Le maggnère che ttùfeno
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LE MAGGNÈRE CHE TTÙFENO.[1]
No; ssi ffussi venuto, disce:[2] “Nino,[3]
M’impresti un giulio? m’arigali un grosso?,„[4]
Io je lo davo; perch’io, quanno posso
Fà un zervizzio,[5] lo fo, ssor Giuacchino.
Ma cquer vede[6] uno che tte zzompa[7] addosso,
Disce: “Sscirpa,[8] per dio!, cqua sto lustrino,„[9]
Che serve?,[10] io me sce sento un rosichino[11]
Che starìa quasi pe’ sputacce[12] rosso.
Guarda che bbell’usanze bbuggiarone!
Protenne[13] li quadrini da la ggente,
Senza chiedeli[14] prima co’ le bbone!
Una vorta st’azzione[15] da villani
L’usaveno du’ sceti[16] solamente:
L’assassini de strada e li sovrani.
11 giugno 1837.
Note
- ↑ Le maniere he spiacciono.
- ↑ Se fosse venuto e avesse detto.
- ↑ Giovanni. [Ma si veda la nota 6 del sonetto: Er disinterresse, 10 genn. 35.]
- ↑ [Giulio o paolo, poco più di cinquanta centesimi; grosso, grossetto o lustrino, mezzo paolo.]
- ↑ Fare un piacere.
- ↑ Ma quel vedere.
- ↑ Ti salta.
- ↑ [Qui il Belli rimana alla nota 8 del sonetto: L’ommini ecc., 19 genn. 32, la quale spiega scirpa così: “Parola che pronunziata dal volgo nell’impadronirsi manescamente d’alcuna cosa, la rende sendo essi irripetibile.„ La ladra usanza e il relativo vocavolo sono vivi anche nell’Umbria.]
- ↑ Mezzo paolo d’argento. [V. la nota 4.]
- ↑ In poche parole, insomma, assolutamente ecc.
- ↑ Stizza.
- ↑ Starei quasi per sputarci.
- ↑ Pretendere.
- ↑ Chiederli.
- ↑ Queste azioni.
- ↑ Due ceti.