Leonardo prosatore/Favole/Il salice e la zucca

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Il salice e la zucca

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[p. 282 modifica]Il salice e la zucca. — Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e drizzarsi al cielo (per cagione della vite e di qualunche pianta li era visina, sempre elli era storpiato e diramato e guasto), e raccolti in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione; e stando in continua cogitazione, [p. 283 modifica]e ricercando con quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si potessi, che non avessi bisogni dell’aiuto de’ sua legami; e stando alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito — imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata; — e fatto tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea spettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio mezzano. In fra’ quali, veduta a se vicina la sgazza, disse inver di quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a questi giorni, da mattina in e mia rami trovasti, quando l’affamato falcone crudele e rapace te voleva divorare: e per quelli riposi che sopra me ispesso hai usato, quando l’alie tue a te riposo chiedeano; e per quelli piaceri che, infra detti mia rami, scherzando colle tue compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’ linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta di ricevere il tuo nidio sopra il nascimento de’ mia rami, insieme colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la sgazza, fatti e fermi alquanti capitoli di novo col salice, e massimo che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzato la coda e bassato la testa, [p. 284 modifica]e gittatasi del ramo, rendè il suo peso all’ali; e quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto co’ pie il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, essi grani piantò. Li quali in brieve tempo crescendo, cominciò collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo1 le zucche — cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione2 tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti, insino alle sue radice, e caduto in due parti, indarno pianse se medesimo, e conobbe che era nato per non aver mai bene.

  1. Crescendo in seguito le zucche.
  2. L’avvitichiarsi degli steli della zucca al salice.