Le notti degli emigrati a Londra/Il conte Giovanni Lowanowicz/VI

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Il conte Giovanni Lowanowicz - VI

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Il conte Giovanni Lowanowicz - V Il conte Giovanni Lowanowicz - VII


Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e l’amministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord-ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dell’Argun, lungo l’Amur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.

Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. E’ mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non m’indirizzò affatto la parola.

All’indomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dall’occhio vivo, di origine tedesca, dall’aspetto gradevole ed aperto.

- Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.

- Sì, signore.

- Avete l’aria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.

- Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.

Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:

- Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?

- Sì, se l’osassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.

- Osate.

- Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.

- E poi ancora?

- Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verde-rame....

- Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.

- Mi rassegno.

- Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.

E’ chiamò, e dette degli ordini. Un’ora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.

Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano l’addolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!

Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze - e compresi l’utilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.

Il direttore, o piuttosto l’ispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò d’iscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di yurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai d’allora di essere un individuo, e non fui più che il numero 367.

All’indomani mi condussero alla miniera.

I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Yablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. L’inverno, quella cascata si cangiava in una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, l’inverno, assumevano l’aria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto l’anno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bell’ornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, l’inverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido e freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o l’uragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.

Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dell’Inghilterra, del Belgio, dell’Allemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili - e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non m’offrirono alcuno di quei progressi che facilitano l’esplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per l’estrazione dell’acqua e la trazione del minerale, non ferrovie nell’interno delle gallerie, non men-engine, come si chiama in Inghilterra, o fahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non l’assisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.

Il pozzo dell’Ukbul aveva 430 metri di profondità, ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo, - operazione che prendeva un’ora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.

Dugento cinquanta minatori lavoravano all’opere diverse dell’interno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione d’un intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. L’infiltramento dell’acqua, durante l’inverno, diminuiva moltissimo, e l’acqua gelava appena messa in contatto dell’aria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.

Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.

Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dall’alto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglino che avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.

Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo l’un dietro l’altro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto l’addentar dell’acciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dell’estrazione. Il luogo era schiarato appena. L’aria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, l’aria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana - degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero l’esplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, l’intendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che l’intraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che due pound di farina di segala - 33 chilogrammi - e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.

Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii all’aspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, l’alito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando l’anima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....

Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo l’un dopo l’altro come apparizioni dell’inferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il vuoto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni della yurta era anch’egli condannato politico - un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana. L’altro coabitatore della yurta era un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sue yurte.

A capo di una settimana, la disperazione s’impossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.

Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. All’indomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.

Quando ripresi i sensi, quarant’otto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte l’una all’altra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. L’oscurità vi era quasi completa; l’aria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzati convalescenti rinculavano dinanzi l’officio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, all’aria libera, deciso di morire sotto la mia yurta come un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. E’ mi raccolse, e mi portò nella yurta....

Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.

- Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?

- Sono polacco, risposi io.

- Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; l’uovo che s’incaparbia a schiacciare il martello!

- Capitano, sapete voi che cosa è la patria?

- Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata l’infanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.

- Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse l’imperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.

Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.

L’inverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre all’aria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per un’altra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad un’altra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.

L’evasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dell’Amour, ove comincia la frontiera cinese - la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma l’intensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, un’occasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.

Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.

E’ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nertscinsk1. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dall’anticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nertscinsk2, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nertscinsk3. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.

- Signore - mi disse egli, guardandomi con attenzione, - percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho l’abitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. L’uomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nell’avvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.

Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?

- Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.

- Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.

- Ma....

- Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò mica male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo esplorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque l’occupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?

- Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, l’inglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per sè e per gli altri - ed ei m’insegnò la storia naturale, la botanica, la4 geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, l’economia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.

- Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. E’ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro a redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....

- Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.

- Lo ritoccherò io. D’altronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e l’industria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto l’occasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato di humus fertilissimo sopra un letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.

- Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.

- In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna l’attività umana dalla produzione utile, durevole, - l’agricoltura, - per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra un’ora. Siate pronto.

Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse un’altra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....

Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk5 mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, s’intende, dell’imperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre l’album della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze, come Astatchef l’aveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, per slitta, nell’inverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.

Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E l’ottenni.


Note

  1. Nell’originale "Nesrcinsk".
  2. Nell’originale "Nesrcinsk".
  3. Nell’originale "Nesrcinsk".
  4. Nell’originale "le".
  5. Nell’originale "Yrkustk".