Le notti degli emigrati a Londra/Il conte Giovanni Lowanowicz/VII

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Il conte Giovanni Lowanowicz - VII

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Il conte Giovanni Lowanowicz - VI Il conte Giovanni Lowanowicz - VIII


Un incidente complicò il mio destino.

Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano un’industria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quell’equivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere ch’egli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli non era stato compreso nell’amnistia. Mi recai immediatamente da lui.

E’ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.

Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, e’ si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.

- Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanowicz1, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.

- Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.

E’ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:

- L’onnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.

Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dall’altro. Ci levammo con un simultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.

- Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.

All’indomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad un’epoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?

La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, l’affezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dell’istituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nell’agiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.

Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di un’aneurisma al cuore.

Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.

Questo generale, aspettando l’asciolvere, si mise un mattino a sfogliare l’album che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....

La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano all’altra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: "E le mie polke! chi dunque suonerà i miei Lanciers?" Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena d’interrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente! - E’ non si trattava più di un uomo.

Essi mi avevano non pertanto fulminato.

Dopo la morte del colonnello, l’amor mio per Cesara aveva acquistato l’intensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dell’agonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.

- Voi la sposerete! fu l’ultima parola del vegliardo.

- La sposerò! fu l’ultima parola che egli potè udire sulla terra.

Che promessa avevo io fatta!

Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, e’ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nell’altro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: e’ sono esclusi dall’amnistia, e non cessano di esser servi.

L’ukase dell’emancipazione ha migliorato un po’ le condizioni di questi miserabili.

Potevo io dunque tenere la mia promessa?

D’accordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.

Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.

Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, noi andavamo a tentare Dio.

L’ordine della partenza per Yakutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.

Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessai il mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. L’avevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.

Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.

Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.

Percorremmo dapprima un’assai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dell’Angara. A Katsciugsk, c’imbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.

Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: l’Orlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelle toundras di questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede all’Accademia di Pietroburgo.

Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.

La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dall’aspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra s’innalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.

Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.

La Lena carreggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.

Alle tre, era notte.

Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come l’inverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni d’inglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.

- Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto gran-duca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi l’onore d’insegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.

Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:

- Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?

- A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.

Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, di venti anni, alta, violenta, col naso all’insù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! L’altra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.

Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere d’inverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.

Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, all’estremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bell’e meglio, per staccarne una stanzuccia, un’alcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.

Ma era provvisorio.

La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dell’amore.

Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.

Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dell’anno. La neve si accumulava fino all’altezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Gl’indigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi di salmo nelma, di salmo lavaretus, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.

La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono un’imboscata ad ogni passo; perocchè non si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: l’airella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, l’uva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dell’anno.

Io m’ebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dell’epoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere l’istrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.

Feci, durante l’inverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattava con affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un po’ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. La siberienne, al suono del gouzli, specie di salterio, ci mise sovente in vena di cancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto ch’essa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè l’uno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.

Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, l’inverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quell’epoca dell’anno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli ostrogs - posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi - senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.

In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dell’Aldan, rimontar questo fiume fino alla foce dell’Utsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Yakutski, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Anadyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Jakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Jakutsk2 ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi all’opera.

Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma e’ sobillava ciò dall’orecchio all’orecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed i lanciers e perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva dei calembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.

Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere d’inverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli d’orso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a mo’ dei Jakuti, un chest-protector di pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei chiravar di pelle di orso, compievano l’abbigliamento.

Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti l’uno all’altro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dell’ontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle d’orso camosciata, col pelo dentro anch’essa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle d’orso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era l’essenziale. Se trovavamo per via delle yurte d’indigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le yurte mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto la pologue - piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. L’estate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.

Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di pemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un po’ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.

La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro l’alcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e di promichleniks, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a due hoes e mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.

Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, all’occorrenza, l’aiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: l’avevo calcata sur un’altra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria. A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dell’una nè dell’altra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se l’uomo si agita, Dio lo mena.

L’inverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena - quando questo fiume non ne fa dei paludi - e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi l’occasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. L’autunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per l’inverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e l’amicizia del generale, e l’una delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore - se pur mai pregasse - che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.

Il 1.° novembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, l’uragano, le trombe di neve scorrevano l’aere sbrigliate. L’ora suonò.

Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato. Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, e’ mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, e’ mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e ch’ei m’accompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dell’orso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bell’arma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.

Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dall’alcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.

La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nell’aria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò: Malbrouk s’en va-t-en guerre! La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.


Note

  1. Nell’originale "Lawanovicz".
  2. Nell’originale "Jokutsk".