Le odi di Orazio/Libro secondo/III

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Libro secondo
III

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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III.


Equa la mente serbar negli ardui
    Casi rammenta, come ne’ prosperi
        Custodirla dall’insolente
        4Gioja, o Dellio pur nato a morire:

O che ognor mesto viva, o sdraiandoti
    Su remota erba ti bèi, dall’intimo
        Celliere ne’ giorni festivi
        8Tratto fuori il segnato falerno.

Dove il pin vasto e il pioppo candido
    Ombra ospitale tesser si piacciono,
        E trepida al rio sinuoso
        12Affaticasi l’onda fugace,

Là vini e unguenti, là fiori rosei,
    Brevi ahi pur troppo, fa’ che si rechino,
        Fin che delle tre suore il negro
        16Stame e il tempo e la sorte il consenta.

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I compri boschi, la casa cedere
    Forza è; la villa, cui bagna il Tevere
        Biondo, ceder: delle ammontate
        20Tue dovizie s’indonna l’erede.

O nato ricco sii dal prisco Inaco,
    O poveretto e di stirpe infima
        Dimori all’aperto, non giova:
        24Sarai vittima all’Orco spietato.

Tutti ad un luogo corriamo; s’agita
    Di tutti l’urna: o tardi o subito
        Ne sorge la sorte e ne pone
        28Su la barca all’esilio infinito.