Le supplici (Eschilo)/Secondo canto intorno all'ara

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Secondo canto intorno all'ara

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Eschilo - Le supplici (472 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1921)
Secondo canto intorno all'ara
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Tragedie di Eschilo (Romagnoli) I-18.png

SECONDO CANTO INTORNO ALL’ARA


Le fanciulle cantano, movendo intorno all'ara con lentissime figurazioni di danza.
Strofe I
Re dei re, beatissimo
tu fra i Beati, adempî
i voti miei: l'ingiuria
frena, come l’aborri, di questi empî.
Tu che il poter supremo
possiedi, o Giove, nei purpurei vortici
inabissa il flagel negro del remo.

Antistrofe I
Gli occhi volgi alla supplice
progenie antica nostra:
l’amor che alla nostra avola
portavi un giorno, anche una volta mostra,
memore ivi di quando

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Io disfiorasti. D’esser tua progenie
ci glorïam, dal nostro suolo in bando.

Strofe II
E impressi i pie’, dell’avola
su l’orme antiche, per vedette floride
e sovra erbosi pascoli,
donde Io, punta dall’estro,
fugge nel suo delirio
per molte tribú d’uomini,
e, limitando il confin manco e il destro
d’opposte terre, il tramite marino
scende, com’è destino.

Antistrofe II
E per la terra d’Asia,
per la Frigia di greggi alma precipita,
di Teutrante alla misia
rocca eccelsa perviene,
ai Lidî campi, ai culmini
cilicî, alla Panfilia
terra, dei fiumi alle perenni arene:
e d’Afrodite al pingue suolo, al piano
opulento di grano.

Strofe III
E va, poi che l’aligero
pastor la punge col suo dardo, al fertile

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bosco di Giove, al pascolo1
cui la neve feconda, ove s’abbatte
la furia di Tifone,
ed all’acque del Nil dai morbi intatte,
come furente Mènade
per il pungolo d’Era che la stermina,
per l’obbrobrio, che il suo viso scompone.

Antistrofe III
Le genti che dominio
su quella terra aveano allor, per livido
terrore sbigottirono,
di quella fiera all’insuëta vista:
ché aveva ella figura
di giovenca e di donna insiem commista.
E innanzi al mostro, stettero
meravigliate. D’Io raminga e misera
punta dall’estro, allor chi si die’ cura?

Strofe IV
Giove, signor degl’infiniti secoli
compie’ tale prodigio.
Ei con l’onnipotente
sua forza, egli con l’alito
suo divin, delle lagrime
vituperose estinse la sorgente.
Ed Io grave del germine celeste
un impeccabil pargolo
a luce die’. Non son favole queste.

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Antistrofe IV
Beato ei fu lunghi anni. Ed ogni popolo
gridò: questa progenie
che sí vivace alligna,
certo è di Giove. E termine
chi mai porre all’insidia
poteva d’Era, alla follia maligna?
Fu di Giove tale opra. E se tu germi
dici che furon d’Èpafo
queste vergini erranti, il vero affermi.

Strofe V
Quale s’addice piú chiamar dei Superi
a cosí giuste imprese? Il Dio sovrano
che piantò di sua mano
la stirpe nostra, il sommo fabbro, il saggio
di sapïenza antica, il rifugio unico
Giove, che guida ogni mortal viaggio.

Antistrofe V
Di nessuno s’inchina egli al dominio:
non gode ciò che ai piú possenti avanza.
Non deve umile orranza
a chi segga di lui piú alto. Ratto,
come parola espresse ciò che medita
il suo volere, è già compiuto il fatto.


Compiute le evoluzioni danzate, le fanciulle si aggruppano di nuovo intorno all'ara di Diòniso.

Note

  1. [p. 351 modifica]Il pascolo di Giove è l’Egitto.