Le piacevoli notti/Notte II/Favola III

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Favola III

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FAVOLA III.


Carlo d’Arimino ama Teodosia, ed ella non ama lui, perciò che aveva a Dio la verginità promessa; e credendosi Carlo con violenza abbracciarla, in vece di lei abbraccia pentole, caldaie, schidoni e scovigli: e, tutto di nero tinto, da’ propi servi viene fieramente battuto.


La favola, donne mie care, dal Molino arteficiosamente raccontata, mi ha fatto rimovere da quella che mi era nell’animo di dire: e un’altra raccontar vi voglio, la quale, se non m’inganno, non sarà di minor piacere alle donne, che fusse la sua a gli uomini. E quanto più la sua fu lunga e alquanto sconvenevole, tanto più la mia sarà breve e onesta. Dicovi adunque, piacevoli donne, che Carlo d’Arimino, sì come io penso alcuna di voi sapere, fu uomo guerreggievole, dispregiatore d’Iddio, bestemmiatore de’ santi, omicida, bestiale e dedito ad ogni specie di effeminata lussuria. E tanta fu la malignità di lui, e tali e tanti i vizii dell’animo, che non aveva pare. Costui, essendo giovane leggiadro e riguardevole, fortemente s’accese dell’amore d’una giovanetta, figliuola d’una povera vedova; la quale, ancor che avesse bisogno e con la figliuola in gran necessità vivesse, era però di tal condizione, che più tosto si arrebbe lasciata morire da fame, che consentire la figliuola peccasse. La giovane, che Teodosia si chiamava, oltre che era bella e piacevole, era anche onesta, accostumata e di canuti pensieri dotata; e sì era intenta [p. 97 modifica]al divino culto e alle orazioni, che nell’animo le temporali cose al tutto sprezzava. Carlo adunque infiammato di lascivo amore di giorno in giorno la sollecitava e il dì che egli non la vedeva, da doglia si sentiva morire. Più volte egli tentò con lusinghe, con doni e con ambasciate ridurla a’ suoi piaceri; ma egli nel vero s’affaticava indarno, perciò che, come giovane prudente e savia, ogni cosa rifiutava, e cotidianamente pregava Iddio che lo rimovesse da tai disonesti pensieri. Non potendo il giovane far più resistenza all’ardente amore, anzi bestial furore, e ramaricandosi di esser refutato da colei che più che la vita sua amava, propose nell’animo, intravenga che si voglia, di rapirla e contentare il suo concupiscibile appetito. Ma pur temea far tumulto, e che ’l popolo, che l’odiava molto, non lo uccidesse. Ma vinto dalla sfrenata voglia e divenuto come rabbioso cane, compose con duo suoi servi, uomini audacissimi, di volerla affatto rapire. Laonde un giorno, ne l’oscurar della sera, egli prese le sue armi, e con i duo serventi se n’andò alla casa della giovane; e, trovato l’uscio aperto, prima che entrasse dentro, comandò a gli servi facessero buona guardia, nè, per quanto cara hanno la vita sua, lasciasseno alcuno entrare in casa o fuori uscire, fino a tanto che egli non ritornasse a loro. I servi, desiderosi di compiacere al suo padrone, risposero che farebbero quanto gli era da lui imposto. Avendo adunque Teodosia, con qual mezzo non so, la venuta di Carlo persentita, dentro d’una povera cucina subito soletta si rinchiuse. Salito allora Carlo su per la scala della picciola casa, trovò la vecchia madre, la quale, fuori d’ogni sospizione d’essere in tal guisa salita, a filare si stava: e dimandolle della figliuola sua, da [p. 98 modifica]lui tanto desiata. L’onesta donna, veduto che ebbe il giovane lascivo armato, più tosto al mal fare che al bene tutto inchinevole, molto si smarrì, e nel viso, come persona morta, pallida divenne, e più volte volse gridare; ma pensando che nulla farebbe, prese partito di tacere e metter l’onor suo nelle mani d’Iddio, in cui molto si fidava. E preso pur alquanto d’ardire, e voltato il viso contra a Carlo, così gli disse: Carlo, non so con qual animo e con qual arroganza sei tu qui venuto a contaminare la mente di colei che onestamente viver desidera. Se tu sei venuto per bene, Iddio, munerator del tutto, ti dia ogni giusto e onesto contento; ma quando altrimenti fusse, il che Iddio no ’l voglia, tu faresti gran male a voler con vituperio conseguire quello che non sei per mai avere. Spezza adunque e rompi cotesta sfrenata voglia, nè vogli tuore alla figliuola mia quello che tu rendere non le puoi giamai, cioè l’onor del corpo suo. E quanto più tu sei di lei innamorato, tanto ella maggior odio ti porta, essendo tutta data alla virginità. Carlo, udite le compassionevoli parole della vecchiarella, assai si turbò; nè per questo si mosse dal suo fiero proponimento, ma come pazzo si mise per ogni parte della casa a ricercarla: e, non la ritrovando, al luoco della picciola cucina se ne gì, e trovatala rinchiusa, pensò che ella, come era, dentro vi si fusse: e guatando per una fissura della porta vide la Teodosia che in orazioni si stava, e con dolcissime parole la cominciò pregare che aprire lo volesse, in tal guisa dicendo: Teodosia, vita della mia vita, sappi che io non sono qui venuto per macolare l’onor tuo, lo quale più che me stesso amo, e lo reputo mio: ma per accettarti per propria moglie, quando ed a te ed alla madre tua fusse a grado. Ed io vorrei esser [p. 99 modifica]omicida di colui che l’onor tor ti volesse. Teodosia, che attentamente ascoltava le parole di Carlo, senza altro indugio rispondendo così disse: Carlo, rimoviti da cotesto pertinace volere; perciò che per moglie mai non sei per avermi, perchè la mia virginità offersi a colui che ’l tutto vede e regge. E quantunque a mio mal grado con violenza il corpo mio macchiasti, non però la ben disposta mente, la quale dal principio del mio nascimento al mio fattor donai, contaminar potresti. Iddio ti diede il libero arbitrio, acciò tu conoscesti il bene e il male, e operasti quello che più ti aggrada. Segui adunque il bene, che sarai detto virtuoso, e lascia il contrario, che è detto vizioso. Carlo, dopo che vide nulla giovare le sue lusinghe, e sentendosi rifiutare, nè potendo più far resistenza alla fiamma che gli abbrusciava il cuore, come giovane più furibondo che prima, lasciate le parole da canto, l’uscio, il quale non molto forte nè molto sicuro era, con poca difficultà ad ogni suo buon piacere aperse. Entrato adunque Carlo nella piccioletta cucina, e veggendo la damigella piena di grazia e d’incomprensibile bellezza, dell’amor suo più furiosamente imfiammato, pensò ogni suo disordinato appetito allora del tutto adempire: e se le aventò addosso, non altrimenti che volonteroso ed affamato veltro alla timidetta lepre. Ma la misera Teodosia, avendo li biondi capei sparsi dopo le spalle, ed essendo tenuta stretta nel collo, divenne pallida e debole, di modo che quasi più movere non si poteva. Laonde ella levò la mente al cielo, ed a Iddio dimandò soccorso. Appena era fornita la mentale orazione, che Teodosia miracolosamente sparve, ed a Carlo Iddio sì fortemente abbarbagliò il lume dell’intelletto, che più cosa buona non conoscea, e credendo egli di toccar la [p. 100 modifica]damigella, abbracciarla, basciarla e in sua balìa averla, altro non stringeva, altro non abbracciava nè basciava se non pentole, caldaie, schidoni, scovigli ed altre simili cose che erano per la cucina. Avendo già Carlo saziata la sua sfrenata voglia, ed il vulnerato petto da capo moversi sentendo, corse ancora ad abbracciar le caldaie, non altrimenti che le membra di Teodosia fussero. E sì fattamente il volto e le mani dalla caldaia tinte rimasero, che non Carlo, ma il demonio pareva. In questa guisa adunque avendo Carlo saziato il suo appetito, e parendogli oggimai tempo di partirsi, così di nero tinto scese giù della scala. Ma i duo servi che presso l’uscio facevano la guardia che niuno entrasse o uscisse, veggendolo così contrafatto e divisato in viso, che più di bestia che di umana creatura la sembianza teneva, imaginandosi che il demonio o qualche fantasma egli si fusse, volsero come da cosa mostruosa fuggire. Ma fattisi con miglior animo all’incontro, e guatatolo sottilissimamente nel volto, e vedutolo sì diforme e brutto, di molte bastonate il caricorono, e con le pugna, che di ferro parevano, tutto il viso e le spalle li ruppero, nè li lasciorono in capo capello che bene gli volesse: nè contenti di ciò, lo gittorono a terra, stracciandogli e panni da dosso e dandogli calzi e pugna, quante mai ne puote portare; e tanto spessi erano i calzi che e servi li davano, che mai Carlo non puote aprire la bocca ed intendere la causa per che così crudelmente lo percotevano. Ma pur tanto fece, che uscì delle lor mani: e via se ne fuggì, pensando tuttavia averli dietro le spalle. Carlo adunque essendo da’ suoi servi senza pettine oltra modo carminato, ed avendo per le dure pugna gli occhi sì lividi e gonfi, che quasi non discerneva, [p. 101 modifica]corse verso la piazza gridando e fortemente ramaricandosi de’ servi suoi che l’avevano sì maltrattato. La guardia della piazza, udendo la voce ed il lamento che egli faceva, gli andò all’incontro, e veggendolo sì diforme e col viso tutto impiastracciato, pensò lui esser qualche pazzo. E non essendo da alcuno per Carlo conosciuto, ognuno il cominciò dileggiare e gridare: Dalli, dalli, che gli è pazzo: — e appresso questo alcuni lo spingevano, altri gli sputavano nella faccia ed altri prendevano la minuta polve e glie la aventavano ne gli occhi. E così in grandissimo spazio di tempo lo tennero, infino a tanto che ’l rumore andò alle orecchie del pretore; il quale, levatosi di letto e fattosi alla finestra che guardava sopra la piazza, dimandò che era intravenuto, che così, gran tumulto si faceva. Uno della guardia rispose che era un pazzo che metteva la piazza tutta sotto sopra. Il che intendendo, il pretore comandò che, legato, li fusse menato dinanzi. E così fu essequito. Carlo, che per lo adietro era da tutti molto temuto, vedendosi esser legato, schernito e maltrattato, nè sapendo che era isconosciuto, assai di ciò seco si maravigliava. Ed in tanto furore divenne, che quasi ruppe il laccio che legato lo teneva. Essendo adunque Carlo condotto dinanzi al pretore, subito il pretore lo conobbe che egli era Carlo da Arimino: nè puote altro imaginare, salvo che quella lordura e disformità procedeva per causa di Teodosia, la quale egli sapeva che sommamente amava. Laonde cominciò lusingarlo ed accarezzarlo, promettendogli di punire coloro che di tal vergogna erano stati cagione. Carlo, che ancora non sapeva che egli paresse un Etiopo, stava tutto sospeso; ma poscia che chiaramente conobbe lui esser di bruttura tinto, che non uomo ma bestia [p. 102 modifica]pareva, pensò quello istesso che ’l pretore imaginato s’aveva. E mosso a sdegno, giurò di tal ingiuria vendicarsi, quando il pretore non la punisse. Il Rettore, venuto il chiaro giorno, mandò per Teodosia, giudicando lei aver fatto ciò per magica arte. Ma Teodosia, che tra sè considerava il tutto ed ottimamente conosceva il pericolo grande, che le poteva avvenire, se ne fuggì ad uno monasterio di donne di santa vita: dove nascosamente dimorò, servendo a Dio tutto il tempo della vita sua con buon cuore. Carlo dopo fu mandato allo assedio di uno castello, e volendo fare maggiori prove di ciò che li convelleva, fu preso come vil topo a trapola; perciò che volendo ascendere le mura del castello e primo mettere lo stendardo del papa sopra li merli, fu colto da una grossa pietra, la quale in tal maniera il fracassò e ruppe, che non puote appena dir sua colpa. E così il malvagio Carlo, come meritato aveva, senza sentire vero frutto del suo amore, la sua vita miseramente finì.

Già Lionora era giunta al termine della favola da lei brevemente raccontata, quando le oneste donne cominciorono alquanto a ridere della sciocchezza di Carlo, il quale, credendosi abbracciare la sua diletta Teodosia, abbracciava e dolcemente basciava le pentole e caldaie; nè meno risero delle sconcie e disordinate battiture che egli ebbe da’ propi servi, i quali lo trattarono molto stranamente. Ma poscia che ebbero riso alquanto, Lionora, senza altro comandamento dalla Signora aspettare, in tal guisa il suo enimma propose.

Una cosa son’io polita e bella,
     E di molta bianchezza ancor non manco;
Or la madre or la figlia mi flagella,
     E pur copro d’ogn’un le spalle, e ’l fianco.

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Venni da quella madre, che s’appella
     Dell’altre madre, nè giamai mi stanco;
Adoprami chi vuol; poscia, invecchiata,
     Io son da l’uomo pista e maltrattata.

Fu il dotto enimma molto lodato da tutti: e, perciò che non intendevano il suo soggetto, la pregorono che si dignasse della dichiarazione farli partecipi. La quale sorridendo disse: Non è convenevole che una feminella di poco sapere, quale sono io, insegni a voi altri più esperimentati di me. Ma poi che così è il desiderio vostro, ed ogni vostra parola mi è special comandamento, dirovvi quello ch’io sento. Il mio enimma altro non significa se non la tela bella e di somma bianchezza, la quale dalle donne con le forfice ed aghi è flagellata e pista. E quantunque la copra le membra di ciascuno e venga dall’antica madre, che è la terra, non però, venuta vecchia, cessano di mandarla al follo, acciò che, ben franta e rotta, carta divenga. Piacque a tutti la isposizione del dotto enimma, e sommamente lo commendorono. La Signora, che già aveva persentito che a Lodovica, a cui toccava la volta, il capo gravemente doleva, voltatasi verso il Trivigiano, disse: Signor Benedetto, quantunque il favoleggiare aspetti a noi donne, pur essendo Lodovica da dolor di capo aggravata, voi supplirete in questa sera in vece di lei: e dovvi ampio campo di dire ciò che più vi aggrada. A cui il signor Benedetto rispose: Avenga, Signora mia, che io in tai cose mal pratico sia, nondimeno, perciò che il voler vostro mi è comandamento, non resterò di accontentarvi: pregandovi tutti che mi abbiate per iscuso, se non rimarrete satisfatti sì come è il desiderio vostro e il voler mio. Levatosi adunque in piedi il Trivigiano [p. 104 modifica]e fatta la convenevole riverenza, alla sua favola in tal maniera diede principio.