Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo V

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Libro I - Capitolo V. Il mazzo di fiori

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Saffo era presente alla lotta, ed all’apparire del vaghissimo garzone, sentì scendere al cuore primieramente fredde stille, e quindi a poco a poco intiepidirsi le sue guance di rossore. Ma quando poi vide le grazie unite alla forza ed al valore in ogni atteggiamento, nacque nell’animo di lei un inquieto desiderio di contemplare da vicino quella bellezza, di ascoltare la voce formata da quelle labbra, e di conoscere quai fossero i pregi di un animo, a cui avevano data gli Dei così felice abitazione. Sedeva Saffo a canto di Dorilla, di lei sorella, seco venuta a quelle feste: la quale, benché di forme avvenenti e capaci di turbare l’animo altrui, avea sempre in calma i suoi pensieri. E per verità, colui che gode di questa interiore quiete, può ben vantarsi in qualche modo di respirare la dolce aura dell’Olimpo. Conciossiaché i sacri Poeti non altrimenti ci descrivono la felicità de’ Numi, se non immaginandoli accolti in placido consesso nella serena cima del monte, abbandonandosi, quandoché sieno sazi di nettare, nelle soffici nubi a placidissimo sonno. Dorilla adunque, benché uscita dallo stesso grembo, aveva diversa natura; e quant’era irritabile Saffo, e smaniosa spettatrice di quel cimento, altrettanto questa lo rimirava con placide pupille, aprendo soltanto le labbra ad un moderato sorriso. “Non ti par, diceva Saffo a lei, che sia costui il più bel giovine di Mitilene?” “Forse è così, rispondeva Dorilla, quantunque non abbia fatto sì difficile paragone”. “Deh mira, soggiungeva Saffo, quali atti piacevoli, e quai destri atteggiamenti!”. Nulla rispondeva la sorella, attenta all’esito della tenzone con tranquilla curiosità. E intanto ognor più inquieta e garrula Saffo prorompeva in continue esclamazioni. Palpitava anche talora, quando parea che il garzone fosse in pericolo; talora si ricolmava di gioia, quando era prossima la vittoria; ed alla fine, poiché a lui rimase la corona, si alzò ella dal seggio, stimolata dall’inquieto pensiero di soddisfare gli occhi e l’animo ancora piuttosto curioso che amante. Scese però nell’arena colla moltitudine accorsa ad applaudire il vincitore, e a lui si accostò; ma siccome timida donzella, resa anche più dubbiosa dai non conosciuti palpiti del cuore, che le si turbava nell’avvicinarsi al gratissimo oggetto, stette confusa nella turba affollata d’intorno, mirandolo con avidi sguardi e furtivi. Quando alla fine, vinta da subitaneo impulso, staccò dal seno un mazzo di fiori trattenuto dalla fascia, e penetrando verso il garzone, gli si presentò recandogli insieme i fiori e cantando all’improvviso questi versi, allora in lei forniti dall’impeto del miglior estro, cioè l’amore:

Di te dovea temer chi pria non vide
Nelle membra d’Amor forza d’Alcide.

Tale fu il principio del di lei poetare, che sembrò veramente non del tutto umano, perocché innanzi quel momento non mai aveva conosciuto il metro o gustata l’armonia de’ versi. Ma allora un nuovo impeto interno superò la di lei modestia, da timida e riservata anche nelle domestiche pareti divenuta loquace e invereconda nelle pubbliche radunanze. Faone gentilmente accolse i fiori, ma guardando la donzella, non provò nel vederla alcuno di que’ sensi, dei quali ella aveva già l’animo ripieno; onde con indifferenza cortese accennò che gli era grato il dono e si rivolse altrove. Saffo, oppressa da confusione, gettò il velo sul volto e si ritirò. Intanto il vincitore, accompagnato dagli applausi delle fanciulle, che versavano su di lui copiosamente i fiori estivi tra i balli e gl’inni animati dal suono festivo di cetere e di sistri, s’inoltrò a traverso dell’arena, passeggiando in attitudine trionfale, all’alto seggio del giudice atletico, che pose la corona su le di lui tempia e aggiunse in premio un lucido elmo, da cui pendevano bianchissime chiome di destriero, e un ampio scudo. nel di cui centro era incisa la torva Medusa.