Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo VII

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Libro I - Capitolo VII. Il ricamo interrotto

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Avea Scamandronimo fatto incidere in caratteri d’oro sulla porta di quel muliebre ritiro questa sentenza: La occupazione conserva l’attimo tranquillo, come l’esercizio mantiene la sanità del corpo. Le quali parole considerò Saffo, benché a lei notissime, e vi si tenne alquanto pensierosa colle palpebre sospese, seco medesima dicendo: “Se potessi alleggerire le mie pene coi femminili trattenimenti, neppure la schiava più operosa mi supererebbe nell’assiduità del lavoro”; e così riflettendo passò la soglia. Dorilla si assise proseguendo a tessere una già incominciata finissima tela, e mentre spingeva con alterno moto destramente la spola, premeva i lici coi piedi, cantando soavemente alcune strofe di Alceo a Diana. Rodope si ritirò da un canto, filando placida e taciturna, ma pur teneva gli occhi rivolti a Saffo, esaminando nel di lei volto se apparisse qualche segno di calma. Saffo intanto si pose a sedere avanti di un incominciato ricamo, in cui ella con maestrevole artificio dell’ago, emulo del più industre pennello, imitava la bellezza dei fiori. Ne avea perciò avanti gli occhi immersi con lo stelo reciso in un vaso di trasparente alabastro ripieno di fresca e limpida acqua. Era composto di que’ medesimi fiori il mazzo, ch’ella per sua perpetua angoscia aveva gettato al vincitore e che già stavano al seno di una rivale, onde nel vedergli, mossa da compassionevol impeto, tutti gli afferrò con ambe le mani e gli gettò fuori nell’atrio vicino. Alla quale impazienza improvvisa sospese Dorilla il canto ed il lavoro, e a lei rivolgendosi timidamente osservava se la sorprendesse nuova smania come alla mensa. Cadde il fuso dalle mani di Rodope, che verso lei s’innoltrò disponendosi a confortarla. Ma Saffo trattenuta nel suo delirio dalla presenza di sua sorella, poté nascondere quel violento pensiero che le aveva fatti spargere i fiori con dispetto involontario, e se stessa dominando “Va, disse all’ancella, recamene di freschi, che quelli erano già languidi e scoloriti”. Alle quali parole ritornò placida la sorella, riaprendo le labbra al canto e insieme rimovendo sollecitamente la spola. Rodope intanto uscì premurosa di compiacere Saffo, la quale abbandonò il capo alle mani e tacque immersa nella sua profonda angoscia. Dorilla nondimeno credendo che aspettando i fiori ella in quell’atto oziosa si trattenesse, seguitò, senza turbarla, ad empire di piacevoli note il risonante albergo. Ma Saffo, che prima di quel giorno fatale gustava la soavità del di lei canto e lo emulava colla cetra, nella quale era più d’ogni altra esperta, or sentiva quella voce come un molesto stridore di garrula cicala, che annoia l’agricoltore, ripetendo un suono istesso ne’ lunghi giorni estivi sull’alta cima del platano frondoso. Venne quindi Rodope recando freschissimi fiori sollecitamente raccolti, gli pose nel vaso d’alabastro collocato innanzi di Saffo, che alquanto riscossa rimirolli, scelse fra loro un amaranto e lo rivolse verso di se distintamente per modello dell’opera. Intraprese adunque l’interrotto ricamo di quel fiore, trattenimento altre volte a lei sì piacevole, ed ora tanto insipido, che dopo brevissimo lavoro lasciò l’ago e si pose impaziente ad altra opera, la quale era la tessitura di una fascia a vari colori. Pochi momenti anche in questa fissò il tumulto de’ pensieri, e si rivolse a ricomporre due armille di perle disciolte; ma poi anche di ciò attediata, qual passero inquieto che agita i rami colla instabilità del suo moto, venne a canto di Dorilla ad osservare il di lei placido lavoro. Questa aveva considerate così straordinarie inquietudini, e però disse; “Donde avviene che a te, poc’anzi tanto assidua a questi lavori, brevissimo trascorrea l’intiero corso diurno, ed ora sembra prolisso lo spazio di un momento?” “Oh te beata! proruppe Saffo, a cui il cielo non turba la serenità de’ pensieri. E come fai a compiacerti lungamente di un insipido lavoro?” Dorilla a lei sempre placida rispose: “Giacché ora ti sembra nauseoso, né so per qual nuova inquietudine, proccura di rattemprarla col suono della cetra seguace del mio canto”. Così dicendo lasciò di tessere, ed appoggiando le mani sulle ginocchia, cogli occhi rivolti al cielo, sciolse la bella voce in sacro inno. Esprimeva il di lei canto la preghiera di Orfeo, che supplichevole va in traccia di Euridice nell’Inferno; e tant’era la soavità della di lei voce, che quantunque uscisse da un petto non ancora acceso dalla fiamma di Amore, nondimeno, per naturale dolcezza, lo esprimeva, commovendo l’animo altrui senza turbare il proprio. Per la qual cosa, mentre Saffo seguiva coll’artificio delle dita la varia soavità del canto, le cadevano dagli occhi sulla cetra involontarie lagrime, come se ascoltasse le querele d’Orfeo diviso dall’amato oggetto per barbara sentenza della Morte. Guardava l’ancella fedele attentamente quelle lagrime. Dorilla non si accorgeva né del pianto dell’una né della pietà dell’altra.

Ma oramai declinava il sole; e la dubbiosa luce rendeva incerto ogni lavoro, onde, sospese le muliebri occupazioni, Dorilla ritornò alla madre, e Saffo scese coll’ancella nel domestico giardino.