Le Mille ed una Notti/Storia d'Alisciar e di Smeraldina

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Storia d'Alisciar e di Smeraldina

../Storia del Sultano narrata da lui stesso ../Storia di Sittal-Badur e d'Ibn-al-Mansur IncludiIntestazione 8 marzo 2018 100% Da definire

Storia d'Alisciar e di Smeraldina
Storia del Sultano narrata da lui stesso Storia di Sittal-Badur e d'Ibn-al-Mansur

[p. 280 modifica]

NOTTE DC


STORIA


D’ALISCIAR E DI SMERALDINA.


— C’era una volta, nella provincia del Khorassan, un mercatante ricchissimo, il quale, benchè giunto al sessagesimo anno, divenne padre d’un figlio che chiamò Alisciar. Morì quindici anni dopo, non senza avere, al letto di morte, diretti al figlio saggi consigli sparsi di versi, ne’quali spirava la morale più pura e sublime. Rese il giovane gli ultimi uffizi al padre, e poco appresso gli fu pure rapita la madre. Dedicatosi al traffico, come aveva fatto il genitore, passò così un anno intero senza discostarsi da quella saggia condotta; ma scorso tal tempo, si diede a frequentare i postriboli, ne’quali scialaquò sì rapidamente le proprie sostanze, che tutti i tesori della terra non gli avrebbero potuto bastare. Alisciar trovossi quindi ridotto a vendere la bottega e quanto possedeva, talchè più non gli rimasero se non gli abiti che indossava. Vedendo dissipate l’illusione e svaniti tutti i suoi sogni di felicità, cominciò a fare tristi e dolorose riflessioni. Sprovvisto di tutto, non avendo nemmeno [p. 281 modifica] da sedare la fame che lo tormentava, fu costretto a mendicare per le vie, senza che gli antichi suoi compagni di stravizzo degnassero d’assisterlo nella sua miseria. Venuto in quello stato alla maggior piazza della città, vide molta gente raccolta in circolo: accostossi Alisciar per vedere cosa fosse, e scorse in mezzo una schiava di grand’eleganza: le sue guance somigliavano alla rosa, e poteasi applicarle la descrizione seguente fatta da un poeta:

««Ella è uscita perfetta dalla forma della bellezza: non è troppo grande, nè troppo piccola.

««Le sue membra tondeggianti, offrono le più grate proporzioni;non è troppo pingue, nè troppo magra.

««Il suo volto è brillante come la luna. Tenera e flessibile fronda è la sua taglia; il fiato, soave profumo di muschio.

««Pare fatta coll’aequa delle perle; la bellezza del viso si riflette in tutte le patti del corpo, e su ciascun suo membro appare una luna.»»

«Alisciar, appena ebbe volti gli sguardi su quella leggiadra fanciulla, se ne invaghì perdutamente,e non sapendo cosa fare o dire, rimase immobile nel sito in cui trovavasi. Tutti quelli che lo circondavano, ignorando la sua rovina, e credendo che possedesse ancora le ricchezze paterne, non dubitarono ch’ei non fosse venuto per comprare la bella schiava. Intanto il banditore, accostatosi a questa, e mettendola all’incanto, gridava secondo l’uso: — Ricchi mercatanti, potenti compatriotti, popolo della città e del deserto! quanto volete offrire per questa bella schiava ch’è la sovrana della luna? Chiamasi Smeraldina, e la sua riputazione è una perla intatta. Fate le vostre offerte, piccoli e grandi. —

«Cinquecento venticinque zecchini furono in prima offerti. In quel mentre, giunto sulla piazza del mercato un uomo in età, chiamato Rascideddin, [p. 282 modifica] losco, zoppo e di ributtante deformità, fe’ salire il primitivo prezzo a mille zecchini. Fermossi il banditore un istante; ma tutti quelli che sin allora avevano offerto, si tennero in silenzio. Il banditore chiese al padrone della schiava se doveasi chiudere il contratto al prezzo esibito dal vecchio. — Sì,» rispose quegli, «ma però a condizione che vi acconsenta la schiava, avendole promesso di non venderla se non ad un padrone che le piaccia.» Fu dunque interrogata la schiava, ma appena ebbe veduto il brutto ceffo del vecchio, sclamò:— Dio m’aiuti! non conoscete dunque quel passo d’un antico poeta:

««Io aveva una corte numerosa, era ricco e considerato; ma la mia bella vide i miei capelli canuti; allora, allontanatasi da me, si diede alla fuga. — Lo giuro, dicea, per colui che creò gli uomini dal nulla! i capelli bianchi non son fatti per piacermi, non essendo che cotone bagnato.»»

«— Avete ragione,» dissero il banditore ed il padrone della schiava; «ora vediamo se si presenti qualche altro compratore.» Allora si avvicinò un uomo di molt’anni, ma colla barba tinta per apparire ancor giovane. La schiava improvvisò subito:

«— Digli che si è tinta la barba, e ch’io non amo ciò ch’è falso e preso a prestito. Tingersi, è trasformarsi, ed io abborro le trasformazioni. —

«Si presentò un terzo, ma era guercio in modo spaventoso.

«— Credimi,» improvvisò tosto la schiava, «rimanda quel guercio. Non v’ha nulla a guadagnare in sua compagnia; altrimenti, non avrebbe mai perduto un occhio.

«— Guardate adesso,» disse il banditore, «quello che presentasi per fare la sua offerta.» Era un uomo corto e tarchiato, con una barba che gli scendeva sino alle ginocchia. [p. 283 modifica]

«— Oibò!» sclamò la schiava, «è costui che il poeta aveva in mira quando disse:

««Il Dio delle misericordie ha dato al mio diletto una barba prodigiosa. Rassomiglia essa ad una notte d’inverno, lunga, nera e fredda.»»

«— Or bene,» riprese il banditore, «osservate fra tutti gli astanti qual è quegli che avrebbe la ventura di piacervi.—

«Allora la schiava girò a lungo intorno gli sguardi, e finalmente li fisse su Alisciar, il cui aspetto infiammolla di violentissimo amore.

«— Banditore,» disse, «non voglio appartenere ad altri che a questo bel giovane. Aimè! è certo di lui che il poeta voleva parlare allorchè disse:

««Sarebbe errore rimproverargli le pene che la leggiadria del suo volto cagiona. Quelli che se ne vogliono preservare, perchè non gli coprono d’un velo quel suo volto incantevole?

«La saliva della sua bocca è un liquore inebbriante; le labbra esalano i soavi profumi dell’ambra: il custode del paradiso ne l’ha scacciato per tema che non seducesse le huri; gli uomini lo biasimano; ma la luna che risplende in cielo prende la sua difesa.»»

«Quand’ebbe cessato di parlare, il padrone si avvicinò al giovane Alisciar, e gli disse: — Amico, voi vedete che miracolo di bellezza è questa schiava, qual è la brillante educazione che ricevette e l’eloquenza onde l’ha dotata la natura; se acquistate questo tesoro per mille zecchini, farete sicuramente un ottimo negozio. Vi giuro che legge il Corano in sette maniere diverse, scrive in sette caratteri con rara eleganza, ricama in seta ed oro, e vi ricompenserà del danaro sborsato colla sola vendita del lavoro delle sue mani! Quanto siete fortunato,» continuò, volgendosi ad Alisciar, e [p. 284 modifica] baciandogli le mani, «di ottenere a sì vil prezzo la possessione di simile tesoro! Ben si vede che siete favorito da una ventura tutta particolare.—

«Alisciar non potè trattenersi dal sorridere udendo tali parole. — E che!» disse tra sè; «non ho ancora mangiato in tutt’oggi, e s’immaginano ch’io abbia denaro bastante da far simile acquisto!» Chinò la testa e nulla rispose, vergognando di confessare l’impossibilità in cui era d’accettar la proposta.

«— Orsù,» disse la bella schiava, «conducetemi vicino a quel giovane; voglio parlargli, e determinarlo a comprarmi, essendo mia ferma risoluzione di non appartenere che a lui solo.» Presala per mano, il banditore la condusse ad Alisciar. — Diletto del mio cuore,» gli diss’ella, «volete comprarmi?» Per unica risposta, Alisciar scosse tristamente la testa. — Come!» riprese la schiava; «mi trovate forse d’un prezzo troppo alto? volete acquistarmi per novecento zecchini? — No! — Per ottocento? No! — Per settecento? — No, no.» La giovane continuò a diminuirei sino a cento zecchini, sempre ricevendo la medesima risposta. — Non posseggo neppure cento zecchini,»disse finalmente Alisciar. — Ve ne mancano molti?» chiese la schiava; «se ne aveste ottanta soli, pagherete il resto un’altra volta.» E si mise nuovamente a ribassare ancora la detta somma, tanto che infine; Alisciar l’interruppe dicendo: — Mia sovrana, non ho oro, nè argento: non posseggo, nemmeno uno zecchino, ed un’altra volta non avrò un quattrino di più. Laonde cercate altro compratore. — Fate quello che sono per dirvi,» rispose la bella schiava; e battete sulla palma della mia mano e passatemi intorno alla vita un braccio; è il segno che il contratto è conchiuso. —

«Avendo Alisciar fatto quando gli aveva detto la schiava, questa si trasse di tasca una borsa, e postagliela in mano: — Ecco mille zecchini,» disse; [p. 285 modifica] «contatene novecento al mio padrone, e serbate i cento altri per sovvenire a’ bisogni più urgenti.» Pagò Alisciar i novecento zecchini, e condusse a casa la schiava. In quella dimora più non eravi nè letto, nè sofà, nè tavola, nè stoviglie di cucina: la schiava dunque pregò Alisciar d’andar al mercato a comprare le suppellettili più necessarie, com’ei fece immediatamente. Smeraldina preparò quindi la camera ed il letto, e prese cura della cucina; poscia passò la sera ed una notte deliziosissima accanto al nuovo suo padrone, che risentiva per lei immenso amore.

«La mattina appresso, Smeraldina si accinse a fare cortine e tappeti. Ne ricamò uno sul quale rappresentò sì abilmente, secondo natura, ogni sorta di quadrupedi, che parevano moversi, ed uccelli con illusione tanto perfetta, che avresti detto di udirli cantare. Nè impiegò più d’otto giorni in quel lavoro, ed allorchè fu finito, mandò il marito al bazar per venderlo, raccomandandogli di star ben in guardia onde non cadere in qualcuno dei lacci che gli si potessero tendere. Alisciar adempì fedelmente l’ordine della schiava, e vissero di tal guisa un intero anno col lavoro delle mani di Smeraldina, senza che la più lieve nube venisse ad offuscare la loro felicità.

«Un giorno che il giovane portava al bazar uno dei bei tappeti lavorati da Smeraldina, incontrò un cristiano che glie ne offerse sessanta zecchini: ma il giovane provando per quel cristiano una segreta avversione, non volle cederglielo, e ne volle sessantacinque zecchini, poi settanta, e portò in fine la domanda sino ai cento zecchini. — Dategli il tappeto,» disse il banditore ad Alisciar; «che male ne può risultare?» Alisciar seguì il consiglio contro propria volontà, e toccò il denaro. Mentre tornava a casa, si avvide che il cristiano lo seguiva ed allorchè fu giunto alla porta l'altro che l’aveva raggiunto, lo [p. 286 modifica] pregò di dargli da bere, dicendo che non potea più a lungo sopportare la sete ond’era arso. Alisciar, il quale sarebbesi fatto eterno rimprovero se non lo avesse appagato, entrò in casa per prendere una scodella d’acqua. — Dove sei stato oggi tanto tempo?» gli chiese Smeraldina.» «Provava, senza saperne il motivo, un tristo presentimento che saremmo divisi, e la mia gioia è estrema al rivederti sano e salvo; ma che vuoi dunque fare di quella scodella d’acqua? — Corro a portarla ad uno che ha sete,» rispose Alisciar, «e sono subito di ritorno, mia cara Smeraldina.» Affrettassi a discendere, e trovò il cristiano, cui aveva lasciato di fuori, seduto all’ingresso della casa. — Che fai tu là, cane maladetto?» gridò egli. — Perdonate, padrone,» rispose il cristiano, «estremamente stanco, e non potendo più reggermi in piedi, mi trovai costretto a sedere in qualche luogo.» Alisciar gli presentò da bere, ed imposegli di allontanarsi, ma vedendo che rimaneva sempre nello stesso luogo: — Orsù esci di qui sul momento, ti dico,» gli ripetè egli. — Benedetti,» disse il cristiano, «benedetti coloro che non ricusano un bicchier d’acqua all’assetato, nè un pezzo di pane a chi ha fame! Ora non ho più sete,» proseguiva, «ma provo una fame insaziabile; datemi un po’ di pane e qualche cipolla; non chieggo altro. — Vattene, ti dico,» riprese Alisciar; «non abbiamo nulla in casa. — Perdonatemi,» rispose il cristiano; «prendete questi cento zecchini, e fatemi il piacere d’andar a comprare qui vicino pane e cipolle; ve ne avrò eterna gratitudine. - È stravagante quest’uomo,» pensava tra sè Alisciar; «ma perchè non guadagnerò io i cento zecchini? — Correte presto, ve ne supplico,» insisteva il cristiano; «mi sento una fame da morire; è un supplizio del quale non si può formar un’idea se non lo si è provato. Portatemi qualche cosa, [p. 287 modifica] quand’anco non fosse che un po’ di nero pane od anche di farina; non posso più movermi. — Orbene,» disse Alisciar, «attendete un momento.» Ed uscito, chiudendosi dietro la porta, tornò in breve con carne arrostita, pasticcerie, miele, frutta e pane. — Mio Dio!» sclamò il cristiano, vedendolo tornare, «quel che recate è bastante per saziare dieci persone, e nondimeno io sono qui solo, a meno che non vogliate farmi l’onore di mangiar con me. — Mangiate pur solo,» rispose Alisciar — Ma, signore,» replicava il cristiano, «non sapete dunque che gli antichi savi hanno detto che chi non mangia coll’ospite è un bastardo?» Alisciar, non volendo lasciar correre tale sospetto sulla sua nascita, si pose a mangiare col cristiano. Allora questi, preso un frutto, ne levò la pelle, lo divise, e destrissimamente ficcò in una delle due metà una grossa dose di nepente di Creta misto ad una porzione d’oppio sufficiente per addormentare un elefante.

«- Per la misericordia di Dio,» disse il cristiano, offrendo ad Alisciar quella metà, «accettate di mia mano questo frutto squisito.» Il giovane, non volendo rifiutarlo, lo prese; ma ne sperimentò sul momento i sinistri effetti, restando privo di sensi. Allora il cristiano, alzatosi senza far romore, ed uscito dalla casa dopo averne chiusa la porta, affrettossi ad andar ad annunziare la riuscita dell’astuzia al fratello. Era questi il vecchio Rascideddin, che esteriormente professava l’islamismo, ma in fondo del cuore era cristiano, ed aveva inventato quello strattagemma per impadronirsi di Smeraldina; laonde, presi subito con sè i suoi schiavi, si provvide di denaro, e montando su d’una mula, si recò alla casa di Alisciar, dove i servi presero la bella schiava, e minacciando di ucciderla se gridasse, la condussero a casa di Rascideddin. — Ah! miserabile,» le disse il [p. 288 modifica] perfido vecchio, «ti tengo dunque infine in mio potere. Gesù e Vergine Maria! ne faccio il giuramento, tu non mi fuggirai dalle mani; bisogna diventar cristiana, altrimenti ti fo tagliare a pezzi. — Fammi a brani, se lo desideri, scellerato,» quella rispose; «io sono musulmana, e tale voglio morire. Dio prova coll’avversità i suoi prediletti, ed io pongo in lui ogni fiducia e tutta la mia speme.» Allora, il ribaldo ordinò alle schiave di battere crudelmente Smeraldina, e condurla in cucina senza darle nulla da mangiare. Ma ad ogni colpo che riceveva, la giovane sclamava: — Non v’ha Dio che Dio, e Maometto è il suo Profeta! —

«Allorchè lo sciagurato Alisciar riprese i sensi e si vide solo, chiamò ad alta voce Smeraldina; ma non trovandola più, si accorse che il cristiano se n’era ito. Sulle prime versò un torrente di lagrime; poi, vedendo inutile il suo pianto, lacerassi le vesti, e presa una pietra in mano, si mise a percorrere la città, percuotendosi il petto e gridando: — O Smeraldina! Smeraldina!» I ragazzi gli si affollarono intorno; ciascuno faccagli narrare la sua storia, e tutti avevano compassione del suo infortunio. Dopo aver errato di tal guisa per tutta la città, incontrò una vecchia, la quale, avvistasi che non potea essere se non un amante sventurato, chiesegli la causa della di lui disperazione. Alisciar le raccontò il suo caso, e la vecchia gli disse: — Figlio, il dolor vostro mi commove e forse posso esservi utile. Andate tosto a provvedermi una di quelle ceste nelle quali i fornai vendono il pane, od empitela di ornamenti muliebri; io li porterò per la città a vendere, e mi lusingo di darvi in breve nuove della vostra Smeraldina» Trasportato di gioia per la speranza che tale promessa facevagli balenare, Alisciar coprì di lagrime e di baci le mani della buona vecchia, e fece quanto desiderava. Uscì [p. 289 modifica] colei, e percorsi tutti i diversi quartieri della città, giunse infine alla casa del perfido cristiano, appunto nell’istante in cui Smeraldina provava i maltrattamenti ordinati alle schiave da Rascideddin. — Che cosa vi ha fatto quella povera figliuola,» chiese la vecchia, «per batterla in quel modo? — Noi lo facciamo bene contro voglia,» risposero le schiave; «ma siamo costrette ad obbedire agli ordini del nostro padrone. — Or via,» ripigliò la buona vecchia, «abbiate qualche pietà per lei, e non maltrattatela durante l’assenza di costui; fatemi il favore di scioglierla da’ suoi legami e darle un po’ di cibo.» Le schiave, il cui cuore non era indurito, la disciolsero e lasciaronla anche sola colla vecchia, la quale, cogliendo l’occasione propizia, le palesò il nome di chi veniva, e nello stesso tempo raccontandone di tenersi pronta alla finestra verso mezza notte, in cui Alisciar verrebbe a liberarla, portandola via in ispalla.

«Affrettossi la vecchia a tornare dal giovane per annunziargli la scoperta, e disse ad un tempo all’addolorato amante, che le schiave incaricate di custodire Smeraldina le avevano promesso di lasciarla slegata la notte appresso. Partì Alisciar nel medesimo istante, venne a sedere presso la indicata finestra, e risolse d’attendere colà la comparsa di Smeraldina: ma siccome le lagrime continue, strappategli dal dolore nel corso delle notti, l’avevano da lungo tempo privato del sonno, addormentossi profondamente in istrada.

«In quel frattèmpo passò un ladro, o vedendo Alisciar addormentato, gli rubò il turbante, e se lo pose in testa. Smeraldina, che trovavasi alla finestra, ingannata dal turbante, credè riconoscere nell’oscurità il suo diletto, e: — Vieni, vieni,» gli disse sotto voce; «son pronta a discendere. — Ecco una singolare avventura,» pensò tra sè il ladrone;» bisogna cercar d’approfittarne.» Allora, salito alla finestra, prese [p. 290 modifica] tra le braccia Smeraldina, e si allontanò colla rapidità del lampo. — Che forza straordinaria è mai la tua!» sclamò Smeraldina; «eppure la vecchia mi aveva detto che camminavi a stento, tanto il dolore ti avea indebolito!» Nulla rispose il ladrone. La donna gli passò sul volto la mano, e sentendolo irto di peli, riconobbe l’error suo, e si mise a gridare a tutta forza: — Chi sei tu? chi sei? — Silenzio!» rispose il masnadiero; «sono Hirvan il Curdo, ed appartengo alla banda di Ahmed-ed-Deuf. Siamo quaranta, tutti buoni compagni al par di me, e spero che passeremo piacevolmente il tempo con te dalla mattina alla sera.» Quando Smeraldina vide in qual tremenda condizione l’aveva precipitata il suo sbaglio, graffiossi il seno e raccomandò l’anima a Dio ed il corpo al Profeta.

«La portò il ribaldo correndo sino ad una caverna situata fuor della città, dove il capo della truppa aveva dato convegno a tutti i suoi, e dove pur trovavasi la madre di costui per accoglierli. In quella stessa notte, il capobanda aveva assassinato e spogliato un uomo, il cui cavallo stava legato all’ingresso della caverna, e le vesti vedeansi nell’interno sotto la custodia della vecchia. Il masnadiero le consegnò la giovane, ed uscì tosto per andar in cerca di nuove avventure.

«— Ah! figlia mia,» disse la vecchia a Smeraldina; «qual felicità per voi d’esser vicina a questi quaranta allegri giovanotti! Che felicità è sentirsi giovani! — Sì,» rispose Smeraldina, dissimulando il suo divisamento; «ma vorrei prima entrare un po’ nel bagno per rendermi vie più degna di tanto favore, — Avete un’ottima idea,» replicò la vecchia; «anch’io amo assai la mondezza; ma da gran tempo questi porci mi trascinano seco loro senza che abbia potuto prendere un sol bagno, non avendo alcuno per istropicciarmi come si conviene. — Ve lo presterò io questo servigio, o madre,» riprese Smeraldina; «ne siete [p. 291 modifica] contenta?» La vecchia non cercava di meglio, e la fanciulla la soffregò e l’asciugò tanto bene, che il sonno, risultato ordinario del bagno, s’impadronì de’ suoi sensi. Mentre la vecchia dormiva, Smeraldina prese gli abiti e l’armi dell’assassinato, balzò sul cavallo, e corse di galoppo senza sapere dove andasse. Verso l’alba, trovossi in un luogo deserto, dove non iscorgevasi veruna orma d’abitazione umana. Mangiò radici e frutti salvatici, lasciò pascolare il cavallo, e continuò poscia la sua strada per dieci intieri giorni. L’undecimo, scoprì da lontano una bellissima città, e mentre vi si avvicinava, le venne incontro una moltitudine immensa d’uomini a cavallo ed a piedi, che prosternatisi a lei dinanzi, la salutarono come il loro sultano e re mandato dal favore del cielo. Ciascuno battè le mani, sclamando: Allah, y aosuour es soultan, vale a dire: «Dio conceda la vittoria al sultano! Re del mondo, benedetta sia la vostra venuta!— Che vuol dir ciò?» chiese Smeraldina stupefatta. — Sappiate, o sire,» rispose il gran ciamberlano, «che quando il re di questa città muore senza figliuoli, tutti gli abitanti devono recarsi sulla strada maestra per salutare come re il primo che incontrano; è il mezzo di riconoscere il dito della Provvidenza, la quale così accorda la sovranità a chi più le piace. Sia lodato Iddio che oggi ne dona un monarca come voi; se ci avesse inviata qualche indegna persona, saremmo stati costretti ad accoglierla egualmente e prestarle omaggio. Non crediate,» rispose Smeraldina, «ch’io sia di oscuro lignaggio, essendo anzi d’alto grado; ma disgustatomi colla mia famiglia, risolsi di percorrere il mondo in cerca d’avventure, e veggo d’averne incontrata una che non è da disdegnare.

«Smeraldina fece quindi il sua ingresso trionfale nella città; aperto il tesoro dell’antico re, ne trasse somme ragguardevoli, cui distribuì per guadagnarsi [p. 292 modifica] l’affetto dei popolo e dell’esercito. In tal guisa, conciliatisi i cuori, ciascuno era ebbro di gioia e gratitudine; la sola regina sospirava pel suo diletto Alisciar. Sparsè pure i suoi favori e distribuì abiti d’onore nel serraglio; ma invece di passare la notte colla moltitudine di schiave che gareggiavano per ottenere un suo sguardo, la passò tutta intera in veglie e preghiere; di modo che le donne dicevano; — Qual disgrazia che il re sia tanto divoto! —

«Scorso in tal guisa un anno intero senza che Smeraldina udisse parlare di Alisciar, si fece venire dinnanzi, il primo giorno del secondo anno, i visiri e gli offiziali della corte, e comandò loro di far costruire un vasto anfiteatro, nel mezzo del quale sorgesse magnifica cupola, sotto cui fossero disposti i sedili pei grandi dell’impero. Quivi la regina diè loro uno splenedido banchetto, e li fece rivestire d’abiti d’onore; poscia comandò che, in avvenire, il dì primo di ciascun mese sarebbe tutto consacrato ai divertimenti, vietò, sotto pena di morte, di aprire in tal giorno le botteghe ed occuparsi d’affari. Il dì primo del mese seguente, dunque, tutto il popolo adunossi davanti al re: ciascuno mangiava, beveva e divertivasi a suo talento, sapendo non poter recargli maggior piacere.

«Era Smeraldina lieta in fondo al cuore, poichè sperava sempre che quella riunione di popolo potesse procurarle notizie del suo caro Alisciar. Di repente, ecco alzarsi un uomo per prendere un piatto di riso e latte condito con zucchero e cannella. — Non ti vergogni,» gli disse il vicino, «d’esser ghiottone a segno d’impadrodirti per te solo d’un piatto sì grande? Dovresti contentarti di ciò che ti sta dinanzi. — Ho fatto così,» rispose colui, «perchè non mangio intingoli, ed è appunto quello che mi trovo davanti. — Son certo;» disse tra’ denti un terzo, «che quel cane è un cristiano, e che oggi è giorno di [p. 293 modifica] giuno.» Smeraldina, non avendo perduto nulla di quel discorso, comandò di condurle davanti l’uomo che aveva voluto prendere il piatto di riso, ed il popolo sostò dal mangiare per vedere come la cosa andasse a finire. — Come ti chiami,» chiese Smeraldina all’uomo ch’erale stato condotto, «e per qual motivo venisti ne' miei stati?» Quel miserabile, ch’erasi incappucciato col turbante bianco, non permesso che a’ soli musulmani, rispose: — Mi chiamo Alì; sono tessitore di professione, ed era venuto qui per guadagnarmi il vitto col lavoro delle mie mani. — Recatemi,» soggiunse Smeraldina, «la mia tavola geomantica di romla 1 e la penna d’acciaio: tosto la verità si farà chiara quanto la luce del meriggio.» Allora si mise a far calcoli, indi alzata la testa, disse, dopo un momento di silenzio: — Tu menti, miserabile! sei cristiano, e venisti qui con ree intenzioni. Confessa la verità, o ti faccio troncare il capo. - Perdono! perdono!» gridò il cristiano, pieno di spavento, allorché si vide scoperto dalla possanza misteriosa del romla; «perdono, o gran re! avete ragione, sono cristiano.» Smeraldina comandò che fosse scorticato vivo, se ne gettasse il cadavere ai cani, e s’inchiodasse la pelle alle porte della città. Il popolo ammirò la sapienza e l’equità del re, e non dubitò non fosse profondamente versato nella scienza dell’astrologia. [p. 294 modifica]

«Il primo giorno del terzo mese ebbe luogo la festa secondo il consueto. Si prescrisse nuovamente che ciascuno dovesse star allegro e mangiare ciò che si trovasse dinanzi, sotto pena di morte. Adunarono i grandi, le truppe si misero sotto le armi, ed il popolo si dispose intorno alle mense. Il re stava seduto sul trono, osservando attentamente tutto ciò che accadeva. D’improvviso presentossi all’ingresso dell’anfiteatro un uomo, il quale, tutto sorpreso, chiese alla prima donna che incontrò cosa significasse quella riunione: glielo disse la donna, ma dimenticò di aggiungere che non dovea mangiare se non de’ cibi postigli davanti. Sedette pertanto, e volle prendere un piatto che si trovava lontano. — Ferma!» gridarongli mille voci; «altrimenti t’impiccano!!» Quell’uomo, il quale non era del tutto senza macchia, credendo si volesse arrestarlo, si diede alla fuga a tutta corsa; ma il re comandò che, impadronitisi della sua persona, glie lo conducessero davanti. — Come ti chiami?» gli chiese. — Osmano,» rispose il forastiero; «son giardiniere, ed era venuto qui per esercitare la mia professione. — Orsù,» disse il re, «recatemi la tavola di romla e la penna d’acciaio, e tosto la verità apparirà chiara come la luce.» Cominciò Smeraldina i suoi calcoli, alzò il capo, e dopo alcuni istanti di silenzio, soggiunse: — Tu menti, miserabile! il tuo nome è Birvan il Curdo, e sei ladro di professione: confessa la verità, sciagurato, o ti faccio tagliar la testa.» Impallidì colui, ed ammutolito, batteva i denti pel terrore, e confessò in fine la verità. Impose il re di scorticarlo, gettarne a’ cani il cadavere ed inchiodarne la pelle, com'erasi fatto di quella del cristiano. Eseguita la sentenza, si misero di nuovo a tavola con ottimo appetito, ammirando la sapienza e giustizia reale.

«Il primo giorno del quarto mese, si fecero lo stessi [p. 295 modifica] annunzio ed i medesimi preparativi dell’altra volta. Si eressero le mense al pari del patibolo, i grandi si ragunarono, il popolo si pose in ordine, ed il re sedette sul trono: quand’ecco comparire uno straniero che ignorava la legge del paese, ed accintosi a mangiare, s’impadroniva d’un piatto lontano. Preso e condotto al re, gli volse questi le medesime interrogazioni dirette ai primi trasgressori della legge. — Il mio nome è Resini,» rispose il forastiero, «e sono un povero dervis. — Mi si porti la tavola di romla e la penna d’acciaio,» disse il re, e fu obbedito. Smeraldina alzò la testa, rimase alcuni istanti in silenzio, e disse: — Menti, cane, il tuo nome è Rescideddin; professi esteriormente l’islamismo, ma in fondo al cuore sei cristiano: confessa la verità o ti fo balzare il capo.» Era in fatti Rescideddin. Dopo la fuga della schiava, postosi in via, come il ladrone, per andarne in cerca, il caso l’avea condotto in quella città. Il reo, pieno di terrore, confessò il vero, e la sua pelle fu attaccata accanto a quella degli altri avventurieri. Ripostisi a tavola, si mangiò con nuovo appetito, vantando la sapienza e la giustizia del re. Smeraldina sola non prendea parte alcuna alla gioia generale, versando copiose lagrime al pensare al suo diletto Alisciar: compose in pari tempo versi pateticissimi, ne’ quali esprimeva il dolor suo, e domandava al cielo l’adempimento delle proprie speranze. — Mio Dio! o tu,» sclamava, «che rendesti a Giuseppe l’oggetto della sua tenerezza, deh! rendi a me pure il mio diletto Alisciar. Ascolta la mia preghiera, Dio onnipotente, sovrano signore dell’universo, tu che fai succedere la gioia all’afflizione, come alla notte il giorno! —

«Smeraldina, non aveva ancora finita quella preghiera, il primo giorno del quinto mese, in cui il popolo era già ragunato per la solita festa, quand’ecco presentarsi all’ingresso dell’anfiteatro un giovane [p. 296 modifica] bello come il sole; se non che lo splendore del suo colorito era appannato dal pallore della disperazione. Era Alisciar, e Smeraldina svenne quasi per la gioia. Dacchè erasi destato nella strada senza turbante, e che la vecchia ebbegli palesata la scomparsa dell’amante, lo sfortunato vivea costantemente in preda alla più crudele disperazione, sì che infermato, rimase a letto un anno intero, durante il quale la buona vecchia gli prodigò tutte le cure. Allorchè fu in convalescenza, si mise a percorrere il mondo in cerca della sua cara Smeraldina, e così giunse, nel giorno di festa generale, nella città in cui essa regnava. Come tutti gli stranieri che l’aveano preceduto, volle anch’egli gustare del piatto di riso col latte e la cannella, il cui aspetto era appetitoso, e lo si condusse pure davanti al re. Baciata la terra, ed interrogato del nome e del motivo che lo aveva condotto in quella città, rispose chiamarsi Alisciar ed essere colà venuto per cercarvi la sorgente della sua vita, la sua diletta Smeraldina, che la mala sorte aveagli rapita. Il re si fece recare la tavola di romla e la penna d’acciaio. — Diceste il vero,» sclamò, «ed il cielo vi renderà tra poco l’oggetto dell’amor vostro.» Allora, comandò di condurre il forastiero al bagno, quindi lo fece vestire d’un abito d’onore e trattare co’ massimi riguardi.

«Smeraldina aspettò la notte colla più viva impazienza, e giunto quel momento, fatto chiamare Alisciar, congedò i familiari, e lo fe’ sedere a cena con lei. Era il giovane così abbattuto dal dolore, che non aveva ancora fissati gli occhi sul re. — Quali sono gli ordini vostri, gran re?» chiese infine. — Tu mi piaci assai,» rispose quegli; «hai una vezzosa figura di mamelucco: dormi con me, e domani ti alzerai emiro. — Dio! Dio!» sclamò Alisciar, «non acconsentirò giammai, quand’anche dovessi vivere sino [p. 297 modifica] al giorno del giudizio! — Dormi con me,» riprese il re, «o ti faccio tagliare la testa.» Alisciar non vide alcun mezzo per uscire da sì crudele situazione; pure risolse di tutto sfidare piuttosto che esser infedele alla sua cara Smeraldina. Allora il re, accostandosi, si inchinò sul giovane, il quale sentì l’avvicinamento d’un seno palpitante, il cui contatto gli tolse il respiro. — Sia lodato Iddio!» disse tra sè; «il re mandò in sua vece una delle sue donne, e non ci sarebbe alcun male ad arrendermi alle costei brame, se non avessi giurato inviolabile fedeltà all’amata del mio cuore.» Nondimeno, quella nuova amante incalzava sì vivamente il povero Alisciar, ch’egli era tutto fuor di sè, e l’amor suo per Smeraldina ebbe a sostenere una lotta tremenda. Eppure la sua virtù trionfo, e Smeraldina, vedendo impossibile di farne vacillare la fedeltà, fu talmente trasportata di gioia, che proruppe in una grande risata e sì diede a riconoscere al suo diletto, il quale si credè trasportato al settimo cielo. — Ebbene,» gli diss’ella, «vuoi ancora far pompa di resistenza? — No, no, mia regina,» rispose Alisciar, «ben veggo che non bisogna resistere ai re. Intendo, ed obbedisco colla testa e cogli occhi. —

«I due sposi passarono la notte nell’ebbrezza dell’amore. Allorchè la domane gli schiavi si presentarono per assistere al destarsi del re, furono maravigliati al vederlo cangiato in donna. Smeraldina adornossi degli ornamenti del suo sesso, e fatto adunare le truppe ed i grandi del regno:

«— Miei cari e fedeli sudditi,» disse loro, «affari della più alta importanza mi costringono a intraprendere un viaggio nella lontana patria di questo straniero. Scegliete alcuno per governarvi sino al mio ritorno, e prego Dio che, per tutto tal tempo, vegli su di voi o vi colmi della sua misericordia. —

«I consiglieri di stato adempirono sul momento [p. 298 modifica] agli ordini della regina, e questa, preso da essi commiato, si mise in viaggio col suo diletto Alisciar per tornar in patria. Colà passarono insieme lunghi giorni, preferendo le dolcezze d’una vita tranquilla, abbellita dall’amore, a tutte lo vanità del trono e delle grandezze.»

Qui tacque la sultana, e la notte seguente cominciava la seguente novella:

  1. Romi o remi. Questo vocabolo, che in arabo significa sabbia in generale, significa pure, in particolare, una sabbia preparata sulla quale si tracciano parecchi punti che servono ad una specie di divinazione, da noi chiamata geomanzia, e dagli Arabi, Persiani e Turchi e'lm olrami. Tali punti, disposti in certo numero sopra più linee ineguali, descrivonsi pure colla penna sulla carta, e quello che indovina per mezzo di quest’arte chiamasi ramal. — Gli Orientali opinano diversamente rispetto all’invenzione di simile arte, poichè taluni l’attribuiscono a Edris, che è il profeta Enoch, altri al profeta Daniele. (d'Herdelot).