezzo al giorno.

Come scorge del ciel l’oscuro aspetto
Ogni huom, c’have il suo Re seguito in caccia,
Per lo timor del giel denso, e ristretto,
Che sfogare in gragniuola il ciel minaccia,
Cerca in parte trovar capanna, ò tetto
Che da quel tempo rio sicuro il faccia.
Altri cerca del Re, che gli era appresso,
Altri sol di salvar cerca se stesso.

Come dal tempo ingiurioso, e rio
Disperso esser ogn’un la maga scorse,
Trovato il loco, e ’l tempo, il core aprio,
E con questa favella al Re si porse.
Per quel chiaro splendor, ch’ al sommo Dio
Del divin raggio à le tue luci porse,
Per quel lume divin, che ’l mio cor prese,
Mostrati à l’amor mio grato, e cortese.

Per quella gran beltà, che in te riluce,
Ch’oprar può (sendo io Dea) che t’ami, e preghi,
Consenti, ch’ io, che de la maggior luce
Del ciel son figlia, al mio voler ti pieghi.
Lascia, che quel, ch’ in ciel del giorno è Duce,
À me sposo, à te genero ti leghi.
Fà lieta me nel tuo beato letto
Di quel, ch’Amor può dar, maggior diletto.

Il Re, c’havea rivolto ogni desire
À la sua moglie valorosa, e bella,
Con suo gran dispiacer la lasciò dire,
Poi ruppe in questi accenti la favella.
Amore, et Himeneo già fermi unire
Con una nobilissima donzella.
E ’l dover vuol, come saper ben dei,
Che tutto l’amor mio sia volto à lei.

Mentre mi serberanno i fati viva
La bella mia dolcissima Canente,
Ella sarà il mio bene, e la mia Diva,
Ella donna sarà della mia mente.
Prega l’accesa maga, egli la schiva,
E quanto più il lusinga, men consente.
Sdegnata al fin del Sol l’accesa prole,
Dice dentro al suo cor queste parole.

Sprezzami pur, non ti darai mai vanto
D’havermi ingiuriata, e vilipesa;
Più non godrai colei, che lodi tanto,
Che tanto del suo amor t’ ha l’alma accesa.
Io ti vò far provar lo sdegno quanto
In donna possa innamorata, e offesa.
Son donna, innamorata, e offesa, e voglio,
Che provi in parte il muliebre orgoglio.

Due volte ver l’occaso alza le ciglia,
Due là, ve il giorno acquista il primo lume:
Tre volte con la verga il tocca. ei piglia
Già qualche horror del suo mago costume.
Fugge, e prende fra via gran maraviglia
D’andar si ratto, e scorge haver le piume.
Quanto più và, più viene aereo, e snello
Fin che s’accorge in tutto essere augello.

Il purpureo color, c’havea la vesta,
L’arme, e ’l cappel con gli ornamenti loro,
Ne le sue nove penne passa, e resta
Con più superbo, e natural lavoro.
La fibbia d’oro anchor quell’or v’ inesta,
E gli fa intorno il collo, e ’l capo d’oro.
Tutto si vede augello, e non sà come,
Ne gli resta di Pico altro, che ’l nome.

Come di nova forma essere herede
S’accorge, più non torna al patrio regno,
Ne’ boschi và, che più propinqui vede,
Ne può nel cor placar l’ira, e lo sdegno.
Co’l duro rostro à tronchi i rami fiede,
E dentro più, che può, ferisce il legno.
La maga fatto questo, opra, che debbia
Il vento, e ’l Sol far via sparir la nebbia.

Tutti, c’haveano in caccia il Re seguito,
Poi che ogni pian cercaro, ogni pendice,
E che fu il nero nuvolo sparito,
E si scoperse il dì chiaro, e felice,
Non sepper ritrovar altro in quel sito,
Se non la trasformante incantatrice.
Dimandan tutti à lei per cortesia,
Che dica del lor Re quel, che ne sia.

Dice la fata, e stringesi nel petto,
Non l’haver visto, e mormora pian piano.
Tanto che ’l mormorar diè lor sospetto
Di qualche periglioso incanto, e strano.
Le dicon ogni oltraggio, ogni difetto,
Di batterla altri accenna con la mano,
Minaccia altri co’l ferro (e non gli giova)
Di farla allhor morir, se ’l Re non trova.

Come la fata ingiuriar si sente,
Et esser minacciata anchor da l’arme,
Co’l succo, e co’l velen se ne risente,
E co’l suo difensor magico carme.
Drizza le note à l’ Herebo, e la mente,
E chiama lui, che in sua difesa s’arme.
E seco per quel fin, ch’ esseguir brama,
La Notte, e gli altri Dei notturni chiama.

Chiamando Hecate poi tanto alza il grido,
Che sembra à chi la sente in tutto insana.
À l’alta voce, al paventoso strido
Da lei fugge ogni selva, e s’allontana.
Lascian tutti gli augelli il ramo, e ’l nido,
Tutte le fiere van fuor de la tana.
Diviene il monte, e ’l pian pallido, e smorto,
E tremando il terren geme il suo torto.

L’herba imbiancossi, e venne il fior sanguigno,
Di goccie, e sangue ogni prato si sparse.
E prevedendo il danno estremo, il Cigno
Cantò, tanto il morir vicin gli apparse.
Ogni serpente, ogni mostro maligno
Su’l pallido terren venne à mostrarse.
Restar le sepolture ignude, e sgombre,
E per l’aere volar mille, e mill’ombre.

Assalì tanto horror, tanto spavento
Quei, che per lei ferir levar la mano,
Che mancò in loro il solito ardimento,
E cercar via da lei fuggir, ma in vano.
Ch’ella diè fuora intanto il mago accento,
E non poter fuggir troppo lontano.
Gl’incantò tutti, e fe restare à un tratto
Ogn’un come stordito, e stupefatto.

La donna ria, che castigargli intende
Per la lor minacciata offensione,
Pian pian lor con la verga il capo offende,
E dice intanto il magico sermone.
Subito ogn’uno un’altra forma prende,
E diviene altri un’ orso, altri un leone,
Quegli diventa un lupo, e questi un drago,
Nessun restò nella sua propria imago.

Già fea del ciel la più lucente spera,
Stando ne l’orizonte in occidente,
À gli Antipodi l’alba, à noi la sera,
Per compartir la sua luce egualmente,
Quando à l’afflitta, e misera mogliera
Cadde più d’un sospetto ne la mente.
Già manda i servi, e gli altri del paese
Incontro al Re con le facelle accese.

Per le propinque selve, ov’era entrato
Per mala sorte il miser Re Latino
Le genti, che Saturnia havean lasciato,
Prendon chi quà, chi là vario camino.
Ma ben può ricercar questo, e quel lato,
Che no’l ritrova il popol Saturnino.
La misera Regina stride, e piange,
E si graffia le gote, e ’l capel frange.

Poi che tornar la misera no’l vede,
Ne alcun di quei, ch’andar seco à diporto,
E di quei, che cercaro, ogn’un fa fede,
Che no’l seppe trovar vivo, ne morto:
Al grido, al lagrimar talmente cede,
Che non solo à le gote, e al crin fa torto,
Ma vuol darsi co’l ferro in mezzo al petto,
Per non veder del Re vedovo il letto.

Dapoi che da ministri, e da vassalli
Le fu il morir più volte prohibito,
Per gli propinqui suoi silvestri calli
Cercar volle in persona il suo marito.
L’accompagnaro assai fanti, e cavalli,
E di novo cercar tutto quel sito;
E tanto il duolo in lei ogn’hor rinfresca,
Che più gustar non puote il sonno, e l’esca.

La moglie di Titon di gigli, e rose
Sei volte il cielo havea sparso, et adorno;
Sei volte in occidente il Sol s’ascose,
E lasciò in questo ciel senz’alma il giorno;
Et ella anchor per monti, e selve ombrose
Cercando gia tutto il paese intorno.
Posarsi intorno al Tebro al fin le piacque,
Dove co’l pianto accrebbe il fiume, e l’acque.

Non porge alcun ristoro, e non raffranca
Ó co’l sonno, ò co’l cibo la natura;
Ma debil se ne stà pallida, e bianca,
E de la vita sua punto non cura.
Talhor la voce alzando afflitta, e stanca,
Canta con verso pio la sua sciagura.
Imita in questo il Cigno, e la sua sorte,
Che canta, s’appressar sente la morte.

Per lo continuo sospirar suo tanto
La Ninfa venne in modo à consumarsi,
Che l’infelice suo terreno manto
Tutto in aure, e sospir venne à disfarsi.
La ripa, ov’ella diè l’ultimo pianto,
Dal dolce nome suo fe poi nomarsi.
Sempre dapoi la Tiberina gente
Quel luogo, ove sparì, chiamò Canente.

Queste, e molte altre cose intesi, e scorsi,
Mentre stei per un’ anno in quella parte;
Quindi venimmo poi di novo à torsi,
À por di novo in opra antenne, e sarte.
Io, che de i gran pericoli m’accorsi,
C’havea di Circe à noi predetti l’arte,
Ch’incorrer si dovean per l’ampio mare,
Come fui giunto quì, non volli andare.

Dapoi che Macareo tutto hebbe detto
Al prudente Troiano il rio destino
Di Canente, e del Re, da ’l qual fu retto
Quel popol, che fu poi detto Sutrino:
Enea nova pietà sentì nel petto,
Che giunta al fin del suo mortal camino
Vide la sua nutrice, e i ricchi marmi
Notò, che lei coprir con questi carmi.

Quel, ch’ io co’l latte mio mantenni vivo,
Quando dal sen Venereo al mondo apparse,
Me nomata Caieta al foco Argivo
Tolse, e co’l foco debito qui m’arse.
Come il mio corpo poi fu in tutto privo
Di carne, e in poca cenere si sparse;
Qui mi fe porre, e ver la sua Caieta
Volle sempre mostrar la stessa piéta.

Mostrata Enea la solita pietate,
E fatto il santo officio al corpo morto,
Le funi, che su’l porto eran legate,
Fa sciorre, e con buon vento esce del porto.
E lunge và da le maligne fate,
Et assicura se dal mago torto.
Scorre il Tirreno, e fa l’ultima scala,
Dove l’acqua del Tevere s’insala.

Quivi Enea da Latin con lieto volto,
Figliuol di Fauno, e Re di Laurenti,
Fu con gran cortesia visto, e raccolto,
Con tutte l’altre sue Troiane genti .
Dove tanto s’amar, che non ster molto,
Che voller rinovar d’ esser parenti.
Che l’avo di Latino hebbe per padre
Saturno, ch’ad Enea formò la madre.

D’Amata, e di Latin Lavinia nacque,
Leggiadra sopra ogni altra, e gratiosa.
Vista che l’hebbe il buon Troian gli piacque,
Ne la sua volontà ritenne ascosa.
La chiese al padre, et ei glie la compiacque,
E co’l voler del ciel la fe sua sposa.
Suppliro à quanto havea risposto il fato,
E rinovar l’antico parentato.

Ma non potè la moglie amata, e bella
Godere in pace il novo sposo Enea.
Che ’l padre molto prima la donzella
Promessa in matrimonio à Turno havea.
E di morir dispostosi, ò d’havella,
Per la ragion, che su vi pretendea,
I Rutuli armar fece in uno instante,
Contra il forte Enea gli spinse avante.

Da l’altro lato il buon Troian procura
Con l’arme, con la forza, e con l’ ingegno
Di far la sua militia si sicura,
Che vaglia più, che l’ inimico sdegno.
Però questo, e quel Re pone ogni cura
Di farsi amico ogni propinquo regno.
Per accrescer le forze instiga, e prega
Chi questo Re, chi quello, e seco il lega.

Tutta corre l’Italia à questa guerra,
Sia Re, sia Duca, ò publico domino.
Altri vengon per mare, altri per terra,
Secondo è lor più comodo il camino.
S’arma, e collega ogni Toscana terra
Per aiutare Enea co’l Re Latino.
Molti amici di Rutuli, e di Turno
S’arman contra i nipoti di Saturno.

Enea, per dirne il vero, hebbe gran sorte,
Ch’ Evandro armò le genti in suo favore,
Il qual de’ Re vicini era il più forte,
E la militia havea di più valore.
Ma perdea forse il regno, e la consorte,
Forse altri havea di questa impresa honore,
Se de la Puglia il Re saggio, et antico
Si lasciava dal suo piegare amico.

Regnava allhora in Puglia il buon Tidide,
Che, tornato da Troia al patrio tetto,
Di Grecia si fuggì per quel, che vide,
Per più d’un suo particolar rispetto.
Da Dauno al fin con note accorte, e fide,
E con amico, anzi paterno affetto
Raccolto, piacque l’uno à l’altro in modo,
Che si legar con più tenace nodo.

Fatto c’ha il Re di Puglia il primo invito
Al cavalier, ch’è giunto in quella parte
E c’ha il prudente ragionar sentito,
E la maniera, e la militia, e l’arte;
Gli prende tanto amor, che ’l fa marito
De la figliuola, e seco il regno parte.
Hor Turno à questo Re prudente Greco
Anchor mandò per collegarlo seco.

Ma la sorte d’Enea, c’havea fermato
Di farlo vincitor di quella impresa,
Non volle, ch’un guerrier tanto pregiato,
Seco volesse più prender contesa.
Anzi poi c’hebbe Venulo ascoltato,
E ben la volontà di Turno intesa,
Mostrossi in vista al nuntio mal contento,
E ’l fe tutto attristar con questo accento.

Per qual si voglia Re non ardirei
Contra il popol Troian prender più guerra.
Io non voglio condur gli huomini miei
À fargli diventar cenere, e terra.
Troppo amici i Troiani han gli alti Dei,
Tutti i nemici lor fan gir sotterra.
Privano ogn’un nemico al Re Troiano
Ó de la vita, over del volto humano.

Quanti quei fur, che già da l’arse mura
Di Troia per tornar montar su’l legno,
Ch’al fermo si credean goder sicura
La pace, che bramar nel patrio regno ?
Ma gli alti Dei, che de’ Troiani han cura,
Contra i miseri Greci armar lo sdegno.
Di quai molti passar ferne à Charonte,
Molti viver fra noi sott’ altra fronte.

E, perche tu non creda, ch’ io t’accenne
Questo, che detto io t’ho, per iscusarme,
Ti vo dir quel, ch’à molti Greci avenne
Poi che Troia acquistar per forza d’arme.
E ben, che ’l dir de l’ affondate antenne
Di memoria si ria faccia attristarme;
Non vò però restar di dirti il tutto,
Seguane quanto vuol dolore, e lutto.

Dapoi che Troia in ogni parte accese
La fiamma ingorda Argiva empia, e proterva,
E che ’l Naricio Aiace à forza prese
La vergine Cassandra, e fella serva:
Per comun danno in terra la distese,
E la sforzò nel tempio di Minerva.
La Dea sdegnossi, e fe per colpa d’uno,
Che fu nel campo Acheo punito ogn’uno.

Che poi che si partir le Greche navi
Per tornare à godersi il sen paterno,
Gl’irati venti, tempestosi, e gravi
Fer de l’aria, e del ciel proprio un’ inferno.
Portar le vele via, spezzar le travi,
Fer perdere al nocchier l’arte, e ’l governo.
Tanto che per lo mar n’andammo sparsi
Tempestati dal giel, da folgori arsi.

Quanta seguì pietà, quanto cordoglio
D’un pezzo innanzi à l’hora matutina,
Quando cacciati dal rabbioso orgoglio
Del vento, e de la cruda onda marina:
Tanti navilij urtar nel duro scoglio,
Per dare à Greci l’ultima ruina,
Del monte Cafareo, che fe tal clade,
C’havrebbe Priamo anchor mosso à pietade.

E per non riferirti ogni partita
Di tanti, che soffrimmo oltraggi, e danni,
Parve à Minerva à me porgere aita,
Per riserbarmi à più noiosi affanni.
Che m’allungò co’l mantenermi in vita
Il pianto, e le miserie à par de gli anni.
Ben meglio era per me d’haver la morte,
Che giunger vivo à le paterne porte.

Che Venere in memoria anchora havea
Che del suo sangue io già le sparsi il manto,
Quando ella aiuto dar volle ad Enea,
Che meco combattea su’l fiume Xanto.
E, perche vendicarsene intendea,
Mi pose à la mia moglie in odio tanto,
Che fè, che in casa io non fui ricevuto,
Per l’honor mio del resto io vò star muto.

Scacciato dal mio regno errando andai,
E sempre la fortuna hebbi più acerba,
Che la sdegnata Dea, che già piagai,
Ogn’hor mi fu più cruda, e più superba.
ln qual si voglia parte, ove smontai,
Far vidi à popol mio sanguigna l’herba.
La Dea Ciprigna à farne guerra accese
Per tutto ogni militia, ogni paese.

La guerra poi, che dal mare, e dal vento
Hebbi con gli altri miei fedeli amici,
Io no’l saprei ridir, ch’anchor pavento,
Di tanti casi miseri, e infelici.
Tanto stratio provai, tanto tormento
Che sovente color chiamai felici,
Cui fece il Cafareo l’ultimo torto,
E mi dolea, ch’anch’io non vi fui morto.

Già quasi ogn’un dicea d’abbandonarme,
Sofferto havendo l’ultime fatiche,
Vedendo, che di me le forze, e l’arme
Le Dee del cielo havean troppo nemiche.
E molti, ch’era ben, volean mostrarme
Di tornare à goder le patrie antiche,
E starvi (e non curarsi d’altri honori)
Vassalli almen, se non potean Signori.

Fra gli altri un cavalier di gran coraggio,
Aspro nel guerreggiar, caldo d’ingegno,
Disse. Deh qual può farci onta, et oltraggio
Questa troppo empia Dea del Ciprio regno,
Che di quel danno star possa al paraggio,
C’habbiam fin hor sofferto dal suo sdegno?
Non sia chi più di lei s’habbia timore,
Ch’ella n’ha fatto il mal, che può maggiore.

Se non ha fatto à noi sentir la morte,
Sicuro io son, ch’ella non ha potuto,
Che qualche Dio de la celeste corte
Particolar di noi conto ha tenuto.
Non possiam peggiorar fortuna, ò sorte,
Poi c’habbiam qualche Dio per nostro aiuto.
Perseguane, se sa, crepi di rabbia,
Peggio non ne può far, che fatto n’habbia.

Crediam d’haver sofferto il maggior danno,
Che può sopra di noi mandare il cielo:
Che mentre un dì maggior dubita affanno,
Forz’è, che volga à voti il core, e ’l zelo.
Ma quei, che stanno invitti, e che non fanno
À colpi di fortuna il cor di gielo,
Mostran forza di cor, mostran virtute,
E ’l non temer di peggio è lor salute.

Faccia, se sà, la Dea, che n’odia, e fiede,
Con la sua cruda sferza in mare, e in terra:
Non farà mai, ch’appresso à Diomede
Tema l’odio di lei, ne l’altrui guerra.
In questo Duca invitto ho tanta fede,
Ch’ogni ragion contraria in tutto atterra.
Non vò temer, mentre ho si fida scorta,
Ne ’l poter suo, ne l’odio, che ne porta.

Io non vò sotto un tanto capitano
Temer di questa putta, e infame Dea.
Ei pur la ferì già di propria mano,
Quando ella aiuto dar volle ad Enea.
Con questo dir superbo, empio, e profano
L’odio risuscitò, ch’ella n’havea,
Agmone, e fè co’l suo dire importuno:
Ch’ella del suo mal dir punì più d’uno.

Mentre io con molti dolcemente il voglio
Riprender del suo dir troppo spietato,
E mostrar, c’huom non dee con tanto orgoglio
Verso i celesti Dei mostrarsi irato;
Ma che del suo fallire habbia cordoglio,
E chieda à lei perdon del suo peccato:
Dal mio navilio in guisa il vidi torsi,
Che non so, s’io me ’l creda, e pur lo scorsi.

Cerca egli con parlar non meno altero
La voce alzar contra il Ciprigno Nume,
Ma non odo il parlar suo proprio, e vero;
E mentre io tengo in lui ben fiso il lume,
M’ accorgo del color contrario al nero
La barba, e ’l crin di lui cangiarsi in piume:
Il manto intorno à lui tutto vien bianco,
Tutto gli arma di piume il petto, e ’l fianco.

De la Ciprigna Dea l’aspra vendetta
À la figura humana ogni hor più noce.
La penna al braccio vien, che ’l volo affretta,
E che in aria il sostien lieve, e veloce.
S’allunga il collo, e la fa più stretta
Al cibo, al respirare, et à la voce.
La bocca forma anchora il duro rostro,
Poi vola augello intorno al legno nostro.

Mentre ch’à novo augello alzo le ciglia,
E che pien di stupor stommi à vedere,
E Lico più d’ogn’un si maraviglia,
Che co’l cangiato Agmon fu d’un parere;
Veggio, ch’anch’ei la stessa forma piglia,
E con l’ale và via snelle, e leggiere.
Stupido io ’l mostro, e questo addito, e quello,
E ’n tanto Ida, e Nitreo vien anche augello.

Si cangia poi Rethenore, et Abante.
In somma ogn’un de’ miei, che fu conforme
D’opinione à quel primo arrogante,
Vidi andarsene à vol sott’altre forme.
M’inchino, e con parole humili, e sante,
Perche gli altri la Dea non mi trasforme,
Mando preghiere à lei con pura fede,
Che de gli altri miei Greci habbia mercede.

Se brami di saper forse qual sorte
D’augelli fece il mio popol maligno;
Sembra l’augel, che canta anzi la morte,
Cigno non è, ma ben simile al Cigno.
Hor s’io fra tanto mal con poca corte
Il Venereo flagello hebbi benigno,
Non voglio andar contra il suo figlio Enea,
E far di novo irar la Cipria Dea.

Genero al fin da Dauno io fui raccolto
Dopo tante fatiche, e tanti affanni.
Si ch’ostinato esser non voglio, e stolto,
Ne mandar le mie genti à Frigij danni.
Ch’io non gli vò veder sott’altro volto
Batter simili al Cigno in aria i vanni;
Non vò più, che i Venerei aspri flagelli
Gli faccian restar morti, overo augelli.

Si ch’appresso al Signor, ch’à me ti manda,
Opra, che in questo affar m’habbia scusato,
S’io no ’l compiaccio in quel, che mi dimanda,
Che far più non mi voglio il cielo irato.
L’ambasciador, poi che la sua dimanda
Non fece frutto alcun, tolse comiato.
Verso i campi Messapij il camin tenne,
Dove una maraviglia avenne.

Un’ antro oscuro in quel sito si scorge,
Che goccia d’ogn’intorno, e forma un fonte,
Ch’à quello Dio biforme albergo porge,
Che due corna di capra ha ne la fronte.
Le Ninfe già per l’acqua, che vi sorge,
Solean lasciar la selva, il piano, e ’l monte
Su’l mezzo giorno, e fresco essendo il loco,
Vi facean più d’ un ballo, e più d’ un gioco.

Mentre prendeano un dì su’l mezzo giorno
Con la voce, e co’l suon vario diletto,
Un malvagio pastor di quel contorno
Vi venne per suo male à dar di petto.
E cominciò dir loro oltraggio, e scorno,
À far loro ogni noia, ogni dispetto.
Le Ninfe da principio hebber terrore,
E fuggir via dal rozzo empio pastore.

Ma come tornan poi ne la lor mente,
E veggon, ch’un vil’ huom lor dà la caccia,
Conto non fan del suo dir insolente,
Se bene anchor lontan grida, e minaccia.
Tornando à cantar poi soavemente,
Un ballo fan, ch’un largo giro abbraccia;
Girare intorno il rio pastor le vede,
Et accordar co’l tempo il canto, e ’l piede.

Anchor con ogni sorta di rampogna
Il rio pastor d’Apulia le flagella.
Dice loro ogni infamia, ogni vergogna,
Et addita, et infama hor questa, hor quella.
Finge con bocca il suon de la sampogna,
E poi, beffando lor, canta, e saltella.
Danzando anch’egli in giro hor basso, hor alto,
Per burla il canto loro imita, e ’l salto.

Finge il suon, move il canto, il salto, e ’l riso,
Le scherne, e torce in più guise la bocca;
Ogni altra infamia lor dice su’l viso
Con favella, e maniera oscena, e sciocca.
Vedendo il ballo lor tanto deriso
Una di lor con una verga il tocca;
Intanto il verso à ciò propitio dice,
E fa, che forma in terra una radice.

Di nuovo il suono, il salto, e la parola
Per derider le Dee mover voleva,
Ma la radice al piede il moto invola,
E ’l legno, che l’ indura, e che l’aggreva.
L’arbor s’inalza, e già chiude la gola,
E la parola, e ’l respirar gli leva.
I rami già l’ han fatto arbore in tutto,
Et hoggi anchora amaro ha il succo, e ’l frutto.

In un momento un’ olivastro appare
Innanzi à gli occhi à le derise Dive.
L’asprezza de le sue parole amare
Nelle sue trapassò picciole olive.
L’ambasciator di Turno, che tornare
Brama al suo Re con le risposte Argive,
Lascia quei campi, e giunge, e fa palese
La scusa al suo Signor del Re Pugliese.

Se ben soccorso i Rutuli non hanno
(Come credeano haver) dal Re Tidide
Con grande ardir però la guerra fanno,
Se ben la sorte à lor non molto arride.
Tinti di sangue al mare i fiumi vanno
Per l’ infinito popol, che s’uccide.
Parturisce ogni campo ardito, e forte
Pianto, grido, terror, miseria, e morte.

Ecco, che Turno un giorno il foco accende,
Indi l’appicca à le Troiane navi,
E di bruciarle in ogni modo intende,
Anchor che l’onda le circondi, e lavi.
Già per gire à l’antenne il foco ascende,
E poggia al ciel per l’elevate travi;
Già la pece, e la cera arde, e consume,
E maggior sempre fa splendere il lume.

Fuman le navi afflitte in ogni loco
Ne la prua, ne la poppa, e ne le sponde.
Teme hoggi quel Troian morir nel foco,
Ch’altre volte temea morir ne l’ onde.
Per gli alti gridi ogni nocchier vien roco,
Che vuol prender riparo, e non sà donde,
Che s’egli ne la poppa il foco ammorza,
Vede, che ne la prora alza, e rafforza.

À tanto foco, e mal volge la luce
À caso la gran madre de gli Dei;
E gli arbori avampar mira del Duce
Troian, che nacque già ne i colli Idei.
Folle è (disse) il desio, che ti conduce,
Turno, à bruciare i sacri boschi miei.
Non vò, che la sacrilega tua destra
Arda la sacra mia pianta silvestra.

Si grave error per comportar non sono,
Et ecco vien co’l suo carro ver terra;
La tromba seco vien con ogni suono,
Che suole accender gli animi à la guerra.
Appresso avampa il ciel, poi s’ode il tuono;
E nembo con la pioggia il gielo atterra.
Freme la pioggia, e ’l giel con rabbia, e cade
Per ammorzar la fiamma, e tanta clade.

Euro, e Favonio, e seco ogni altro vento
In favor de la Dea ne l’aria venne;
E poi che ’l soffio lor restar fe spento
Il foco, un sol la Dea seco ne tenne;
Co’l cui favor le funi in un momento
Recise, e in alto mar pinse l’antenne;
Dove dopo mille onde il mar s’aperse,
E le fe tutte rimaner sommerse.

La parte, che nel legno era aspra, e dura,
Ne l’acqua venne delicata, e molle.
Tanto che quella al fin perdè figura,
Che le selve gli dier del Frigio colle.
D’una vaga donzella ha già figura
La poppa, e sopra l’onde il capo estolle.
Passan l’antenne in braccia, e in coscie, e in dita
I remi, e co’l notar le danno aita.

Quel corpo, che tenea nel sen riposte
Le cose necessarie à la galea,
E petto, e fianco, e quei banchi son coste,
Ch’assegnati à gli schiavi il capo havea.
Le funi, che in più parti eran disposte,
Come il diverso loro uso chiedea,
S’uniscon tutte insieme, e in parte vanno,
Che al novo corpo human le chiome fanno.

Han già congiunte insieme ambe le sponde,
E chiuso in ogni parte il fianco, e ’l petto.
Vergini di bellezze alme, e gioconde
Appaion già nel trasformato aspetto.
E dove pria temer solean de l’onde,
E scherzan per diporto, e per diletto.
E nate già nel duro immobil monte,
Celebran Ninfe il molle instabil fonte.

Non però si scordar del gran periglio,
Che corser con Enea per tanto mare.
E sovente salvar più d’un naviglio,
Che fu nel tempo rio per affondare.
È ver, ch’aiuto mai, ne men consiglio
À le Greche galee non voller dare.
Sempre in mente serbar l’ire, e l’offese,
Che fer troppo empi i Greci al lor paese.

Arser sempre dapoi d’ira, e di sdegno
Contra gli Achei, ne mai lor diero aita;
E se vider perir qualche lor legno,
Ne sentir dentro al cor gioia infinita.
E quando il Re de l’Itacense regno
Ruppe nel mare, e vi salvò la vita;
Si rallegrar vederlo afflitto, e smorto,
E si dolean, che non vi restò morto.

E dove tutto il mondo hebbe cordoglio
De la d’Alcinoo sventurata nave,
Quando presso à Corfù divenne un scoglio,
E pietra fe d’ ogni asse, e d’ogni trave;
À queste accese anchor d’ira, e d’orgoglio
Contra le genti Achee non parve grave;
Anzi si rallegrar co’l Re marino,
Ch’un sasso immobil fè del mobil pino.

Poi che quel dì la Berecinthia Dea
Dato hebbe al suo desir l’ultimo fine,
E che le navi de la selva Idea
Fur fatte innanzi à lei Ninfe marine,
Con gran ragion da tutti si tenea,
Che dovesser cessar tante ruine,
Che Turno per l’augurio, ch’ ivi apparse,
Non mai più contra Enea dovesse armarse.

Ma s’era in guisa l’ostinato affetto
Fatto signor de l’uno, e l’altro core,
Che combattean per odio, e per dispetto,
Non più per la consorte, ò per l’amore,
Non per la dote, non per quel rispetto,
Che promettea nel Latio il regio honore;
Ma tenean che disnor fosse à colui,
Ch’à ceder fosse il primo à l’arme altrui.

L’uno, e l’altro ostinato altro non chiede,
Che d’esser vincitor di quella.
Ogn’uno ha più d’un Dio, (nel quale ha fede)
Che in suo favore il suo favor disserra.
Venere finalmente il figlio vede,
Che fa cadere il suo nemico in terra.
La sorte, e Citherea talmente arride
Al valoroso Enea, che Turno uccide.

Dapoi ch’Enea la vita hebbe interdetta
Al Re, che torgli la consorte intese;
E la regia città, ch’Ardea fu detta,
Ricca, e possente già per forza prese;
Perche dapoi mai più farne vendetta
Potesse, fe, che ’l foco empio l’accese.
Fer gli alteri Troiani in ogni loco
De la presa città splendere il foco.

Mentre ch’ardeva Ardea del rogo visto
Fu da Troiani uscire un grande augello,
Non più veduto, macilento, e tristo,
Che nacque di quel misero flagello.
Di cenere, e di fumo il color misto
Fa noto il suo infortunio iniquo, e fello.
Par la voce, il colore, e ’l resto tutto
L’horror d’ un luogo preso, arso, e distrutto.

Anchor da l’arso suo paterno nido
Ardea si noma, e s’ange, e si percote
Con l’ali proprie, e duolsi con lo strido,
Poi che non può con le dolenti note.
Già del pietoso Enea la fama, e ’l grido
Del mondo empian le parti più remote;
Acceso il suo valor d’ardente zelo
Non solo il mondo havea, ma anchora il cielo.

L’alta virtù del valoroso Enea
Mostrata in ogni affar s’era di sorte,
Ch’insino à l’odio in tutto estinto havea
Di lei del maggior Dio suora, e consorte.
E già canuto à quella età giungea,
La qual suole esser prossima à la morte.
Quell’hore belle dette eran vicine,
Che ’l dovean por fra l’alme alte, e divine.

Con mille note pie, faconde, e grate
E con modo piacevole, e venusto
Mosse havea Citherea l’alme beate
À fare Enea del regno eterno, e giusto.
E le ginocchie havendo ambe chinate
Al maggior, che nel cielo impera, Augusto;
Serbando in tutto il debito rispetto,
Cosi movere in lui cercò l’affetto.

Ó padre, ò de gli Dei superno Dio,
Ó non mai al cor mio duro, e ritroso,
Deh fatti à me più de l’usato pio,
Fammi di nova gratia il cor gioioso.
Enea, ch’avo ti fe del sangue mio,
Fa degno de l’eterno alto riposo.
Concedi à me rettor santo, e superno,
Ch’io ’l vegga Dio nel regno alto, et eterno.

Fa Re del ciel, che fra i celesti lumi
La stella del mio figlio anchor risplenda.
S’una volta varcò gli Stigij fiumi,
Non mi par d’huopo più, che vi discenda.
Giove consente à lei con gli altri Numi,
Che ’l suo giusto figliuolo al cielo ascenda.
Ringratia ella gli Dei, Giunone, e Giove,
Poi per montar su’l carro ’l passo move.

Montò su’l carro, e fe batter le penne
À le colombe candide, e lascive,
E dopo mille ruote in terra venne
À dismontar su le Numicie rive.
Sopra il fiume Numicio il piè ritenne,
Poi mirò l’acque cristalline, e vive.
E chiamato lo Dio, ch’ ivi risiede,
Questa con questo dir gratia à lui chiede.

Poi ch’ à l’eterno Dio fare immortale
Piace il giusto Troian, che di me nacque;
Per quella deità santa, e fatale
Ti prego, che dal ciel ti si compiacque,
Che tutto quel, ch’egli ha vile, e mortale,
Tu togli via con le tue limpid’acque.
Nel gran favor, che ’l cielo à lui comparte,
Fà, ch’ancho il fonte tuo voglia haver parte.

Grato lo Dio Numicio à lei risponde,
Che in tutto ei darle intende il suo contento.
Il canuto Troian nel fiume asconde,
E ’l lava, e ’l monda cento volte, e cento:
Come il vede purgato esser da l’onde,
E ’l suo mortal da lui svanito, e spento;
Con la parte immortal di sopra ascende,
E purgato à la madre il figlio rende.

La madre Citherea d’odor divino
Unge il giusto figliuol purgato, e mondo,
Indi d’ambrosia, e di celeste vino
Lo ciba, e ’l fa del regno alto, e giocondo.
Ne sol gli eresse il buon popol Latino
Altari, e tempij pij, ma tutto il mondo;
E d’huom mortal religioso, e pio
Indigete fu poi nomato Dio.

Dapoi che ’l giusto Principe Troiano
Del regno fatto fu santo, et eletto;
Dal figlio Ascanio il buon popolo Albano
Co’l bel regno Latin fu preso, e retto.
À quello ei diede poi lo scettro in mano,
Il qual fu da le selve Silvio detto;
Silvio à colui lasciò le regie some,
Che del primo Latin rinovò il nome.

Dopo questo Latin lo scettro tenne
Epito de l’Ausonio almo paese.
Dopo l’imperio in man di Capi venne,
Da cui l’illustre Capeto discese.
Da Capeto poi quegli il regno ottenne,
Dal qual l’altiero Tebro il nome prese;
Di Tiberin, che diede il nome à l’acque,
Remulo prima, e dopo Acreta nacque.

Remulo di più tempo, perche volse
Giove imitar co’l folgore non vero,
Poi ch’un folgor mortal nel petto il colse,
Al più saggio fratel lasciò l’impero.
Aventin dopò lui lo scettro tolse,
Che poi che l’alma al regno afflitto, e nero
Rendè, dove fondò la regia sede
Sepolto, al nobil monte il nome diede.

Proca di governar poscia hebbe il pondo
I padri Albani, e ’l popol Palatino.
Sotto questo gran Re comparse al mondo
Pomona nel bel regno almo Latino;
Di viso si leggiadro, e si giocondo,
Di spirto si svegliato, e si divino,
Che i suoi bei modi, e i suoi santi costumi
Tutti preser d’amor gli agresti Numi.

Fra l’Amadriade Dee, che de le piante
Cura tenean nel lieto Ausonio seno,
Non era alcuna, che passasse avante
Nel cultivarle, e custodire à pieno
À questa: le cui gratie illustri, e sante
Ogni Fauno, ogni Dio preser terreno.
Cercò ne gli horti suoi con ogni cura
Di dar con l’arte aiuto à la natura.

Pomona à pomi havea rivolto tutto
(Onde il nome prendea) lo studio, e ’l core.
Cercava migliorar questo, e quel frutto
Di beltà, di grandezza, e di sapore.
L’uno il monte chiedea caldo, et asciutto,
L’altro la valle, e ’l ben temprato humore.
Et ella disponea co’l frutto il sito,
E dava aiuto al lor proprio appetito.

Ella non ama il bosco, il fiume, ò ’l lago,
Non ama alcun diletto da donzella;
Non porta il dardo in man, non ha il cor vago
Di dar la caccia à questa fera, ò à quella;
Non lo specchio la sua non guarda imago,
Per farsi più mirabile, e più bella;
Ma suol le sue bellezze altere, e conte
Senza studio purgar co ’l puro fonte.

Poi se ne va ne suoi giardini, e in mano
In vece de lo stral la falce porta.
E se spargendo và troppo lontano
Qualche arbore i suoi rami, ella gli accorta.
E fa, che ’l tronco il suo vigore in vano
Per gli distesi rami non trasporta,
À fin che ’l succo suo propinquo, ò puro
Più dolce faccia il frutto, e più maturo.

Tal volta in una inutil pianta innesta
D’un tronco illustre un tenero vinciglio.
Lieta l’ignobil balia il latte impresta
Al nobil, ch’à nutrir gliè dato, figlio.
Che se l’anno primier vivo le resta,
E d’ un caldo, e d’un giel fugge il periglio,
Co’l frutto, che farà dolce, e felice,
Farà nobile anchor la sua nutrice.

Se ’l caldo fa troppo arida la terra,
Perche de l’alma gli arbori non privi,
In piccioli canali i fonti serra,
E fa vicino à lor correre i rivi.
E con l’acqua, che penetra sotterra,
Mantien gli arbori suoi fecondi, e vivi.
Ogni sua cura, ogni suo studio è inteso
À far, che l’arbor suo non venga offeso.

Lo stral d’Amor, gli altrui sguardi soavi
Non le poter giamai far caldo il petto;
Ma come fosser tutti ingiusti, e pravi
Havea sempre de gli huomini sospetto.
Però con varie porte, e stanghe, e chiavi
Tenne sempre ad ogn’huom l’horto interdetto.
Ad alcun huom non mai commodo diede,
Che potesse formarvi orma co’l piede.

I Satiri, Sileni, e gli altri Dei,
Che di pino, e corona ornan le corna,
Che cosa non oprar per goder lei,
Di si rare bellezze, e gratie adorna?
Vertunno anche ama i suoi dolci himenei,
E in mille forme à riverderla torna.
Più d’ogn’un l’ama, e poi che non può farla
Sua sposa, mille vie tien per mirarla.

S’era la casta Dea saggia, et accorta
Al lascivo mirar di questo Dio,
Et à più d’un segnal più volte accorta,
Ch’ardea de l’amoroso suo desio.
Però quand’ella uscia fuor de la porta
De l’horto, ò de l’albergo suo natio,
Se l’incontrava, il piènon havea tardo
À fuggir dal suo lascivo sguardo.

L’innamorato Dio poi che non puote
(Come saria il desio) farla sua moglie,
Mirare almeno i begli occhi, e le gote
Brama, e per cio varie sembianze toglie.
La bella Dea, cui son del tutto ignote
Le fraudi sue, le sue mentite spoglie,
Mentre innanzi à lo Dio bugiardo passa,
Senza sospetto alcun mirar si lassa.

Per dare effetto al suo lascivo fine,
Talvolta un metitor lo Dio si finse,
E d’ariste novelle ornato il crine
Segò le spighe, e in fascio indi le strinse.
S’armò d’arme leggiadre, e pellegrine,
E sopra l’arme poi la spada cinse.
E per farla fermar, come guerriero,
Fe far varij maneggi al suo destriero.

La maggior falce anchor talvolta prende,
E l’incolpevoli herbe uccide, e sega,
Indi al più caldo Sol le volta, e stende,
E dopo il fien co’l fieno unisce, e lega.
E intanto accortamente il guardo intende
Ver lei, che la sua vista non gli nega.
L’hamo prende tal’hor, l’esca, e la canna,
E la Ninfa in un punto, e ’l pesce inganna.

Bifolco, e potator d’arbori, e vigne
Talhor se l’appresenta: ella se ’l crede.
Di voler corre à lei le poma finge,
E con la scala in collo la richiede.
Di mille, e mille forme si dipigne,
E in mille modi la vagheggia, e vede.
Cosi l’acceso Dio cangiando aspetto
Mira la bella Dea senza sospetto.

Al fine in una vecchia si trasforma,
Spargendo di canicie il volto, e ’l pelo,
E dà conveniente à questa forma
L’ornamento, il color, la gonna, e ’l velo.
Con un baston, di lei poi segue l’orma:
E per dar loco à l’amoroso zelo
Entra ne l’horto, et à la Ninfa bella
Fa balba, e pigra udir questa favella.

Mentre il tuo bel giardino attento, e fiso
Miro, e ’l bel volto tuo, le belle membra,
Mi par, ch’à l’alto honor del paradiso
La sua vaghezza, e ’l tuo splendor rassembra.
E di tanto è più raro il tuo bel viso
D’ogni maggior beltà, che si rimembra,
Di quanto l’horto tuo lieto, e giocondo
Vince ogn’altro giardin, c’hoggi habbia ’l mondo.

Tu sei de la beltà l’essempio vero,
Tutte le gratie impresse hai nel tuo volto.
E ben che donna io sia, tutto ho il pensiero
À riverir la tua beltà rivolto.
Io t’amo, e pria goder d’ogni altro spero
De lo splendor, che in te veggio raccolto:
Che mi concederai per cortesia,
Ch’un dolce per amor bacio io ti dia.

Un bacio ella le diè tanto lascivo,
Che tal mai non l’havria dato una vecchia.
Nel volto de la Dea giocondo, e divo,
E nel suo bianco seno ella si specchia.
Con ogni modo poi caritativo
La prega, ch’al suo dir porga l’orecchia:
E fa, che la Dea giura d’ascoltarla,
Senza che l’interrompa, mentre parla.

Promettendo far lei contenta, e lieta
La finta vecchia con la sua favella,
Per l’acqua, ch’à gli Dei pentirsi vieta,
Fa la Ninfa giurare amata, e bella;
Che starà sempre mai muta, e quieta
Ad udir l’amorevol vecchiarella.
E, perche meno ad ambe il dir rincresca,
Si pongono à seder su l’herba fresca.

Innanzi à gli occhi loro alza la fronda
Con sparti un’ olmo, e ben disposti rami.
Una, che sostien, vite alma, e feconda
Con mille i fusti suoi lega legami.
In copia l’uva lucida, e gioconda
Pende appiccata à suoi paterni stami.
Gode ella l’olmo haver legato, e preso,
E l’olmo è altier del suo lodato peso.

La vecchia accorta à lei quell’olmo addita,
E dice. Mira ben quell’arbor tutto;
Tu vedi quella vite al tronco unita,
Con qual felicità produce il frutto.
Tu vedi anchor quell’arbor, che l’aita,
À quanto honor si vede esser condutto;
Che poi che i frutti suoi mancano à lui,
S’adorna, e stassi altier del frutto altrui.

Ma se quest’olmo vedovo, e infelice
Stesse senza l’honor, c’ ha de la moglie,
Qual frutto nutriria la sua radice,
Fuor che l’amare inutili sue foglie ?
Le vite si feconda, e si felice,
Onde frutto si nobile si coglie,
Superba è del suo frutto, e del suo bene,
Per l’arbor, che l’aiuta, e la sostiene.

E se mancasse il tronco, ove s’afferra,
À la consorte sua del suo favore,
Si giacerebbe inutile per terra,
Deserta, senza frutto, e senza honore.
E quel, che ne la sua radice serra,
Per la propria virtù succo, e vigore,
Non bastando à levarla alta, e superba
Nutriria sol le fronde, e l’uva acerba.

Ma non però veggo io, che questo essempio
Ti faccia per tuo ben prender marito;
Anzi per danno tuo, per altrui scempio
Sei resistente à l’amoroso invito.
Ver la natura ha il cor profano, et empio
Ogn’un, che ’l natural sprezza appetito.
Misere donne, hor qual vana paura
Vi fa i doni sprezzar de la Natura?

Ahi che di si divino, e bel sembiante
Dotata t’han l’alma Natura, e Dio.
Le gratie, che ti dier, son tante, e tante,
Ch’ogn’un per seguir te, pon sè in oblio.
Ogn’uno ò per consorte, ò per amante
Ti brama: ogn’un in te ferma il desio.
Huomini, Semidei, Fauni, e Silvani,
E quanti abitan Numi i monti Albani.

Ma d’ogni Divo, à cui gradisca, e piaccia
Il tuo leggiadro, e singulare aspetto,
Sol quel possente Dio scegli, et abbraccia,
Che dal popol Latin Vertunno è detto.
Fa degno sol quel Dio, che teco giaccia,
Teco ei sol goda il coniugal diletto.
E credi, et habbi la mia fè per pegno,
Che fra gli Albani Numi egli è il più degno.

Ei più d’ogn’altro Dio ti porta amore,
Credilo à me, ch’à lui son sempre appresso;
Et ogni interno affetto del suo cuore
È cosi noto à me, come à lui stesso.
Et oltre c’ha quel natural splendore,
Ch’à l’età giovinile ha il ciel concesso;
Può prender ogni forma, ogni beltade,
E ben tosto vedrai qual più t’aggrade.

Ei tal non è, che voglia hor questa, hor quella,
Come il più de gli amanti esser si trova,
Che vogliono ogni dì nova donzella,
Che cercano ogni dì bellezza nova.
Sempre à lui tu sarai gradita, e bella;
Sempre t’approverà, come hor t’approva.
Tu ’l primo ardor, tu l’ultimo sarai,
Tu sola il ben d’Amor seco godrai.

Lui non privare, e te di tanto bene,
Poi che lo stesso studio è d’ambidui.
Se ’l cultivar de gli horti à te s’aviene,
I primi frutti tuoi si denno à lui.
E ne la destra sua sempre sostiene
Le tue primitie, i grati doni tui;
Ben che i tuoi dolci doni ei più non brama,
E sol te chiede, ammira, honora, et ama.

Habbi mercè di lui, che t’ama tanto;
Fa, ch’al dolce Himeneo t’unisca, e leghi.
E se ben io per lui qui piovo il pianto,
Fa conto, ch’ei qui pianga, e, che ti preghi.
Farai sdegnar gli Dei del regno santo,
S’avien, ch’ à preghi altrui tu non ti pieghi.
Nemesi, e Citherea di pene acerbe
Soglion l’alme punir crude, e superbe.

E per far saggia te con l’altrui scempio
Voglio io (che per l’età sò qualche cosa)
Innanzi à gli occhi tuoi porre un’ essempio,
Che forse l’alma tua farà pietosa,
D’una donzella, c’hebbe il cor tant’empio,
Che fu à preghi d’Amor tanto ritrosa,
Ch’un misero amator condusse à morte,
Et ella peggiorò natura, e sorte.

Ne l’ isola di Cipro una donzella
Del sangue illustre del gran Teucro nacque.
Costei fu d’ogni gratia adorna, e bella,
E più, ch’ad alcun’ altro, ad Ifi piacque.
Il prego ei mosse bene, e la favella,
Ben versò da le luci in copia l’acque.
Ma la fanciulla, detta Anassarete,
Non mai le voglie sue volle far liete.

Questo è ben ver, che l’ infelice amante
D’humil condition si trovò nato:
Ma fu di cor si degno, e si prestante,
E di tante virtù dal ciel dotato,
Che ’l suo valore, e ’l suo gentil sembiante
Gli dovrebbe senz’altro esser bastato.
Ne gli bastò però: che la fanciulla
Ogni sua rara parte hebbe per nulla.

Da principio il meschin con ogni cura
Si ritien da l’amar donna si rara,
Che vede la sua stupe humile, e scura
Mal convenirsi à l’altra altera, e chiara.
Cerca sforzare Amore, e la Natura,
Da colpi lor si schiva, e si ripara:
Ma il faretrato Dio ne vuol la palma,
E gliela imprime à forza in mezzo à l’alma.

Dapoi ch’un tempo il misero contese,
E che, mal grado suo, rimase vinto,
Con mezzi accorti à lei fece palese
L’amor, che lo struggeva, e ’l cor non finto.
Modesto innanzi à lei sempre, e cortese
Passò co’l volto di pietà dipinto.
Quando incontrolla, il debito saluto
Di darle non mancò, ma, cheto, e muto.

Se ’n và di notte innanzi à le sue porte,
E suona il suo liuto, e move il canto,
E mentre fa le sue parole accorte
Sentire, insin da marmi impetra il pianto.
Loda di poesia con ogni sorte
La bellezza di lei mirabil tanto.
E cosi sfoga il tormentato core
L’altrui beltà cantando, e ’l suo dolore.

Sfoga l’acceso core, e non si parte,
Che pria co’ versi la licenza prende.
E del suo pianto havendole ben sparte
Di varij fior varie corone appende.
E n’orna le sue porte, e con ogni arte.
Per ogni via, che puote, honor le rende.
Ma faccia quel, che vuole; ella sta dura,
E de gli officij suoi nulla non cura.

Del tutto disperato l’infelice
Ad ogni amico suo chiede soccorso.
Ragguaglia del suo amor la sua nutrice
Di ciò, che gli è fin à quel tempo occorso.
E che s’ella il suo aiuto gli disdice,
Ei sarà tosto al fin del vital corso.
La prega, s’ella ha in lui punto di speme,
Che toglia via quel mal, che tanto il preme.

Quando la balia à più d’un segno scorge
L’intenso amore, e ’l suo mortal periglio,
E che ’l duol sempre in lui maggior risorge,
Vuol con l’opra aiutarlo, e co’l consiglio.
Lettre, ambasciate à la fanciulla porge
Da parte del da lei nutrito figlio.
Legger dura, e proterva ella non vole
L’affetuose sue dolci parole.

Oh quante volte addolorato, e stanco
Poi che ’l canto il suo duol fece palese,
Posò su duri sassi il molle fianco,
E dopo un lungo affanno il sonno il prese.
Si risvegliò da poi pallido, e bianco,
E fe, che ’l canto suo di novo intese.
Et à quel ferro disse ingiuria intanto,
Che non aprì la porta al suono, e al canto.

Manda nove ambasciate, e nove carte
Per mesi à questo officio eletti, e buoni.
Ogni maniera accorta usa, et ogni arte,
Perche date à lei sian promesse, e doni.
Ma le tante da lui lagrime sparte
Sprezza ella, e carte, e premij, e canti, e suoni.
E quanto ei più l’honora, e più l’osserva,
Tanto ella contra lui vien più proterva.

E non basta à la donna ingiusta, e fera,
Che con ogni attione empia l’uccide,
Ch’ogni parola ingrata, infame, e altera
Gli dice, et ogni suo merto deride.
Tal, che forz’è, che l’infelice pera,
Poi che di lui le voci, e l’opre infide
No’l fraudan sol del desiato bene,
Ma quel poco don, che dà la spene.

Non puote più lo sventurato amante
Soffrir si lungo suo duolo, e tormento;
E innanzi à quelle porte, à cui davante
Sentir co’l suon fe il doloroso accento,
Pria, che schiarisse il ciel verso levante,
Disse (ma senza suon) questo lamento.
Hai vinto, hai vinto Anassarete, hor godi
D’haver via tolti i miei noiosi nodi.

Non havrai da temer, che più t’offenda
Il mio amore, il mio tedio, e la mia noia.
Però ch’ à fin, che te contenta io renda,
Ha risoluto Amor, c’hor hora io muoia.
Hor prepara il trionfo, hor fa, ch’ intenda
Il popolo il tuo gaudio, e la tua gioia;
Di trionfale alloro orna la testa,
E fa del mio morir trionfo, e festa.

Fra tanti offici, ond’io ti fui importuno,
Ond’ io ne fui da tè tanto odiato,
Io n’havrò pure una volta fatt’uno,
Che per forza dirai, che ti fu grato.
Che subito, ch’al regno aflitto, e bruno
Saprai, ch’io lo mio spirto habbia mandato,
Tu confesserai pur, che da me nacque
Un’attion, che sola al fin ti piacque.

Sol ti vò ricordar, ch’è di tal sorte
Quel, che per te d’amor desio mi preme,
Che no’l posso lasciar se non per morte,
E però con la vita il lascio insieme.
Oime, ch’innanzi à queste amate porte
Mi spinge il crudel fato à l’ hore estreme;
Quì vuol quel rio destin, che mi conduce,
Ch’io privi mè de l’una, e l’altra luce.

La fama, che suol falsa esser sovente,
Non ti farà la mia sorte sapere:
Perche dubbia non sia ne la tua mente,
Te la potrai da te stessa vedere.
Io vò, stando quì morto à te presente,
Che l’empie luci tue possan godere
Di veder questa mia terrena salma
Quì, come tuo trofeo, pender senza alma.

Hor voi, superni Dei, s’alcuna volta
À fatti di quà giù gli occhi volgete,
Dapoi che m’ è la maggior parte tolta
De la vita, ch’à l’huom prescritta havete;
Poi che la carne mia sarà sepolta,
La mia memoria almen non nascondete.
E per pochi anni tolti à la mia vita
La fama del mio mal fate infinita.

Stava sopra la porta una fenestra,
Ch’era ferrata à guisa di prigione,
Dove il meschin con la sua propria destra
Havea sospese già mille corone.
Egli, c’ ha la persona agile, e destra,
Sopra, senz’altra scala il piè vi pone;
E mentre il ferro, e ’l suo collo infelice
Annoda, alza la voce, e cosi dice.

Queste corone ornar denno il tuo muro,
Queste danno empia à te gioia, e diletto,
Ond’ io, che satisfarti ardo, e procuro,
Vò compiacere al tuo crudele affetto.
Come l’un nodo, e l’altro esser sicuro
Scorge per fare il doloroso effetto,
Cader si lascia, e resta alto sospeso
Un’ infelice, e miserabil peso.

La scossa data, e ’l calcitrar del piede
Fer fare alquanto strepito à la porta.
Subito l’apre il servo accorto, e vede
Quanto à la casa lor tal peso importa.
Tosto in aiuto altri conservi chiede,
Et à l’uscio del morto il morto porta.
Al qual, perche di già morto era il padre,
Il pianto, e ’l rito pio diede la madre.

La sventurata madre alza la voce,
Vedendo il lin, ch’al figlio il collo allaccia;
Al volto, al sen con le percosse noce,
E le canute chiome afferra, e straccia:
Non però disacerba il duolo atroce
Per pianto, ò per gridar, ch’ella si faccia.
Al fin fe il funerale officio santo,
Non senza universal cordoglio, e pianto.

La fama già battute havea le penne,
E fatto d’Ifi il fin noto per tutto.
Hor mentre per la terra il camin tenne
La pompa con comun lamento, e lutto,
Innanzi à quella porta à caso venne
Il miserabil giovane condutto,
Sopra la qual l’astrinse Anassarete
À ber l’eterno oblio del fiume Lete.

Come sente passar l’empia donzella
La trista pompa, e ’l general dolore,
Che d’esser suta si spietata, e fella
Già qualche pentimento havea nel core,
Corre à veder, dove il romor l’appella,
Sù la fenestra il funerale horrore.
Et Ifi à pena, e quella vista oscura
Mirò, che gli occhi suoi cangiar natura.

Tosto che in quella vista oscura, e tetra
Ferma l’empia lo sguardo, e ’l morto vede,
S’induran per l’horror gli occhi, e di pietra
Si fanno: ella gli tocca, e à pena il crede.
Vuol via fuggir, ma ’l passo non impetra,
Che di già la durezza aggrava il piede;
E in quel, che ’l piede, e ’l volto mover volse,
À l’uno, e l’altro il sasso il moto tolse.

Le s’addormì di modo l’intelletto,
Che non mai più dapoi venne à destarse.
Quel duro sasso, e ’l giel, c’hebbe nel petto,
(Onde il foco d’amor giamai non l’arse)
Rendè il suo corpo in ogni parte infetto;
E per tutte le sue membra si sparse.
E del sasso il rigor non venne manco,
Ch’un simulacro fe marmoreo, e bianco.

E per far saggia ogni donna superba,
La gran città di Salamina anchora
Nel tempio, che vi fe, la statua serba;
Dove l’ irata Venere s’honora.
Si che non esser più cruda, et acerba
Verso lo Dio, che t’ama, e che t’adora.
Habbi pietà di chi per te sospira,
E non voler la Dea movere ad ira.

S’à te dal verno rio mai non sia tolto
Il frutto, mentre anchor chiuso è nel fiore;
Quel Dio, ch’à suo piacer prende ogni volto,
Contento fa del tuo beato amore.
Poi che l’acceso Dio detto hebbe molto
Senza far punto à lei pietoso il core,
Scacciò il volto senile oscuro, e schivo,
E tolse il vero suo virile, e divo.

Qual, se vincendo il Sol le nubi scaccia,
Appar co’l volto suo lucido, e vero:
Tal, quando discacciò la senil faccia
Vertunno, e prese il suo volto primiero,
Un Sole apparve. ei già stendea le braccia,
Per dar per forza effetto al suo pensiero,
Ma non fu d’huopo, che ’l suo bel sembiante
La fe venir di lui subito amante.

Vertunno da Pomona il premio ottenne
D’amor, che tanto havea desiderato,
Mentre che Proca in man lo scettro tenne
Del regno, che i Troiani havean fondato.
Dapoi che ’l vecchio Proca à morte venne,
Si fe tiranno Amulio de lo Stato;
Havendolo occupato empio, e rubello
Al giusto Numitore, al suo fratello.

Ma finalmente i due figli di Marte
Romulo, e Remo tolsero il governo
À l’empio Amulio, e fer, che in quella parte
Tenne l’ imperio il loro avo materno.
Cercando poi con ogni studio, et arte
Il sublime imitar valor paterno,
Fondar nel sen del Latio più giocondo
L’alma città, che poi diè legge al mondo.

Poi prevedendo il primo Re Romano,
Che verria tosto il loro imperio al fine,
E che s’opravan senza donne in vano
Per eternar le forti alme Latine,
Rubò con forte, e valorosa mano
Le spose madri, e vergini Sabine;
E fu cagion, che Tatio mosse guerra
À la nova da lui fondata terra.

Le guardie il forte Romulo dispose
Per tutto, à Baloardi, et à le porte;
E de la cittadella à guardia pose
Tarpeio, un cavalier prudente, e forte.
Ma con Tarpeia Tatio si compose
Figlia del castellano, e fe di sorte,
Ch’al voto suo con doni la converse,
E fe ch’à suoi guerrier la porta aperse.

Le promiser Sabini per mercede
Del braccio manco loro ogni ornamento,
E non mancar de la promessa fede;
Che dato c’hebbe effetto al tradimento,
Lo scudo suo su’l volto ogn’un le diede,
E fer passarla à l’ultimo tormento.
Che vi restò il suo corpo al fin coperto,
E n’hebbe la mercè secondo il merto.

Poi che i Sabini preso hebbero il monte
De la rocca maggior con le lor frodi,
Mandalo molti al regno di Acheronte
Dal sonno oppressi, ch’ivi eran custodi.
Ver quelle parti poi drizzan la fronte
Con ordinati, e taciturni modi,
C’haveva à piè del colle il Re ferrate
Per maggior sicurta de la cittate.

Ma Giunon, che fu sempre in disfavore
Del sangue superbissimo Troiano,
Aprì senza far punto di romore
La porta, c’havea chiusa il Re Romano.
Sol la madre dolcissima d’Amore,
Che ne l’aperto allhor tempio di Giano
Stava, sentì cader le stanghe in terra
In disfavor de la Romana terra.

Ben chiusa ella l’havrebbe, ma non lece,
Che l’opra rompa un Dio d’un’ altro Dio.
Ma ben per Roma un’ altra cosa fece,
Che ’l passo al Sabino impeto impedio.
Con una calda affettuosa prece
À le Naiade Ausonie il cor fè pio.
Et elle, co’l favor c’hebber, divino
L’orgoglio indietro star fecer Sabino.

Le fonti lor per vie chiuse, e coperte
Fecer concorrer tutte in quella parte,
Dove Giunone havea le porte aperte
In disfavor del buon popol di Marte.
Tutte in un luogo poi l’acque scoperte,
Che prima stavan dissipate, e sparte,
In tal copia si videro abondare,
Che non l’osò co’ suoi Tatio passare.

E dove pria era gelato, e poco
Quel fonte, ch’ in un tratto crebbe un fiume,
Per far le Ninfe più sicuro il loco
Lo sparsero di solfo, e di bitume;
Et accesovi poi di sotto un foco,
Che arde, se ben tien sempre ascoso il lume.
Fer quel fonte bollir con tal fervore,
Ch’accrebbe al Re Sabin dubbio, e terrore.

Poi che ’l Duce Sabin dal monte scese
Per dar l’assalto al principe Romano,
La nova fonte il passo gli contese,
Innanzi al tempio aperto allhor di Giano.
Tal che la Dea, che favorire intese
Il Re Sabin, aprì la porta in vano:
Che gli fecer fermar quell’onde il piede,
E tempo al Re Roman d’armarsi diede.

Romolo intanto coraggioso, e saggio
L’arme Romane insieme unisce, e serra,
Perche fatto non sia sì grave oltraggio
À la nova da lui fondata terra.
Fuor di Roma ne vien con gran coraggio
Con tutti quanti gli ordini da guerra:
E co’l solito suo core, e consiglio
Vien co’l nemico al martial periglio.

Poi che con aspra, e miserabil clade
Si venne al fatto d’arme oscuro, e tristo,
E il sangue da le picche, e da le spade
De soceri, e de generi fu misto;
Fu da la gloriosa alta bontade,
À tanta strage, à tanto mal provisto.
L’amor de le lor donne, e ’l buon ricordo
Fe l’uno, e l’altro Re restar d’accordo.

D’accordo l’una, e l’altra monarchia
Depon con questa legge ogni odio, e sdegno,
Che la nova città comune sia
À gli huomini de l’uno, e l’altro regno;
E debbia regnar Tatio in compagnia
(E d’auttorità giunga ad un segno)
Col fondator Roman. Servan la legge,
E del par l’uno, e l’altro impera, e regge.

Ma poi ch’ à Tatio giunto à l’hore estreme,
L’anima uscì de la terrena soma,
E dui popoli resse uniti insieme
Senza altro aiuto il fondator di Roma;
Havendo con le sue forze supreme
Ogni potenza à lui propinqua doma,
Nel ciel comparso innanzi al maggior Dio
Marte in questo parlar le labbra aprio.

Padre del cielo, e mio, quel desiato
Giorno promesso à me già nasce, e splende,
Nel qual da me nel cielo esser guidato
Debbe il Re, che da me d’Ilia discende.
Hor che ’l Romano impero è ben fondato,
E dal voler d’un principe dipende;
Ratifica il tuo detto, e fa, ch’io guide
Fra l’alme il tuo nipote elette, e fide.

Accenna il Re del sempiterno regno
À lo Dio più superbo, e più iracondo,
Che giudica del ciel Romolo degno,
E ch’egli il guidi al seggio alto, e giocondo.
Per darne poi più manifesto segno
Co’l folgore, e co’l tuon tremar fe il mondo.
Lo Dio de l’arme allhor su’l carro ascese.
E sopra il Palatin monte discese.

Trova il figliuol lo Dio del ciel più fero,
Ch’ivi dà legge al buon popol Romano,
Non co’l regio rigor superbo, e altero,
Ma qual buon padre amabile, et humano.
Su’l carro il prende, e poi presto, e leggiero
Poggiare il fece al regno alto, e soprano.
Si scalda il mortal corpo andando, e lascia
In aere via sparir la carnal fascia.

S’accresce al corpo in aere ogni hor vigore,
Già fra l’humano, e lo Dio la forma ha mista.
Già del corpo mortale in tutto è fuore,
E già quello splendor quel volto acquista,
Che d’ altare, e d’incenso, e d’ogni honore
Il mostra degno à l’habito, e à la vista.
L’ accoglie Giove, e l’alme elette, e belle,
E ’l fan splender la sù fra l’altre stelle.

In quel momento in ciel Romolo tolto
Dal furibondo auttor fu de la guerra,
Che Giove co’l suo nembo oscuro, e folto,
E co’l suo tuon tremar fece la terra.
L’infelice sua moglie, dopo molto
Cercarlo, il passo al pianto, e al duol disserra;
La misera il piangea, come perduto,
Però che ’l ratto suo non fu veduto.

Se bene il sangue Frigio in odio havea,
E per tutto n’havea le glebe sparte,
Non però al novo Divo odio tenea
Giunon, ch’à lei nipote era per Marte.
Anzi in particular le dispiacea
Di non poter la sua favorir parte,
Che l’odio universale era maggiore
Di quel, che solo à lui portava, amore.

Con gli altri Dei celesti ella l’accolse,
E si mostrò ver lui benigna, e fida.
Indi à la moglie sua le luci volse,
Ch’insino al ciel facea sentir le strida.
E, perche ’l duol di lei troppo le dolse,
À lei la nuntia sua mandò per guida,
Che la scorgesse à la celeste corte
Per far, c’havesse un Dio nel ciel consorte.

Per l’arco vario, e bello Iri discende
À ritrovar la misera Regina,
Poi fa, che queste piè parole intende
Da parte de la corte alta, e divina.
Ó vero honor d’ogni alma, che dipende
Da la stirpe magnanima Sabina,
Scaccia, ò splendor del Latio unico, e solo,
Da gli occhi il lagrimar, dal core il duolo.

Se ti fe degna il tuo cor santo, e pio
D’haver con tanto Re comune il letto;
Oggi degna ti fa d’havere un Dio
Consorte nel celeste alto ricetto.
Sappi, che ’l tuo consorte al ciel salio,
E sù fra gli altri Dei Quirino è detto.
La Dea de la contrada alma, e gioiosa
Vuol, ch’anchora di lui là sù sia sposa.

Si che dal petto ogni dolor disgombra,
E se ’l brami veder, vienne hora meco;
Dove il bosco Quirin quel tempio adombra,
Che nel medesmo colle egli havrà teco.
Hersilia con le man l’occhio s’adombra,
Ch’ à quel tanto splendor non venga cieco;
À parlar tutta humil poi s’assicura,
E cosi scopre à lei l’interna cura.

Ó Dea (che se ben io non sò dir quale,
Pur, che sei vera Dea, conosco certo)
Fammi il marito mio fatto immortale
Veder per gratia tua, non per mio merto.
Che s’un sol tratto il mio destin fatale
Me ’l mostra, il ciel veder parrammi aperto.
In quanto à me la Dea del ciel faccia ella,
Ch’io sarò sempre obediente ancella.

Seco la Dea del ciel la donna chiede,
E sopra il colle di Quirin l’adduce,
Et ecco una dal ciel dispiccar vede
Stella, e calar d’incomparabil luce.
Su la chioma d’Hersilia ardendo fiede,
E vaga intorno à lei s’aggira, e luce;
E co’l foco immortale, onde s’alluma,
Tutto il mortal di lei solve, e consuma.

Le vaga intorno il fondator di Roma,
Che in quella stella incognito si serra,
E solvendo di lei la carnal soma,
L’alma dal mortal carcer le disserra.
Fatta che l’ha immortale, Ora la noma,
Poi di comun voler lascian la terra.
Et hoggi anchora il buon Popol Latino
Adora in un sol tempio Ora, e Quirino.