Le solitarie/Confessioni/L'assoluto

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L'assoluto

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L’ASSOLUTO.

Ci eravamo raccolte nel salottino terreno della piccola Pension, tipicamente svizzero nelle rivestiture di legno laccato salenti fino al soffitto e nella panciuta stufa di maiolica bianca, fregiata d’istorielle turchine. Tavolini bassi, tozzi, negli angoli, eran carichi di giornali e di riviste illustrate. La finestra, velata da leggerissime tende di tulle, lasciava scorgere la piazzetta del Conservatorio, sassosa e nuda, il fianco grigio d’una scuoletta di bambini, e il campanile aguzzo d’una chiesa protestante.

Calava il tramonto, con nebbia e pioviggina. Cyna Ward, la viaggiatrice senza requie, che aveva veduto tutti i paesi del mondo e ch’io chiamavo per vezzo Madonna Aasvera, [p. 185 modifica] cercava un’introvabile indicazione nella Guida di Zurigo, battendo con impazienza sull’impiantito un insolente piedino di cinquantenne rimasta a maraviglia giovine nello spirito e nei nervi; e si cacciava a tratti la mano, una manina da nulla, un giocattolino di mano, fra i capelli tagliati corti. Fanny Marsan chinava su un fastoso lavoro di ricamo, verde su oro, la faccia d’un pallore spettrale, gravata da un casco di ricci tinti violentemente di rosso. Teodora Polas, una giovine greca che parlava tutte le lingue e aveva i superbi occhi azzurri di Pallade in un volto statuario, faceva, per noia e per gioco, roteare la trottola d’una minuscola roulette.

Io sentivo la malinconia, un’impalpabile ed invincibile malinconia penetrare come la nebbia, come il crepuscolo, nelle anime di quelle sradicate.

Avevano esse, lontano, in qualche angolo del mondo, un focolare che le aspettava?... O l’avevano abbandonalo per sempre?... O l’avevan distrutto con le loro stesse mani, chi sa da quanti anni?... E chi erano?... Falso, o vero, il nome da loro scritto nei registri degli innumerevoli alberghi dove per qualche [p. 186 modifica] giorno, o per qualche mese, il loro piede nomade s’arrestava?...

Ma Cyna Ward gettò la Guida, accavallò le gambe, e disse a bruciapelo, con la sua vocetta squillante di campanello elettrico:

Mesdames, ne nous embêtons dona pas!... Voyons!... Est-ce que nous allons parler d’amour, pour nous réjouir un peu?...

Allora, fra un generale silenzio di sorpresa, Maria Ben, che se ne slava quieta in un angolo, con un libro chiuso sulle ginocchia, alzò gli occhi stanchi e mormorò involontariamente: — Oh!... io sono stata così felice!... — Maria Ben era quasi vecchia. Di una donna quasi vecchia, e sola, non si pensa mai che abbia potuto amare ed essere amata. Pure, nella velala dolcezza di quegli occhi castani, nella finezza delicatissima di quel profilo sfiorito, nella grazia del vestire e del gesto, noi avremmo dovuto sentire la donna che non aveva vissuto se non per l’amore.

Tutte la fissammo in quel momento, come se la riconoscessimo solo allora. E restammo tese verso di lei, verso la storia appassionata che senza dubbio stava per raccontare: curiose e commosse come lo si è, sempre, [p. 187 modifica] dovunque, dinanzi al fascino d’una storia di amore.

Ed ella cominciò, lentamente:

“— Sono stata felice perchè mio marito mi amava ed io lo amavo. Sono ora, forse, la più infelice donna che esista, perchè l’ho perduto.

“Quando c’incontrammo la prima volta, io stavo per compiere i venti anni, egli i trenta. Non udii bene il suo nome: non udì bene il mio. Rimanemmo estatici, l’uno in faccia all’altra. La folla che splendeva rideva volteggiava in quell’immenso salone da ballo parve sparire ad un tratto, per non lasciar vivi che noi due. E fu finita. Egli non potè più pensare che a me, io non potei più pensare che a lui. Dovettero sposarci in fretta, perchè in verità diventavamo pazzi. E un poco pazza io fui sempre, anche dopo, per la gioia d’essergli unita. È ridicolo, non è vero?...„

Ah, no. — I larghi occhi azzurri di Teodora Polas, dilatati fino ad inghiottire nelle orbite tutto l’intento viso, dicevan forte, essi, che non era ridicolo. Madonna Aasvera, la terribile bimba nomade di cinquant’anni, [p. 188 modifica] aveva brandito l’occhialetto, per meglio fissar la donna che osava confessare d’aver adoralo il proprio marito e di esserne stata adorata; ma, dietro P ambiguità del vetro, le brune pupille un po’ malate brillavano, singolarmente dolci.

Fanny Marsan curvava sempre più, quasi volesse nasconderla, la sua tragica maschera deturpata dalla biacca, sotto il casco dei capelli tinti.

— “Elio era bello — continuò Maria Ben. — La bellezza fisica formava in lui un tutto di magnifica armonia coi caratteri della bellezza morale. La sua coscienza era diritta, muscolosa, perfetta nel proprio equilibrio, come il suo corpo. Aveva il nome del sole: era veramente degno di portarlo. Come il sole, comparendo, irradiava calore e luce. Possedeva la serenità dei fortissimi. Un’assoluta padronanza sopra se stesso equilibrava in lui l’ultrapotenza fisica. Io ero così piccina e fragile presso di lui!... Ma mi piaceva tanto che si chinasse per guardarmi, per parlarmi. Oh, i suoi limpidi occhi, la sua grande bocca rossa, il suo modo di dire: Bambina!... — Ma non mi disse mai: — Ti amo. — Vi sono [p. 189 modifica] uomini che dinanzi alla compagna della loro vita hanno il pudore di questa espressione: quasi che il pronunciarla significasse profanar l’amore.

“Era architetto. Non avrebbe potuto essere che architetto. Costruito per costruire, per nient’altro che costruire. Sempre in progetti, sempre in ardore, sempre in movimento, appassionato per la sua opera al punto da perderne talvolta il sonno.

“Io non ero gelosa del suo lavoro. Andavo a sorprenderlo, con fasci di rose in mano, nello studio fra impiegati curvi su complicatissimi disegni, oppure (e questo assai più mi piaceva) sul posto delle fabbriche in costruzione, dove egli sovrastava a tutti, — tutto osservando con l’acutezza dell’occhio d’aquila, tutto disponendo e ordinando, obbedito in silenzio come un re.

“Fra i cubici scheletri di ferro, l’andare e il venire dei manovali sulle impalcature aeree, e lo stridere delle carrucole e il cauto trasporto dei massi di cemento in braccio alle gru, la bellezza di Elio mi rendeva follo d’orgoglio. Dal lampo diritto degli occhi, dall’imperiosa ossatura del volto, dalla recisa brevità [p. 190 modifica] del comando, dall’atletica eleganza dei muscoli emanava tale un fluido d’energia, che ogni cosa intorno ne era pervasa e trasfigurata.

“Io mi dicevo in quelle ore, con lo sguardo perduto in lui: È mio.

“Mio. Mio tutto. Nel pensiero. Nel corpo. In ogni istante della sua vita. Mio come io ero sua, nella continuità del tempo, nell’assoluta sicurezza dell’esistenza in comune.

“Mio era quel ch’egli toccava con le forti mani. Mia l’aria ch’egli spostava camminando. Gioia d’essere donna, e bella, e giovine, per la gioia di lui. In carrozza, in automobile, al suo fianco lungo viali d’ombra e spiagge di sole, stessa felicità di vivere, stessa profondità di sensazioni, come di notte fra le sue braccia: quando egli quasi mi distruggeva serrandomi, e dai fianchi alla gola, dal cuore al cervello tanta letizia mi dilatava, che l’alba d’ognuna di quelle notti mi parve la prima della mia vita.„

... A chi parlava, in quel momento, Maria Ben?... Certo al suo cuore. Non vedeva le facce pallide, maravigliate, turbate, che la fissavano. Guardava in sè, con occhi dolcissimi, ridiventati giovani. [p. 191 modifica]

“— Viaggiammo. Ma fra le bellezze dei paesi che rademmo a volo come le rondini, e i miei occhi, sempre si drizzò la persona di Elio: le vidi con lo sguardo di lui, ne godetti perchè egli m’era accanto, nulla avrebbero detto ai miei sensi se egli non fosse stato.

“Ricordo. Un meriggio di luglio. Una sosta a Parma, dopo aver vagabondato pel Lazio, la Toscana e l’Emilia, e in attesa di prendere il direttissimo per Milano. L’aria era incandescente. lo m’ero accoccolata sui gradini della facciata del Duomo, presso i leoni di pietra, impassibili. Ero vestila di bianco, ero una piccola cosa bianca raccolta ai piedi di Elio, che se ne stava diritto davanti a me, come per difendermi dalla canicola. La piazza, deserta, chiusa nelle semplici e basse linee delle sue case intorno alla maestà del tempio e alla miracolosa grazia del battistero, era tutta un rogo. Vi bruciavo con lui. Io sola, con lui solo. Felice.

“Elio non mi era mai apparso così bello. Lo vedevo dal basso all’alto, gigantesco. Egli accarezzava cogli occhi prima me, poi le colonnine del battistero. Diceva: Sono leggere come ali. Volano.... — Diceva: Nelle pietre del [p. 192 modifica] Duomo scorre sangue vero, sangue umano. Vivono.... —

“Io pensavo che, per me, da lui soltanto emanava il fascino di quelle maraviglie: che, se quell’uomo alto nel sole davanti a me fosse scomparso, avrei brancolato sulla terra come una cieca.

“Ci nacquero due figli. Una femmina, un maschio. Belli, sani, gagliardi. Volli loro un gran bene, naturalmente: fui per loro una madre serena e dolce. Ma non mi furono mai, mai, nemmeno un istante, necessari alla vita.

“il necessario mio compimento io l’avevo e lo tenevo in Elio. Mi avessero detto: Scegli fra Elio e i bambini — non avrei esitato un attimo a seguir lui. Anormale?... No. Infine, amavo il padre de’ miei figliuoli. Il mio dovere verso di loro, io l’ho compiuto. Ma egli era me. Quanto ad essi, erano usciti dalle mie viscere già foggiati e predisposti dalla natura (che non è sentimentale) per una strada che non sarebbe stata la mia. Erano della vita: avrebbero seguito le sue fatali necessità, che formano la perenne tragedia di tante madri esclusive.

“Mario dichiarava, alzando la testina [p. 193 modifica] energica dalle carte geografiche: Io sarò capitano di marina e vedrò tutti i paesi del mondo.

“Donella mi confidava in un orecchio: Io sposerò un uomo bello come il papà, e avrò dodici figli.

“Io sorridevo e pensavo: Dio vi benedica entrambi!... Elio ed io invecchieremo insieme.

“Invece accadde una cosa mostruosa. Me lo portarono a casa, un giorno, morto.

“Piombato dall’impalcatura d’uno de’ suoi palazzi in costruzione: infranta la base del cranio: spirato sul colpo.

“Senza dirmi addio, senza dirmi nulla, senza trascinarmi con sè. Io rimasi di pietra per non so quanto tempo: insensibile a tutto, col corpo e l’anima in stato di paralisi. I medici temettero per la mia ragione. Fino a quando, per loro ordine, una mia buona sorella mi comparve dinanzi all’improvviso, mettendomi sotto gli occhi la giacca grigia che mio marito aveva indossata la mattina della disgrazia: ciancicata, polverosa, un cencio, lorda di sangue raggrumato sul bavero. E mi gridò sulla faccia, investendomi: Ma non sai?... pia non capisci?... Elio è morto, è morto, è morto!... —

“Mi drizzai d’impeto, afferrai la giacca [p. 194 modifica] stringendomela contro il petto, urlai, singultai, bestemmiai, mi rotolai sul tappeto, battendo il capo negli spigoli dei mobili.

“Ero salva.

“E potei continuare a vivere. Come, non so. È così forte l’istinto vitale!... I fanciulli crebbero; ma dalla mia voce, sempre per essi chiara e soave, mai più udirono nominare il padre, che pure stava, ombra immobile, fra me e loro. Anche nella morte egli doveva essere mio, esclusivamente mio. Chiuso nel mio cuore, come nella sua tomba.

“Mario è, ora, guardiamarina su una nave in crociera nell’Atlantico, e Donella sposa felice in Inghilterra. Le è nato il primo bimbo. Lo ha chiamato Elio. Non desidero di vederlo.

“Sono contenta che i figli se ne siano andati. Ho disfatta la casa dove nessun dovere mi teneva più. Sto meglio: sola col mio uomo:

lo porto con me, dappertutto. Senza radici sulla terra, poichè le radici son nel mio cuore. Io non credo nella vita futura, nel ricongiungimento degli spiriti dopo la morte. Se vi credessi, mi sarei già uccisa per andare incontro al Compagno. Ho spinto invece, per trovar la forza di vivere, la mia volontà di [p. 195 modifica]evocazione a tal punto d’intensità, che il Compagno mi è tornato vicino. Lo vedo, gli parlo, lo interrogo, mi risponde. Il suo sguardo mi tocca come se fosse la sua mano. — Ecco. —„

Maria Ben tacque, rimanendo immobile, con gli occhi chiusi. Nessuna di noi osò aprir bocca. L’Assoluto, nella sua solennità religiosa, era penetrato entro la comunissima stanza d’albergo dove cinque donne nomadi avevan, per una breve sosta, arrestata la propria corsa nel vuoto. Per alcuni minuti un misterioso canto d’organo echeggiò nei nostri cuori, mentre l’ombra della sera si addensava, compatta.

Ma Cyna Ward balzò in piedi con una mossa da clown: stese la mano al commutatore, lanciò la luce della lampada elettrica sui pallidi volti femminili, come una spruzzata d’acqua gelida che schiaffeggi il sangue; e disse:

“Oui, c’est ça. Il n’y a que l’amour. Tout le reste, de la blague, voilà!... Mesdames, je pars demain pour Paris, à dix heures. Je crois bien que vous viendrez m’accompagner à la gare?...„ —