Lettere (Sarpi)/Vol. I/8

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VIII. — A Galileo Galilei

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VIII. — A Galileo Galilei
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VIII. — A Galileo Galilei.1


Ecc. sig. padrone mio osserv.

Con occasione d’inviarli l’allegata m’è venuto pensiero di proporli un argomento da risolvere, e [p. 14 modifica]un problema che mi tiene ambiguo. Già abbiamo concluso che nessun grave può essere tirato all’istesso termine in su, se non con una forza e, per conseguente, con una velocità. Siamo passati (così V. S. ultimamente affermò e inventò ella) che per gli stessi termini tornerà in giù per quali andò in su: fa non so che obiezione della palla dell’archibugio: il fuoco qui intorbida la forza dell’istanza. Ma diciamo: un buon braccio che tira una freccia con un arco turchesco passa via totalmente una tavola, e se la freccia discenderà da quella altezza dove il braccio con l’arco la può trarre, farà pochissima passata. Credo che l’instanza sii forse leggiera, ma non so che ci dire. Il problema: se saranno doi mobili di disuguale specie e una virtù minore di quello che sii capace ricevere qual si voglia di loro, se comunicandosi la virtù a ambi dua ne riceveranno ugualmente; come se l’oro fosse atto di ricevere dalla somma virtù 20 e non più, e l’argento 19 e non più, se saranno mossi da virtù 12, se ambi dua riceveranno 12. Par di sì, perchè la virtù si comunica tutta; il mobile è capace: adunque l’effetto l’istesso. Par di no, perchè adunque2 doi mobili di specie diversa da ugual forza spinti, anderanno all’istesso termine con l’istessa velocità. Se un dicesse: la forza 12 muoverà l’argento e l’oro all’istesso termine, non con la stessa velocità. Perchè no? Se ambi dua sono capaci anco di maggiore che quella qual 12 li può comunicare? Non obbligo V. S. a risposta. Solo per non mandar questa carta [p. 15 modifica]bianca, la quale aveva già appetito peripatetico d’essere empita di questi caratteri, l’ho voluta contentare, come l’agente fa alla materia prima. Adunque qui farò fine, e li bacio la mano.

Di Vinezia, il 9 ottobre 1604.




Note

  1. Edita nel carteggio epistolare aggiunto alle Opere complete di Galileo Galilei, per cura di E. Albèri; Firenze, 1842-1856, tom. VIII, pag. 29.
  2. Nella precedente edizione, oltre agli altri cangiamenti, questa parola fu mutata in: allora.