Le Metamorfosi/Libro Quintodecimo

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Libro Quintodecimo

../Libro Quartodecimo ../Annotazioni/Libro Primo IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Quintodecimo
Libro Quartodecimo Annotazioni - Libro Primo

 
Poi che passato al suo viver secondo
Fu il primo auttor del gran nome Romano,
D’un’ huom cercossi idoneo à tanto pondo,
Per confidargli il regio scettro in mano.
La Fama celebrava allhor nel mondo
Per più saggio huom, c’havesse il germe humano,
Numa Pompilio, il qual nacque Sabino
Di spirto raro, angelico, e divino.

Cosi purgato hebbe ei l’ interno lume,
Che pose ogni suo studio, ogni sua cura
Non sol nel pio politico costume,
Ma in ciò, che asconde à l’huom l’alma Natura:
Onde la pioggia, il giel, la neve, e ’l fiume
Nasca, et ogni altra origine più scura.
Ogni suo studio egli in conoscer pose
La Natura nascosta entro à le cose.

L’amor di questo studio, e di quest’arte
Hebbe nel genio suo tanto potere,
Ch’ogni altro amor più pio mandò da parte,
Et ogni suo pensier diede al sapere.
E perche cominciar le dotte carte
À farsi per lo mondo allhor vedere
Di Pithagora il saggio, il piè vi volse,
E con le proprie orecchie udire il volse.

Maraviglia non fu, se tanto apprese,
Se tanto dotto fu, tanto facondo,
Che ne’ primi anni suoi la voce intese
Del più raro huom, c’havesse allhora il mondo.
Ne stupor fu, se il suo sapere accese
Roma à fidargli un si importante pondo;
Ch’ogni union, c’ha in se ragione, e legge,
Principe sempre il più prudente elegge.

E per accender l’animo, e ’l coraggio
Di ciascuno à gli studij, è ben, ch’accenne
Parte di quel, ch’udì, che ’l fè si saggio,
E dove allhor Pithagora si tenne.
Si mise Numa subito in viaggio,
Che si degno pensier nel cor gli venne;
E giunse, andando ogni hor verso oriente,
Dove leggea quell’huom tanto prudente.

La nova Pitthagorica dottrina
Di Calabria in Crotona allhor fioria.
Hor pria, che giunga la prole Sabina
Al gran dottor de la Filosofia,
Intorno alquanto à la città camina,
Secondo richiedea la torta via;
E pargli à muri, à fianchi, et à le porte
Non haver visto mai città più forte.

Poi come pon dentro à la terra il piede,
E mira hor questo, hor quel raro edificio;
E le strade, e le piazze, e i tempij vede
Fatti tutti con arte, e con giudicio;
Chi fosse quel, con grande instantia chiede,
Che tanto nel fondarla hebbe artificio.
Si mosse uno il più vecchio, e ’l meglio instrutto,
E cosi fè sapere à Numa il tutto.

Quando Hercole co’ buoi ricco di Spagna
Tornò, ch’à Gerion con l’alma tolse;
Dove il lito Lacinio il mar quì bagna,
Dopo un lungo viaggio il passo volse.
Hor mentre i buoi pascean questa campagna,
Il cortese Croton seco il raccolse:
Il quale allhor magnanimo, e cortese
Godea senza città questo paese.

Come ha supplito al suo terrestre pondo
Del suo riposo il gran figliuol di Giove,
Guarda quel sito fertile, e giocondo,
Cosi poi ver Croton la lingua move.
In questo più purgato aer del mondo,
Dove benigno il ciel la manna piove,
Dove hor sol vedi la campagna, e l’herba
Una città sarà ricca, e superba.

Come girato havrà lo Dio qualch’anno,
Ch’alluma questo, e quell’altro hemispero,
Herba i nepoti tuoi qui non vedranno,
Ma d’una gran cittate un novo impero.
Poi per questi edificij, che qui stanno,
Fu d’Alcide il parlar trovato vero:
Ch’al tempo detto alzar la fronte altera;
E vò dirti onde nacque, e in che maniera.

Miscelo in Argo d’Alemon già nacque,
Huom giusto, saggio, e d’opre sante, e fide;
Mentre addormito un tratto egli si giacque,
Gli apparse, e disse in sogno il grande Alcide.
Passa verso l’Italia le salse acque,
Che in quella parte il ciel vuol, che t’annide
Dove il sassoso ha fine Esaro, e quivi
Una nova città ti fonda, e vivi.

Molte minaccie à questo dire aggiunge
L’apparso Dio su’l capo di Miscelo,
Se per alcun timore ei si disgiunge
Dal suo precetto, e dal voler del cielo.
Tosto, ch’ Alcide à questo punto giunge,
Corre per l’ossa à l’addormito il gielo,
Tal che ’l gielo, e ’l tremor che ’l cor sentio,
Fè, che ’l sonno da lui sparve, e lo Dio.

Il misero Miscelo esce del letto
Dentro à la mente sua tutto turbato:
Brama obedir lo Dio, ma quel, c’ ha detto
À la legge è contrario del Senato.
Che vuol, ch’ogn’un, che cerca il patrio tetto,
Lasciar, sia come reo decapitato.
Brama Alcide obedir, ne s’assicura,
Che de la legge Argolica ha paura.

Havea passato il Sole il mar d’Atlante
E l’aere era di quà tutto nero;
Anzi era tanto in là passato avante,
Ch’empia tutto d’ardor l’altro hemispero;
E l’anime del cielo eterne, e sante
Facean lor corso verso il mare Hibero;
E già le prime apparse in oriente
Si vedean declinar verso occidente:

Quando di novo in sogno Hercole apparse
Al cavalier, c’havea sospeso il core,
E gli disse l’istesso, e ’l cor gli sparse
Per quel, ch’aggiunse poi, di più terrore.
Di modo, che lo Dio co’l sogno sparse,
Et ei restò si vinto dal timore,
Che pensò di lasciare il patrio sito
Contra il publico d’Argo ordine, e rito.

Hor mentre di fuggirsi ei s’apparecchia
Per obedire al gran figliuol di Giove,
E vuol lasciar la sua fabrica vecchia
Per gire à procurar fabriche nove;
Al publico fiscal viene à l’orecchia,
Che si cerca fuggir Miscelo altrove.
L’accusa al tribunal, ribello il chiama,
E contra il capo suo crudele esclama.

La cosa per se stessa era palese,
Che trovar le sue robe in su la nave.
Mostra il fiscale il già imbarcato arnese,
E fa l’eccesso suo sempre più grave.
Si danno à l’infelice le difese,
Ma chi da colpa tal fia, che lo sgrave?
Indarno ei fu difeso in voce, e in scritto,
Per esser troppo publico il delitto.

Allhor da certe palle eran di pietra
Le opinioni de’ giudici ritratte:
L’une eran l’una rocca oscura, e tetra,
E l’altre eran più candide, che ’l latte.
La bianca assolve il reo: la morte impetra
La nera, e danna l’opre empie, e mal fatte.
De’ giudici due sassi havea ciascuno
Per giudicar, l’un bianco, e l’altro bruno.

Come si danno i sassi, e i bianchi, e i negri,
Che dar la capital sentenza denno,
Alzando gli occhi il reo languidi, et egri,
Dice. Ó tu Dio, lo cui valore, e senno,
E la gran prove à regni alti, et allegri
Di dodici atti illustri ascender fenno,
Provedi à me del tuo divin favore,
Poi che del fallo mio tu sei l’auttore.

Intanto ogn’un, che vuol con l’aura il Sole
Torre al misero reo, quel sasso appresta,
Che co’l colore in vece di parole
La sententia suol dar nera, e funesta.
L’urna ogn’un di quel sasso empie, che vuole,
Ch’à l’infelice reo taglin la testa.
Attende ei quel decreto empio, et ingiusto,
Che vuol del capo suo privare il busto.

Colui che quivi à questo officio intende,
Su’l tapeto honorato il vaso volve;
Et ecco, ch’ogni sasso, che giù scende,
Di nero in bianco subito si volve.
S’allegra il reo, che vede, e che comprende
La candida sententia, che l’assolve.
E verso Alcide i lumi humile, e fido
Alza, e ringratia lui con santo grido.

Tosto che viene il vaso in giù rivolto,
Resta ogni Senator tacito, e muto,
E con stupor si guardano nel volto,
Che dal delitto il veggono assoluto.
Poi che molto tra lor discorso, e molto
Hebber, da tutti fu chiaro veduto,
Ch’egli del sogno suo detto havea il vero,
E ch’ Hercole fe bianco il sasso nero.

Tanto ch’al fin da tutto il parlamento
Al cavalier licentia si concede,
Che parta da l’antico alloggiamento,
E vada à fabricar la nova sede.
Naviga il mare Ionio egli, e Tarento,
Che già fondò su’l mar Falanto, vede.
Passa Sibari poi, co’l Salentino
Neheto, e ’l campo fertile Thurino.

Queste, e molte altre terre vede, e passa,
E finalmente à quel lito perviene,
Dove il nome del fiume Esaro lassa,
E percuote co’l mar le salse arene.
Quindi non lunge una marmorea cassa
L’ossa del gran Crotone asconde, e tiene;
Dove la città nova ordina, e pone,
E da quell’ossa lei chiama Crotone.

Cosi questa città, che tanto approvi,
Hebbe il principio suo con si degna arte.
E s’altro io sò, che ti diletti, e giovi
Saper, dì pur, ch’ io te ne farò parte.
Vorrei saper, (disse ei) dove si trovi
Colui, che insegna in voce, e in vive carte
Quei, che l’eterno Dio secreti ascose
Ne le proprie sostantie de le cose.

Molti (rispose il cittadin cortese)
Mostran questa scienza alta, e divina
In questa nostra terra, e fan palese
L’ascosa filosofica dottrina.
Ma quel, che correr fa d’ ogni paese
Ogn’un, ch’à tal scienza si destina,
À questo studio è un’ huom, ch’è raro, e solo,
E non ha par da l’uno à l’altro polo.

In Samo acquistò l’alma, e ’l carnal panno,
E in varij luoghi il suo sapere accrebbe.
Ma perche de la patria il rio tiranno
(Che le fe violenza) in odio egli hebbe;
Un volontario essiglio per qualch’anno
(Tanto de la sua patria il mal gl’ increbbe)
Si prese, e venne ne la terra nostra,
Dove mostrò il suo ingegno, e anc’hoggi il mostra.

Penetra tanto il suo sublime ingegno,
L’occhio suo interior, via più c’humano,
Che vede aperto il sempiterno regno,
Se ben egli dal ciel vive lontano.
Intende à pieno ogni pianeta, e segno;
L’ influsso, e ’l corso lor tocca con mano.
E cosi bene il ciel mostra, e discrive,
Che par, che nato ei sia fra l’alme dive.

Tutto quel, che negò l’alma Natura
Di far vedere à l’huom visibilmente,
Cerca con ogni studio, et ogni cura
Veder con l’occhio interno de la mente.
La sua luce mental lucida, e pura
Ogni ascosa cagion vede presente;
E tutto quel, che co ’l suo studio impara,
Liberamente à ogn’uno apre, e dichiara.

Ei la sostanza, e l’ordine, e l’effetto
Sà d’ogni cosa, e ’l suo padre natio;
E poggia tanto il suo puro intelletto,
Ch’à pien conosce la Natura, e Dio.
È nulla à lui saper, donde è costretto
L’aere à mostrarne il tempo hor buon’, hor rio.
Di qual materia fassi, et in qual foggia
E la neve, e la grandine, e la pioggia.

De tuoni, e de gli etherei empi tormenti
Suol la propria cagion parlando aprire,
E come in aere due contrarij venti
Fan de le nubi rotte il foco uscire.
De le stelle, del ciel, de gli elementi
Ciò, che chieder saprai, ti saprà dire.
Dirà la forma, la misura, e ’l pondo,
E la verace origine del mondo.

Ma d’una cosa è ben, ch’ io t’ammonisca
Pria, ch’ io dimostri à te dove hai d’andare;
Che per un certo tempo non ardisca
Di voler dimandar, ne disputare.
Ne vuol, ch’un domandando lo ’mpedisca,
Se co’ termini suoi non sa parlare.
Cosi dicendo gli mostra il camino,
Ch’al Filosofo il guida alto, e divino.

Giunse Numa à le scuole, e quivi intese
L’hora, e la legge à gli scolari imposta;
E qual fu la cagion, che ’l mosse, apprese
À negare à novitij la risposta.
Pithagora al suo tempo al seggio ascese;
E quella lettion, c’havea proposta,
Voler legger quel dì, fe manifesta.
E la prima, che Numa udì, fu questa.

Quanto commetta errore ogni mortale
Innanzi à chi de l’universo ha cura,
Ch’ impedisce quel corso à l’animale,
Il qual prescritto gli ha l’alma Natura,
Mostrarvi intendo; e come è universale
Del mondo inferior danno, e iattura,
S’un per far l’animal (non vuol, che cresca)
Vittima de gli Dei, de gli huomini esca.

Non si debbe à gli Dei vittima offrire,
Che faccia à la Natura oltraggio, e danno.
Non dee quel cibo gli huomini nutrire,
Ch’al misero animal toglie qualche anno.
Quelle hostie, per placar le divine ire,
Date à l’altar, che gli arbori vi danno;
E ciò, che si compone di quel frutto,
Che la benigna Cerere ha produtto.

Se la prodiga terra à noi nutrisce
Tanti alberi, e tant’herbe ond ella abonda;
E se l’albero, e l’herba à l’huomo offrisce
L’uno ogni frutto suo, l’altra ogni fronda;
Ond’è, che l’huom si temerario ardisce,
Per l’ingorda sua gola, empia, e profonda,
Del viver l’animal privar prescritto,
E nutrir sè co’l sangue, e co’l delitto ?

L’herba, la barba, il seme, il frutto, e ’l fiore
À l’huom per alimento si comporta;
E quel soave, e candido liquore,
Che la mammella gravida n’apporta;
E quel si dolce mel, che con l’odore
Del Timo, e d’altri fior tanto conforta.
Dee di quel cibo l’huom restar contento,
Che ’l gregge contentar puote, e l’armento.

La terra liberal gli huomini invita
À cibi d’altro gusto, e d’altra sorte,
Soavi al gusto, et utili à la vita,
Che fan la vita à l’huom più lunga, e forte.
Sol l’empie fere il gran furore incita
À godersi del sangue, e de la morte.
L’orso, il lupo, il leon, la tigre, e l’angue
Aman con empio cor la morte, e ’l sangue.

Ma ’l mansueto armento, e ’l gregge molle,
Che l’animo ha tranquillo, e temperato,
Per nutrir sè, la vita altrui non tolle,
E schiva l’altrui morte, e ’l suo peccato.
E talhor pasce il dilettevol colle,
Talhor nel fertil pian l’herboso prato.
E cosi il cibo, e ’l natural conforto
Prende, senza ch’altrui faccia alcun torto.

Ó quanto è gran delitto, ó quanto è ingiusto,
Ó quanto è tristo, e scelerato effetto,
Che debbia un busto ascondersi in un busto;
Ch’ingrassar debbia un petto un’ altro petto;
Che sia à un animal benigno, e giusto
Per l’altrui vita il viver interdetto;
Che per tenere in vita un’ huom cent’anni,
Tanti corpi à morire un sol condanni.

Non può de’ frutti il numero infinito,
Che la terra vi dà si liberale,
Cibare il natural vostro appetito,
Senza ferire altrui, senza altrui male?
Che non seguite anchor, crudeli, il rito
Di Polifemo? e ’l più saggio animale,
Che non ferite anchor co’l vostro abuso,
Per satisfar al ventre empio, e mal’ uso?

Però felice fu l’età de l’oro,
Perche si contentò l’humano ingegno
Di dare co’ frutti il debito ristoro
À le sue vene, al suo carnal sostegno.
Il frutto, il latte, e ’l mel fu il cibo loro,
Ne contra gli animali armar lo sdegno.
La lepre per li campi era sicura,
Ne de l’humana rabbia havea paura.

I vaghi augelli allhor liberamente
Per l’aere innanzi à l’huom batter le penne;
E ’l pesce per la sua credula mente
Sospeso à l’hamo il pescator non tenne;
Che l’huom non havea anchor macchiato il dente
Di sangue, onde dapoi si crudo venne.
Anzi era, essendo ogn’un senza timore,
Un mondo pien di pace, e pien d’amore.

Qual poi fosse l’auttor di quella etate,
C’hebbe al vitto de l’huom si grato invidia,
Scacciò da l’huom la sua natia pietate,
E diè luogo à la nostra empia perfidia,
E fe, che l’huom con ogni crudeltate
La forza in opra à por venne, e l’ insidia.
E crudele, e tiranno il ferro strinse.
E nel sangue ferin macchiollo, e tinse.

Ne sol la lepre, e ’l caprio fuggitivo
Uccise, ma ogni belva ardita, e forte.
E senza punto haver lor carni à schivo,
Vivande ne fe far di varia sorte.
Tanto che ’l loro humor troppo, e nocivo
Oprò, ch’à l’huom s’accelerò la morte.
Che quindi nacquer gl’ infiniti mali,
Ch’accortano le vite de’ mortali.

Quindi l’huom venne poi più crudo, e fello,
Ch’à l’animal dimestico fe guerra:
E fece con l’ingiusto empio coltello
Prima il porco cader gridando in terra,
Dicendo, che fu à Cerere ribello,
Che ’l gran mangiò, c’havea posto sotterra.
E ne fece hostia à lei, perche ’l suo danno
Tolta del grano havea la speme à l’anno.

Scannò poi su l’altare à Bacco il becco,
E trovar seppe scusa, che ’l meschino
À la sua vigna il pampino havea secco,
E la speme à lo Dio tolta del vino.
Ma ’l fe, che di lui volle ungersi il becco,
E con l’officio, ch’ei finse divino,
Per iscusar la sua ingordigia ingiusta,
Chiamò la morte sua legale, e giusta.

E che sia ’l ver, che la gola fu quella,
La qual vi spinse à l’empio sacrificio;
Che fece mai la fertil pecorella,
Che ’l mondo ne sentisse pregiudicio?
La qual col nettar de la sua mammella
Fa per ogn’ huom si liberale officio?
Che con la lana sua ne forma il manto?
E con la vita sua ne giova tanto?

Che male il bue fe mai puro, innocente,
Che tanto stratio, e mal per l’huom sopporta?
E pur la scure, e la mal perversa gente
Contra ogni legge à lui la vita accorta.
Ó quanto è indegna quella iniqua mente
Del nobil don, che Cerere n’apporta,
Ch’ à quello agricultor percuote il volto,
Che da l’aratro havea pur dianzi tolto.

Ó voglie troppo à l’honestà nemiche,
Hor quando s’udì mai si crudo essempio?
Quel, che durò per lui tante fatiche,
Obediente bue, conduce al tempio.
Quel, che rifè tant’anni à lui le spiche,
Percuote con la scure ingiusto, et empio.
Quel proprio agricultor l’iniquo atterra,
Che tanti anni per lui ruppe la terra.

Ne basta, ch’un’ error si infame, e crudo
Con si ferino cor gli huomini fanno,
Che per farsi al mal far riparo, e scudo
À gl’ innocenti Dei la colpa danno.
E, che ’l bue fan restar de l’alma ignudo,
Dicon, perche gli Dei gran piacer n’hanno.
E in pregiudicio del futuro grano
Fanno hostia del più bello, e del più sano.

Ó sciocchi, e forse à un tratto ognun non corre,
Tosto che ’l miser bue s’apre, e si parte.
E forse ognun la mente non discorre
De gli alti Dei ne la sua interna parte.
Quant’era meglio al suo Signor no’l torre
Dal crudo aratro, e da la rustica arte;
E viver di quel gran, che potea trarne,
Più tosto, che la sua divorar carne.

Onde, oime, nasce un desir tanto ingordo
Del cibo irragionevole, e vetato ?
Siate, vi prego, al mio voler d’accordo,
E non vogliate far si gran peccato.
Deh no ’l fate, io vi prego: e vi ricordo,
Che se mettete il bue sotto al palato,
Mangiate un vostro proprio agricultore,
E fate forse error molto maggiore.

Hor poi che Dio la mia favella move,
E quel, che v’ho da dir, mi pone avante;
Al regno voglio anch’io salir di Giove,
Voglio le spalle anch’ io premer d’Atlante.
E quindi poi cose stupende, e nove
Vò fare udir al vostro animo errante.
Hor udite il dir mio, mentre apre il velo
À secreti mirabili del cielo.

Ó germe humano attonito, e stordito,
Quanto dal ver co’l senno t’allontani.
Ond’è, che tanto il regno di Cocito
Temi, e la morte, e gli altri nomi vani?
Tosto che ’l vital corso hanno fornito
I corpi, ò sian ferini, ò siano humani;
Son fatti polve, ò dal tempo ò dal foco,
Et à viver van l’alme in altro loco.

L’alme non posson mai sentir la morte,
Perche fur fatte eterne, et immortali:
Ma van, come di lor porta la sorte,
I corpi ad animar d’altri animali.
E mi sovien, che ne la Frigia corte,
Quando Troia sentì gli estremi mali,
Io era Euforbo, e già di Panto nacqui:
Quivi al fin Menelao ferimmi, e giacqui.

Nel petto qui con l’hasta un colpo crudo
Mi diè, tal che fe via l’anima andarne.
E in Argo il mio riconosciuto ho scudo
Nel tempio di Giunon piagato starne.
Tosto, che de la carne resta ignudo
Lo spirto, ad animar corre altra carne.
Cosa non può giamai perire alcuna,
Ma ben loco cangiar, forma, e Fortuna.

Da questo corpo qui l’alma si parte,
Et à quel corpo là subito arriva.
Ritorna poi di quella in questa parte,
E in varij tempi varij corpi avviva.
E se ben l’alma nostra ha ingegno, et arte,
Talhor va in qualche fera, e la fa viva.
L’alma talhor di un lupo, ò d’un leone
Dentro al corpo d’un’ huom s’annida, e pone.

Come la cera hor questo, hor quel suggello
Soglion mostrar di nova imago impressa;
E se ben forma hor questo volto, hor quello,
È la cera però sempre la stessa:
Cosi, se ben nel lupo, ò ne l’agnello
Avien, che la nostra alma si sia messa;
L’anima è la medesma, ch’era prima,
Anchor che nova imagine l’imprima.

Hor, perche il ventre rio fuggir non faccia
Ogni pietà da voi, vi dò conforto,
Che lasciate la carne, e che vi piaccia,
Che vi nutrisca il mele, il latte, e l’horto.
Che far potreste à tavola, et à caccia
À qualche spirto, à voi congiunto, torto.
Non cibi il sangue il sangue con periglio,
Che mangi il figlio il padre, il padre il figlio.

E poi, che ’n alto mar mi son condotto,
E che vento propitio il legno move,
Vi vò mostrar, che non è cosa sotto
Lo ciel, ch’al suo girar non si rinove.
Sia che si sia qua giù, com’ è corrotto,
Si vede rivestir di forme nove.
Ciò, che trovar si puote, è errante, e vago
E prende andando ogn’ hor novella imago.

E ’l tempo sempre appar con nova fronte,
E d’hora in hora un novo tempo sorge,
Come corre ogn’ hor novo il fiume, e ’l fonte,
Che sempre verso il mar nova onda scorge.
Perche l’acqua, che pria calò dal monte,
Quella stessa non è, c’hor vi si scorge.
Quella, che vi passa hor, più non vi fia,
Che l’altra onda, che vien, la fa gir via.

E cosi giustamente i tempi fanno,
Ch’un fugge, un segue; e sempre han vario stato:
E rinovano il giorno, il mese, e l’anno,
Ma non rifan giamai quel, ch’è già stato.
Vien notte, e poi le tenebre se ’n vanno,
Et apparisce il dì lucido, e grato.
Viene una notte poi del tutto nova,
Che quella, che fu già, più non si trova.

Ma non veggiamo noi, che ’l giorno stesso
Non mostra tuttavia la stessa luce;
Che la sera, e ’l mattin rosseggià oppresso
Dal vapor, che la terra, e ’l mar produce:
Ma quando al nostro globo è men dapresso
Il Sol, ne l’alto ciel più chiaro luce.
Ch’à noi non può mostrar rosso il suo lume
Il vapor, che fa il mar, la terra, e ’l fiume.

Ne la Dea, de lo Dio lucido, e biondo
Sorella, ogni hor la stessa à noi si scopre;
C’hor è cornuta, hor mezza, hor pien’ ha ’l tondo,
Hor tutto ’l lume suo nasconde, e copre.
E fa le cose anchor del basso mondo
(Qual si sia la cagion, che questo adopre)
Hor piene, hor vote; e viene ancho ad oprare
C’hor scema, hor cresce, e mai non posa il mare.

E mentre l’anno un’ anno in giro è volto,
Non imita egli anchor la nostra etade?
Non cangia anch’egli in quattro guise il volto ?
Non muta anch’ ei natura, e qualitade?
Ouando il Sol nel Montone il seggio ha tolto,
E i prati già verdeggiano, e le biade,
D’herbe, di fior, di speme, e di trastullo
Non ne suol ei nutrir, come un fanciullo ?

Ma come al Sole il Cancro apre le porte,
E che ’l giorno maggior da noi s’acquista,
E per serbar le spetie d’ogni sorte,
Ogni herba il seme già forma, e l’arista,
L’ anno un giovane appar robusto, e forte
À l’operatione, et à la vista.
E ’l calor natural tanto l’infiamma,
Che tutto ne l’oprare è foco, e fiamma.

Come à la Libra poi lo Dio s’aggiunge,
C’havea prima il Leon tanto infiammato,
L’anno da tanto foco si disgiunge,
Et uno aspetto à noi mostra più grato:
À quella età men desiosa giunge,
Che fa l’huom più prudente, e temperato;
À quella età, che più ne l’huom s’apprezza,
Ch’è fra la gioventute, e la vecchiezza.

Diventa l’anno poi debile, e stanco,
Il volto crespo, afflitto, e macilente:
Il capo ha calvo, ò ’l crine ha raro, e bianco;
Raro, tremante, e rugginoso il dente.
Trahe con difficultà l’antico fianco;
Al fin del corpo infermo, e de la mente
Cade del tutto, e muor: ma ne conforta,
Che ’l novo tempo un novo anno n’apporta.

E ’l corpo human si volve, e si trasforma
In mille guise. noi fummo già seme,
Ne volto d’huom vedeasi in quella forma,
Ma sol del futuro huom v’era la speme.
Ma l’alma Dea, ch’ogni composto informa,
Ne formò molte membra unite insieme;
E data l’alma al corpo oprò, che salvo
Finito il tempo uscì del materno alvo.

Piangendo senza senno, e senza forza
Esce à la luce il pargoletto infante;
Poi cresce, e in quattro piè d’andar si sforza,
E come un’ animal si spinge avante.
Indi il vigore in lui tanto rafforza,
Che tutto il peso suo portan due piante;
E va tanto crescendo à poco à poco,
Che giunge à quella età, ch’ è tutta foco.

La più temprata età di già possiede,
Che di vigore abonda, e d’ intelletto;
Per quella inferma età poi move il piede,
Che guida l’huom verso il funebre letto.
Tal che chi stà qualche anno, e dopo il vede,
Non riconosce il trasformato aspetto:
Perch’ogni età talmente il trasfigura,
Ch’un tempo, che l’huom stia, no ’l raffigura.

Milon, che diè co’l sol pugno la morte
À tanti mostri, e fè si rare prove,
Che pareggiò quel cavalier si forte,
Ch’Almena partorì del sommo Giove,
La peggiorata sua lagrima sorte,
Mentre si debilmente il passo move.
E mentre per l’età, ch’entro l’agghiaccia,
Si vede si tremanti haver le braccia.

Colei, c’hebbe già il titol d’esser bella,
Che ’n due volte da due venne rapita,
Mentre prende lo specchio, e mira anch’ella
La guancia crespa, afflitta, e scolorita,
Un si grave dolor l’ange, e flagella,
Ch’odia se stessa, e la soverchia vita;
E stupisce fra se, che per quel volto
Il mondo fosse sottosopra volto.

Tempo empio, e rio, co i crudi invidi denti
Ogni cosa quà giù struggi, e risolvi,
Sotto altra forma al fin tutto appresenti,
Mentre con gli anni tuoi t’aggiri, e volvi.
E questi che chiamiam quattro elementi,
À poco à poco in altra forma volvi.
Hor del modo, che tien, vò farvi accorti
Per far, che l’un ne l’altro si trasporti.

Ha quattro corpi genitali il mondo,
Che d’ogni cosa son principio, e seme.
Due senza gravità, due, c’ hanno il pondo,
E ’l globo inferior formano insieme.
Tira la terra, e l’acqua il peso al fondo;
Volan gli altri à le parti alte, e supreme.
Sopra la terra, e l’acqua ha l’aere il loco.
Più puro sopra l’aere ascende il foco.

Di questi, se ben son tra lor disgiunti,
Tutti i corpi non semplici si fanno.
E come del lor corso al fin son giunti,
Ne gli stessi elementi si disfanno.
Tutti nel lor finir vengon rassunti
Da quei principi, onde l’origine hanno.
Tolto il secco à la terra, il giel si sface,
E in acqua il corpo suo risolver face.

Levato à l’acqua anchora il freddo, e ’l peso,
L’humido essala in aere, e in aere ascende.
Poi più puro, e purgato al cielo asceso
In foco lucidissimo s’accende.
E ’l foco anchor suol condensarsi, e preso
Più grave corpo, in aere in giù discende.
Tolto à l’aere il calor, l’humor si fonde,
E d’aere, qual fu pria, si sface in onde.

Cosi l’acqua talhor s’unisce, e serra:
Che quando avien, che l’humido n’essale,
Il freddo la congela, e la fa terra,
Come si può veder nel far del sale.
Ciò, ch’è qua giù, nova figura afferra
Per ordine, et instinto naturale.
Ciò, che nel mondo inferior si trova,
Non si perde giamai, ma si rinova.

Nascer si dice quel, che d’un soggetto
Si comincia à formar quel, che non era.
Morir si dice quel, che vien costretto
À mancar de la sua forma primiera.
Hor poi, che và di questo in quello aspetto,
Non si può dir, ch’alcuna cosa pera.
In somma in questo mondo errante, e vago
Cosa non può durar sotto una imago.

E quella età de l’or tanto felice,
Che fu per l’huom si semplice, e si pura,
Non passò à questo secolo infelice,
Che dal ferro ritien nome, e natura.
De le cose la Dea rinovatrice,
Dove fu terra già stabile, e dura,
Fe molle; e instabil mar, dove fu l’onda,
Terra, c’hor d’habitanti, e ville abonda.

Io cento miglia già lontan dal lito
Con gli occhi, c’ hanno seggio in questa fronte,
D’ostreche, e conche un numero infinito
Vivi, et altre opre assai del salso fonte.
E da persone degne anche ho sentito
Essersi ritrovata in cima al monte
Un’anchora antichissima, e fu segno,
Che ’l mar v’hebbe altra volta imperio, e regno.

Quanti campi ho vist’ io fertili, e allegri
In infelici stagni trasformare.
E quanti stagni anchor languidi, et egri
Ho veduti da poi fertili arare.
E i diluvij tal volta i monti integri
Non han portati, e posti in mezzo al mare?
Qui v’era terra, hor v’è una fonte nova,
Altrove era un gran fiume, hor non si trova.

In mille, e mille luoghi s’è veduto
Allhor, che ’l terremoto apre la terra,
Ch’un fiume in qualche parte è fuor venuto,
Un’ altro ha preso il suo camin sotterra.
Il fiume Lico in Frigia par perduto,
Dove una gran voragine il sotterra.
Per altra bocca poi lo stesso fiume
Esce, e fa l’onde sue vedere al lume.

Et Erasino, che in Arcadia sorge,
Anch’ei sotterra à gli huomini s’asconde.
Poscia à gli armenti d’Argo il sorso porge,
Là dove il giorno aperto have le sponde.
E in Misia, onde solea scorger, non scorge
Per lo stesso canal Caico l’onde.
Ne la fertil Sicilia l’Amaseno
Hor è secco del tutto, hor l’alvo ha pieno.

E ’l fiume Anigro in Grecia già non corse
Con l’onde dolci al mar purgato, e chiaro?
E poi che fra Centauri, e Alcide occorse
Guerra, non è ogn’ hor corso, e corre amaro?
Feriti andar tutti i Centauri à porse
In quel limpido fiume, e si lavaro.
E se gliè ver quel, che i Poeti han scritto,
Le freccie le ’nfettar d’ Hercole invitto.

Dolce cinque giornate in Scithia Hipano
Con util generale al mar discende;
Poi si fa d’un sapor salato, e strano,
E inutil molte miglia al ber si rende.
Molto da terra Faro era lontano,
Et hor per terra ferma vi s’ascende.
Cinse anche Antissa, e Tiro il mare, e ’l flutto,
Et hoggi ogn’un vi và co’l piede asciutto.

Con terra ferma Leuca era congiunta,
Hor d’ogn’intorno il mar la cinge, e bagna.
Messina, che si vede esser disgiunta
Da la feconda Italica campagna,
Unita soleva essere à la punta
Di Reggio; et hora il mar, che la scompagna,
Ha il corso, ov’era terra. E cosi occorre,
Ch’un luogo stassi hor terra ferma, hor corre.

E se tu cercherai d’ Helice, e Bura
De le Figlie d’Ion mirabile opra,
Troverai, che l’ instabile Natura
Vuol, che ’l cresciuto mar l’asconda, e copra.
E le torri mostrar suole, e le mura
Ogni nochier, che ’l mar vi varca sopra.
E cosi avien, ch’un cerchio stesso serra
Hora il mar nel suo grembo, hora la terra.

Appresso di Pitteia alto s’estolle
(Cosa da raccontare horrenda, e strana)
Senz’arbore nissun, ritondo un colle,
E già fu terra spatiosa, e piana.
La Dea la fè, che dà le forme, e tolle,
Gonfiarsi contra ogni credenza humana;
E fè, ch’un mezzo globo alto divenne,
E ’l modo occulto io vi vò dir, che tenne.

Nel pian Pitteo le sotterranee strade
Gran vento havean ne la lor parte interna,
Il quale amico de la libertade
Bramava à l’aria uscir chiara, e superna:
Hor mentre il suo desio gli persuade,
Che si sprigioni fuor de la caverna,
La Natura al terren, che duro, e basso
Si stia, consiglia, e chiuda al vento il passo.

Tanto che ’l vento al soffio apre le labbia,
E d’aprirsi la strada s’affatica;
E ’l terren, che non vuol, ch’ esca di gabbia,
Stà duro à l’ insolente aura nemica.
Sforza il vento la terra, e fa, ch’ell’habbia
Gonfiato il ventre, come una vessica:
E mentre ella il suo cuoio non apre, e fende,
À guisa d’un pallon si gonfia, e tende.

Hor mentre la Natura il vento accese
À fuggir fuor del regno d’Acheronte,
E fece, che la terra gliel contese,
Al pian Pitteo fè trasformar la fronte.
Ch’un globo vi formò, che tanto ascese,
Che ’l loco si cangiò di piano in monte;
Tal ch’anche il monte, e ’l pian si rinovella:
E per tal variar Natura è bella.

L’acqua (chi ’l crederia?) rest’acqua, e prende,
Sendo acqua, altra apparenza, et altro stato.
L’Africa ha un fonte, e mentre il Sol risplende
Nel mezzo giorno, è freddo, anzi gelato;
E, quando il Sole in oriente ascende,
Ó muore in occidente, è temperato.
Bolle di mezza notte, e à poco à poco
Si cangià hor verso il ghiaccio, hor verso il foco.

Un’altra Epiro n’ha detta Atamante,
Chementre cresce, et ha le corna nove
La Luna, accende un legno in un’ instante,
Come ivi il foco, e non la fonte trove.
Hanno i Ciconi un fiume più importante,
Che fa per l’huom più perigliose prove;
Ch’à chi ne bee, le parti ascose impetra,
E cangia ciò, che tocca, in dura pietra.

In Ethiopia alcuni laghi stanno,
Che s’à caso alcun bee del lor liquore,
Ó correre in furor subito il fanno,
Ó gli dan grave un sonno per molt’hore.
Quei, ch’à trarsi la sete in Grecia vanno
Per lor destin dentro al Clitorio humore,
(Qual si sia la cagion, che questo apporte)
Han sempre in odio il vin, come la morte.

Chi di quel fonte bee, gode de l’acque,
Et ha più, che si puote, in odio il vino.
Racconta alcun, che questa cosa nacque
Dal gran Melampo medico, e indovino.
Che dapoi, ch’à Giunon l’orgoglio spiacque
Di quelle, ch’ al suo Nume alto, e divino
Di pareggiarsi osar, di Preto figlie,
Fè si, che nacquer queste maraviglie.

Solean queste fanciulle esser sovente
Ebre, per haver troppo il vino in pregio,
Poi con dir glorioso, et imprudente
Di Giuno haver dicean volto più egregio.
Lor di furor la Dea sparse la mente,
E ’l vin lor pose in odio, et in dispregio;
Ne sol non disser poi d’esser si belle,
Ma per certo tenean d’esser vitelle.

Melampo, che non vuol, che sempre annoi
Le figliuole del Re furia si acerba,
Pon tutti in opra i pij rimedij suoi,
E co’l canto il furor cura, e con l’herba.
Quella purgation gittò dapoi
(Ond’è, ch’ anchora al vin l’odio riserba)
In quella fonte, e ogn’un, che poi ne bebbe,
In odio, come il morbo, il vin sempre hebbe.

Contrario à questo in Macedonia un fiume
Corre, detto Lincesto, e in modo offende
Che fa non men del vino ebro l’acume
De l’ intelletto à ogn’un, che berne intende.
Feneo, lago d’Arcadia, mentre il lume
Maggior del cielo à quei di sotto splende,
Con l’onda inferma ogn’un, che ber ne prova;
À chi ne bee di giorno, è sano, e giova.

Son due fiumi in Calabria, che fan bionde
Le chiome. è ’l nome lor Sibari, e Crato.
Chi vi si lava il capo, ha da quell’onde
Quel don, tanto à le donne utile, e grato.
E chi nel fonte Sulmace s’asconde,
D’huom, non diventa un corpo effeminato?
Non cangia anchor il cor forte, e virile?
Non diventa codardo, abbietto, e vile?

E cosi avien, che ’l fonte, il fiume, e ’l lago
Diverse forze in varij tempi acquista,
Et ha il proprio valore errante, e vago.
Già quell’acqua beveasi, et hoggi è trista,
Con la virtute anchor cangia l’imago,
E trapassa d’infetta in lieta vista.
Hor dolce, et hor salmastra, hor bruna, hor fella,
Hora schiva al nostr’occhio, hor grata, e bella.

L’Ortigia isola in mare altre fiate
Mutava instabil luogo ogni momento.
Le Simplegade anchora eran mandate
Per l’onde à galla, ove voleva il vento,
Et hor, che stabilite, e ben fermate
Han dal fondo del mar buon fondamento,
Al mare, e al vento immobili si stanno,
E tempenstinle à gara elle non vanno.

Etna, che tanto foco anchor mantiene,
Non crediate, che sia per arder sempre,
Ne men sempre arse, e co’l tempo conviene,
Ch’altra propietà quel monte tempre.
Ciò, che sotto la Luna si contiene,
Convien, che per rifarsi si distempre.
Qual si sia la cagion, che ’l foco accenda,
Convien, che venga à fine, e più non splenda.

Se vogliam dir, che ’l corpo de la terra
È tutto quanto insieme uno animale,
Che vive, e che lo spirto, c’ ha sotterra,
Convien, che spiri, e in varie parti essale:
Vi dico, che ’l suo moto hor apre, hor serra
Questo, e quel passo al suo spirto vitale.
E poi che ’l suo spirar suol cangiar loco,
Convien, che perda un giorno Etna il suo foco.

E se da questo quelle fiamme impetra,
Che ne le sue caverne ampie, e terrene
I venti fanno urtar pietra con pietra,
C’hanno il seme del foco entro à le vene:
Non però me dal mio parere arretra,
Perche, come à le parti alte, e serene
Potranno uscir gl’ imprigionati venti,
Quei fochi resteran del tutto spenti.

E se vena di solfo, e di bitume
Fà, che continuo ardor di quel mont’esca;
Convien, che ’l foco, e ’l tempo la consume,
Ch’esser non può, che in infinito cresca.
Tal che non manderà più in aria il lume,
Tosto che manchi al foco il cibo, e l’esca.
Tanto, ch’è ver, che ’l monte ivi infiammato
Non è quel, che sarà, ne quel, ch’è stato.

Appresso à l’ Hiperborea Pallene
Di tal virtute una palude ha l’onde,
Nomata Tritonica, che s’aviene,
Che nove volte un’ huom quivi s’affonde,
La penna intorno à lui subito viene
In copia tal, che in uno augel l’asconde.
Alcune maghe in Scithia empie, e fatali
S’ungon le membra, e fansi augei con l’ali.

E se pur qualche fè quelle cos’ hanno,
Che tutto il dì si veggono avenire,
Tutti quei corpi, che si putrefanno,
Non si veggono in breve convertire
In animai, che poi spirano, e vanno?
E qual cosa esser può più di stupire
De l’Ape? che d’ambrosia il mondo pasce,
Riguardando al principio donde nasce?

Mille, e più volte s’è vista la prova,
Che da gli eletti, e putrefatti Tori
De l’Api la progenie si rinova,
Che si soglion nutrir di manna, e fiori.
Poi la città, che ’l lor consiglio approva,
Empion di quei dolcissimi liquori,
Che necessarij sono al lor governo,
Mentre gli amati fior lor toglie il verno.

E d’un corsier magnanimo, e gentile,
Che serve tanto à l’uso de la guerra,
Non nasce il Calavrone infame, e vile,
Se morto à putrefar si pon sotterra?
Del Granchio un’ animal più à lui simile
Nasce, se senza braccia si sotterra;
Del tristo Scorpion prende la faccia,
Che co’l crudo velen morte minaccia.

Tosto, ch’à un corpo una forma s’invola,
Forz’è, ch’un’altra forma abbracci, e brame.
Un verme d’una picciola Tignuola
Nasce, che ’l molle fil rende, e lo stame.
Di verme fassi una Farfalla, e vola,
Ne vuol più incatenar l’antiche trame.
Il Colombo, il Pavone, e gli altri augelli
Si fan d’un uuovo greve aurei, e snelli.

Quel seme, onde le Rane hanno gli heredi,
(Ch’ il crederia?) si genera di loto.
Che nascon da principio senza piedi,
E poi gli acquistano atti al salto, e al nuoto.
De l’Orsa da principio nascer vedi
Un parto, che per parto non è noto;
Poi la lingua materna il forma tale,
Che ’l fa d’un corpo informe un’ animale.

E l’Api ne la lor picciola cella
Hanno i principij lor di membra ignudi,
E prima, che ’l piè formino, e l’ascella,
Se ne stanno un gran tempo inette, e rudi.
Poi vola ogn’una via leggiadra, e bella
À far servitio à lor publici studi.
La midolla de l’Huom morto, e sepolto
Putrefatta, che s’è, d’un’ Angue ha il volto.

Pure ogni forma, c’habbiam detta nova,
Da l’altrui corpo il suo principio attende.
Ma v’ è un’ altro animal, che si rinova,
E da se stesso il suo principio prende.
Un singulare augello si ritrova
Dove più grato odor l’Assiria rende;
Ch’è detto da gli Assirij la Fenice,
Sopra d’ogni altro augel bello, e felice.

Non pasce il suo digiun di seme, e d’herba,
Ma d’ogni odor più pretioso, e santo.
Continuo in vita la mantiene, e serba
L’ambra, l’incenso, e de la mirra il pianto.
Compon sopra una palma alta, e superba,
Quando vuol rinovar l’etate, e ’l manto,
Un nido allhor, c’ha la sua età fornita,
E visto ha cinque secoli di vita.

L’empie di nardo, cinnamomo, e croco,
Poi tanto al caldo Sol vi batte l’ale,
Che fra gli odori al più cocente foco
Del giorno spira fuor l’aura vitale.
Cosi finisce il suo tempo, e in suo loco
Di lei si forma un picciolo animale,
Che fa le piume poi cosi leggiadre,
Ch’à rimirarlo par la stessa madre.

Poi quando à tale età giunta si vede,
C’ha coraggio, poter, forza, e governo,
Afferra il nido suo proprio co’l piede,
La culla propria, il pio rogo materno;
E di divotion piena, e di fede
Accesa di pietate il core interno,
À la città del Sol volando passa,
E nel suo tempio santo il porta, e lassa.

E che di più stupor può far Natura
Di quel, che à l’animante Hiena aviene?
Ch’essendo maschio il proprio esser gli fura,
E di sposo, che fu, sposa diviene?
E mentre un’ anno in quello stato dura,
Quel sopra il tergo suo sposo sostiene,
À cui già preme il dosso. E d’anno in anno
Hor marito, hora moglie ambo si fanno.

Il picciolo animal Camaleonte,
Che sol de l’aura vive, onde respira,
Se ben non cangia la sua propria fronte,
Cangia il color, ch’à se vario ogn’ hor tira.
Quel Re, che già sotto l’Imavo monte
Quel Lupo fessi, che si lunge mira,
Aurea de la vessica un’acqua impetra,
Che si congiela in pretiosa pietra.

E s’hoggi raccontar voglio ogni cosa,
Che d’una in altra spetie si trasporta,
Farà prima la notte atra, e noiosa
La bella alma del dì rimaner morta:
E non per questo ogni cagione ascosa
Ne potrò dir: che ’l tempo no’l comporta.
Si cangia anchora ogni imperio, ogni regno,
E tal hieri obedì, c’hoggi è più degno.

Troia, che già de l’Asia era Regina,
Ricca, e felice sopra ogni altra terra,
Che per dieci anni i fiumi à la marina
Correr di sangue fè per tanta guerra;
Hoggi non è se non herba, e ruina,
E piena d’ossa, e cultivata terra.
E mostran per richezza, e per thesoro
I sepolcri, che v’han de gli avi loro.

Chiara fu Sparta già, chiara Micena,
Chiaro di Cadmo il regno, e di Minerva;
Hoggi il sito di Sparta è nuda arena,
Giace Micena, e l’altrui leggi osserva.
Che resta hoggi di Thebe? e che d’Athena,
Che già parte de l’Asia hebber per serva.
Di si chiare città vedete, come
Hoggi non resta al mondo altro, che ’l nome.

La fama già per tutto ha pieno il mondo,
Di quanto cresce hor la Dardania ROMA
Nel seno appresso al Tebro più fecondo,
Dove già nacque chi da lui la noma.
Da questa (come il regno alto, e giocondo
Vuole) ogni Monarchia fia vinta, e doma.
Sarà soggetto il mondo in ogni parte
À la città del gran figliuol di Marte.

Cosi crescendo cangia il primo stato,
E miglior forma in ogni parte prende,
Poi che de sette colli, e d’un gran prato
Vien tant’alta città, ch’al cielo ascende.
La qual reggerà il mondo in ogni lato,
Per quel, che da profeti se n’intende.
Et Heleno ho in memoria, e quel, che disse,
Mentre in Euforbo il mio spirto già visse.

Mentre il Troiano imperio al fin tendea,
E molto dubbia havea la sua salute;
Heleno disse un giorno al giusto Enea.
Tu sarai quel, che con la tua virtute
In piè terrai l’alta cittate Idea,
Anchor che da l’imperio il luogo mute.
Ti farai strada in mezzo al ferro, e al foco
Per salvar l’honor Frigio in miglior loco.

Dove i nipoti tuoi poi fonderanno
Una città di si nobil presenza,
Che di quante ne fur, sono, e saranno,
Havrà più cor, più forza, e più prudenza.
E i saggi suoi patritij d’anno in anno
Multiplicando andran la sua potenza,
Fin che del sangue tuo quel nato sia,
Che le darà la somma Monarchia.

Questo divino, e glorioso Augusto
Come l’havrà goduto il nostro mondo,
E che lasciato havrà l’humano busto
L’alma, sostegno al suo terrestre pondo;
Darà lo spirto suo purgato, e giusto
Al più felice cielo, e più giocondo.
N’havrà la terra il nome, e ’l mortal velo,
De la bell’alma sua godrassi il cielo.

Questo mi ricordo io dal saggio Heleno
Al gran figliuol d’Anchise esser predetto,
E di somma allegrezza ho colmo il seno,
Poi che ’l suo vaticinio hoggi have effetto.
E che in quel lieto, e fortunato seno
Al ciel la città nova alza ogni tetto.
M’allegro, che vincesse il Greco sdegno
Con grande utilità del Frigio regno.

Ma per non uscir tanto del viaggio,
E per drizzarmi al fin del mio sentiero,
Ciò, che la Luna star sotto al suo raggio
Vede, trasforma il suo volto primiero.
Pero discorra l’huom prudente, e saggio
Con sana mente, e con giudicio intero,
Ch’essendo noi corpi terreni, è forza,
Che trasformiam questa terrena scorza.

Ne solamente il corpo si trasforma;
Ma l’alma, essendo volativa, e leve,
Da noi partendo un’ altro corpo informa,
E qualità da quel corpo riceve,
Perche s’ad una fera dà la forma,
È forza, che ’l discorso à lei si leve;
Onde in quel corpo un’altra forma prende,
Dapoi che già intendeva, hor non intende.

Tanto che di ragion dobbiam privarne
Di mangiar l’ animal per men periglio,
Dapoi che in lor van le nostre alme à starne,
Come del corpo human prendono essiglio.
Che potrebbe talhor mangiar la carne
Il padre del figliuol, del padre il figlio.
Che se’l mio padre in quel corpo s’interna,
La carne à divorar vengo paterna.

Suol l’alma anchor d’un bruto entrare in noi,
E l’organo trovando più disposto,
Acquista lume à lumi interni suoi,
E vede quel, che pria gli era nascosto.
Si che quell’animal più non s’annoi,
Dove può il padre nostro esser riposto.
Lascisi pure il bue, che ’l giogo porte,
E che il tempo gli dia, non l’huom, la morte.

Deh vi mova à pietà co’l suo mugito
L’ à pena nato, e tenero vitello;
V’intenerisca il cor co’l suo vagito
Il lascivo capretto, e’l molle agnello,
Per ischivar, che ne l’human convito
Non si mangi altri il figlio, altri il fratello.
Che non rendan le mense empie, e funeste
Di Thereo le vivande, e di Thieste.

Quell’arme da l’agnelle haver vi piaccia,
E bastin, ch’armar ponno il corpo ignudo;
À fin che quando Borea il mondo agghiaccia,
Facciano al nostro sen riparo, e scudo.
Bastivi haverne il latte, e non si faccia
Oltraggio al corpo lor co’l ferro crudo.
Toglia le rete, e l’hamo al pesce il risco
De la morte, à l’augel la rete, e ’l visco.

L’huom può qualche animal nocivo, e strano
Uccider, perch’altrui non faccia scorno:
Ma non faccia di lui poi cibo humano;
Fiaccare al suo furor gli basti il corno.
À lo scolar, che poi fu Re Romano,
Questo fè udir Pithagora quel giorno.
Molte altre cose poi co’l tempo apprese,
E tornò senza pari à suo paese.

Pien di filosofia la lingua, e ’l petto
Tornossi Numa al sen patrio Sabino:
E con lo studio poi tanto perfetto
Si fece, e co’l suo ingegno alto, e divino,
Che Re fu dal Roman popolo eletto
Poi ch’andò in cielo il fondator Quirino.
Et ei, c’havea à giovar l’animo inteso,
Accettò di buon cor lo scettro, e ’l peso.

De la superba Roma il Re secondo
Saggia una Ninfa Egeria hebbe consorte,
Ch’aiuto à sopportar si grave pondo
Gli diè co’l profetar la fatal sorte.
E ’l favor de le Muse anchor secondo
Havendo in tanto imperio, ei fè di sorte,
Ch’à l’aurea pace, al divin culto, e vero
Seppe un popol ridur cotanto altero.

Poi che ben quarant’anni hebbe regnato,
Lasciò con grande honor la vita, e ’l regno,
E fu dal popol pianto, e dal Senato;
Passar nel pianger lui le donne il segno.
Fu al santo rogo, et al sepolcro dato
Con l’honor, che potea Roma, più degno.
Su’l Tebro intanto, e in tutti i sette colli
Occhi non si vedeano se non molli.

La moglie Egeria oscura il volto, e ’l manto,
Fu per venir per la gran doglia insana:
Non fece udir ne’ sette colli il pianto,
Ma ne la valle Aricia di Diana.
Dove impedì co’l grido il rito santo
À l’altar de la Dea casta Silvana.
Cercar le Ninfe pie di torle il tutto,
Per varij essempi, e vie, ma senza frutto.

Ma più d’ogn’un quel, c’ ha in custodia il tempio,
Figliuol del gran Teseo, le dà conforto.
Non è già l’infortunio tuo tant’empio,
Poi che ’l tuo Re con tanto honore è morto.
Se ’l più crudo d’altrui sapessi essempio,
Non chiameresti il tuo tanto gran torto.
Ti placheria più d’un malvagio, e rio
Disdetto altrui, ma più d’ogn’altro il mio.

Hippolito io già fui, di Teseo nacqui,
E come i fati havean già stabilito,
À la matrigna mia soverchio piacqui,
E cercò trarmi à l’amoroso invito:
Ma mosso dal dover mai non compiacqui
Al suo non ragionevole appetito.
Fu la matrigna mia di colei prole,
Ch’ in Creta un toro amò, figlia del Sole.

L’accesa mia matrigna non soggiorna,
Ma mossa da lo sdegno, ò dal timore,
Come il mio padre al regio albergo torna,
Volta tutto al contrario il tristo amore;
E piange, e la bugia colora, e adorna,
Ch’io la volli forzar, torle l’honore.
Credulo il padre il crede, e ’l fido figlio
Scaccia da la città co’l crudo essiglio.

Ne solo il figliuol suo scaccia del regno,
Ma con prece nemica alza la voce
Al ciel, che sopra me mandi il suo sdegno;
E con l’empia bestemmia anchor mi noce.
Io d’andare in Trezena havea disegno,
E gia su’l carro mio presto, e veloce.
E già vedea Corinto, e ’l mar vicino
Quando m’avenne un più crudo destino.

Parmi mentre, ch’io scorro intorno il lito,
Ch’un globo alto nel mar cresca, e sormonte;
Poi veggio di quel globo essere uscito
Si grande un bue marin, ch’assembra un monte;
E dando fuor l’horrendo alto muggito,
Le corna al dritto mio volta, e la fronte;
E quanto più à la terra s’ avicina,
Tanto minaccia à noi maggior ruina.

À tutti quelli entrò per l’ossa il gielo,
Che l’empia mia fortuna havean seguita.
S’arricciò à tutti ogni capello, e pelo,
Eccetto à me, che in odio havea la vita.
Ch’ io fermi ’l carro, alzan le strida al cielo,
Che voglion fare à piè l’aspra salita;
Dicon, ch’al bue marin sarà conteso
Portar per l’aspro monte il suo gran peso.

Volgono gli occhi i miei cavalli intanto
Ver dove tanto mare il pesce ingombra,
E quando al cielo alzarsi veggon tanto,
L’orecchie ogni corsiero alza, e s’adombra.
I miei raddoppian tosto il grido, e ’l pianto,
Che scorgon, che ’l paese il carro sgombra
Per lo camin più periglioso, e strano,
E che i cavalli à me sforzan la mano.

Dà intanto il carro in un troncon d’intoppo,
E tutto eccol tremar, tutto si scuote.
Seguono i destrier fieri il lor galoppo,
Fin che fan rompere una de le ruote.
Tal che nel ribaltarsi il carro troppo
In terra io dò l’impallidite gote.
Il carro passò sopra essendo sotto,
E tutto mi lasciò storpiato, e rotto.

Le redine m’havean l’un braccio attorto,
E mi vedea tirar fra sassi, e spine:
Tal che per lo camin malvagio, e torto
Caddi in precipitose alte ruine.
Dove restato al fin del tutto morto,
Lo spirto andò fra l’anime tapine:
E sanguigno la man, l’anca, e la fronte
Nel fiume si lavò di Flegetonte.

Rotto il corpo restò, sanguigno, e brutto,
Da tronchi, e sassi lacerato, e tolto.
Le membra interne sparse eran per tutto,
E non si discernea dal piede il volto.
Non sparger dunque in tanta copia il lutto,
Tu, che con tanto honor Numa hai sepolto:
Che infortunio non è soverchio rio,
Egeria il tuo, s’havrai riguardo al mio.

Ma ’l medico divin, figliuol d’Apollo,
Detto Esculapio, per far noto al mondo,
Di quanta arte, et ingegno il ciel dotollo,
Ne venne ov’ io giaceami immobil pondo:
E trovato ogni mio membro, appiccollo
Co’l succo al luogo proprio; e poi secondo
Si richiedea, tant’herbe pose in opra,
Che fe lo spirto mio ritornar sopra.

Ad onta di Plutone, e de l’inferno
Con l’arte, e l’herbe ei seppe oprarsi in modo,
Che co’l mio corpo il mio spirito interno
Legò con novo, e indissolubil nodo.
Perche mi fece poi Diana eterno,
Per farmi in questa valle, ch’io mi godo,
Guardia al suo tempio: e, come piacque à lei,
Uno io son quì de’ suoi silvestri Dei.

Perch’io non generassi invidia altrui
Per tanto don, cangiommi il volto, e ’l nome;
E disse, (dove Hippolito io già fui)
Vò, che da questo in poi Virbio ti nome.
Elesse poi fra molti tempij sui
Questo, dov’ io sacrificassi, come
Tu puoi veder, ben c’hebbe dubbio il core,
Di darmi ò in Creta, ò ’n Delo un tanto honore.

Cosi per consolar l’afflitta Diva
Il figliuol di Teseo mosse l’accento:
Ma del gran sposo suo la Ninfa priva,
Torsi non può dal solito lamento.
Diana al fin, per mantenerla viva,
Con nome eterno fece in un momento
Il corpo suo stillarsi à piè del monte,
In un, ch’anc’hoggi v’è, perpetuo fonte.

Tutte à fatto stupir le Dee Latine,
Ne Virbio men stupor dentro al cor serra
Di quel, che vide già ne le Tarquine
Valli formarsi un’ huom di pura terra.
Ch’ei non credette mai veder tal fine
D’una gleba fatal, ch’era sotterra.
Il vomero scoprilla, ella si mosse
Da se medesma: egli à mirar fermosse.

Stupido l’arator le luci intende
Ne la gleba fatal, come si move,
E vede, ch’ altra forma acquista, e prende,
E che in tutto il terren da se rimove.
Tal che fatto un garzon, spira, et intende,
E disse à l’arator cose alte, e nove.
Tage il nomaro, e fu il primo indovino,
Ch’ivi insegnò à predir l’altrui destino.

Non men Virbio stupì del caso strano,
Che fece Egeria trasformare in onde,
Di quel, che ’l primo Re stupì Romano,
Quando ne l’ hasta sua nacque la fronde.
Un tratto un dardo aventa egli, e su’l piano
Del monte Palatin la punta asconde.
Vuol poi fuor trarlo, e ’l telo al suol s’attiene,
E cresce in rami, e in frondi , e un’ arbor viene.

Non men di maraviglia à Virbio porse
La Ninfa Egeria trasformata in fonte,
Di quella, c’hebbe Cippo, quando scorse
Ne l’onda haver le corna in su la fronte.
Gran novità fu questa, che gli occorse:
E seguendo il mio fil vien, ch’ io la conte.
Poi che fu morto Numa, al regno venne
Tullo il feroce, e dopo Anco l’ottenne.

Il regno prese poi Tarquinio Prisco,
Poi Servio Tullio, il qual fu tolto al giorno
Dal Re, che preso à l’amoroso visco
Fè si grande à Lucretia oltraggio, e scorno.
Non voller porsi più i Romani à risco,
Ch’un sol contra la patria alzasse il corno.
Tal ch’ordinaro il Consolar governo,
Per far quieto il lor stato, et eterno.

Venne in tanto odio in Roma il nome regio,
Ch’alcun non ne volea sentir parlare.
Hor godendosi in Roma un stato egregio
Sotto il governo illustre Consolare,
Essendo Cippo huom di valore, e pregio
In una grande impresa il fero andare;
E mentre allegro, e vincitor ritorna,
Si vede in una fonte haver le corna.

Al fonte, à gli occhi suoi proprij non crede,
Cippo, et alza le man verso le tempie,
E tocca di man propria quel, che vede,
E di più gran stupor s’ingombra, et empie.
Gli occhi, e le corna à la superna sede
Alza, e dice. Signor, se ben troppo empie
Fur l’opre mie ver tè, perdon ti chieggio
Con quella fede, et humiltà, che deggio.

Ó ch’al superbo popol di Quirino,
Ó che minacci à me questo portento,
Scaccia da noi col tuo favor divino
Il temuto fatal danno, e tormento.
Sparge sopra l’altar co’l latte il vino,
E move il sacro, e glorioso accento,
E prega il dotto haruspice Toscano,
Che ’l futuro destin gli faccia piano.

Come il Toscan considerò sacrista
De l’ucciso animale il corpo interno,
Disse. Signor gran novità v’ho vista,
Ma manifesta anchor non la discerno.
Ma come verso Cippo alza la vista,
E conosce il voler del fato eterno,
Mira le corna sua contento, e lieto,
E queste cose à lui dice in secreto.

Ó salve Re, ch’al buon popol di Marte
Esser dei Re, se ’l ver dice la sorte:
Moviti, e più non stare in questa parte,
Ma và con lieto cor dentro à le porte:
Che vuol quel, che le gratie in ciel comparte,
Che ’l buon popol Latin prudente, e forte
Obedisca à la tua cornuta fronte,
E che Re su’l Tarpeo t’elegga monte.

Subito il cavalier prende consiglio
Di disprezzar la dignità futura,
E volge tosto altrove il piede, e ’l ciglio,
E non vuol più veder le patrie mura.
Più tosto io vò soffrir perpetuo essiglio,
(Dicea) ch’in Roma haver la regia cura;
Ogni stratio, e martir pria soffrir voglio,
Che farmi veder Re dal Campidoglio.

Scrive una lettra subito al Senato,
Là dove fede i sacerdoti fanno,
Che portan gran periglio de lo Stato,
Se co’l trionfo in Roma essi ne vanno.
E che s’aman saper la sorte, e ’l fato,
Per poter provedere al comun danno,
Il Senato ver lui prenda la strada,
Poi che ’l fato non vuol, che dentro ei vada.

L’ordine senatorio sbigottito
Da Cippo, e da gli haruspici Toscani;
Ogni luogo importante ben munito,
Vi pon per guardia i militi Romani.
Per saper prender poi miglior partito
Brama, che più distintamente spiani
Cippo quel, che l’augurio, e ’l fato ha detto,
E gir molti à trovarlo à questo effetto.

Prima d’ostro, d’acciar, di gemme, e d’oro
Cippo, qual Duce, vincitor s’adorna;
Asconde poi co’l sempre verde alloro
Al capo suo le mostruose corna.
Poi dove del Senato il grave choro,
Per udirlo parlar, siede, e soggiorna.
Si mostra sopra un’ alto tribunale,
E con questo parlar chiede il suo male.

Un’ huom fra questa nobiltà si trova,
Che se ’l fato, e l’ augurio à noi non mente,
Deve introdur legge odiosa, e nova,
E farsi Re de la Romana gente.
Questo per fermo il sacerdote approva,
Per un segno, ch’egli ha troppo evidente.
Il segno io ben nominerò, non lui,
À fin ch’al resto provediate vui.

Son due corna nel capo il fatal segno,
E se chi l’have in Roma, entra per sorte,
Il fato vuol, che tiranneggi il regno,
E stava à lui d’entrar dentro à le porte:
Ma in dietro io ’l tenni, io gli guastai il disegno.
Dunque Signori, ò date à lui la morte,
Ó scacciate il fatal da voi tiranno,
Tanto che si proveda al comun danno.

Come al soffiar di Borea, ò Subsolano
Mormora entro à la selva il faggio, e’l pino;
Come mormora il mar, quando un lontano,
Mentre è fortuna, il flutto ode marino:
Cosi bisbiglia il buon popol Romano,
Chi sia colui, ch’è nato à tal destino.
Grande à l’accusator prometton merto,
E ’l capo à ogn’un mostrar fanno scoperto.

Per dimostrare allhora in ogni parte
Il Generale il cor puro, et intero,
La corona d’allhor posta in disparte,
Mostra de le due corna il capo altero.
Dispiacque à tutto il buon popol di Marte,
Veder quel meritevol cavaliero,
Le tempie di quel segno havere ornate,
Ch’à Roma tor dovea la libertate.

Contra sua volontà vide il Senato,
E la plebe, et ogn’un, ch’era presente,
Quel meritevol capo essere armato
Del corno infausto à la Latina gente.
Di novo à lui d’alloro il capo ornato,
E date gratie à la sua buona mente,
Pregarlo à star cosi fuor de le mura,
Che in Roma prenderian del tutto cura.

Per satisfare al fato, et à la fede
Di Cippo, e salvar Roma dal tiranno,
Voller, che Cippo havesse per mercede
D’haver fatto palese un tanto danno,
Tanto di quel, che ’l publico possiede,
Terren, quanto in un dì cerchiar potranno
Due buoi, con fin, che co’l suo frutto poi
Possa menare in bando i giorni suoi.

E perche ’l fato non mentisse, in quanto
Volea, che in Roma dovesse portare
Un, c’havesse le corna, il regio manto,
Di Cippo il capo fer di bronzo fare:
E su la porta il fer co’l rito santo
Por, per la qual dovea pur dianzi entrare.
E cosi assicuraro il lor domino,
E profetare il ver fero al destino.

Ma ben l’assicurar da quella sorte,
Che volea porre in cima de la rota
Cippo, ma non da l’ aspra, e cruda morte,
Che quasi la città restar fe vota.
Ne la Romana imperiosa corte
Venne una peste in modo empia, et ignota,
Che non potè la medicina, e l’arte
Assicurarne la millesma parte.

Poi che conobber tale esser la peste,
Che non potea giovar rimedio humano,
Ricorselo a l’aiuto alto, e celeste,
Per non si affaticar più tempo in vano.
Molti mandar de le più saggie teste,
Che nel Senato allhor fosser Romano,
In Delfo ver lo Dio lucido, e biondo,
Là dove ha un tempio illustre in mezzo al mondo.

Giunti, pregan l’Oracolo, che voglia
Dar lor fido consiglio, e certo aiuto,
Ch’à Roma l’incurabil peste toglia
Pria, che sia il popol suo tutto perduto.
Del Lauro allhor tremò la casta foglia,
Tremò il muro, e l’altar: ne stè più muto
L’Oracol de lo Dio, che ’l giorno guida,
E fè udir questa voce utile, e fida.

L’aiuto, ch’ impetrar santo, e divino
Bramate, e in questo tempio à me chiedete;
V’era mestier cercarlo più vicino,
E sò che più vicino il cercherete.
Per torvi al mortal vostro empio destino,
Non v’è d’huopo lo Dio, che qui vedete:
Non vi bisogna Apollo, ò ’l suo consiglio,
Ma vi bisogna ben d’Apollo il figlio.

Poi c’hebbero i legati rapportato
Le proprie de l’Oracolo parole,
E che discorso assai fu nel Senato,
Dove albergasse l’Apollinea prole:
Che stava in Epidauro fu trovato,
Ne la superba à lui sacrata mole.
Tosto crear novi legati, e furo
In breve dentro al destinato muro.

Al publico collegio se ne vanno,
E porgon preci pie, ch’à lor si preste
La pia, che d’Esculapio imagine hanno,
Fatal rimedio à la Latina peste.
Molti per riparare à tanto danno
Di Roma, approvan le dimande honeste;
Non voglion molti (e sono à le contese)
Privar del proprio aiuto il lor paese.

Mentre il Senato dubbio non risolve,
S’al Roman satisfar denno desio,
Lo ciel, che sopra noi si move, e volve,
Fè, che la notte venne, e ’l dì spario.
Hor mentre ne le piume ogn’un s’ involve,
Al nuntio appar Roman l’amato Dio.
Ne la sinistra il serpe have, e la verga,
Par, che la destra il mento allisci, e terga.

Poi rompe la favella in questo accento.
Pon giù forte Romano ogni timore,
Ch’io vò venire à Roma, e far contento
Il buon popol Latin del mio favore.
In questo serpe mio tien l’occhio intento,
Nota la sua figura, e ’l suo splendore;
Si che ben riconoscer poi mi possa,
Ch’ io vò vestir di lui la carne, e l’ossa.

Quel serpe avolto al mio bastone intorno
Io mi vò far, ma ben maggiore, e tale
Di luce, e d’ oro, e d’ogni pregio adorno,
Qual si conviene ad huom fatto immortale.
Lo Dio poi sparve, e ’l sonno: e innanzi al giorno
L’Aurora per lo ciel battea già l’ale,
Quando levossi ogn’ huomo, e venne al tempio,
Dentro al qual d’ Esculapio era l’essempio.

Dal publico consiglio il giorno avante
Dubbio di dar lo Dio s’era ordinato
D’appresentarsi à le sue pietre sante;
Per veder s’alcun segno havesse dato.
Hor come al sacro altar furon davante
Co’l ginocchio, e co’l ciglio ogn’un chinato,
Pregar, ch’ei dimostrasse à qualche segno,
S’amava stare, ò pur uscir del regno.

À pena il popol di pregar s’arresta,
Ch’entra lo Dio nel suo proprio serpente,
Tal che il serpe avivato alza la testa,
E manda il sibil fuor, ch’ogn’uno il sente.
Tutta tremante, e sbigottita resta
La turba senza fin, ch’ivi è presente.
E più, che nel finir de i sacri carmi
Tremò l’altar, la statua, e i santi marmi.

Tosto priva di se lascia la verga
Il serpe, e sopra il pavimento scende:
E, come è in mezzo al tempio, alza le terga,
E gira il collo, e intorno i lumi intende.
Poi per lasciare il nido ove egli alberga,
Ver la porta maggiore il camin prende.
Veduto questo il sacerdote esclama,
Questo, questo è lo Dio, che Roma brama.

Saluti con la lingua, e co’l pensiero
Ogn’un lo Dio, che al nostro voto applaude,
Co’l cor volto ver lui puro, e sincero
Ogn’uno l’adori, e cola, ogn’uno il laude.
Tu, che discendi del celeste impero,
Giova, ti prego, à noi che ti diam laude:
Fà, che il tuo scender da l’ empirea sede
Sia con utilità di chi ti vede.

Tutto quel ben, che ’l sacerdote santo
Dice verso lo Dio propitio, e fido,
Replicato è dal popol tutto quanto
Co’l geminato tuon, co’l santo grido.
Co’l sibilo, e co’l cenno applaude intanto
Il serpe, et esce del suo antico nido.
Scende le scale, e volge à dietro i lumi,
E quei, che vuol lasciar, saluta Numi.

Co’l sibilo, e co’ rai l’antico tempio
Saluta, e quindi segue il suo viaggio.
Del suo si fido, e si devoto essempio
Fa lieto ogni Roman dentro il coraggio,
Che sperano, che ’l morbo iniquo, et empio
Debbia ammorzar, che lor fa tanto oltraggio.
Ovunque si rivolti il serpe, e vada,
D’herbe odorate, e fior gli ornan la strada.

Per mezzo la città serpe, e s’aggira
Per la strada miglior, che ’l guida al mare;
E quinci, e quindi il pio popol rimira,
Che canta le sue prove illustri, e rare.
Ver la nave Romana amore il tira,
E in quel, che sopra il ponte vuol montare,
Rivolge il guardo in questa, e in quella parte,
E fa l’officio pio d’un, che si parte.

Su l’asse poi, che sta fra il lito, e ’l legno
Serpendo entra lo Dio sopra la nave:
La qual dal peso un manifesto segno
Hebbe, d’ esser d’un Dio superba, e grave.
Rendon Romani al sempiterno regno
Gratie del raro don, che lor fatt’ have.
D’un toro sacrificio allegri fanno
Su’l lito, e poi le vele à venti danno.

L’onde con aura dolce il legno fende,
E ’l serpe intanto in sù la poppa siede.
Et alza il collo, e il guardo in giro intende,
E d’ogni intorno il mar ceruleo vede.
Tanto che ’l sesto dì l’Italia prende
Vicino al promontorio, ove risiede
La Licinia Giunon nel suo bel tempio,
Ú già stava Licinio avaro, et empio.

Lascia lo stretto à dietro di Messina,
E da man destra la Calabria scorge.
Indi al nobil Sorrento s’avicina,
Ú l’arbor di Lieo si lieto scorge.
Ver la città dapoi, ch’ ivi è Reina,
Ch’à l’otio, e al van disio tutta si porge,
Si drizza; indi la perde, e giunge al passo,
Onde si scende al regno oscuro, e basso.

Lasciato Cuma, e ’l passo, onde à l’inferno
Passò con la Sibilla il saggio Enea,
Seguendo il lor camin, veggon Linterno,
E la piaggia fruttifera Circea.
Quivi sorgendo in mar l’horribil verno
Fermasi, ù nocer men l’onda potea,
Dov’entra in mare un gran braccio di terra,
E fa riparo à la marina guerra.

Visto i Romani un tempio esser vicino
Fer fumar su l’altar l’incenso, e ’l lume.
E ricercar del suo favor divino
Il sempre biondo Dio, ch’ ivi era Nume.
Uscir volle Esculapio anchor del pino
Per servar verso il padre il pio costume.
Serpendo uscì del pin devotamente,
E ’l tempio salutò del suo parente.

Subito la fortuna al suo fin venne,
Onde tutti tornar sopra la nave.
E per giudicio universal si tenne,
Che ’l mar fesse Esculapio oscuro, e grave,
Per far calare in quel lito l’antenne,
Per far l’officio pio, ch’ ivi fatt’ have.
Allegro il legno il vento in poppa tolse,
E nel suo grembo il Tebro al fin l’accolse.

Viene à incontrarlo ogni gran Senatore,
Ogni gran cavalier, tutta la turba.
Pregan le madri pie, pregan le nuore,
Che toglia il mal, che la città disturba.
Mille altari su’l Tebro alzar l’odore
Sabeo fan sino al ciel mentre ei s’inurba.
Cantan hinni per tutto, e in mille lochi
Fan mille sacrificij, e mille fochi.

Alza il collo entro à Roma il serpe tanto,
Che quasi il capo suo l’arbore eccede;
E intorno à la città dà gli occhi intanto
Per veder quale à lui convenga sede.
Risolve poi volere il tempio santo,
Dove in due parti farsi il Tebro vede;
Dove divide il suo fonte in due braccia,
Indi l’unisce, et una isola abbraccia.

Giunta la nave à l’ isola, discende
Il serpe, e ponsi à punto in quella parte,
Dove d’havere il divin tempio intende
Dal devoto di lui popol di Marte.
Quivi la forma sua divina prende,
E l’infelice peste indi si parte.
S’allegra Roma, e fa superbo un tempio,
E ponvi d’Esculapio il vero essempio.

Ma s’allhor s’allegrò d’un Dio straniero
Roma, e fondogli il tempio, e ’l rito pio,
Ben fu il suo gaudio in ogni parte intero,
Quando un de figli suoi vide esser Dio.
Cesare, che di Roma il sommo impero
Ottenne primo, anch’egli al ciel salio.
E con gaudio maggior nel patrio sito
Da suoi proprij hebbe il tempio, e ’l santo rito.

Non fu tanto il valor, c’hebbe ne l’armi,
Non ne la toga, e nel negotio il senno,
Ch’à lui drizzare i sacri, e ricchi marmi
Con si grande artificio in Roma fenno;
Non fer tanto cantargli i santi carmi
Mille, che gli alti Dei gratie à lui denno;
Non tanto essere stato humano, e giusto,
Quanto, ch’esser dovea padre d’Augusto.

Dunque il domar gl’indomiti Britanni,
La Francia, il Ponto, l’Africa, e l’Egitto;
L’haver tutti impiegati i giorni, e gli anni
Continuo in guerra, e rimanere invitto;
E in mezzo à tante morti, à tanti affanni
L’haver con tanta gloria oprato, e scritto;
Noi vorrem dir, che sia di maggior pregio
Che l’ haver fatto un figlio cosi egregio ?

Perche tanto huom, quanto fu Augusto al mondo,
Non d’un mortal nascesse, ma d’un Nume,
Convenia, che nel regno alto, e giocondo
Cesare risplendesse un nuovo lume;
E fosse tolta l’alma al carnal pondo
Fuor de l’humano, e natural costume.
Ben vide Citherea l’odio, e ’l trattato:
Ma chi può contraporsi al cielo, e al fato ?

Riguarda ben da la celeste corte
Citherea Cassio, e Bruto, e gli altri insieme
Al pronepote suo giurar la morte;
E tanto il miser cor l’affligge, e preme,
Che cerca d’ impedir la fatal sorte;
E innanzi ad ogni Dio supplica, e geme,
Ch’un sol, che gli è restato del suo sangue,
Non lascin per tal via venire essangue.

Vedete quante insidie, e quante pene
M’ appresta quella ingiusta empia congiura.
Misera me, dapoi ch’ ogni hor m’ aviene
Nova calamità, nova sciagura.
Toglie Tidide il sangue à le mie vene,
Cadon di Troia mia l’ altere mura.
Salvar conviemmi Enea da l’ importuno
Mare, et al fin da Turno, anzi da Giuno.

Ahi, che fur nulla i miei passati scempi,
S’havrò riguardo al mio novo tormento.
Deh non facciano, ò Dei, quei crudi, et empi
Tanto senno morir, tanto ardimento.
Non comportate, che ne’ santi tempi
Di Vesta resti in tutto il foco spento
Dal sangue del supremo Sacerdote,
Perpetua doglia à l’ alme alme, e devote.

Queste, et altre parole in van dicea
L’afflitta Citherea con van discorso.
Gli Dei bene à pietà tutti movea,
Ma non potea impedire il fatal corso.
Pur se ben tor da lor non si potea,
Che non fosse à tant’ huom piagato il dorso;
Voller con più di un segno horrendo, e tristo,
Che quà giù tanto mal fosse previsto.

Fu fra le nere nubi udito intorno
Urtarsi l’ arme insieme, e farsi guerra.
S’udì con mesto suon la tromba, e ’l corno
Co’ l tuon, che ’l più crudel folgore atterra.
Fu fuor di modo oscuro, e tristo il giorno:
Tremò l’ alta citta, tremò la terra.
Piovve giù sangue, e ne le selve sacre
S’ udir note ne l’ aere horrende, et acre.

La Luna il suo splendor di sangue sparse,
Latrar di notte intorno à tempi i cani.
Ne l’ hostia ogni infelice segno apparse,
Lasciar gli avelli sgombri i morti, e vani.
Le statue de gli Dei di pianto sparse,
E mille altri portenti horrendi, e strani
Fur visti: e abbandonaro i gufi il nido,
E fer per tutto udir l’ infame strido.

Ma non poter mille segni infelici
Far, ch’ ei fuggisse il fato acerbo, et empio.
Andaro armati i suoi crudi nemici
In mezzo del Senato, in mezzo al tempio
Fra santi simulacri, e santi uffici
Per far di si grand’ huom l’ ultimo scempio,
Come ne la città non fosse stato
Luogo per tanto mal, se non sacrato.

Il bianco sen ferì, stracciò le chiome
Venere, quando ignudi i ferri vide.
E ’l volle in una nube asconder, come
Fe, quando ascose Paride ad Atride;
Ó come quel, cui le terrene some
Ella formò, salvò dal gran Tidide.
Ma Giove immantinente à lei s’ oppose,
E ’l decreto divin cosi gli espose.

Che fai figliuola mia? che fai? non vedi,
Che cosi da principio era ordinato?
E stolta in tutto sei, se sola credi
Di superar l’ insuperabil fato.
Va da te stessa à le tre Parche, e chiedi,
S’ è tempo anchor, ch’ in ciel venga beato.
Dove potrai veder nel suo destino,
Ch’ Atropo à questo fin già tronca il lino.

In gran quadri di bronzo essere scritto
Tutto il destin del tuo germe vedrai:
Ne v’ è timor, che ’l mio folgore invitto,
Ne ch’ infortunio alcun lo svolga mai.
Scaccia pure il dolor dal core afflitto,
Asciuga pure i lagrimosi rai,
Che gli ho veduti, e letti, e vo contarti
Quel, che disposto n’ han per rallegrarti.

Per far restar più lungamente vivo
Cesare, in van tu t’ affatichi, in terra;
Ch’ è giunto il tempo, il qual de l’ alma privo
Dovea fare il suo corpo andar sotterra.
Hor tu dei farlo al cielo ascender Divo
Subito, che ’l suo spirto si disserra
Dal corpo humano: hor fallo, e danne indicio
À fin ch’ egli habbia i tempij, e ’l sacrificio.

Guidala pure al regno alto, e giocondo,
Com’ esce l’ alma del suo albergo fuora.
Che ’l figlio havrà la Monarchia del mondo,
Ne dubitar, che invendicato muora.
Che come egli havrà in terra il maggior pondo,
E che vedrà l’ occasione, e l’ hora,
In parte ei condurrà l’ armate squadre,
Che vendetta faran del morto padre.

Potran far fede e Modona, e Farsaglia,
E ’l campo Macedonico del vero,
Quanto ne l’ arme, e nel giudicio vaglia
Questo, c’ havrà del mondo il sommo impero
Che vinti fien per forza di battaglia,
E ’l faran gir de’ suoi trionfi altero.
E ’l mar Siculo anchor potrà dir come
Vincerà lui, c’ havrà di Magno il nome.

Del grande Egitto l’ inclita Regina
Fatta consorte al gran Duce Romano,
Havrà per quel, che ’l fato à lui destina,
Ne le sue nozze confidato in vano:
Che vedrà del suo imperio la ruina,
E venir tutto al grande Augusto in mano;
E vedrà d’ haver preso in van per scopo,
Che serva il Tarpeo nostro al suo Canopo.

Volte infinite havrà di palma, e lauro
Ornato il crin questo felice Augusto.
Sarà suo tributario e l’ Indo, e ’l Mauro,
Con lo Scita sanguigno il Moro adusto.
Tornata al mondo poi l’ età de l’ auro,
Si volgerà come benigno, e giusto
À dar le leggi, à far del mondo un tempio,
À farsi à ogn’ un di ben’ oprare essempio.

E con maturo, e provido consiglio,
Riguardo havendo à la Romana sede,
À suoi nipoti, al publico periglio,
Con buona mente, e purità di fede
S’ eleggerà di santa madre un figlio,
E del nome, e del regno il farà herede.
Finita poi l’ età tarda, et imbelle
Risplenderà fra le cognate stelle.

Si che figliuola mia vattene intanto
Verso la salutifera congiura,
E ferito che gli hanno il carnal manto,
De lo spirito suo prendi tu cura.
Fallo splendor del regno eterno, e santo,
E la divina in lui forma figura;
E fa, che dal supremo ethereo chiostro
Riguardi il Campidoglio, e ’l tempio nostro.

In quel, che Giove parla, i lumi intende
Verso il nepote suo Venere, e mira,
Che Cassio, e Bruto co’ l pugnal l’ offende,
Con ogni cavalier, che vi cospira;
Tosto invisibil nel Senato scende,
Non l’ aiuta però, ma come spira,
Che si risolva l’ alma non comporta
In aere, ma la prende, e al ciel la porta.

Mentre la Dea per l’ aere la conduce,
S’ infiamma, e acquista à se foco, e splendore.
Tosto, che Citherea vede, che luce,
E che viene il suo foco ogn’ hor maggiore,
Sapendo la natura de la luce,
C’ ha d’ alzarsi da se forza, e vigore,
La lascia: ella à le parti alte, e divine
Poggia con lungo, e fiammeggiante crine.

Crinita al fin nel ciel giunge una stella
Cesare fra le luci alme, e sovrane.
Dove risplende luminosa, e bella,
Onde riguarda l’ attioni humane.
E mentre il mondo Augusto il figlio appella,
Per haver si lontan l’ arme Romane
Stese, s’ allegra di esser vinto, e gode,
Che ’l figlio, ch’ei lasciò, sia di più lode.

Ben che ’l più chiaro, e più felice Augusto
Nega, che ’l suo valor sia di più pregio:
E ’l nega con ragion: che pargli ingiusto
Di farsi da se stesso alto, et egregio.
Ma de la vera fama il grido giusto,
Ch’ inalza il suo splendor sublime, e regio,
Sopra ogni huom, che fu mai, l’ estolle, e canta,
E sopra il padre anchor l’ ammira, e vanta.

Cosi di valor cede il grande Atreo
Al figlio Agamennon più saggio, e forte.
E cosi al figlio Theseo il padre Egeo
Di senno cede, e d’ animo, e di sorte.
E cosi cede anchora il gran Peleo
À quel, ch’ al grande Hettor diede la morte.
Cosi di più lodate, e rare prove
Fu del padre Saturno il figlio Giove.

Giove è rettor nel regno alto, e giocondo,
Felice Augusto il mar regge, e la terra.
Tal c’ ha il nostro rettor diviso il mondo,
Con lo Dio, che ’l divin folgore atterra.
Deh poi ch’ egli quà giù regge tal pondo
Senza gl’ infami vitij, e senza guerra,
Fate, che tardo, Dei, venga quel giorno,
Che dee donarlo al vostro alto soggiorno.

Voi Dei, che già da l’ Asiana parte
Veniste à noi co’l gran Duce Troiano;
Giove Capitolin, tu fero Marte,
Padre, et auttor del gran nome Romano;
E voi Romani Dei, cui l’ arme, e l’ arte
Diede, e ’l cor pio si grande imperio in mano;
Fate, ch’ Augusto, e ogni altro inclito Duce
Goda più, che si può, fra noi la luce.

Tu, Geneveva pia, tu pio Marcello,
Veri Gallici Divi, e tu Dionigi
Fate, che Carlo, Imperador novello
Del vostro felicissimo Parigi,
Che con un spirto si svegliato, e bello
De’ padri invitti suoi segue i vestigi,
Tanta età, tanto honor, tanto ben goda,
C’habbia non men d’ Augusto imperio, e loda.

Carlo, in si verde età dal cielo eletto
Imperador de le Lutetie squadre,
Lontan m’ inchino al tuo real cospetto,
Et al valor de la tua santa madre,
Per darti co’ l maggior, ch’ io posso, affetto
Quest’ opra, hereditaria di tuo padre.
Per lui le diè principio, e ’l più n’ ho scritto
Sotto il favor del suo gran nome invitto.

Hor, poi che ’l Re del ciel fra i più lucenti
Spirti beati lui beato serra,
E vuol, perche ’l suo don più d’ un contenti,
Che di lui goda il ciel, di te la terra,
Con tutti i modi humili, e riverenti,
Quanto, ch’ io posso più, chinato à terra
Io dò quest’ opra à te presente, e vivo,
Che dar non posso à lui lontano, e Divo.

Lo stesso animo à te devoto, e fido
Dono, e consacro, e le scritture, e i carmi.
Poi quando alzando andrà la Fama il grido,
E loderà di te le prove, e l’ armi,
S’havrò quest’ alma anchor nel carnal nido,
À cantar l’ opre tue tutto vò darmi.
Dove al mondo, et à te spero far noto
Quanto al tuo sangue io sia fido, e devoto.

E se ben l’ alto affar d’ un tanto regno
Tien la tua mente in altro hoggi occupata,
Dalle tal volta un guardo, e qualche segno
Mostrami in cortesia, che ti sia grata.
Di questo sol favor fa colui degno,
Che già tant’ anni t’ ha l’ alma dicata;
Che tutto vuol far tuo ciò, ch’ opra, e scrive,
E per te s’affatica, e per te vive.

Godi Balban de la tua interna luce,
Che scorge l’ avenir si di lontano.
Godi Mattheo del frutto, che produce
La tua si liberal natura, e mano.
Questa fatica mia, c’ hor mando in luce,
Nasce dal tuo giudicio intero, e sano:
Che prevedendo, e provedendo il tutto,
Questo (qual’ ei si sia) n’ è nato frutto.

Dapoi che non posso io supplir, secondo
Fora il desire, à tanto beneficio,
Bastiti almen, ch’ io faccia fede al mondo
Del tuo cor liberal, del tuo giudicio;
E che lieto il sembiante, e ’l cor giocondo
Cerchi giovar co’l don, e con l’ officio;
E sei ne l’ opre pie, ne’ desir giusti
Quel, ch’ esser denno i Cesari, e gli Augusti.

Hor tu nata opra mia d’ una si bella,
D’una si rara, e varia poesia,
Fà noto al mondo, che l’ età novella
Non invidia talhor l’ età di pria.
E mentre vive la Tosca favella
Fà, ch’ anchor viva la memoria mia;
Fà co’l tenor de’ tuoi vivaci carmi,
Ch’io non habbia à invidiar bronzi, ne marmi.