Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Domenico Puligo

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Domenico Puligo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Cronaca Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea da Fiesole e altri fiesolani IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Cronaca Andrea da Fiesole e altri fiesolani
Domenico Puligo

VITA DI DOMENICO PULIGO PITTORE FIORENTINO

È cosa maravigliosa, anzi stupenda, che molti nell’arte della pittura, nel continuo esercitare e maneggiare i colori, per instinto di natura, o per un uso di buona maniera presa senza disegno alcuno o fondamento, conducono le cose loro a sì fatto termine che elle si abbattono molte volte a essere così buone che, ancor che gl’artefici loro non siano de’ rari, elle sforzano gl’uomini ad averle in somma venerazione e lodarle. E si è veduto già molte volte et in molti nostri pittori che coloro che fanno l’opere loro più vivaci e più perfette, i quali hanno naturalmente bella maniera e si esercitano con fatica e studio continuamente, perché ha tanta forza questo dono della natura che, benché costoro stracurino e lascino gli studi dell’arte et altro non seguino che l’uso solo del dipignere e del maneggiare i colori con grazia infuso dalla natura, apparisce nel primo aspetto dell’opere loro ch’ella mostrano tutte le parti eccellenti e maravigliose che sogliono minutamente apparire ne’ lavori di que’ maestri che noi tenghiamo migliori. E che ciò sia vero l’esperienza ce lo dimostra a’ tempi nostri nell’opere di Domenico Puligo, pittore fiorentino, nelle quali da chi ha notizia delle cose dell’arte si conosce quello che si è detto di sopra chiaramente. Mentre che Ridolfo di Domenico Grillandaio lavorava in Firenze assai cose di pittura, come si dirà, seguitando l’umore del padre, tenne sempre in bottega molti giovani a dipignere, il che fu cagione, per concorrenza l’uno dell’altro, che assai ne riuscirono bonissimi maestri, alcuni in fare ritratti di naturale, altri in lavorare a fresco et altri a tempera et in dipignere speditamente drappi. A costoro facendo Ridolfo lavorare quadri, tavole e tele, in pochi anni ne mandò con suo molto utile una infinità in Inghilterra, nell’Alemagna et in Ispagna. E Baccio Gotti e Toto del Nunziata, suoi discepoli, furono condotti, uno in Francia al re Francesco e l’altro in Inghilterra al re, che gli chiesono per aver prima veduto dell’opere loro. Due altri discepoli del medesimo restarono e si stettono molti anni con Ridolfo, perché, ancora che avessero molte richieste da mercanti e da altri in Ispagna et in Ungheria, non vollono mai, né per promesse, né per danari privarsi delle dolcezze della patria, nella quale avevano da lavorare più che non potevano. Uno di questi fu Antonio del Ceraiuolo fiorentino, il quale essendo molti anni stato con Lorenzo di Credi aveva da lui particolarmente imparato a ritrarre tanto bene di naturale, che con facilità grandissima faceva i suoi ritratti similissimi al naturale, ancor che in altro non avesse molto disegno. Et io ho veduto alcune teste di sua mano ritratte dal vivo che, ancor che abbiano, verbi grazia, il naso torto, un labro piccolo et un grande et altre sì fatte disformità, somigliano nondimeno il naturale, per aver egli ben preso l’aria di colui. Là dove per contrario molti eccellenti maestri hanno fatto pitture e ritratti di tutta perfezzione in quanto all’arte, ma non somigliano, né poco, né assai colui per cui sono stati fatti. E per dire il vero chi fa ritratti, dee ingegnarsi, senza guardare a quello che si richiede in una perfetta figura, fare che somiglino colui per cui si fanno. Ma quando somigliano e sono anco belli allora si possono dir opere singolari e gl’artefici loro eccellentissimi. Questo Antonio dunque, oltre a molti ritratti fece molte tavole per Firenze, ma farò solamente, per brevità, menzione di due che sono una in San Jacopo tra’ Fossi al canto agl’Alberti, nella quale fece un Crocifisso con Santa Maria Madalena e San Francesco; nell’altra, che è nella Nunziata, è un San Michele che pesa l’anime. L’altro dei due sopra detti fu Domenico Puligo, il quale fu di tutti gl’altri sopra nominati più eccellente nel disegno e più vago e grazioso nel colorito. Costui dunque, considerando che il suo dipignere con dolcezza senza tignere l’opere o dar loro crudezza, ma che il fare a poco a poco sfuggire i lontani, come velati da una certa nebbia, dava rilievo e grazia alle sue pitture, e che se bene i contorni delle figure che faceva si andavano perdendo, in modo che occultando gl’errori non si potevano vedere ne’ fondi dove erano terminate le figure; che nondimeno il suo colorire e la bell’aria delle teste facevano piacere l’opere sue; tenne sempre il medesimo modo di fare e la medesima maniera che lo fece essere in pregio mentre che visse. Ma lasciando da canto il far memoria de’ quadri e de’ ritratti che fece stando in bottega di Ridolfo, che parte furono mandati di fuori e parte servirono la città, dirò solamente di quelle che fece quando fu più tosto amico e concorrente di esso Ridolfo che discepolo; e di quelle che fece essendo tanto amico d’Andrea del Sarto, che niuna cosa aveva più cara che vedere quell’uomo in bottega sua, per imparare da lui, mostrargli le sue cose e pigliarne parere, per fuggire i diffetti e gl’errori in che incorrono molte volte coloro che non mostrano a nessuno dell’arte quello che fanno; i quali, troppo fidandosi del proprio giudizio, vogliono anzi essere biasimati dall’universale, fatte che sono l’opere, che corregerle mediante gl’avvertimenti degl’amorevoli amici. Fece fra le prime cose Domenico un bellissimo quadro di Nostra Donna a Messer Agnolo della Stufa, che l’ha alla sua badia di Capalona nel contado d’Arezzo e lo tiene carissimo, per essere stato condotto con molta diligenza e bellissimo colorito. Dipinse un altro quadro di Nostra Donna, non meno bello che questo, a Messer Agnolo Niccolini, oggi arcivescovo di Pisa e cardinale, il quale l’ha nelle sue case a Fiorenza al Canto de’ Pazzi. E parimente un altro di simile grandezza e bontà, che è oggi appresso Filippo dell’Antella in Fiorenza. In un altro, che è grande circa tre braccia, fece Domenico una Nostra Donna intera col Putto fra le ginocchia, un San Giovannino et un’altra testa; il qual quadro, che è tenuto delle migliori opere che facesse, non si potendo vedere il più dolce colorito, è oggi appresso Messer Filippo Spini, tesauriere dell’illustrissimo Prencipe di Fiorenza magnifico gentiluomo e che molto si diletta delle cose di pittura. Fra’ molti ritratti che Domenico fece di naturale, che tutti sono belli e molto somigliano, quello è bellissimo che fece di monsignore Messer Piero Carnesecchi allora bellissimo giovinetto, al quale fece anco alcuni altri quadri tutti belli e condotti con molta diligenza. Ritrasse anco in un quadro la Barbara Fiorentina in quel tempo famosa, bellissima cortigiana e molto amata da molti non meno che per la bellezza, per le sue buone creanze e particolarmente per essere bonissima musica e cantare divinamente. Ma la migliore opera che mai condusse Domenico fu un quadro grande, dove fece quanto il vivo una Nostra Donna con alcuni Angeli e putti et un San Bernardo che scrive; il qual quadro è oggi appresso Giovangualberto del Giocondo e Messer Niccolò suo fratello, canonico di San Lorenzo di Firenze. Fece il medesimo molti altri quadri che sono per le case de’ cittadini e particolarmente alcuni dove si vede la testa di Cleopatra, che si fa mordere da un aspide la poppa; et altri dove è Lucrezia romana, che si uccide con un pugnale. Sono anco di mano del medesimo alcuni ritratti di naturale e quadri molto belli alla porta a Pinti in casa di Giulio Scali, uomo non meno di bellissimo giudizio nelle cose delle nostre arti che in tutte l’altre migliori e più lodate professioni. Lavorò Domenico a Francesco del Giocondo, in una tavola per la sua capella nella tribuna maggiore della chiesa de’ Servi in Fiorenza, un San Francesco che riceve le stimmate; la quale opera è molto dolce di colorito e morbidezza e lavorata con molta diligenza. E nella chiesa di Cestello intorno al tabernacolo del Sagramento lavorò a fresco due Angeli; e nella tavola d’una cappella della medesima chiesa fece la Madonna co’l Figliuolo in braccio, San Giovanni Battista e San Bernardo et altri Santi. E perché parve ai monaci di quel luogo che si portasse in queste opere molto bene, gli feciono fare alla loro Badia di Settimo fuor di Fiorenza in un chiostro le visioni del conte Ugo, che fece sette badie. E non molto dopo dipinse il Puligo in sul canto di via Mozza da Santa Caterina in un tabernacolo una Nostra Donna ritta col Figliuolo in collo, che sposa Santa Caterina; et un San Piero martire. Nel castello d’Anghiari fece in una Compagnia un Deposto di Croce, che si può fra le sue migliori opere annoverare. Ma perché fu più sua professione attendere a quadri di Nostre Donne, ritratti et altre teste che a cose grandi, consumò quasi tutto il tempo in quelle. E se egli avesse seguitato le fatiche dell’arte e non più tosto i piaceri del mondo come fece, arebbe fatto senza alcun dubbio molto profitto nella pittura, e massimamente avendolo Andrea del Sarto suo amicissimo aiutato in molte cose di disegni e di consiglio. Onde molte opere di costui si veggiono non meno ben disegnate che colorite, con bella e buona maniera. Ma l’avere per suo uso Domenico non volere durare molta fatica e lavorare più per fare opere e guadagnare che per fama, fu cagione che non passò più oltre: perché praticando con persone allegre e di buon tempo e con musici e con femmine, seguitando certi suoi amori, si morì d’anni cintuantadua l’anno MDXXVII per avere presa la peste in casa d’una sua innamorata. Furono da costui i colori con sì buona et unita maniera adoperati, che più per questo merita lode che per altro. Fu suo discepolo fra gl’altri Domenico Beceri fiorentino, il quale, adoperando i colori pulitamente, con buonissima maniera conduce l’opere sue.