Le colpe altrui/Parte I/Capitolo X

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Capitolo X

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X.


Due giorni dopo, il sabato, Pancraziu salì al convento per dire a frate Zironi che Bakis Zanche, riassalito da violenti coliche epatiche, stava molto male e desiderava di nuovo confessarsi.

Ma anche il frate aveva una brutta ciera. Sapeva della morte di Andrea e una pena forte lo tormentava. Seguì silenzioso il servo e silenzioso ascoltò il racconto degli avvenimenti di quei due giorni di dolore.

— Dapprima il vecchio pareva tranquillo. Tornò a casa, dopo aver accompagnato il morto al camposanto, e sedette sulla panca di cucina in mezzo ai parenti che erano accorsi tutti come mosche al miele. Le donne, si sa, cantavano le nenie funebri: c’erano tutte, persino zia Pietrina. Vittoria no, la misera, perchè stava male, aveva le convulsioni. Zio Bakis, tranquillo, non rispondeva alle parole di conforto dei parenti e dei conoscenti; pareva forte come Sansone; ma verso l’alba, ieri mattina, cominciò a urlare: tutti accorremmo, col pelo irto così, tanto i suoi urli erano terribili; però io non credo fosse tutto il male del ventre, a farlo gridare; era il dolore che si sfogava. Mi ammazzino, io non ho mai veduto un uomo così tormentato; e non voleva nessuno, e per mandarci via agitava le mani, come ali di aquila [p. 138 modifica]ferita; poi si calmò e mi chiamò. «Va e di’ a Vittoria che la voglio vedere prima di morire». E anche quella non voleva vedere nessuno! Come fare? Ero disperato, in fede di cristiano! Ma zia Pietrina tornò a casa sua e mi fece parlare dalla fessura dell’uscio di sua figlia, e Vittoria a un tratto si alzò, si mise la gonna sulla testa e andammo nello stazzo. Adesso Vittoria è là e il vecchio non grida più, ma sta male. Il medico dice che morrà, e che ci vorrebbe l’operazione; il malato però non vuole sentirne a parlare. Anche lui vuol morire.

Il frate sollevò il viso, poi subito lo reclinò: no, non gli conveniva parlare, sebbene forse il servo ne sapesse più di lui.

Passando davanti al macigno ove l’altro giorno aveva sostato, credette di sentire ancora il grido della cornacchia, e gli parve che un ago gli pungesse il cuore: oh, a che gli serviva la sua vita di penitenza, e la sua dottrina e la sua filosofia a che gli servivano, se non era stato buono neppure a impedire la morte di un cristiano?

Così, invece di conforto portava nella casa del dolore la sua pena fatta di rimorso e di umiliazione; gli pareva di andare verso il pozzo ma con la secchia piena: invece di attingere andava a versare.

Ed ecco di nuovo le vacche al pascolo, la vigna nana, le galline che raspano all’ombra del muro grigio scintillante di pezzetti di vetro. Dal portone aperto si vedevano le porticine sul cortile e tutte le finestre chiuse: pareva che gli [p. 139 modifica]abitanti fossero partiti; e le cornacchie e il falco sulla legnaja guardavano spauriti, quasi consapevoli anch’essi della sventura.

Frate Zironi sedette silenzioso accanto al lettuccio, al cui dappiedi stava appoggiata Vittoria. Il malato non parlava; pareva avesse avuto il colera, tanto s’era vuotato, con la pelle grinzosa violacea aderente alle ossa e le vene verdognole grosse qua e là come nodi: anche Vittoria era pallida, con gli occhi cerchiati e la bocca contratta dal dolore; eppure egli la guardava disperato, come l’immagine stessa della vita che gli sfuggiva, e quando ella accennò ad uscire per lasciarlo solo col frate, la richiamò con un gesto convulso, quasi avesse paura che andata via lei entrasse la morte. Poi si calmò; le permise di andarsene e disse sottovoce:

— Tre giorni m’aveva chiesto, e non venne a prendere la risposta, tanto sapeva che era una e immutabile. Così egli se ne andò, e adesso vado io; ma se ci ritroveremo ci spiegheremo alla presenza di Dio: ed Egli soltanto, l’Altissimo, dirà chi di noi aveva ragione. Va, va in buon’ora, va!

Con la mano accennava il buon viaggio a qualcuno: a chi? ad Andrea o a sè medesimo? E non ascoltava il sermone del frate, sulla caducità delle cose umane; con gli occhi vitrei fissi in un punto lontano invisibile ad altri, di tanto in tanto gemeva: d’improvviso però si scosse, passandosi più volte una mano davanti al viso come per scacciarne delle mosche.

— Vi ho chiamato per domandarvi un favore [p. 140 modifica]— disse. — Voi andrete subito dal notaio Porru e lo farete venire qui. Testimoni voi e Pancraziu. Andate. L’ora passa.

*

Ripartito il frate, Vittoria rientrò e tornò ad appoggiarsi ai dappiedi del letto, istupidita, con la mente piena di pensieri confusi. Ma fra tanta caligine una cosa le appariva chiara come un raggio che la guidasse: non rivedere mai più Mikali.

Nel pomeriggio, arrivato il notaio, il malato la pregò di mettersi nel corridoio mentr’egli dettava il testamento, affinchè le altre donne non origliassero: l’uscio fu chiuso ed ella sedette sulla panca sotto la nicchia di Sant’Isidoro, senza porre mente a quello che avveniva nella camera di Bakis Zanche. Nulla più del mondo le importava; sedeva con la testa appoggiata alla parete, con attitudine stanca, come chi ha fatto un lungo cammino e pensava al modo di non rivedere mai più nella vita Mikali.

Il primo ad uscire dalla camera fu Pancraziu; le fece un cenno con la testa, ammiccando come per significarle che tutto era andato secondo i desiderii di lei, e passò oltre in punta di piedi; uscì poi il notaio, ed ella si mosse per accompagnarlo fino al cortile.

Il frate rimase col malato per prepararlo all’estrema unzione. [p. 141 modifica]

*

In quel momento infatti nello stradone passava il prete sotto un ombrello di broccato con la frangia d’oro tenuto da un piccolo sacrista vestito di rosso: allo squillo del campanello che annunziava il passaggio del Signore, qualche testa si affacciava dietro le muriccie e i pochi viandanti s’inginocchiavano sulla polvere; e quando i fanciulli dello stazzo Zoncheddu corsero a dare la notizia a zia Marianna, anche lei, seduta sullo scalino della porta, smise di sgranare le fave che teneva in grembo, e si fece il segno della croce con la punta verdognola delle dita.

Grosse lagrime le calarono sulle guancie, fino al petto, fino al grembo, e i fanciulli profittando del turbamento di lei le rubarono i grani delle fave e li morsicarono togliendo un pezzetto da una parte un pezzetto dall’altra per fare con le bucce degli anelli che si infilarono alle ditine sporche. Così corsero di nuovo nello stradone in attesa che ripassasse il prete sotto l’ombrello di broccato e col Signore entro una scatola d’oro in mano; ma prima videro la gobbina che in quei giorni andava e veniva dal paese allo stazzo Zanche come una messaggera di cattiva fortuna.

— Dov’è Mikali? — ella domandò ai ragazzi, fermandosi con l’ombra dietro, lunga come quella d’una persona alta.

— È alla tanca a domare il puledro del dottore. [p. 142 modifica]

— Senti, Tomas, — disse, portandosi un poco avanti il ragazzo al quale un giorno Vittoria aveva consegnato il fazzoletto. — Appena ritorna gli dici che venga senza fallo stasera a casa nostra: ho urgente bisogno di parlargli.

Ma ecco ripassare il prete nero nella strada dorata dal tramonto, con la scatola scintillante in mano e a fianco il sacrista rosso come una fiamma. I ragazzi si inginocchiarono in fila facendosi il segno della croce con le dita coperte di anelli di fave; poi seguirono tutti il Santo Sacramento inginocchiandosi ogni volta che si incontrava qualcuno e anche questi s’inginocchiava. Quando tornarono indietro era già sera; lunghe collane di stelle tremolavano sopra i neri profili della brughiera, e dalla cucina dello stazzo usciva l’odore delle fave cotte: stanchi ma felici sedettero di qua e di là sulla stuoja, sulla pietra del focolare, sullo scalino della porta, ascoltando le donne che chiacchieravano.

Chiacchieravano, anch’esse felici che avvenimenti straordinari come quelli di quei giorni rompessero la monotonia della vita degli stazzi. Solo zia Marianna taceva: sentiva però le sue idee chiare e vivide e tante e tante come le lucciole nella siepe lì davanti a lei. Che suo marito morisse non la addolorava molto; era meglio così, che egli finisse di soffrire; ma aspettava sempre che egli mandasse a chiamarla per concederle finalmente l’elemosina del suo perdono: dopo poteva morire tranquilla anche lei e ritrovarsi con lui e con Andrea nel mondo [p. 143 modifica]della verità dove tutto è chiaro e le anime non si ingannano più fra loro.

Di Mikali non si preoccupava; era forte, Mikali, era fortunato; anche se non sposava Vittoria, una donna degna di lui non gli sarebbe mancata. La sera prima ella lo aveva sentito confidare ingenuamente a Maria Battista che Vittoria non voleva più saperne di lui, e Battista sospirava forte, e a sua volta era corsa a raccontare tutto alle zie. Ecco anche perchè le donne quella sera non nascondevano un certo senso di letizia nella speranza che Mikali raccogliesse l’eredità del padre e finisse con lo sposare Battista.

E in mezzo al suo affanno la madre si confortava, sperando che Mikali diventasse padrone ove era stato servo: intanto aspettava la chiamata di suo marito, e sentiva la chiamata di Andrea, e le sembrava di essere come uno che deve partire e non può perchè ancora non ha pronto il fardello.

*

Quando il passo dei puledri risuonò lontano, Tomas corse nel sentiero per fare l’ambasciata della gobbina.

— Andrò se mi pare! — disse Mikali sdegnoso; ma quando smontò aveva anche lui in viso i segni della speranza.

— Mikà, tuo padre muore, — disse la madre, e non aprì più bocca.

— Tuo padre muore; sì, gli hanno portato [p. 144 modifica]l’estrema unzione: tu dovresti andare là, gioiello mio — aggiunse Maria Luisa con voce dolce.

Mikali si levò gli speroni; poi gridò sollevandosi fieramente:

— Egli ci ha respinto: ha buttato mia madre per terra. Adesso basta.

— Davanti alla morte tutto si dimentica, Mikà, gioiello mio. Va! Va! Va! — Egli sedette su uno sgabello, mise i gomiti sulle ginocchia e si strinse la testa fra le mani.

— Nessuno ha sofferto per la morte del padre come soffro io, — disse con enfasi e assieme con commozione vera. — Dio ci prova bene, in questi giorni; pare si sia dimenticato di tutta l’altra gente per colpire noi soli! Ma io sono un uomo, non una donnuccia; e se non mi chiamano non muovo più un passo.

La madre sospirò. Battista prese un piatto di creta, lo riempì di fave col latte, vi mise il cucchiaio e lo portò a Mikali, porgendoglielo umilmente con tutte e due le mani.

— Mangia, — gli disse, ad occhi bassi, con la voce tremula come gli dicesse «t’amo».

Egli sollevò gli occhi, la guardò ma non prese il piatto. Intervennero le altre donne e lo pregarono come un bambino. «Mangia, Mikali, mangia, gioiello d’oro!» Il fatto ch’egli non volesse mangiare le fave col latte le addolorava più che l’agonia di Bakis Zanche.

— Non ne voglio, femmine sante, avete inteso o no?...

Si alzò impaziente ed uscì; e le donne si consolarono pensando ch’egli andava da suo [p. 145 modifica]padre; ma Battista, corsa a spiare nel campo, lo vide dirigersi verso il paese e capì che le sue speranze erano vane.

*

La gobbina aspettava nello spiazzo, in mezzo ai giaggioli ed ai gigli che raccoglievano la rugiada: aspettava al posto di Vittoria, e nel sentire i passi di Mikali palpitò come se egli una volta tanto venisse per lei.

La casetta era deserta, poichè tutti, compreso il piccolo servo, si trovavano allo stazzo Zanche; tuttavia ella volle il colloquio segreto come quelli di lui con Vittoria, nell’angolo dietro la siepe. Come le batteva il cuore! Le pareva di essere finalmente anche lei una donna e di avere l’amante! E che amante! S’egli si fosse appena chinato per sfiorarla con una carezza, sarebbe caduta stroncata dalla gioia.

Egli invece parlava dispettoso.

— Ebbene, che c’è? Parlate, chè ho fretta.

— Ascolta, Mikali. Lo sai che tuo padre muore? Dio lo riceva con misericordia. Sai che ha fatto il testamento?

Mikali trasalì, ma si contenne: era convinto, come tutti del resto, che suo padre in punto di morte, poichè era un uomo di coscienza, avrebbe lasciato almeno la metà dei suoi beni a lui: del resto era sempre a tempo a muovere causa agli eredi, facendosi riconoscere per figlio di Bakis Zanche. [p. 146 modifica]

— I testimoni erano il frate e Pancraziu; questo ha già chiacchierato. Ebbene, senti, Mikaleddu mio, ti ho chiamato e ti avverto perchè ti voglio bene e credo che, in mezzo al dolore, questa notizia possa farti piacere. Mikaleddu mio, ebbene... pare che il vecchio lasci tutta la sua roba a Vittoria...

Mikali s’aspettava ben altro; e la collera che l’erede non fosse lui gli fece perdere la calma: gravò le mani sugli omeri della donna quasi volesse schiacciarla e soltanto le parole dolci di lei lo richiamarono alla speranza.

— Ebbene, che c’è? Tuo o suo è lo stesso. Non siete la stessa cosa? Non darti pensiero se oggi ella non ti vuol vedere: domani ti vorrà più bene e ti correrà appresso. Come non correre appresso a un giovane come te, che ha tutte le qualità? Se tu domani non guardassi più Vittoria, ebbene, sai cosa ti dico? ella ne morrebbe. Ma tu non guarderai altra donna, tu, vero, Mikà? Per l’anima mia, tu sei di Vittoria, mettilo bene in mente, Mikà, sei suo!

E gli afferrava le falde del cappotto quasi per convincersi di avere anche lei parte nel possesso.

— Hai inteso, Mikà? Sei suo.

— So il mio dovere! — disse egli allora con enfasi. — Se Vittoria persiste nella sua idea stolta di non vedermi, ebbene, me ne andrò lontano, nelle altre parti del mondo. Sì, così Dio mi assista, e non sentirete più mentovarmi.

— Non parlare così, da uomo senza senno. Tu resterai e tutto andrà bene. Adesso [p. 147 modifica]Vittoria avrà anche bisogno di un uomo come te, per guardare la sua roba. Tutto dimenticheremo, di questi brutti giorni, e pensando ai morti diremo: sia fatta la volontà di Dio.

Pensarono entrambi ad Andrea, e la donnina si asciugò gli occhi: ma sia fatta davvero la volontà di Dio, e cerchiamo di aiutare i vivi.

— Se tu vedessi com’è ridotta Vittoria, anima mia! Sembra una morente anche lei e non capisce più nulla. Tu per adesso la lascerai in pace, dunque; sii prudente, Mikali, e non riferire a nessuno quanto poco fa ti dissi. Nello stazzo tutti vogliono bene a Vittoria, persino zia Sirena; i servi la guardano come una santa. Solo Ignazia, mala fata la incanti, ha un muso che non mi piace. Ma è una serva che, morto il vecchio, si potrà licenziare. Basta che tu sii saggio, Mikali!

Mikali, col mento sulla mano, pensava.

— Ma voi credete che mio padre stia male davvero?

— Se sta per morire, meschino te!

— È un uomo forte; supererà la malattia.

— Meschino te, non conosce più!

— Allora bisogna ch’io vada a domandare notizie. Sì, meschino me! Prima il fratello, — e come ti ho perduto, fratello mio! — adesso il padre, — e neppure l’ho conosciuto bene. Ieri egli passava coi suoi cavalli sopra il corpo di mia madre... ma si vede che aveva già la febbre e il delirio... Era la furia della morte che lo spingeva. Ah, povero vecchio, padre, padre mio! [p. 148 modifica]

— Povero Mikaleddu, ah, misero, coraggio! — singhiozzava la gobbina, tenendolo sempre per le falde del cappotto. E avrebbe voluto spingerlo ad andare subito da Vittoria, e avrebbe voluto tenerselo lì tutta la notte, tutta la vita, lui così alto e pieno di affanno, lei così piccola e piena di pietà...

Dovettero avviarsi; ma allo svolto della siepe ecco di nuovo quel rumore strano di passi pesanti. Vittoria ne parlava sempre e anche la gobbina aveva paura.

— Mikali! Mikaleddu mio... senti?...

Gli si aggrappò nuovamente alle vesti col desiderio di arrampicarsi su lui come il grillo sull’asfodelo; egli si liberò dolcemente e se ne andò: ed ella lo vide dileguarsi nella notte come una stella filante al cui sprazzo di luce segue una oscurità più fitta di prima.