Lirici marinisti/I/Giambattista Manso

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Giovanni Battista Manso

Liriche di Giambattista Manso ../Scipione Caetano ../Francesco Balducci IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

I - Scipione Caetano I - Francesco Balducci
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GIAMBATTISTA MANSO


I

ALLE FALDE DELLA COLLINA DI SANT’ELMO

     Chiari, tranquilli e liquidi zaffiri;
piaggia, ch’a l'onde loro apri il tuo seno;
ermo colle, cui rende il ciel sereno
l’aura de’ miei dolcissimi sospiri;
     fiorita valle, che de’ miei desiri
e d’amorose gioie il grembo hai pieno;
fonte, ch’intorno a sí bel prato ameno
baci a madonna il piè, mentre t’aggiri:
     voi, che d’amor siete tesoro, e miei
secretari e custodi, a cui ’l mio core
ciò ch’altrui celar brama apre e ridice;
     serbate eterne in voi del nostro ardore
segno, ma occulto il bel nome di lei
e la gioiosa mia vita felice.

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II

IL RITORNO DELLA PRIMAVERA

     Questi fior, queste erbette e queste fronde,
di novella stagion pompa superba,
e questi, che serpeggiano tra l’erba,
o liquidi cristalli o lucid’onde;
     pria che d’aspre catene e di profonde
piaghe pena sentissi ardente acerba,
che né state né verno or disacerba,
trovai sovente a’ miei desir seconde.
     Ma poscia che cangiar m’ha fatto amore,
che mi lega il voler e ’l cor mi sface,
libertate in prigion, gioia in ardore,
     fuggo frond’erba fiore onda fugace,
e bramo sempre un tempestoso orrore,
ché, quando orrido è il mondo, allor mi piace.

III

LA SOLFATARA DI POZZUOLI

     Nuda erma valle, ai cui taciti orrori
accrescon tema ombre solinghe oscure;
sulfuree rupi, acque bollenti impure,
sanguigni fumi e tenebrosi ardori;
     voi, ch’in parte apprendeste i miei dolori
dagli accesi sospiri, e l’aspre cure
dal largo pianto che disfar le dure
selci potè co’ suoi continui umori;
     ditemi pur se nel penace seno
del vostro cieco, afflitto, orrido regno,
ove ’l pianger non ha conforto o freno,
     venne uom giamai d’in voi penar sí degno
e di tanti martir l’alma ripieno,
che d’un sol de’ miei strazi ei giunga al segno!

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IV

PLACAMENTO DI GELOSIA

     Freddo pensier, che d’agghiacciato zelo
creò nel petto mio fervido amore,
e di tema nudrito e di dolore
mi pasci sol di venenoso gelo;
     sgombrisi ornai dagli occhi miei quel velo
che ’l ben nasconde e ’l mal palesa al core;
ritorna nel tuo cieco ed atro orrore,
oscura nebbia del mio chiaro cielo.
     Se l’altrui vista la mia vita offende
e d’empia voglia invidiosa armato
sol del piacer altrui mi spiace e dole;
     or ch’a ciascun si cela il mio bel sole,
ne le tenebre mie vivo beato
e l’altrui povertá ricco me rende.

V

GELOSIA OSTINATA

     Vattene, infernal mostro; altrove vibra
tue serpi, ch’ebbre del mio sangue pasci.
Ecco che corre giá per ogni fibra
freddo venen, né d’infestarmi lasci.
     L’amaro tuo, maggior (se ’l ver si libra)
è del dolce d’amor, da cui tu nasci;
soavemente i lievi spirti ei cribra,
e tu d’acerbo duol mi cingi e fasci.
     Ché non fuggi, crudel, pria che piú cresca
quel rio timor, che turba il mio diletto,
che troppo agli angui tuoi fu nobil ésca?
     Ma, lasso, il gelo tuo piú sento al petto,
quanto piú le sue fiamme amor rinfresca.
Oh congiunto al piacer mortale effetto!