Lirici marinisti/I/Francesco Della Valle

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Francesco Della Valle

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I - Francesco Balducci II
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FRANCESCO DELLA VALLE


I

AL NASCER DEL GIORNO

     Or che ’l di nasce e la mia bella e cruda
forse dal cheto sonno è desta al lume,
e su le molli fortunate piume
posa le membra pensosetta ignuda;
     Amor, pria ch’ella sorga o gli occhi chiuda,
dch valle a rimembrar com’è mio nume,
e che pensando a lei, com’ho costume,
quest’avvampato cor s’agghiaccia e suda.
     Chi sa se per pietá de’ dolor miei
forse in quest’ora, ch’ad Amor si piace,
pensa ella a me, com’io sol penso a lei?
     Ahi, che vaneggia il mio pensiero audace?
Se ciò mai fosse, io di piacer morrei.
O miei stanchi pensier, datevi pace.

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II

COMPIACIMENTO DEI PASSATI AMORI

Fûr sí care le piaghe e sí gradite
le fiamme onde il mio cor arse e si dolse,
e con sí vago laccio Amor m’avvolse
quelle poche felici ore sparite,
     ch’avvivar le reliquie incenerite,
or che lei che l’accese il ciel mi tolse,
tento, e, ristretto il nodo onde mi sciolse,
aprir l’antiche mie dolci ferite.
     E s’anco affanno in rimembrarle io provo,
pur non potete voi, memorie amare,
far che sia vago il cor di piacer novo.
     Ma bacio il luogo ove alcun segno appare
del mal antico, e le scintille covo
de le ceneri mie soavi e care.

III

PASTORALE

     Bacia, non piú rossor, Filli, cor mio,
e sian risposte dei miei baci i baci;
faccian le braccia al sen nodi tenaci,
ché nelle labbra tue spirar desio.
     Quel susurro de l'aure e ’l mormorio
di queste linfe liquide fugaci,
qui sol s’ascolta, e l’amorose paci
sapran de’ nostri cori Amore ed io.
     Quell’usignuol, che mille voci imíta,
con dolci fughe tremole e canore
a gioir noi soavemente invita.
     E se questo silenzio e quest’orrore
miri, questa gentil riva romita
quasi fatta è per noi scena d’amore.

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IV

ALLA STANZA

dov’era stato con la sua donna

     Pur a voi volgo il piè, solinghe mura,
e in voi mi poso, o vedove mie piume;
ma non giá, come un tempo ebbi costume,
quietar vi posso o rammollir mia cura.
     O cieca notte, e quanto meno oscura
se’ di quest’occhi onde ognor verso un fiume,
or che altrove rimaso è il chiaro lume,
di cui sempre nel cor sento l’arsura.
     Voi sole, ahi lasso, in fra i sospiri udite
quante volte la nomo; e mentre taccio,
voi, ombre, in sogno agli occhi miei l’offrite.
     Voi, ch’in vece di lei sí spesso abbraccio,
dogliosi lini, oimè, perché non dite,
quando vi vede il dí, come mi sfaccio?

V

PRIMA DELL’ALBA

     Pria che l’alba si desti in orïente
quest’occhi lassi a lagrimare io desto,
e con un roco oimè, languido e mesto,
chiamo il nome di lei, che non mi sente.
     Poi vo pensando e mi riduco a mente
del dí giá scorso or quell’incontro or questo,
e ’l balenar del dolce sguardo onesto
parmi sempre veder quasi presente.
     Onde le parlo e un suon di sue parole
mi sembra udir soavemente espresso,
ch’in guisa ch’io vorrei mi racconsole.
     Cosí covo le piume e chiamo spesso
de le mie gioie invidïoso il sole;
cotanto io godo in lusingar me stesso.

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VI

AMORE RECIPROCO

     Lunge, lunge da me, pianti e sospiri,
ch’in gioia ha vólto ogni mia noia Amore
Ardo ed è chi m’accende in pari ardore,
cosí conformi abbiam voglie e desiri.
     S’incontran lieti de’ nostri occhi i giri
e sempre uniti abbiam core con core;
s’io per lei moro, ella per me pur more:
o dolce morte, o miei cari martiri!
     Gareggiando d’amor, baci ed amplessi
godiam felici, e nel seren de’ volti
portiam Palme dipinte e i cori impressi.
     Io priego Amor che le mie voci ascolti,
ch’il mal non sani, che l’ardor non cessi,
e ch’i nodi del cor non sian mai sciolti.

VII

L’IRREQUIETEZZA

     Qual famelico augello, ove rimira
custodito il suo cibo avido vola,
or di quel poca parte ardito invola,
ora di ramo in ramo erra e s’aggira;
     come d’amor lungo digiun mi tira,
corro a colei che di beltade è sola,
ed un guardo, un sorriso, una parola
involando talor, l’alma respira.
     Al felice di lei caro soggiorno
giungo a pena che parto, e parto a pena,
ch’odiando il partir faccio ritorno.
     Se m’è tolta di lei l’aria serena,
almen beato a quelle mura intorno
ha qualche tregua il cor con la mia pena.

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VIII

LA CASA DELLA SUA DONNA

     Al nobil tetto ov’il mio sole ha sede,
quasi a lume farfalla ognor m’aggiro;
ora un guardo vi mando, or un sospiro,
e v’entro col pensier, se non col piede.
     S’il mio ben non m’ascolta e non mi vede,
parlo ai muri in sua vece e i sassi miro,
e ovunque gli occhi innamorati giro,
l’aria infocata del mio ardor fa fede.
     Dal dolce fiato suo fatta odorosa,
l’aura, che spira lá, mi dá ristoro,
e, vagando le piante, il core ha posa.
     Cosí, felice in quelle vie dimoro,
e, se m’è de’suoi rai la luce ascosa,
l’alba attendendo, l’orizzonte adoro.

IX

IL RITRATTO DELLA DONNA AMATA

A Girolamo Brivio

     Dopo due lustri, le romane mura,
ov’io vissi non so se vita o morte,
lascio, e sperando di cangiar mia sorte,
stolto il partire ogni mio ben mi fura.
     Se resta il lume e meco vien l’arsura
degli occhi che mi diede Amor per sorte,
in uscir queste antiche amate porte
esce a me l’alma ed il mio dí s’oscura.
     Tu che sul Tebro ancor, Brivio felice,
giá glorie acquistar sai con nobil arte
e sei del mio bel Sol fatto fenice,
     dch, fammi per pietá picciola parte
del ben che godi, e mentre a me non lice,
invola raggi e a me li manda in carte.

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X

LE NUOVE FABBRICHE DI ROMA

sotto Paolo V

     Giá cede il tempo e coronata sporge
d’aurei tetti ogni monte al ciel la cima,
ed a l’altera maestá di prima
da le ruine sue Roma risorge.
     Ogni machina antica a l’aure sorge,
quant’in terra giacea s’erge e sublima,
e ciò che de l’etá róse la lima,
ristorato dal ferro ornai si scorge.
     Gli ampi spazi non copre inutil soma,
ma l’adornan le fonti e inondan l’acque,
e fatta sopra Roma è nova Roma.
     Oh valor del gran Paolo! Ella, che giacque
nel furor de’ suoi figli estinta e doma,
sott’un gran figlio in pace al fin rinacque.

XI

ALLA CITTÀ DI COSENZA

     Nobil cittá, ch’al chiaro Crati in sponda
siedi e superba all’aure ergi le mura,
de l’errante virtú stanza sicura
e di cigni e d’eroi madre feconda;
     non lodo io te perché il tuo seno abbonda
di ciò che parca altrui dona natura:
ch’il cielo hai temperato e l’aria pura
e cospira a tuo ben la terra e l’onda;
     ma perché degno sei nido e soggiorno
di pellegrini ingegni, e in te s’aduna
d’armi Marte e di lauro Apollo adorno.
     Lunge de’ colli tuoi, prego fortuna
ch’in te tomba mi dia l’ultimo giorno,
come presso al tuo seggio ebbi la cuna.