Lirici marinisti/I/Francesco Balducci

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Francesco Balducci

Liriche di Francesco Balducci ../Giambattista Manso ../Francesco Della Valle IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

I - Giambattista Manso I - Francesco Della Valle
[p. 36 modifica]

FRANCESCO BALDUCCI


I

AMORE PALESE, AMATA NASCOSTA

     La fronte esangue, lo smarrito aspetto
tutti gli occhi del mondo ha in me rivolto,
e scovre ornai la cenere del volto
qual sia la fiamma che mi scalda il petto.
     Dice altri, mosso da pietoso affetto:
— Questi in breve sará spento e sepolto; —
ed io per lei ch’adoro ad arder vòlto,
il mio proprio penar prendo a diletto.
     Veggia ognun le mie fiamme al core apprese
ma la bella cagion de l’arder mio
non giá, né per qual mano Amor l’accese.
     Fiammeggi pur, se sa, l’alto desio:
pur che ’l mio sole, onde lo ’ncendio prese,
altri non sappia mai, ch’Amore ed io.

[p. 37 modifica]

II

AL FIGLIOLETTO DELLA SUA DONNA

     Oh caro agli occhi miei novello Amore,
de la Venere mia parto diletto,
che mostri a me nel tuo leggiadro aspetto
le sembianze ch’io porto impresse al core;
     fiamma seconda del mio primo ardore,
uscita forse a ’ncenerirmi il petto,
poiché, mentr’io ti miro, entro al diletto
sento lo ’ncendio mio farsi maggiore;
     oh del vivo mio sole alba novella,
che sembri, a quel rotar di lumi intorno,
de la materna luce emola bella;
     se fa, scorto da l’alba, il Sol ritorno,
certo a sperare il tuo venir m’appella
che presso sia di que’ begli occhi il giorno.

III

IL DOLCE SOGNO INTERROTTO

     Ahi, chi mi rompe il sonno, or che l’amica
luce tra l’ombre agli occhi miei s’apriva?
or ch’era giunto di mia speme a riva
e al fin de l’amorosa mia fatica?
     Pareami che l’amata mia nemica,
fatta pietosa, i miei lamenti udiva,
e le dolci acque a la mia sete offriva,
nova pietá de la mia fiamma antica.
     Ma, lasso me, per l’infeconda sabbia
non da Tantalo il rio fugge cotanto,
ond’a l’arsura sua cresce la rabbia,
     come allor di quel fonte amato e pianto
l’onda fuggí da l’assetate labbia,
e, di nettare in vece, io bevvi il pianto.

[p. 38 modifica]

IV

IL RIVALE

     Dunque, un vano, un spergiuro, un fuggitivo,
che dianzi ’l giogo tuo scuoter si volse,
che ’l piè di nodo e ’l cor di fé disciolse,
concorse meco? ed io mel veggio e vivo?
     Dunque, colui ch’al volto amato e divo
per vil sasso adorar le spalle volse,
quel ch’offese il tuo nume e non si dolse,
s’appressa a l’ara? e tu nol prendi a schivo?
     Dunque, in servendo avrá di par mercede
il giusto e ’l reo? Dunque, egual forza teco
ha l’altrui tradimento e la mia fede?
     Ah, schernita virtú, che fai piú meco,
lasso, s’Amor sol per ferirmi vede,
ma per mirar le mie ragioni è cieco?

V

A SANTO STEFANO

     Felice te, che per sanguigne vie
movi ’l primo a seguir l’orme di Cristo,
e sai, morendo, far di vita acquisto
e vincer tutti gli anni in un sol díe.
     Perché l’umano piè mai non travie,
il mal noto camin selciar s’è visto
de le tue pietre, e quindi al gran conquisto
dirizzar l’orme poi l’anime pie.
     Te mira il cielo dal balcon sovrano,
che gli apre del zaffiro il fianco inciso,
pugnar, campion di Dio, presso al Giordano.
     Oh, quanto agli empi, onde ne cadi anciso,
Stefan, de’ tu, se la nemica mano
t’apre, a colpi di pietre, il paradiso!