Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo VI

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Libro I - Capitolo VI. La mensa nauseosa

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Parmi conveniente di ritrarre i pensieri dal romore dei giochi atletici per raccogliere nell’albergo di Scamandronimo, imperocché la donzella, amaramente attediata dalla fredda accoglienza del dono e dalla scarsa lode de’ versi, lasciò dispettosa quegli spettacoli, per lei non più dilettevoli, rivolgendo i passi verso la paterna abitazione. Giunta a quella, si racchiuse nelle sua stanze immersa nell’acerbità di nuovi pensieri; né uscita sarebbe alla consueta ora della mensa domestica, se non l’avessero le ancelle ripetutamente stimolata. Assisa adunque a mensa, ricusava i cibi taciturna e mesta, o appena ne gustava colle estremità delle labbra, che saziata, colle mani in grembo, e gli occhi rivolti al suolo, già dimostrava nelle tristi sembianze la infermità del cuore. “Che hai figlia, le disse Scamandronimo, che ti perturbi l’animo, onde così ti veggiamo compassionevolmente sedere?” Ed ella (siccome accade nelle estreme afflizioni, le quali si credono nascoste con vano sforzo) rispose: “E che? non son io siccome soglio?” “Non già, soggiunse Cleide madre affettuosa, anzi mi attristi così vedendoti qual non ti vidi mai da prima: deh spiega, donde in te è penetrato questo dolore, che fosti finora il miglior condimento delle nostre mense colla tua piacevole e giovenile allegrezza”. “Vivete in pace (rispose Saffo alquanto amaramente, siccome già le fosse tedioso il ripetuto interrogare) non sempre è il cielo sereno, onde non è maraviglia, se anche la mente nostra sia variabile al par di lui”. “E come avviene, disse Scamandronimo, che torni dalla festività, ove concorri ansiosamente, senza narrarci con piacevole facondia, per sollievo degli anni nostri, che ci escludono dalla folla, quanto vedesti ne’ giochi? Ma invece a noi vieni taciturna ed afflitta quasi da un luttuoso supplizio?” “Narraci, soggiunse Cleide a Dorilla, se qualche sinistro evento è accaduto, per cui ella sia così mesta; quantunque non è verisimile, perché miro nel tuo volto la tranquillità consueta”. E Dorilla, siccome ignara affatto delle pene amorose: “Nulla, rispose, che io sappia”; e seguitò a distribuir le vivande, delle quali offrendone alla sorella: “Nutriti, disse, se non altro per vedere ancora il bell’atleta”. Credendo la inesperta di proporre piacevole argomento di commensale colloquio: “Molto egli stimò, soggiunse, i tuoi fiori, e gli rimirava; ma gli si fece d’avanti una fanciulla, che glieli tolse”. “Ma che disse l’atleta?” ripigliò Saffo impaziente. “Nulla, rispose Dorilla, anzi parve compiacersi del furto. Tanto io vidi rimasta alquanto nella folla, mentre che tu improvvisamente partisti, di modo che io ti raggiunsi a casa. Ma avendo interrogato alcuno chi ella fosse, parendomi fra di tutte distinta e vezzosa, intesi che sia da lui grandemente amata”. Alle quali parole Saffo vie più turbata interrogò: “Ne sapresti il nome?” “Non curai di saperlo”, rispose la innocente Dorilla, e le offerse di nuovo i fumanti cibi. Crudeli sono al certo gli offici degli animi tranquilli, ogni qual volta assumono l’impiego di esortare quelli che sono sconvolti nella procella di mesti pensieri. Tu porgi, o sincera vergine, colle tue ingenue parole, fuggite dalla lingua inesperta, amarissimo veleno, mentre a lei offri cortesemente i cibi, nauseosi ad un seno già ricolmo di affanni. Alzossi smaniando Saffo, corse alle sue stanze e vi si racchiuse. Rimasero turbati i genitori, attonita Dorilla ed immobili i servi che assistevano al convito. Ma Rodope, ancella alquanto provetta e che ebbe cura della puerizia di Saffo, si accostò discretamente alla porta, urtandola colla estremità delle dita, chiamando insieme lei con voce pietosa e sommessa. La fanciulla intanto piangeva amaramente, non ascoltando il romore della porta, onde l’ancella gridò più forte “Saffo Saffo”, e insieme urtava di nuovo le imposte. “Vanne, disse Saffo, Rodope importuna, e lasciami in pace”. “Deh, soggiunse l’affettuosa ancella, concedimi almeno che agiti le piume e stenda i tappeti, se mai ti piaccia giacere, o che ti rechi il ristoro di fragranti profumi”. E vinta Saffo alla fine dalle affettuose istanze, ritrasse dalla porta il ritegno non senza grave sforzo, perocché l’aveva fermamente inoltrato chiudendola con impeto. Entrò l’ancella, e disse: “Che posso io fare, che ti sia grato? Perché lasciasti nella tristezza le mense? e ciò che è più crudele, perché nascondi la cagione delle tue pene? la quale, se ci fosse nota, sta certa pur che la nostra pietà vi troverebbe conforto”. Ma Saffo tacendo appoggiava la fronte ad ambe le mani, ed i gomiti sulle ginocchia, senza altre parole che mesti gemiti, ed affogati sospiri, mentre le lagrime cadevano in grembo, delle quali era già cosperso il candido velo, ond’erano circondati i di lei lombi. Al qual compassionevole spettacolo commossa la fedele ancella: “Ahimè, disse, e chi ha trasfusi ne’ tuoi occhi due fonti amari di lagrime? quandoché finora splendevano le tue pupille di lieta giovanile baldanza, o non erano oscurati che dalle gratissime tenebre del placido sonno? Qual Nume ti perseguita? o quale avresti mai irritato, onde in te derivi così misera perturbazione? Deh se non ti scordi che queste braccia ti sostennero prima delle tue piante, rivelami, siccome suoli, i tuoi pensieri”. Alle quali parole, quasi nuovo stimolo di dolore, sorse la fanciulla più disperatamente, e si gettò boccone su di un tappeto. L’ancella vedendo che era vano il ministero della lingua, anzi molesto, stette a canto di lei, tacita osservandola, pronta ad ogni cura, in aspettazione che si calmasse alquanto. Vide in fatti, dopo non lungo indugio, che languidamente a lei rivolgeva gli occhi, quasi in atto pietoso chiedendo conforto. Animata perciò di speranza migliore disse Rodope a lei: “Ben sai che in parte esalano le angosce coll’alito delle parole, allorquando si rivelino ad un’orecchia amica, che si fa partecipe affettuosamente delle pene altrui; e talvolta ancora si può rattemprare col consiglio un affanno, che nascosto in petto rode il core senza rimedio, e senza uscita. Ma forse lo spiacevole vantaggio degli anni facendomi esperta a penetrare nell’animo tuo, io ne congetturo la cagione dell’improvviso turbamento. Ed infatti che ti può mai accadere, amabile fanciulla, che in modo così straordinario possa offuscare la serenità della tua vita, essendo amata da’ tuoi genitori e in tutto compiaciuta? se non ti avviene che qualche dardo amoroso, uscito da due begli occhi, ti abbia penetrato nel cuore così profondamente, quanto non mai tu credevi. Ma se questo è il tuo male, siccome io penso, saper dei che ha molti rimedi, quantunque sembri mortale a chi lo prova. Intanto è necessario che ti conforti, posciaché per renderti grata altrui ti sarà di nocumento la tristezza, la quale consuma l’avvenenza benché fresca, come la nebbia fa languire le erbe più delicate”. E così la donna loquace insisteva nelle esortazioni, finché la ridusse a palesarle l’arcano del suo cuore. Poiché ebbe udito l’ancella, piacevolmente abbracciandola sorrise; di che sdegnata Saffo discacciavala dispettosamente; e quella nondimeno, paziente confortatrice, soggiunse: “Per certo sono degna di scusa, se anticipatamente rido di un male immaginario, il quale suole manifestarsi con tristi sintomi e poi si cangia in lietissime avventure. Perocché, prima di tutto, Imeneo sana l’animo infermo, il quale immergendo chi lo implora nella fonte istessa de’ suoi desideri, più brevemente che non sai ne spegne la sete. E quindi se mai ostacolo alcuno vi sia a questo legittimo, anzi lodato rimedio, altri ne rimangono, fra i quali il più efficace è di correggere l’amarezza di un amore infelice colla soavità di un amore corrisposto: lo che a questa tua età è un facilissimo compenso”. Taceva la fanciulla, siccome piuttosto attediata da quelle esortazioni, le quali recavano speranze dubbiose e lontane al mal presente e certo. Conciossiaché le angosce adombrano per modo l’intelletto, che lo rendono ritroso e nemico verso la verità de’ raziocini. Sopraggiunsero intanto i genitori, alla vista de’ quali sorgendo la fanciulla si sforzò per riverenza di ricomporre le vesti ed il sembiante, e quindi così opportunamente nascose gli affanni, che persuase loro fosse corporea ed improvvisa oppressione quant’era avvenuto; onde dopo varie affettuose confabulazioni uscì Scamandronimo alle esterne faccende e la buona Cleide si rivolse alle cure familiari. Tanto fu l’artificio con cui seppe dissimulare quella Saffo, così fino allora ingenua che le trasparivano sul volto tutti i pensieri. Ma le pene della vita c’insegnano a mascherare le sembianze, se non altro per vergogna di far palesi quelle interne infermità dell’animo, le quali o non sarebbero compiante narrandole, o forse anche derise.

Venne quindi Dorilla, la quale, poiché vide la sorella in piedi senza sostegno, seco lei rallegrandosi la invitò ai consueti lavori; e Saffo ormai risoluta di non rivelar le sue pene che all’ancella, per lei garrula e muta per gli altri, accettando l’invito si avviò con Dorilla verso le stanze, dove erano gl’incominciati lavori.