Lirici marinisti/I/Tommaso Stigliani

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Tommaso Stigliani

Liriche di Tommaso Stigliani ../../I ../Marcello Macedonio IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

I I - Marcello Macedonio
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TOMMASO STIGLIANI


I

LUNA IMPORTUNA

   O del fraterno lume a torto adorna,
poi ch’in danno d’altrui l’usi e in oltraggio,
Luna spietata, al cui improvviso raggio
l’ombra che m’ascondeva or chiara torna;
   chi vieta i furti a te? chi ti distorna,
quando a trovar vai Pane, il dio selvaggio;
ch’abbi a troncarmi il mio dolce vïaggio,
con lo splendor che l’atra notte aggiorna?
   Lasciar ti possa il Sol per sempre oscura,
che t’illustrava, e, fatta ai divi odiosa,
ti discacci dal ciel l ’eterna cura;
   e tu giù vadi, ov’al demon sii sposa,
qual fusti ognor; sì che tua faccia impura
più non debba agli amanti esser dannosa!

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II

IL DONO DEL FIORE

     Splendea d’alta finestra il viso adorno,
in cui natura ogni sua grazia pose;
qual, coronata di celesti rose,
appar l’aurora dal balcon del giorno.
      Io, che sempr’erro al car’albergo intorno,
qual fanno intorno ad urna ombre dogliose,
fermo era, quando, avvista, ella s’ascose,
tutta vermiglia d’amoroso scorno.
     E gettommi in ritrarsi un fior dal seno,
in atto che fu studio e parve errore;
di che augurio prend’io felice appieno
     che, forse, appresso al picciolo favore
verrá l’intera grazia un dí, non meno
che venir soglia il frutto appresso al fiore.

III

DURANTE UN GIUOCO DI VEGLIA

     — Ardisci! — disse a me l’idolo mio,
quand’agio gliene porse il gioco impreso;
poi, di terger fingendo il lume acceso,
nella forbice argentea il sepellio.
     Ratto un tacito bacio allor cols’io,
consigliato dall’ombra e audace reso;
sí che prima ubbidito ebbi ch’inteso
quel che dir volse il mio dolce desio;
     ché, rallumato il giá morto splendore,
la rividi piú lieta e dissi meco:
— Quest’era certo il senso del suo core. —
     O benedette tenebre, voi speco
siete a’ furti dolcissimi d’Amore;
nè per altra cagione ei finto è cieco.

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IV

A UNA ZINGARA

     O maga egizia, che sí audace e franca,
benché ravvolta in povere divise,
vai su le mani altrui, con varie guise,
presagendo ventura, or destra or manca;
     vanne alla donna mia, di cui la bianca
palma mirando e le sue righe incise:
— Questa mano — le di’ — giá si promise
ad un amante in fede, ed or gli manca. —
     Poi soggiungi che ’l ciel di ciò minaccia
grave vendetta. Ché, s’a sorte crede
tant’ella a l’arti tue, che pia si faccia,
     dirò che i fiati suoi Febo ti diede;
e, quel che forse a te fia che piú piaccia,
la man ti colmerò d’aurea mercede.

V

IL CAGNOLINO DONATO

     Quella candida man, che sempre scocca
nel misero mio cor faci e quadrella,
or un vil can, ch’ebbe piú amica stella,
teneramente lusingando tocca.
     E quella amorosetta e dolce bocca,
ov’ha per me ’l silenzio eterna cella,
a lui non ride pur, non pur favella,
ma in lui di baci una tempesta fiocca.
     Deh, perché questi agli amator dovuti
soavissimi vezzi, or da te sono
concessi, ingrata donna, ai rozzi bruti?
     Tu sai che chi Zerbin donotti, io sono:
or perché a lui tu baci i membri irsuti?
Si premia il donatore e non il dono.

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VI

AMORE E SPERANZA

     L’ardor del nostro amore in te fu lampo,
ch’arde improviso e subito trapassa;
ma fulmine fu in me, dal quale scampo
non v’ha, perché vestigia eterne lassa.
     Pur, se non morto in te, ma ascoso è il vampo
dall’onestá, che ’l copre e giú l’abbassa,
fa ch’in ciò saggia almen, porgi almen campo
a mia speranza, che non resti cassa.
     Ché, perché sino a qui dubbio timore
che tu non m’ami piú mi stringe e preme,
temo che ’l temer mio spenga il mio ardore.
     Non può dov’è paura essere speme,
né dove non è speme esser amore,
perch’amare e sperar van giunti insieme.

VII

IL SOGNO

     Godete fra le doglie, accorti amanti,
serbando sempre adamantina fede;
ch’alfin, quando piú s’ama e men si crede,
v’è dato il guidardon di strazi tanti.
     Mentre io dormiva, apparsami davanti
la bella donna che ’l mio cor possiede,
tante gioie e piacer finta mi diede,
quanti vera mi dá tormenti e pianti.
     Or siemi ella crudel pur come suole,
poi ch’ho, malgrado suo, chi la fa pia
ed a forza voler ciò che non vuole.
     E tu, sogno gentil, ch’ov’io languia
veder mi festi a mezza notte il sole,
torna di novo e poi partirti oblia.

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VIII

NEL COMPORRE IL «MONDO NUOVO»

A Cesare Orsino

     Or nemica fortuna or febbri ardenti,
Cesare, m’assaliscono sí spesso,
mentr’io la chiara istoria in versi tesso
del gran Colombo alle future genti,
     che temo no ’l vigor cosí s’allenti,
ch’io caggia un dí, tra via, dal peso oppresso,
e tante mie vigilie a un tempo istesso,
tanti affanni e sudor restino spenti.
     Deh, re del ciel, se t’è la vita amica
d’un che non la consuma in ozio cheto,
ma per publico pro l’usa e fatica,
     non mi lasciar perir fin ch’io non mieto
de’ lunghi studi miei la dolce spica;
e, poi, chiamami a te, ché verrò lieto.

IX

L’INVIDIA DEGLI EMULI

     Potuto ha ben con sue mal arti tante,
mentre io vivo, l’invidia iniqua e fiera
dal mio Colombo allontanar la schiera
de’ leggitor del secolo regnante.
     Ma d’avermi però non fia si vante
dramma scemato di mia gioia intera;
di me non tien quella vittoria vera,
ch’ella s’ha finta e presentata avante.
     Ché se mi loderan le lingue umane,
quando udir non potrolle, e sorde e spente
avrò l’orecchie alle lor voci vane;
     godo oggi per allor, poi che con mente
quasi l’etadi anticipo lontane
e ’l mio futur onor mi fo presente.

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X

PER FLAMINIA CECCHINI

COMICA

scampata all’incendio del Vesuvio e recatasi presso Luigi XIII

     Nel piú bel lido de’ campani lochi
favoleggiava io giá da palco altiero
come Fortuna, che del mondo ha impero,
le sue felicitá consacri a pochi.
     Ecco, ella, che cangiar fa nostri giuochi
in vivo pianto e nostre fole in vero,
fe’ improviso tremar Vesuvio fiero
e gittar dalla cima immensi fuochi.
     Tal ch’a me, lassa, in un momento fue
ogn’aver tolto ed ogni bene assorto
dall’empia arsura e dalle fiamme sue.
     Vendica or tu della mia sorte il torto,
buon re di Gallia, e sien le braccia tue
de’ miei duri bisogni il dolce porto.

XI

IL RITRATTO

Al cavalier Giuseppe d’Arpino

     Ben si somiglia in parte,
Arpin, la tua pittura
a costei; ma può l’arte
mal giunger la natura.
Sempre resta minor l’ombra che ’l vero,
e sempre cede l’opera al pensiero.
     Molto sai, ma non puoi
tutto ’l bello di lei
veder cogli occhi tuoi,
perch’acceso non sei.
Sol io, perch’amo, integra la guardo
e l’ho tutta negli occhi e nello sguardo.

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     Pure, a me giova poco,
senz’ingegno, il vedere;
com’in te non ha loco,
senza vita, il sapere;
ché tu la formeresti e non t’appare,
ed io la veggio e non la so formare.
     Invan tu la ritrai
ed io la miro invano;
ché tu gli occhi non hai
ed io non ho la mano.
Deh, potestú cogli occhi miei mirarla,
o potess’io con la tua man ritrarla!
     Ché cosí fôra il finto
tanto bello ed adorno,
che ’l ver resteria vinto
ed il vivo avria scorno;
ed avverria che l’imitata cosa
fusse dell’imitante invidiosa.
     Avria ciascun di nui
premio eguale al lavoro:
tu lodato d’altrui
ed io fuor di martoro;
tu ne trarresti fama ed io diporto,
tu n’avresti la gloria ed io ’l conforto.
     Or poi che né tu amante
né io son dipintore,
si che quel bel sembiante
tu veggia ed io colore;
l'opra godrò chi guoi pennelli ha stanchi
col pensier rifacendola ove manchi.
     Di rifarla con rime
anco direi vivaci,
se foss’io sí sublime
fra i pittori loquaci,
qual fra i muti poeti esser tu mostri;
ma pèrdon, co’ tuoi lini, i fogli nostri.

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XII

LA CANTATRICE

A Settimia, figliuola di Giulio Romano

     Chi non sa quanto puote
l’umano canto in noi
colle vezzose note
de’ bei numeri suoi,
overo il canto angelico non crede,
venga ad udir costei, che ne fa fede.
     Ella, mentre, sedendo,
va co’ taciti avori
di sue dita scorrendo
gli altri avori sonori,
canta in tal guisa e cosí dolcemente,
che per l’orecchie i cor fura alla gente.
     Or volanti passaggi,
or affetti e sospiri,
ora fughe e viaggi,
or riposi e rispiri,
ora suole alternar dolci durezze,
ora suole intrecciar dure dolcezze.
     Quando schiude un accento
tremolante e soave,
quando move un concento
armonioso e grave,
quand’alto forma il canto e quando basso,
quando vivace il fa, quando il fa lasso.
     E, quasi un rio corrente,
qui mormorar appena,
lá gemer altamente
tu l’odi in nota piena;
qui gir quïeta e placida l’ammiri
lá gorgogliar con tortuosi giri.

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     Né nuda spada in mano
di snello schermidore
girò mai per lo vano
con sí presto splendore,
e sí ratta e sí lieve e sí veloce
quanto la bella e delicata voce.
     Anz’ella, a chi sentendo
ne sta l’alta dolcezza,
non giá una parendo,
ma tre per la prestezza,
fa all’orecchie talor l’istesso inganno
che le lingue de’ serpi agli occhi fanno.
     Or quando mai piú vanto
si diede alcun d’udire
nel paradiso il canto
senza prima morire,
com’oggi avvien a noi, mentre ch’udiamo
questo spirto celeste e vivi siamo?
     O nel velo mortale
angelo dimorante,
se ’n ciel si canta tale
qual in terra tu cante,
io qui, perché lassú ne possa girmi,
voglio veracemente or or morirmi.
     E s’ancor non è giunto
alla fragil mia vita
il destinato punto
della mortal partita,
far vo’ sí sante gesta e sí giust’opre,
ch’io merti, poi che moia, andar lá sopre.
     Ché, chi ben mira il vero,
tu stata esser non puoi
senza divin mistero
qua giú mandata a noi;
ma a ciò ch’alzando a Dio l’umano zelo,
facci la terra innamorar del cielo.

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XIII

IL SALUTO DELL’AMANTE

     — Ripigliate, augelletti,
i vostri dolci canti.
Giá vien co’ zefiretti
la stagion degli amanti;
e ne’ prati è rinata
la famiglia odorata.
     Ride il fresco giacinto,
il gelsomin nevoso;
ride il ligustro, tinto
di pallore amoroso;
ride il narciso in sponda,
ride la calta in fronda,
     il soave amaranto,
le pallide viole,
il pieghevol acanto,
Clizia amante del sole,
il giglio che biancheggia,
la rosa che rosseggia...
     Mancava a tanti fiori
solo il fior di beltade.
Ma ecco!, che vien fuori,
o Po, di tue contrade.
Questa è l’alma mia diva,
ch’è primavera viva. —
     Cosí Tirsi cantava
a suon d’arguta canna,
mentre Lidia menava
gli agni fuor di capanna.
E quella volse il viso
e ’l premiò d’un sorriso.

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XIV

IL CHIARIMENTO ALL’AMATA

     — Giá cessa il metitor col torto ferro
di còrre i frutti del sepolto seme,
e sotto l’ombra del fronzuto cerro
                         sta ’l gregge insieme.
     Fugge ogni fera gl’infiammati lampi,
che ’l sole avventa dall’ardente faccia;
né alma v’è che per gli aperti campi
                         dimora faccia.
     O bionda piú della matura spica,
ma piú crudel della pungente arista,
che qualor vai nella fontana aprica
                         traggi ogni vista;
     per non venirne all’ombra ove son io,
perché or dal camino arder ti fai?
infino a quando questo sdegno rio
                         meco terrai?
     Dunque, t’han le bugiarde altrui parole
potuta trarre a prestar fé compita,
ch’io ami altra che te, mio caro sole,
                         mio ben, mia vita?
     Spogliati, semplicetta, i rei pensieri,
ch’io non seguo Licori, ancora ch’ella
séguiti me, né le mandai l’altrieri
                         la bianca agnella.
     Bench’egli è vero (acciocché chiaro appaia
che falsata han l’istoria a te costoro)
che fu ella ch’a me mandò dall’aia
                         un pomo d’oro;
     su ’l quale era con lettera cavata
scritta questa sentenza in corti accenti:
«Giace per te Licori, empio, infermata,
                         e tu ’l consenti».

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     Lessila e tosto il dono a terra trassi.
Vedi tu, dunque, com’hai meco sdegno
per cosa, ond’io sarei che mi lodassi
                         piú tosto degno! —
     Cosí parlava l’amator selvaggio,
quand’ella, alquanto accoltasi la vesta,
ridendo seguí oltra il suo viaggio,
                         coll’urna in testa.

XV

LA LUSINGA AMOROSA

     Dolce Lidia, Lidia bella,
sporgi quella
bocca ov’abita ’l mio core;
ch’io farò de’ labbri bei
poppe ai miei,
vera pecchia di tal fiore.
     Che insoffribile contento
è ch’io sento?
Dimmi, Lidia: hai pur capanna;
sei svelata al ciel giaciuta
che piovuta
su le labbra t’è la manna?
     O pur nettare cibasti,
né curasti
poi la bocca rasciugarti?
Ah crudel, tu non rispondi,
ma confondi
col baciar gli accenti sparti.
     Grandinate, dolci baci,
ma loquaci,
ché il silenzio Amore annoia,
e dir l’ultime parole
sempre suole,
quand’un’alma avvien che moia.

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     Or perché, se t’aggio in braccio,
pur mi sfaccio?
pur sospiro, idolo mio?
né per penderti dal collo
fo satollo
il famelico desio?
     Deh! sì come da natura
l’onda pura
nella spugna entra e s’asconde;
così entrarti cogli amplessi
io potessi
nelle viscere profonde;
     tal ch’ognun di noi cangiato
di suo stato,
io tu stessa e tu foss’io;
come a Salmace addivenne,
quando tenne
il fanciullo in mezzo al rio.
     Qual dolcezza indi saria
ch’uom tra via
te per Tirsi salutasse;
e chi meco all’ombra siede,
se mi chiede,
sol per Lidia m’appellasse!
     Dolce Lidia, Lidia bella,
sporgi quella
bocca ov’abita ’l mio core;
ch’io farò de’ labbri bei
poppe ai miei,
vera pecchia di tal fiore.

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XVI

GUERRA INTERNA

     Spesso espongo a tenzone,
nell’agon de’ pensieri,
duo contrari guerrieri,
il senso e la ragione.
Ma essi, benché fieri,
luttando amici fannosi, e gl’istessi
della contesa amplessi
in amplessi alfin mutano di pace.
Questo nasce e si face
perch’ambi, col toccarsi,
soglion lor qualitati accommunarsi;
sí che poco si pena
che ’l senso è divo e la ragion terrena.

XVII

AD AQUILINO COPPINI

     Coppini, io vo’ di me novella darte.
Talora, leggo in parte
ciò che del ver fu dai due greci scritto;
talora, mi tragitto
dell’alme muse all’arte,
ed o concepo in mente
o partorisco in carte.
Cosí di mezzo verno ognor sudando
e allor piú travagliando
quand’avvien che piú ’l vulgo
goda il sonno o con Vener si diporte,
moro in vita, per viver dopo morte.

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XVIII

CONTESE AMOROSE DI FIORI

     Il giglio ama la rosa,
ed ella lui non sdegna;
ma piú inchina al giacinto,
sol perché quello un «ahi» mostra dipinto.
Ecco lite amorosa
fra ’l giacinto ed il giglio.
L’un dice: — Io son vermiglio,
com’è la bella sposa. —
L’altro dice: — Io son pallido in sembiante,
com’esser dee l’amante. —
Ella si sta tra l’uno e l’altro fiore
ad udir con rossore;
poi lor concede a ciascheduno un bacio,
quasi volendo dir: — Nessuno escludo;
siami il giacinto sposo, e ’l giglio drudo. —

XIX

IL MONTONE VEZZOSO

     Lidia, il bianco monton ch’io ti donai,
oh quanto per suoi vezzi
merita che tu ’l prezzi!
Ecco, per roder ora
la ghirlanda di fronde,
che la fronte gli onora
sí ch’un occhio gli asconde,
egli ha in tutto obliato
di pascolar sul prato;
e, perch’ella è tropp’alta,
erge il grifo, e s’affanna, e par che tenti
la stessa fronte sua giunger co’ denti.

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XX

IL GIUSTO MEZZO

     Se con lunga fierezza
i fidi amanti scaccia,
la pregata bellezza
uccide in quei la speme e i cuori slaccia.
E s’ella ai primi preghi
avvien, senza contesa,
ch’addolcita si pieghi,
fa in breve intepidir la voglia accesa.
Dunque, s’usi in amore
né troppa crudeltá né troppa grazia,
perché l’una dispera e l’altra sazia.

XXI

GRADAZIONE CRESCENTE DI FELICITÀ

     Felice chi ti vede!
Piú felice a cui è dato di parlarti!
Felicissimo quel che può toccarti!
Semidio chi ti bacia il bel sembiante!
Dio chi ti fa il restante!

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XXII

SONETTO NELLO STILE DI MODA

Parodia.

     Quasi viva felluca ed animata,
naviga l’aria coi pennati remi
il baldo nibbio, e scorre indi e boemi
e l’arrostita zona e l’annevata.
     Poi giú piombando ov’il terren s’imprata,
acciocch’ivi a sua fame ésca vendémi,
rape alla chioccia un de’ suoi vivi semi,
fatto corsar della progenie alata.
     Allor la rauca madre arruffa i cigli
e invan croccia al volante involatore,
che ’l picciol Ganimede ha negli artigli.
     Cosí non meno a me rapí il mio core;
poi, volando, carpí lontani esigli
il gran nibbio dell’alme, io dico Amore.

XXIII

IL BIDELLO DELLO STUDIO

nel chiedere la mancia agli scolari

     Sono il vostro bidel, che m’appresento
per la colletta a voi, larghi scolari.
Non appiattate sotto ’l manto il mento,
non vi mostrate dell’avere avari.
Questo ch’ho in mano è un bacil d’argento;
però convien che d’òr siano i danari.
Su, dunque, se larghezza in voi s’aduna,
gettate alcuna stella in questa luna.