Lirici marinisti/I/Marcello Macedonio

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Marcello Macedonio

Liriche di Marcello Macedonio ../Tommaso Stigliani ../Scipione Caetano IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

I - Tommaso Stigliani I - Scipione Caetano
[p. 20 modifica]

MARCELLO MACEDONIO


I

LE BUGIE NELL’AMORE

     Se ’l petto ha cristallino e mostra fòre
le viscere piú interne e piú celate;
se nudo è sempre e nulla asconde Amore,
chi fa bugiarda voi, che tanto amate?
     Quanto con bocca angelica dettate
scrivo in diamante e serbo in mezzo al core.
O divina bellezza, or non vogliate
il tempio in cui v’adoro empir d’errore!
     acciò che l’alma a voi devota ed usa
a dar incensi al vostro altare adorno,
che miracoli tanti or di voi crede,
     non abbandoni il vostro culto un giorno
e, da fallaci oracoli delusa,
perda a l’idolo suo l’antica fede.

[p. 21 modifica]

II

ALLA DAMIGELLA DELLA SUA DONNA

     O de la Luna mia seguace stella,
che fai terrena a le celesti oltraggio,
anzi, o splendor, che sei d’un Sol messaggio,
d’amoroso orizzonte alba novella;
     l’alba, del sole orïentale ancella,
gli prepara il bel carro al gran viaggio,
e tu, d’un Sol ministra, appo ’l cui raggio
par l’altro agli occhi miei spenta facella,
     tu ne dispensi il vago lume altero
ed in cielo d’Amor l’aggiri intorno;
io, che tanto bramai, da te lo spero.
     Fa’, tu che puoi, che Sol cotanto adorno,
ch’or co’ begli occhi alluma altro emispero,
al mio si volga ed a me porti il giorno.

III

VIAGGI ED AMORE

     Peregrino, cercai stranio ricetto:
vidi antica cittá cui nulla è pare,
giá regina del mondo, ed anco appare
agli occhi altrui d’imperioso aspetto.
     Vidi Adria tempestoso e nel suo letto
tra’ venti insuperbir machine rare,
che si fan base cristallina il mare,
e, col ciel confinando, han lui per tetto.
     E s’io poggiassi a le celesti piagge
mirando il Sol nel suo palagio adorno
e la magion de l’alba e de le stelle,
     certo direi che son rive selvagge,
begli occhi, e pur farei di lá ritorno
a vagheggiar in voi forme piú belle.

[p. 22 modifica]

IV

LE VESTI DI VARI COLORI

     Quei tuo’ vaghi colori
onde vai tanto altera,
variando or le bende ed ora i manti,
in te son quasi fiori,
cara mia primavera,
che togli dal mio cor verno di pianti.
Or fingi gli amaranti,
or ne mostri le rose,
or viole ed or gigli
dolcemente somigli
ne le felici tue spoglie amorose;
né manca a sí bel maggio
d’un vivo sole il raggio.
     Torbido il ciel sovente
mostra in segno di pace
fra le nubi dipinte un arco vago.
O corpo adorno, ardente,
tu se’ cielo verace,
ché de l’altro io conosco in te l’imago.
Ed oh, quanto m’appago,
mirando che ti cinge
con sí vario colore!
Si consoli il mio core,
ché ne le spoglie sue l’iride pinge
questo ciel di beltade,
e promette pietade.
     Fu giá de’ saggi avviso
che forman la bellezza
i vivaci color d’eguali membra;
però l’amato viso
ha cotanta vaghezza,
quindi armato ed ardente ai cori sembra.

[p. 23 modifica]

E costei, che rimembra
sua bellezza infinita
farsi da color vari,
or negli abiti cari
diversa di color pompa n’addita,
e mostra il bello, accolto
ne le vesti e nel volto.
     Dal mondo tenebroso
i colori hanno essiglio,
né si veggon da noi senza la luce;
l’azzurro e il verde, ascoso,
e sepolto è ’l vermiglio,
alor che l’ombre sue notte n’adduce.
Se quel Sol che riluce
in due pupille ardenti
nascondesse i be’ rai,
i colori piú gai
certo fôran per me languidi o spenti.
Or, perché sono in lei,
son belli agli occhi miei.
     Voi, mirabili ingegni,
che movete i pennelli
per imitar ne l’opre sue natura,
oh che novi disegni,
oh quai colori belli
usa costei che l’arti vostre oscura!
E, pittrice e pittura,
ella fia che vi mostri
come ben si dipinga,
qual color piú lusinga.
Imparate da’ suoi temprar i vostri,
ché talor pingereste
qualche forma celeste.
     Vo rimembrando spesso
l’animal che si crede
viver digiuno o sol d’aria cibarsi;

[p. 24 modifica]

scolorito in se stesso,
dovunque posa il piede
suol del color che gli s’appressa ei farsi.
Ed io lo cor mutarsi
a que’ colori sento;
questa cangia le spoglie,
ed io cangio le voglie,
e n’acquisto or dolcezza ed or tormento,
e mi discopro in fronte
novo camaleonte.
     Occhi belli ond’io ardo,
occhi crudi ond’io moro,
poiché si vaghi di colore séte,
a me girate il guardo,
ché con altro lavoro
altro nel viso mio color vedrete.
Ch’io son ghiaccio direte,
se ne la fronte essangue
la pallidezza ha loco;
direte che son foco,
se mi fugge dal cor nel volto il sangue.
L’uno e l’altro mi viene
da voi, luci serene.
     Fia vantaggio, canzon, ch’io ti nasconda;
ché mal con fosco inchiostro
sí bei colori hai mostro.

[p. 25 modifica]

V

DISFIDA DELLE ACQUE E DELLE AURE

                    acqueCedete, aure volanti,
               cedete a l’acque belle,
               che vi son pur sorelle,
               gli alteri vostri vanti.
                    aureV’adornan molti fregi,
               acque, ma quando ardite
               entrar con l’aure in lite,
               pèrdono i vostri pregi.
                    acqueNoi siam tesor del prato,
               argento fuggitivo,
               zaffiro molle e vivo,
               diamante distillato.
                    In petto a le montagne
               filze di perle fine
               e serpi cristalline
               sembriam per le campagne.
                    aureE noi, spirti vitali,
               che scorriam gli elementi,
               quasi angeliche menti,
               con invisibil ali,
                    figlie de l’aria pura
               e nunzie de l’aurora,
               e compagne di Flora
               e sospir di natura.
                    acqueNoi degne che ne rubi
               il Sol di man dal mare,
               e n’alzi a trionfare
               sul carro de le nubi.
                    aureNoi possiam da’ suoi raggi
               i corpi altrui schermire,
               quand’ei piú scalda l’ire
               nei lunghi suoi viaggi.

[p. 26 modifica]

                         acqueNoi, sangue dei terreni,
                    latte che nutre Felci,
                    nettare de le selci,
                    manna degli orti ameni;
                         noi, vita d’ogni stelo
                    e specchio ai boschi folti
                    e pittrici dei volti
                    e ritratti del cielo.
                         aureNoi, penne degli odori
                    e linguaggio d’aprile
                    e musica gentile
                    a cui ballano i fiori;
                         e noi, fiato del mondo,
                    che spira al spirar nostro:
                    che piú ? flagello vostro,
                    che vi scote dal fondo.
                         acqueBen sète ingiuriose,
                    aure mormoratrici,
                    aure vendicatrici;
                    ben sète ingiuriose.
                         aureDeh, garrule, tacete,
                    voi che giá cominciaste,
                    voi che ne provocaste,
                    temerarie ben sète!
                         aureOr cessino gli sdegni,
                    acquené si cerchi vittoria;
                    ma sia pari la gloria
                    di sì congiunti regni.

[p. 27 modifica]

VI

INVOCAZIONE ALL’AURORA

     Niso, a cui giá la greggia
chiedea belando i rugiadosi paschi,
vedendo tutto ancor d’ebeno il cielo,
se non che giá d’avorio
si facea l’orizzonte,
or premea la sampogna
onde con soavissimo lamento
fuggía musico vento,
or l’alba ch’indugiava
con tal voci invitava:
     — Pastorella celeste,
sonnacchiosa ti stai fuor del tuo stile;
raccogli omai ne l’infiorato ovile
dai torti suoi vïaggi
la greggia de le stelle,
lucide pecorelle,
a cui son ricca lana i folti raggi.
Tutta notte han pasciuto
per li sereni campi
che germogliano lampi,
ed assai ruminato han per le valli
dei concavi cristalli,
in fonti di rugiada
ed in laghi di manna
sommergendo la sete,
e ne la via di latte,
quasi in fresco ruscello,
lavando a gara il fiammeggiante vello.
Deh, guarda ben di non smarrirne alcuna
per la contrada bruna.
Tosto verran le vagabonde al fischio
de l’Aura tua bifolca,

[p. 28 modifica]

e tu l’indrizza al solito camino
col baston corallino,
e, tosandole poi, di quel tesoro
fa’ per te gonne d’oro. —
     Mentre ch’ei favellava,
tra colline di rosa,
in campagna di gigli,
la ninfa orïental vide apparire;
ond’ei sospinse la sua mandra ai prati
e la fistola empí di novi fiati.