Lirici marinisti/I/Scipione Caetano

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Scipione Caetano

Liriche di Scipione Caetano ../Marcello Macedonio ../Giambattista Manso IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

I - Marcello Macedonio I - Giambattista Manso
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SCIPIONE CAETANO


I

LA LUSINGATRICE VOLUBILE

     Somiglia fronda a cui fa guerra il vento,
o picciol legno in mezzo al mar sonante,
la donna mia, che in tante parti e tante
si raggira e si volge in un momento.
     Or di gioia è ministra, or di tormento,
or incerta nemica, or dubia amante;
è in amar varia, in variar costante,
ha ’l pensier vario, in varie parti intento.
     Or arde, or gela, e l’ardor suo comparte,
prodiga a mille amanti, in mille ardori,
quasi raggio del Sol ch’in rai si parte.
     Fa mille alme d’un’alma; in mille cori
cangia, infida, un cor solo; ahi, con qual arte
un amor si divide in tanti amori?

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II

IL CONTATTO DEL SENO

     Quel vago sen, che di sua mano Amore
tutto cosparse di ligustri e rose,
sul petto mio Clori leggiadra pose,
per sanarmi di fuor lieve dolore.
     Ma quanto questo diventò minore
quando tanta virtute a lui s’oppose,
tanto il foco che dentro Amor v’ascose
piú fiero corse ad infiammarmi il core.
     Così dal mal mi guarda e mi difende;
un dolor sana e fa piú l’altro atroce,
e, credendo giovar, m’arde ed offende.
     Or so, lasso, per prova (e ben mi nòce)
che vicino e lontan quel seno accende,
ma quanto è piú vicin tanto piú coce.

III

IL PIANTO

     Piangea Corinna, e da’ begli occhi fuore,
onde par ch’ogni petto arda e sfaville,
con nova arte d’amor fiamme e scintille
uscian converse in lagrimoso umore.
     E pietosa negli atti e nel colore,
sugger mi fe’ l’insidiose stille,
e fûr le finte in lagrime faville
refrigerio a la bocca e foco al core.
     Facea vago parer piú che non suole
quell’umor di cui tanto io mi querelo,
il bel volto di rose e di vïole.
     Tal, distillando il matutino gelo,
rassembra, alor che s’avicina il sole,
sparso di fiori, in orïente, il cielo.

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IV

LA VECCHIA AMBASCIATRICE

Alor che immerso in tenebrosi errori
aspetto un Sol via piú del sole adorno,
veggio apparir la vecchia nunzia e intorno
seccarsi i prati e raddoppiar gli orrori.
     Ma poi che cinta di piú bei splendori
fa la luce ch’io bramo a me ritorno,
porge luce a quest’alma e luce al giorno
e raddoppia a la terra erbette e fiori.
     Quella fra noi, quasi novella Aletto,
ciò che mira avelena; e questa indora
tutto quel ch’è de’ suoi begli occhi oggetto.
     Quella spoglia il terren, questa l’infiora;
com’esser può che sia guidato e retto
cosí bel Sol da cosí brutta Aurora?

V

LA CASA DELLA DONNA AMATA

     Corinna, alor che il rimirarvi è tolto
agli occhi, che non hanno altro diletto,
le mura io miro in vece de l’aspetto,
ed — Ivi è — dico — ogni mio ben raccolto! —
     E qual si vede entro a cristallo accolto,
rinchiuso sí, ma non celato oggetto,
cosí scorge il pensiero e l’intelletto,
ben che cinto da mura, il vostro volto.
     Sí che sète, qualor voi v’ascondete,
dal corpo sí, ma non da l’alma assente;
perché a quella celar non vi potete.
     Ché ’l pensier vi figura a la mia mente,
quasi industre pittore, e sempre sète,
benché lunge dagli occhi, al cor presente.

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VI

ALLA LUCCIOLA

     Pargoletto animal cui dié natura
luce, ch’a pena fra l’orror traluce,
ogni stella del ciel ch’a noi riluce
agli occhi miei sembra di te men pura.
     Tu nel piú oscuro de la notte oscura,
che segno alcun non apparia di luce,
fida stella mi fosti, e scorta e duce
a quelle amate e desïate mura.
     Se potess’io quel che poter vorrei,
sarian men vaghe, che non son le stelle,
e tu piú vaga assai di quel che sei;
     tu sol in ciel stella saresti, e quelle,
che propizio non furo ai voti miei,
sarian di te men lucide e men belle.

VII

VENEZIA

Alta cittá, ch’in mezzo a l'onde hai nido,
adorna e ricca di bellezze tante,
ch’Amor per te, fatto d’amore amante,
lasciato ha Pafo e derelitto ha Gnido;
     quand’io l’orgoglio di fortuna infido
fuggía scacciato peregrino errante,
tu fosti a me, ch’in te fermai le piante,
dolce albergo non sol, ma dolce e fido.
     Non posso, io no, quel che poter desio;
voglio almen quel che posso; e viva e fresca
di te memoria entro al mio cor si serra.
     Piaccia or voler, quel ch’io non posso, a Dio,
e col crescer degli anni a te s’accresca
grazia in ciel, forza in mar, potenza in terra.