Le Trachinie (Sofocle - Romagnoli)/Quarto episodio

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Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0168.png



semicoro a
Vaneggio io forse, oppure d’un lamento
surto or or nella casa il suono ascolto?
Che devo dire?
semicoro b
Un grido suona, e ben distinto: un misero
ululo: eventi nuovi in casa volgono.
semicoro a
Or vedi, questa vecchia,
a noi con gli occhi, contro il suo costume
esterrefatti, a dar notizie giunge.
Giunge la nutrice.
nutrice
Come per noi, fanciulle, il dono ad Ercole
spedito, fu d’orrendi mali origine!
corifea
Che nuovo evento, o vecchia, annunzi a noi?

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nutrice
Ha Deianira superata l’ultima
strada che mai si batta; e pie’ non mosse.
corifea
È forse morta?
nutrice
                                   Nulla ho da soggiungere.
coro
Tapina, è morta?
nutrice
                                   Debbo anche ripeterlo?
coro
Misera, trista! E della morte il modo?
nutrice
Quanto esser può piú misero.
coro
                                                            In che fato,
o donna, s’imbatté?

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nutrice
                                        Da sé s’uccise.
coro
Che furore, che morbi,
di qual maligno dardo con la cuspide
lei trafissero? Come
soletta essa alla morte
osò la morte aggiungere?
nutrice
                                                  Col taglio
di doloroso ferro.
coro
E tale oltraggio tu vedesti, o misera?
nutrice
Come chi presso a lei fosse, lo vidi.
coro
Qual fu? Come fu? Dimmelo.
nutrice
Tal governo di sé da sé compieva.

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coro
Come favelli?
nutrice
Chiaro.
coro
Ahi, che fatale Erinni
a luce die’ per questa
casa la nuova sposa!
nutrice
Purtroppo; e piú, s’ivi presente, avessi
visto quanto ella fe’, pietà ne avresti.
coro
Tanto compiere osò femminea mano?
nutrice
In modo orrendo: lo dirai con me,
quando abbia udito. Poi che sola entrata
fu nella casa, e per le stanze il figlio
vide, che un cavo letto apparecchiava,
per tornar sui suoi passi incontro al padre,
si ascose lungi da ogni sguardo, e all’are
si prosternò, gemendo alto, che fossero
ornai deserte; e quest’oggetto e quello
che un tempo usava, iva toccando, e in lagrime,

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si scioglieva, tapina. E s’aggirava
qua e là per la casa; e ovunque il viso
d’un dei famigli suoi vedesse, o misera,
rompeva in pianto, ed imprecava al dèmone
proprio, e alla casa, ornai di figli vuota.
Finito il pianto, d’improvviso, al talamo
d’Èrcole vedo che s’avventa; ed io,
celato il mio furtivo occhio nell’ombra,
la vigilavo. E sopra il letto d’Ercole,
le coltri vidi che stendea. Compiuta
l’opera, sopra vi balzò, salí
nel mezzo del giaciglio; e, prorompendo
in calde fonti di lagrime, disse:
«O letto, o stanza nuziale, addio
per sempre, omai: ché piú non dormirò
fra queste coltri». Cosí detto, sciolse
con man convulsa il peplo ove una fibula
d’oro sporgea sui seni, e nudo parve
il fianco tutto e l’omero sinistro.
Correndo quanto io piú potevo, mossi,
ed al figlio narrai quanto la madre
stava facendo. E in quanto io mossi, e quivi
tornammo, lei di doppio colpo al fianco
vediam trafitta, sotto il cuore e il fegato.
Il figlio vide, e un grido alto levò:
ch’egli, col suo furore, a quello scempio
spinta l’aveva: tardi or lo conobbe:
ché tardi apprese dai famigli, come
senza volere della madre l’opera
fu, pei consigli della fiera. E il misero
figlio, ululando su la madre, lagrima
non fu che allora non versasse, bacio
che su le labbra a lei non imprimesse:

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giacendo abbandonato a fianco a fianco,
molto gemea che con maligna accusa
stoltamente la madre avea colpita,
piangea perché d’entrambi orfana a un tratto
la vita avea, del padre e della madre.
Questo in casa è seguito. E se alcun v’è
che sopra un giorno, su piú giorni speri,
quegli è ben folle: ché non v’ha dimani,
se prima l’oggi non trascorre fausto.



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