Le poesie religiose (1895)/Ai volontarj della Carità

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Ai volontarj della carità

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Rose d'inverno Vetuste
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AI VOLONTARJ DELLA CARITÀ





Te, cui non regio fasto o plauso infido
Di servi abietti il mite animo ha domo,
Te, che sul trono, ove ogni vizio ha nido,
                    4Osi esser uomo,

Io che tutta donai la mente al vero,
Nè più mi tocca il cor biasimo o lode,
Io che nulla da l’uom temo nè spero,
                    8Te ammiro, o prode,

Più d’allor che fra l’armi un empio gioco
Ti rapì giovinetto (ahi bieche trame
Di perfidi potenti, ahi mozza in poco
                    12Sul campo infame

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Itala fede!) or qui dove con certa
Ugna ed abominose ali ruina
La morte, e le incantate aure diserta
                    16Di Mergellina.

Ma non di voi, se dietro al fragoroso
Cocchio intronando il servil inno echeggi,
E al lato augusto il furbo vecchio esoso
                    20Più si pompeggi,

Mentre che Roscio, al cerretan di piazza
Tolto il tamburo “o genti, urla, o sovrani,
Io son chi sono, è questo è un re di razza,
                    24Battiam le mani,„

Non di voi tacerà chi con sereno
Occhio guardi le umane opre, di voi
Che sol di carità l’animo pieno,
                    28Umili eroi,

Le dolci madri abbandonando e i figli,
Di voi stessi obliosi, ove più miete
La morte, e ciechi bollono i perigli,
                    32Primi accorrete.

Correte là pe’ torti antri, nel fondo
Di covi atri e di sozzi anditi strani,
Tombe di fango, in cui brulica un mondo
                    36Di vermi umani

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Vivi sempre alla fame, a’ morbi, al pianto;
Al sole, al vero, alla giustizia morti:
Oh vana e fiera civiltà, se tanto
                    40Strazio comporti!

O del dover candidi alunni, o chiara
Falange di modeste anime, a cui
Grato è più d’ogni ben tòrre alla bara
                    44La vita altrui,

Voi non aurea mercè, voi non promessa
Giova o desio di stabili corone:
Pietose anime, a voi l’opera istessa
                    48È guiderdone.

Da qual sia loco, in qual sia nome o segno
Vi aduni amore all’alta impresa, noi,
Salve, diremo, o generoso, o degno
                    52Stuolo d’eroi!

Salve, o tu primo, onde ancor vive intera
Del nolano pensier tra noi la face,
Inaccesso intelletto, anima austera,
                    56Labbro verace.

E tu salve con lui, caro e temuto
Guerriero e vate di giustizia amico,
Sia che il verso o la spada o il motto acuto
                    60Vibri al nemico.

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Per voi l’arte e il sapere, ond’uom dimacra,
Non è fatuo pensier, vacua parola,
Ma campo di gagliardi atti, ma sacra
                    64Di virtù scola.

Tal corse un giorno al torbido Acragante,
Cui funesto rendean l’aure maligne,
Il puro sofo agrigentin, di sante
                    68Infole insigne.

A lui le avare leggi Iside e i bui
Chiostri del bello i templi aurei dischiuse,
Per che, scese dal ciel, parvero in lui
                    72Tutte le muse.

Derelitti giacean sotto a’ cocenti
Strali del morbo i popoli malvivi,
Di conforto orbi, di speranza spenti,
                    76Di senno privi;

Ma poi che all’egre menti e a’ corpi frali
Benigno ei porse e farmaci ed avvisi,
E intorno a lui, qual per incanto, i mali
                    80Cadean conquisi,

Mutati in breve i tetri affanni e il lutto,
Fiorì gioja e salute il suol natio;
Ed ei parve a’ redenti uomini in tutto
                    84Simile a un dio.