Lettere d'una viaggiatrice/«Alla montagna debbo ritornare»/Il sogno

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Il sogno

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IL SOGNO

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Aosta, settembre.....


È una fredda e pallida giornata di settembre, l’ultima che io passo, in montagna. Ancora ho la fronte gelida dagli ultimi soffii dell’aria montana: ancora io stringo, al petto, un fascio di fiori alpestri. Siamo giunti molto presto, purtroppo, in questa città che già, quasi, appartiene alla pianura. E mentre gli altri entrano nel caffè, per aspettare l’ora del treno, io volgo le spalle e guardo, in alto, lontano, lontano, verso le alte valli ove vissi, con profonda ed intima pace dello spirito, donde discendo, in preda a una segreta nostalgia. Io guardo e sogno.

Fra un mese, dunque, l’inverno dominerà in queste valli alpine. Quando, da noi, il cielo [p. 472 modifica]sarà divenuto smorto, e, quasi sempre, su questo pallore si distenderà il bigio velo delle nuvole; quando discenderanno sui campi e sulle città le autunnali lunghe pioggie molli, silenziose, che ispirarono al poeta di tutte le umane tristezze: Olimpo piove — malinconicamente, e i campi lava, quando l’aria ci farà rabbrividire, non di freddo ma di tetraggine, e la luna avrà l’aspetto desolato, nelle notti fosche: quando, infine, tutta la mortale malinconia dell’autunno ci avrà vinti, noi, l’inverno, il grande inverno, avrà trionfato in queste alte valli alpine. Dovunque, lentamente, prima con le pioggie, poi con le nebbie bianche, poi con le brume grigie, il paesaggio alpino avrà subito la trasformazione, che par quasi una morte. La neve avrà avvolto, fioccando, le altissime cime che essa ama, che l’amano: sarà discesa, più giù, alle cime più umili. Lentamente, vinte dalla neve, scompariranno le nere roccie, che sino allora si ergeano brune ed immani, e sulle scabrosità granitiche, dalle linee crudeli e paurose, si poserà la gran mollezza bianca, silenziosa, della neve, cangiando tutte le forme del [p. 473 modifica]paesaggio, disegnando non so quale fantastico quadro di candore. I larghi prati verdi, tutti fioriti, nella squisita flora alpina, i bei prati di smeraldo, le cui alte erbe, molli di acque, danno tanto senso di sofficità, di freschezza, di gaio sprofondamento al piede che li percorre, spariranno sotto la neve. Tu sparirai, o genziana, o fiore delle nevi, affascinante fiore; tu sparirai, o pallida stella dell’edelweiss, fiore della malinconia, dal cuore gelido: sparirai, violacea e fragrante nigritilla, dono gentile di mani gentili a belle mani muliebri: sparirete, bianchi fiocchetti degli eriofoli, che siete già della neve e siete ancora un fiore; sparirete, nei prati, trifogli a quattro fogli, ricercati dagli amanti, dagli innamorati, dai poeti, dai sognatori, dai bimbi. La neve regnerà dapertutto. Sovra essa, ogni tanto, si disegnerà, bizzarramente, l’acuta ombra di un macigno minaccioso: sul suo piano bianco si allungherà, come un bruno fantasma, lo scheletro inaridito di un albero; sui ponticelli di pietra o di legno, che accavalcano i fiumi e i torrenti, l’arco della neve avrà la stranezza di un architettura glaciale, mai vista: e fra il [p. 474 modifica]gran biancore, signore delle roccie e dei prati, dei sentieri e dei ponti, non si udrà che il forte rumoreggiare dei torrenti ingrossati, dei fiumi fatti più tumultuosi, trasportanti un’acqua gelida, che niun viandante si fermerà a raccogliere più, nei ruscelletti adiacenti. Scomparsi i sentieri, sotto la neve, scomparse le piccole vie esigue che il piede della cavaltura ha saputo cautamente e audacemente trovare lungo il precipizio, scomparse le strettissime vie, che solo il piede umano può percorrere. E, insieme, scomparso anche il viandante, scomparso il muto e alacre innammorato della montagna e solo la neve, padrona, signora, bianca, purissima, dominatrice, dovunque.



Tutte le valli alpine, coperte dalla candida e purissima dominatrice...... Non più il ridente terrazzo del Caval bianco, a Pont-Saint-Martin, vedrà sedersi il viaggiatore, che, l’indomani, [p. 475 modifica]salirà a Gressoney: la neve covre la più poetica valle alpina. Il piccioletto albergo di Issime, con la sua minuscola finestretta e la sua schiera di bimbi paffuti, che parlano tedesco, sarà fra la neve: e solo l’ampio tetto della chiesa d’Issime, prospiciente sulle facciata, potrà proteggere, contro la neve, l’ingenuo affresco del giudizio universale. Da Lillianes al Gaby, da Gressoney Saint Jean a Gressoney la Trinité, tutto sarà spento, taciturno, immobile, sotto la neve; ogni tanto, forse, la gonna rossa di una gressonese attraverserà quel bianco deserto; ma saranno mute e deserte le finestrette della cara Pension Delapierre, muta e deserta la veranda del villino Peccoz, dove la Regina Margherita passava tante tranquille e dolci ore, leggendo, lavorando, pensando. Nulla, nulla più, in quel soave Gressoney, salvo il biancore solitario del Lys, del fiume così infinitamente seducente, fra il biancore della neve che lo ricovre, dalla lontana Marienhorn alla vicina Testa Grigia, dal colle della Ranzola a quello di Valdobbia, dalla collinetta di Cilvrina alla collinetta di Tchatchelaz: e ciò che fu verde, [p. 476 modifica]grigio, vivo, lieto, non sarà che bianco, bianco e freddo deserto. O alta parrocchia di Ayas, voi sarete coperta di neve: e gli alpigiani scenderanno a dormire nelle stalle, divisi dagli animali solo da uno steccato di legno, vi scenderanno, con una provvisione di viveri, per sei mesi: e il buon curato ospitaliero, solo, si aggirerà, solo, nella casa della parrocchia, dove niuno verrà a chiedere un letto, per una notte: e non più l’harmonium gitterà i suoi soavi e teneri suoni nella valle di Challant: e se è vero, l’ombra amica dell’antico curato Clotz, che si aggira, intorno, potrà tornare alla casa disabitata ....! O Valtournanche, paese di valorose guide, di valorosi viaggiatori, anche voi, più voi, di ogni altra valle, sarete presa dalla candida, e fine, e purissima signora: non più nel viale dei larici, la rosea ostessa verrà a disporre la tavola, alle verdi ombre, mentre l’altalena dondolerà, sospesa agli alberi e vuota, innanzi ai ghiacciai della Dent d’Herins: vuoto e chiuso, per metà, al divino colle del Breuil innanzi al Cervino, l’albergo di alpinisti e di guide: e tutto bianco, tutto, tutto, dal Breuil a Châtillon, [p. 477 modifica]non più niente, non più. Saranno partiti, i viaggiatori e i camerieri, i mulattieri e le guide: coloro che sono costretti a restare, saranno chiusi e talvolta bloccati, nelle case di legno, innanzi ai cammini, innanzi alle stufe. Non un rumore umano, in quel albore gelido, in quell’immenso silenzio, in quell’uguale mortale distesa di neve. Solo il clamore solitario delle acque: o talvolta, il fragore terribile della valanga.




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